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01 Ago 2005

Renato Josca interviene sulla situazione dell’allevamento bufalino

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CERRELLI: Prima uscita pubblica DOMENICA 31 LUGLIO del neo consigliere provinciale Renato Josca in un dibattito pubblico sulla crisi nella produzione del latte bufalino.

?Sono qui in duplice veste, da allevatore e da operatore politico. Ho iniziato quest?attività da alcuni anni perché ho voluto recuperare la vecchia azienda agricola di mio nonno. Conduco questo picccolo allevamento con passione e dedizione. Rappresento anche il consiglio provinciale. Stasera si parla della crisi della zootecnia nelle nostre zone. Io penso che dobbiamo andare a vedere questa difficoltà da dove arriva. Interroghiamoci pure su cosa l?ha scatenata. Sono stati diversi fattori. Due sono i più importanti, il resto è sullo sfondo. Il primo è stato quello legato alla grande emergenza epidemiologica legata alla brucellosi che ha messo in ginocchio tante aziende di Altavilla ed Albanella. Parlo di due anni fa. Contemporaneamente c?è stata un?altra situazione che ha acuito le nostre difficoltà. E? stata la siccità che ha portato il costo delle materie prime a livelli esasperati. Abbiamo pagato la paglia a 20 euro il quintale. Il fieno è costato fino a 35 euro il quintale, così come il mangime. Molti di questi prezzi erano inventati, evidente fruiton di una speculazione che veniva da fuori. Da una settimana all?altra i prezzi aumentavano a vista d?occhio. Ci sono agricoltori che si sono indebitati e che ancora stanno pagando per quella situazione.
Oltre a queste situazioni ci sono alcuni cofattori. Penso all?aumento del costo della vita. Poi gli incrementi dei carburanti e del lavoro. Mettiamoci anche la burocrazia delle leggi e dei controlli. Ci siamo dovuti mettere in regola e quindi abbiamo dovuto spendere danaro. Tutte queste cose messe assieme ci hanno messo in ginocchio. Un?intera economia ne ha sofferto. Però nel frattempo, dall?altra parte, nel caseificio, cosa succedeva? Mentre il costo della produzione del latte aumentava per gli allevatori dall?altra parte o scendeva il prezzo o, peggio, non c?era proprio richiesta. I caseifici anche loro hanno avuto gli aumenti del costo della vita ma aumentava anche il prezzo di vendita della mozzarella. Hanno pagato poco le difficoltà congiunturali. Agli agricoltori sono andate le ?mazzate?, i caseifici invece si sono tenuti a galla! La domanda nasce spontanea: come hanno fatto? Hanno aumentato leggermente il costo di vendita della mozzarella al pubblica ma hanno escogitato dei sistemi diversi per accaparrarsi il latte. Guardate, non lo dico io, lo affermano gente più esperta di me: il latte arriva da fuori, a prezzi più bassi. Quel latte arriva già refrigerato o cagliato. E? chiaro che al caseificio conviene prendere latte a più basso costo. Questa è la diagnosi.
Veniamo alla terapia. Secondo è in una sigla che piace a tutti, ne parliamo, ma non la conosciamo o peggiio non la facciamo rispettare. La sigla è Dop, doc. Di origine protetta o controllata. Signori miei, ditemi che cosa c?è di protetto e controllato nel settore oggi? Nulla!. Contradditemi!. Siamo degli ipocriti. Siamo diventati i peggiori nemici di noi stessi visto che non la facciamo rispettare. Dop vuol dire un prodotto fatto col latte fresco e crudo di bufala che abbia delle caratteristiche chimico ? fisiche specifiche. Basterebbe il rispetto della normativa che è alla base della dop per stroncare tutte le situazioni anomale che si verificano. Continuare così vuol dire prima distruggere gli allevatori e poi gli stessi trasformatori. Questa è la realtà da guardare in faccia!. La parte più importante la deve fare il Consorzio di Tutela, che non dovrà avere paura di intervenire sulla qualità del latte che viene prodotto. E? la prima cosa da fare. Poi viene l?associazionismo. Dobbiamo guardare a quello che si fa col Grana Padano che difendono coi denti il loro prodotto. Noi non potremo impedire a nessuno né di produrre latte di bufala e nemmeno di farsi la mozzarella. Però possiamo difendere il nostro marchio e la qualità che vi associa. Noi dovremo fare una mozzarella così buona da invadere i mercati di nicchia. Nessuno ha la nostra esperienza secolare. Dobbiamo metterci assieme, rispettare le regole, riavvire un Consorzio. Coi caseifici va fatto un patto di lealtà. Dobbiamo portare la nostra mozzarella in quelle boutique gastronomiche capaci di venderla non a 20 ma a 40 euro al chilo. C?è bisogno di pensare ad un consorzio della Valle del Sele che promuova solo il nostro latte. Dobbiamo generalizzare quello che oggi fanno piccoli caseifici a conduzione familiare”.
Renato JOSCA

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22 Lug 2005

I particolari sulla tragedia degli Strafella a Ponte Barizzo

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Tragedia a Ponte Barizzo, l’intero paese piange i due agricoltori

Tanks a Ivano Montano, di Lira Tv

?Terra maledetta? ? grida una donna disperata ?restituiscimi Cosimo e Antonio?. Piangono tutti, anche chi non conosceva i due agricoltori, un padre ed un figliolo accomunati dallo stesso, tragico destino. Qualcuno prova a calmare la donna, moglie di Cosimo Strafella, 55 anni e madre del 25enne Antonio, ragazzo coraggioso che è morto nel tentativo di salvare il genitore.
Qualcuno prova a tranquillizzarla, dicendole che Cosimo e Antonio potrebbero essere ancora vivi. Ma lei ha capito tutto, vuole gettarsi nel fiume per raggiungere la sua famiglia. Le somministrano dei tranquillanti. Scene strazianti, difficili finanche da raccontare. Così come risulta difficile raccontare di una tragedia assurda, come quella consumatasi nel pomeriggio di ieri a Ponte Barizzo. Padre e figlio annegati nelle acque del Fiume Sele.

A perdere la vita Cosimo Strafella, 55 anni, molti dei quali spesi nel coltivare la sua terra per portare avanti la famiglia ed il figlio Antonio di 25 anni. L?uomo era a bordo di un trattore trainante una pompa da irrigazione e stava innaffiando il terreno di sua proprietà pescando l?acqua direttamente dal fiume.

Una manovra troppo azzardata però ha fatto ribaltare il pesante mezzo che è finito nel letto del fiume. Con ogni probabilità il figlio, accortosi di quanto stava accadendo, ha tentato di soccorrere il padre ma nel tentativo è anch?egli annegato. In quel particolare tratto, le acque raggiungono una profondità di cinque metri.

Le operazioni di recupero dei due corpi, affidate ad un elicottero dei Carabinieri del 7° Elinucleo di Pontecagnano e dai sommozzatori dei Vigili del Fuoco di Salerno, sono risultate molto difficoltose. Nel tardo pomeriggio i sommozzatori dei vigili del fuoco hanno recuperato la salma del 55enne. Il corpo dell’uomo era intrappolato sotto il pesante mezzo.
Ivano Montano
21/07/2005

Tenta di soccorrere il padre, annega con lui


Tanks a PAOLA DESIDERIO, “Il Mattino”

Cosimo Strafella, 55 anni, era nel suo campo di mais, sulla riva sinistra del Sele, un pezzo di terra coltivato e curato per produrre il mangime per l’allevamento di bufale dell’azienda. Suo figlio Antonio, 24 anni, lo ha raggiunto appena tornato dal lavoro in fabbrica. Con loro c’era anche anche l’altro figlio, Angelo, di 20 anni. Il sole alto, il caldo, la giornata di lavoro era dura, ma padre e figli, assieme, andavano avanti aiutandosi. Poi Cosimo è salito sul trattore. Doveva portarlo fino alla riva del fiume per prendere l’acqua. Antonio e Angelo lo guardavano mentre faceva un’operazione vista tante volte: avvicinare il trattore e calare la pompa per prendere l’acqua per l’irrigazione. Ma ieri la routine ha ceduto il posto al tragico imprevisto, una giornata normale si è trasformata in pochi secondi nella più brutta per la famiglia Strafella. Il trattore con a bordo Cosimo non si è fermato, ha continuato a scendere fino a toccare l’acqua per poi ribaltarsi. Il perchè non è chiaro. Antonio, istintivamente si è gettato in acqua per soccorrere il padre. Hanno assistito attoniti all’intera scena alcuni pescatori che si trovavano sulla riva accanto e su una barca. Quest’ultimo si è avvicinato, ha allungato un remo. Cosimo e Antonio sono riemersi per qualche istante per poi scomparire di nuovo nelle acque del Sele. Angelo è corso alla più vicina abitazione per chiedere aiuto, i pescatori si sono attivati con i cellulari. In pochi minuti sul posto sono arrivate le ambulanze dell’Humanitas da Ponte Barizzo con i caposquadra Arcangelo Grimaldi e Giacomo Caputo, i vigili del fuoco, i vigili urbani, i carabinieri con il comandante della stazione di Capaccio Scalo Carmine Perozziello. Impossibile muovere il mezzo, finito sul fondale profondo cinque metri. In supporto è arrivato l’elicottero del 7° nucleo dei carabinieri da Pontecagnano, le imbarcazioni della Capitaneria di Porto di Agropoli. Ma soltanto i sommozzatori dei vigili del fuoco di Salerno hanno potuto inabissarsi per sapere cosa fosse accaduto a Cosimo e Antonio. Fin dall’inizio è stato chiaro che erano pochissime le possibilità che si fossero salvati. Sotto choc la signora Rosa Serio Strafella. Solo intorno alle 20 è stato riportato a galla il corpo senza vita di Cosimo Strafella, successivamente trasferito all’obitorio del cimitero di Capaccio dove questa mattina verrà esaminato dal medico legale. Col calare della sera le ricerche di Antonio sono state sospese e riprenderanno questa mattina. Una rete è stata piazzata affinché la corrente non lo trascini verso il mare, la foce del fiume si trova infatti a pochi chilometri dal luogo dell’incidente. Poche, infatti, sono le speranze di ritrovarlo in vita.

La Forestale, il sogno di Antonio
Capaccio. Voleva entrare a far parte del Corpo Forestale. Era questo il sogno di Antonio Strafella che per la seconda volta di recente aveva presentato la domanda per partecipare al concorso. Per sapere come fare, quali documenti preparare, si era rivolto al comandante della Guardia Forestale di Foce Sele, Marta Santoro. «Un ragazzo tranquillo, posato, gioviale, legatissimo alla famiglia» lo ricorda la cugina, Sofia Strafella. Continuava ad aiutare il padre Cosimo, titolare di un azienda agricola con allevamento bufalino, ma da una settimana lavorava anche in un’azienda di Battipaglia. Dopo aver conseguito il diploma superiore all’istituto tecnico, si era subito messo al lavoro. Il tempo libero lo trascorreva con gli amici, al bar della contrada. Era andato a lavoro anche ieri, Antonio, si era alzato alle quattro del mattino, per il primo turno. Tornato a casa, anziché andare a riposare, aveva raggiunto il padre in via Barizzo-Foce Sele, dove si trovano i campi di mais della famiglia. Un’attività, quella dell’allevamento, che il papà Cosimo svolgeva da sempre. Lui era stato tra i soci della cooperativa La Perla, dal cui scioglimento è derivata la nascita di diversi caseifici. Cosimo, invece, dopo lo scioglimento della cooperativa aveva continuato a produrre il latte per venderlo ai caseifici della zona. Una famiglia conosciuta nella frazione, dove parecchi sono gli Strafella. La moglie di Cosimo, Rosa Serio, è insegnante presso la locale scuola elementare. Gli ultimi due figli sono Valentina e Giovanni. Subito dopo l’incidente sono state decine le persone che si sono precipitate sul fiume, in parte per aver udito il tonfo, in parte chiamate dagli altri. Hanno sperato e pregato che si verificasse un miracolo, che padre e figlio, fossero riemersi in un altro punto del fiume. Anche alcune suore del vicino istituto per l’infanzia, si sono aggiunte agli abitanti della popolosa frazione di Capaccio, rimanendo a lungo in disparte a seguire con discrezione le operazioni di recupero. Poi, quando intorno alle 20 è stato recuperato il corpo di Cosimo Strafella, anche l’ultimo barlume di speranza si è affievolito. pa.de.

Due commenti da www.salernonotizie.it
ANTONIO RIPOSA IN PACE ACCANTO AL TUO PAPA’ IL SIGNORE VI HA VOLUTO IN PARADISO!
…………………… 22/07/2005 – 14.59

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Sto malissimo ho appena saputo e sono a pezzi.. Antonio perchè?Le tue parole e i sorrisi non mi lasceranno mai.. L’ anno scorso mi eri accanto nel periodo piu triste della mia vita.. e se sono sopravvissuta a luglio scorso (proprio il 24 luglio!) è stato grazie a te!solo un grazie col cuore a pezzi. Non leggerai mai queste parole ma mi illudo che tu possa sentirle.. Arrivederci,Antonio.. … 22/07/2005 – 13.24

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18 Lug 2005

Di Lascio e Vecchio sulla Paestum che verrà. Pericolo disneylandizzazione?

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VERSO LA DISNEYLANDIZZAZIONE. LA PAESTUM CHE VERRA?/1

Conversazione con Luigi Di Lascio, docente universitario, e Sergio Vecchio, pittore

ORESTE MOTTOLA
S?incatenò agli alberi di via Elice Codiglione quando il comune decise di abbatterli per fare spazio ad una bella lingua d?asfalto, ma il pretesto era una pista ciclabile, il matematico Luigi Di Lascio, docente universitario e già volontario fondatore della Croce Rossa a Capaccio, mentre il pittore Sergio Vecchio fece in tempo a mostrare i suoi disegni a Umberto Zanotti Bianco e a Paola Zancani Montuoro. Vecchio aveva meno di dieci anni e quel precoce battesimo gli ha aperto gli orizzonti di una bella carriera.
Da Di Lascio e da Vecchio abbiamo raccolto le prime voci, critiche, sul varo del ?Pit Grande attrattore Paestum ? Velia?. L?investimento complessivo pari, a 150 miliardi delle vecchie lire, dice poco rispetto alle trasformazioni che si prospettano assai rilevanti. Si va dall?eliminazione della strada che dagli inizi dell?ottocento spacca la città antica Verrà scavato anche il decumano massimo, la strada est-ovest che da Porta Sirena (in corrispondenza della stazione ferroviaria) attraverso il foro romano conduce a Porta Marina. La strada che costeggia le mura diventerà un percorso conoscitivo pedonale o ciclabile o per il trasporto pubblico. La speranza dei più attenti alla questione economica è che riparta anche un meccanismo di sviluppo visto che l?attuale appare come inceppato. Come nessuno si sogna di contestare la parola d?ordine di tutti ?dell?andare oltre il turismo mordi e fuggi?.
Ma al ?ruggito? del sindaco Marino che vuole, sui 130 chilometri quadrati di territorio comunale, 20 mila nuovi posti letto per il turismo, si scatena la discussione. Il matematico Di Lascio fa subito un conto semplice semplice: ?Siete sicuri che non ci sia qualche zero in eccesso? Tenendo conto della ricettività attuale, ci sarà così una persona ogni 5 metri quadrati circa di spiaggia. Ancora una volta, malgrado gli errori di 50 anni fa, si torna a utilizzare la ?spiaggia? come volano dello sviluppo. La ?sabbia?, secondo quest?approccio, conterrebbe in sé categorie, modelli e previsioni della crescita economica e sociale del territorio. Se le cose stanno così, è semplicemente spaventoso!?.
Sulla stessa lunghezza d?onda è Sergio Vecchio: ?L?equazione posti letto in più uguale a più soldi, occasioni di lavoro, eccetera, è una visione povera e superata. C?è ancora chi pensa che la via più breve per incentivare il turismo sia quella di continuare a costruire alberghi, ristoranti e pizzerie. E? un abbaglio gigantesco. Le case ci sono già, e sono tante. Invece, non vedo un progetto di effettiva valorizzazione della spiaggia. Come manca un?idea forte di bonifica della pineta. Rimpinzarci di altre costruzioni, come realizzare altrimenti i 20 mila posti letto auspicati, non aiuterà a riqualificare quell?area?.
Più che di megainvestimenti per opere ciclopiche c?è bisogno di buone idee che guardino anche e più al cittadino che al portafoglio del turista. E Di Lascio fa un esempio: ?Quanto ce n?è voluto per arrivare alla pedonalizzazione dell?area archeologica. E? stato un successone. Un successone, come si direbbe oggi, della società civile, dei cittadini. Questo nuovo spazio d?incontro è frequentatissimo. E? una delle ragioni più forti per restare a Paestum. Un approccio al problema soggiorno a Paestum che è stato anche una lezione culturale?.
?Provate a percorrere – dice ancora Sergio Vecchio – la strada che dalla Foce del Sele porta fino ad Agropoli: è terrificante. Queste nuove previsioni d?investimento, che sono encomiabili – difettano nella non sufficiente considerazione del rapporto con l?altro nostro grande polmone. Che è quello che va oltre i Templi, e che è il mondo dell?allevamento bufalino e della coltivazione del carciofo. Dove sono, non dico i nuovi musei, ma i centri di documentazione su queste nostre plurisecolari attività? E i viaggiatori del Gran Tour? Conosciamo solo Goethe. E gli altri? E i contemporanei? ?.
Di Lascio ritorna al suo ?armamentario professionale?: ?Il grande attrattore nella teoria del caos, in matematica, è il punto dove il caos si risolve e, diciamo così metaforicamente, rinasce l?armonia. Nel nostro territorio, come da ogni altra parte, c?è un notevole ?disordine? tra i vari soggetti sociali ed economici. Ma le società, a qualunque scala, così ?organizzate? prima o poi collassano. Basta guardare allo stato attuale del mondo. Consumando ulteriormente la spiaggia o la pineta certamente non nascerà un nuovo ?ordine?, nel senso di un nuovo e più allargato benessere, di una nuova e più civile convivenza. Senza un progetto generale che si misuri con le grandi trasformazioni che stiamo osservando (e subendo), ridurre il tutto al trovare da dormire a 20mila persone aumenterà il caos generale. Quindi ben venga un Grande Attrattore, ma deve essere chiaro per quale Paestum, per quale soluzione.?.
Per Sergio Vecchio il punto è sempre il solito: ?Come immaginiamo il nostro turista? Noi lo pensiamo magari come ad un pollo da spennare in alberghi ristoranti, bancarelle e pizzerie. Lui poi arriva con la Mercedes, più un?altra macchina per la moglie ed i motorini per i figli. E? uno che paga, spende e pretende. E? stato studiato un ingresso a Paestum non più solo attraverso l?autostrada, con l?uscita a Battipaglia, ma anche attraverso il mare,? . C?è bisogno di una stretta integrazione con le attività dei comuni vicini: Eboli, Battipaglia e Pontecagnano. Lo ripeto, non c?è ancora, da parte dei soggetti pubblici, un discorso serio sul mare?. Il pittore- custode della memoria capaccese e pestana ricorda anche un?altra sua proposta: ?Fui io qualche anno fa a proporre il ripristino del fiume che costeggiava le antiche mura di Paestum. Navigabile, poteva permettere di visitare i templi in barca. C?è nelle attuali progettazioni?. Non mi pare?. E l?elenco delle dimenticanze continua. Come per l?ex Cirio. ?Nel progetto ?Grande Attrattore? non vedo nessun progetto sull?ex Cirio. Ci si è accapigliati fino ad ieri su se dovesse diventare il centro commerciale dove concentrare tutti i negozi di fronte all?area archeologica oppure un museo per l?arte contemporanea. A via delle Lupate (Tavernelle) c?è la palazzina delle ex opere pie del Cilento. Si abbatte o si recupera? E Palazzo De Maria? E cosa si fa dell?edificio dove attualmente c?è il bar di Enzo Voza??. Il discorso continua con il riuso della vecchia stazione ferroviaria. E? il luogo ideale – per Vecchio – per mettervi il Museo Archivio della Memoria di Paestum. Le prime indicazioni progettuali vi prevedono invece solo una ?sala per i prodotti tipici del Cilento. ?Io non capisco perché nella sala Buffet non si faccia un centro d?arte ospitando artisti (a loro spese!) che poi donino una loro opera a Paestum?. E dov?è quella grande biblioteca pur superinformatizzata e totalmente multimediale che un sito archeologico di rilievo mondiale come Paestum merita? Insomma, il ?Grande Attrattore? sembra voler cancellare la ?Paestum minore?, – quella, tanto per fare un esempio, che risalta dall?opera, assai preziosa, di Bruno Bambacaro, – per accentuare un?idea di archeologia alla Disneyland.?
Un impetuoso Sergio Vecchio fa notare come: ?Paestum non è morta con la fine dell?impero romano, anzi. Quello che c?è stato dopo è documentabile. I disegnatori del Grand Tour e poi la documentazione dell?attività della Cirio, e le altre industrie, della Bonifica, e tanto altro. Perchè non recuperare tutto questo alla memoria?.? Un altro appunto è rivolto agli organizzatori dei convegni: ?I simposi di archeologia non si devono fare più solo all?Ariston. Spostiamoci a Ponte Barizzo, nel fabbricone della Cirio, o a Gromola. A Gromola c?è la realtà dell?istituto professionale per l?agricoltura (facciamoci il museo sulla storia del carciofo, della rosa di Paestum e della bufala)?.
Le conclusioni le lasciamo al professor Luigi Di Lascio: ?In questa prima ipotesi progettuale di Grande Attrattore (- di nuova civiltà, di nuovo sviluppo, di diversa convivenza, di altra valorizzazione del bene ambientale e culturale -) sembra mancare un?anima attraente!?.

COSA C?E? NEL GRANDE ATTRATTORE/ LA SCHEDA
- Sette aree di parcheggio tutt?intorno alla città antica, nei pressi delle quattro porte principali che torneranno ad essere i varchi di accesso per i visitatori;
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- la strada che costeggia le mura verrà in ampia parte chiusa al traffico, realizzando al suo posto un percorso anulare pedonale e ciclabile, ad esclusione di Via Principe di Piemonte, affiancata comunque dal percorso di visita tra essa e le mura; la rettifica dell?intero tragitto stradale, adeguandolo alla morfologia originaria ed il contestuale recupero della Sorgente Lupata obliterata quando si edificò la strada stessa; la pavimentazione di Via Tavernelle, in vista del completo recupero dell?antico borgo commerciale; la messa in luce del Ponte Romano attualmente occultato dall?incrocio di Porta Aurea;

- La ristrutturazione della Stazione Ferroviaria, a Porta Sirena, in graduale dismissione da parte delle FS, con il restauro degli edifici e la riproposizione di servizi pubblici essenziali alla visita come la biglietteria, la sala d?aspetto, il deposito bagagli, un ufficio informazioni, il Gran Buffet della stazione, ma anche un ristorante panoramico, un centro per la prima accoglienza di giovani ed una sala che illustra gli itinerari di visita e i prodotti tipici di Paestum e del Parco Nazionale del Cilento.
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- Gli itinerari citati dalle quattro porte, dei quali nel primo stralcio si prevede quello per da Porta Marina a Torre di mare, con l?esproprio dell?edificio angioino (che ha dato il nome al borgo marinaro) e dell?area circostante, il suo restauro scientifico per la realizzazione di un punto informazioni, una sala espositiva ed un belvedere sul punto di vedetta;

A questi interventi si affiancano poi quelli necessari a non ?strappare? in due il comune di Capaccio, e quindi la realizzazione di nuove, più ampie e sicure strade, mantenendo pressoché inalterate le distanze, e migliorare la viabilità realizzando nuove arterie, come quella che dovrebbe congiungere la Licinella alla Strada Statale Salerno ? Vallo. Altre strade di avvicinamento alla città antica, come Via Sterpina e Via della Quistione verranno potenziate per decongestionare i nuclei costieri del traffico di attraversamento.
L?obiettivo primario è quello di creare una serie di percorsi di visita tali da ?costringere? il visitatore ad abbandonare la possibilità di una visita lampo giornaliera, il cosiddetto turismo mordi e fuggi, offrendogli una maggiore quantità di monumenti da visitare, una volta riqualificati, ed una migliore qualità della vita, con la possibilità di poter effettuare escursioni più o meno lunghe a piedi, in bicicletta o a cavallo. Si tratta in realtà di elevare il rango di Paestum da tappa, a meta effettiva da raggiungere.

Oreste Mottola
oreste@unicosettimanale.it

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17 Lug 2005

Sulla favola dei fagioli di Controne

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Tutti lo cercano ma è difficile produrlo, pochi lo trovano e così abbondano le contraffazioni. E’ la storia del fagiolo di Controne, non più di 300 quintali prodotti da poche decine di contadini alle falde dei monti Alburni ed un successo strepitoso sulle tavole dei migliori ristoranti. “Con un marchio collettivo comunale tuteleremo i consumatori ed i nostri produttori”, garantisce il sindaco Guglielmo Storti, che nel 1983 era un solo ragazzo ma diede vita alla sagra (quest’anno si terrà 29 e 30 novembre prossimi) più frequentata del salernitano. Al centro dei festeggiamenti ci sono i fagioli bianchi, teneri, gustosi e a cottura rapida. Hanno virtù curative giovando ai reni ed alla milza. Nutrono, non fanno ingrassare. Fanno bene alla pelle delle donne. Ecco le tante virtù dei veri fagioli di Controne. “E’ un fagiolo rampicante – recita l’adottando disciplinare comunale – a forma tondeggiante o leggermente ovoidale, di colore bianco, a buccia molto sottile che comporta una facile cottura senza spaccature”. I fagioli di Controne sono stati inseriti da Slow Food nell’elenco delle cento specialità italiane da salvare. E come scrisse il vescovo Sarpo, nel 1634, “i fagioli si frequentano da molti golosi di donna”, hanno proprietà afrodisiache. Ecco allora oggi scoppiare il fenomeno di del fagiolo osannato da un gastronomo come Beppe Bigazzi. Dove comprare? La via maestra, per mettersi al riparo da imbrogli è andare a Controne e contattare i produttori che certificano quel che mettono nel sacco. “Costa almeno 12 euro al chilogrammo, sotto di questa soglia è in agguato l’imbroglio”, dice Michele Ferrante, l’agricoltore che sempre è in prima fila, spesso anche da solo, in tutte le iniziative per promuovere il fagiolo di Controne.

CI RUBANO I FAGIOLI
“Ci rubano i fagioli. E sotto i nostri occhi”, denunciano i contadini di Controne. Nel paese dove il prossimo 31 ottobre ci sarà l’americanata della festa di Hallowen per il momento va in onda una storia antica, la lotta dei contadini contro chi vuole appropriarsi del frutto del lavoro. Raccogliere al posto di chi si è spezzato la schiena in campi spesso piccolissimi ed ha aspettato le due o le tre di notte per avere un po’ dell’acqua miracolosa che scende dalla fonte dell’Acquaviva. Una volta erano pastori e cacciatori ora sono i predoni che, vengono chissà da dove, arrivano in auto ed in pochi minuti raccolgono e scompaiono lungo la strada che costeggia il Calore che in un quarto d’ora ti porta sull’autostrada. “Attenzione! c’è una Panda rossa al Mascherone”, corre sui cellulari la difesa dei coltivatori di fagioli. Siamo a Controne, il paese che è diventato il sinonimo dei migliori fagioli italiani. Gli uomini che stanno nella bella piazza circolare dove ci sono gli uffici, i negozi ed i bar sono pronti a partire per andare a smascherare i ladri … dei fagioli che stanno ancora dentro le bacche. Tutta colpa del successo del legume che ha accompagnato i protagonisti di tanti film western dove anche gli angeli mangiavano fagioli. Sono rigorosamente di Controne quelli che vuole Alfonso Iaccarino per il suo celebrato ristorante, così come li ha cercati Romano Prodi per una cena bolognese ed il grastronomo Bigazzi tempesta di telefonate il sindaco Gugliemo Storti per avere congrui rifornimenti periodici. Il successo mondiale del legume alburnino prosegue inarrestabile. In Italia, in Europa, nel mondo dopo che qualcuno ha cominciato a dire che, se consumati in modica quantità , hanno perfino virtù … afrodisiache.
Quest’anno, poi, si profila un’annata eccezionale. Dopo i tentativi di imitazione, sotto le insegne del paese caro a san Donato, qualcuno infila o meglio rifila fagioli prodotti a Laurino, Stio e a Campagna, ora va in scena la lotta ai ladri che armati buste di plastica battono i campi coltivati e raccolgono al posto dei contadini. Con il prezzo ormai assestatosi sui 12 euro al chilo il saccheggio diventa decisamente lucroso. Nel piccolo centro alle falde degli Alburni, 980 abitanti, i due terzi dei quali in età da pensione, i 7,5 kmq di territorio sono guardati a vista. Il sindaco e il capo dell’opposizione, Carmine Ferrante, divisi su tante cose su una concordano appasionatamente: “Siamo il paese del migliore buon mangiare tipico”. Dopo il successo dei fagioli ora al centro della scena stanno arrivando anche col miele, il pane, l’olio e, anche se andiamo a finire fuori tema, i ricami ed i merletti delle 20 donne che organizza Rosa Piecoro.
I FAGIOLI PRONTI DI MICHELE. Quella che ai più può anche sembrare un’ideuzza semplice semplice è venuta a Michele Stellavato che qualche anno fa ha aperto quella “Taverna degli Antichi Sapori” che tanto ha fatto per dare dignità gastronomica al fagiolo anche nella sua terra d’elezione. “Le donne non hanno più il tempo e fors’anche la voglia di aspettare tutto il tempo che ci vuole per cucinare i nostri fagioli. Diamogli allora un prodotto certificato e già precotto che in dieci minuti può stare nella pasta o essere condito con l’olio extravergine”. Studi, molte prove, ed ecco che dalla “Desiderio”, piccola industria conserviera di Scafati, sono venuti fuori i primi fagioli (provenienti dalle coltivazioni di Mario Ferrante) pronti da mangiare.
L’ACETO DI MIELE DI ANGELO. E? tra i cinque o sei produutori capaci di trarre dal miele l?aceto balsamico. E? il miracolo che fanno all?Agrimell, l?azienda familiare di Angelo Campagna.
L’agricoltura la fanno gli anziani più come accompagnamento di un’esistenza crepuscolare che come avventura

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13 Lug 2005

Fausto Bolinesi sulla situazione dell’agricoltura altavillese

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Relazione di Fausto Bolinesi – Segretario della Sezione di Altavilla

Contrariamente al mito che vuole il contadino allegro, rubicondo ed in salute, i figli con le gote rosse che non si ammalano mai, fare l?agricoltore è duro, faticoso e anche pericoloso (sono convinto che siano sottostimati gli infortuni agricoli, piccoli e grandi, che si verificano quotidianamente). Lavoro duro e faticoso, dunque, e questo lo sa bene anche il nostro presidente del Consiglio il quale si è vantato di essere un presidente operaio ma, se non ricordo male, si è guardato bene dal voler essere un presidente contadino…

Il contadino non sta meglio degli altri, anzi al di là delle malattie professionali vere e proprie e delle patologie dovute all?usura, come l?artrosi, soffre anche di stress. Sì, perché condurre una piccola azienda agricola, oltre che svolgere un lavoro manuale faticoso, comporta la stessa tensione emotiva che prova un imprenditore industriale: tasse, scadenze, instabilità del mercato e fluttuazione della moneta, come ben sanno tutti gli agricoltori, e quelli della piana del Sele in particolare. Sia l?imprenditore agricolo che quello industriale, seguono l?andamento del prezzo del petrolio il cui incremento comporta inevitabilmente un aumento dei costi della produzione. A differenza dell?industriale però, l?agricoltore deve anche preoccuparsi di sapere se pioverà o meno: la sua economia, infatti, dipende anche dai capricci del tempo? oltre che di Bush. Inoltre, rispetto all?industriale?, più difficilmente e in ritardo potrà recuperare, se mai le recupererà, le maggiori spese. Chi lavora nel campo della fornitura di attrezzature agricole, mi ha confermato che nel 2004, ad esempio, c?è stato un aumento medio del 10% dei prodotti per l?agricoltura. Di tutto questo deve tenere conto chi amministra il territorio: l?agricoltura non deve essere, al di là delle tante manifestazioni di buone intenzioni, la cenerentola della economia nazionale, così come l?attenzione per l?agricoltura in provincia e nella piana del Sele in particolare, non deve essere mai secondaria a quella che si ha per i centri urbani.
Per la verità i finanziamenti, a detta degli stessi agricoltori e allevatori altavillesi, ci sarebbero anche, ma quello che lamentano è l?incertezza che aleggia sempre nella loro erogazione e le lungaggini burocratiche che è necessario percorrere per ottenerle, anche se va dato atto alla Regione Campania di aver fatto passi avanti in questo senso. L?agricoltura della piana, dunque, nella sue due grandi filiere: il comparto agricolo zootecnico (allevamento bufalino e la conseguente coltivazione del mais), e il comparto ortofrutticolo (coltivazioni sotto serre e a cielo aperto) deve essere aiutata ad affrontare la concorrenza nazionale ed estera che si fa sempre più agguerrita. Le nostre aziende, infatti, dovranno confrontarsi con nuove realtà come i Paesi del centro Europa da poco entrati nella comunità europea, come ad esempio la Polonia o l?Ungheria. Questi paesi, con l?inevitabile passaggio dalla loro attuale agricoltura estensiva a quella intensiva, sfruttando anche le innovazioni tecnologiche di cui si sono impossessate magari utilizzando proprio i fondi comunitari che già ricevono e che riceveranno sempre di più, rischiano di togliere quote di mercato ai nostri produttori. Anche perché lì esistono aziende agro-forestali che hanno una estensione di 60.000 ettari (Per avere un termine di paragone si tenga conto che tutta la piana del Sele arriva a circa 29000 ettari). In Ungheria c?è inoltre un progetto per coltivare sotto le serre una vasta area di territorio sfruttando il calore delle acque termali.

I nostri agricoltori devono essere aiutati nella sfida che ci lanciano questi paesi ed esistono due strade, entrambe percorribili. Una è quella della creazione di un sistema integrato agro-alimentare in modo da commercializzare direttamente i propri prodotti o addirittura di lavorarli. Questo comporta due grandi vantaggi: il primo è quello di essere autonomi, cioè di non dipendere dalla volontà, dagli interessi o dai capricci del compratore; il secondo, forse più importante, è che commercializzando direttamente ciò che si produce si salvaguarda la tipicità del prodotto. Conosco personalmente un agricoltore che produce ottime albicocche biologiche che vende ad una multinazionale: questi frutti potranno essere, e lo sono, anche eccezionali, tipici della zona, ma la loro tipicità si perde nel sapore standard della marmellata della multinazionale.
L?altra strada prefigura accordi con i paesi che entrano in Europa per esportare la nostra tecnologia per la frutticoltura, per le primizie e per la trasformazione dei prodotti zootecnici. Gli operatori agricoli della piana del Sele possono e devono diventare i leaders in questi paesi per formare joint venture. In questo modo da un lato esportiamo la nostra tecnologia, considerato che, a quanto mi dicono, i frutticoltori della piana del Sele non hanno niente da imparare, dall?altro possiamo utilizzare i fondi comunitari che vengono dirottati in quei paesi che hanno maggiore mercato. Ma occorre darsi da fare, perché friulani, veneti ed emiliani sono già entrati in queste joint venture. In altre parole è necessario che l?agricoltura si industrializzi, ma alla fine della filiera il prodotto deve essere qualitativamente inattaccabile e, come detto in precedenza, deve essere salvaguardato nella sua tipicità. Proprio per questo bisogna avere, come dire, un occhio di riguardo verso le piccole e medie aziende, perché con le grandi è poi difficile parlare di tipicità. Ciò non vuol dire che non si debba favorire, per quanto possibile, l?aggregazione in consorzi di imprese per impedire il fenomeno negativo del frazionamento dei terreni perché oggi è difficile fare il contadino con meno di tre ettari. E qui si tocca il problema cronico dl sud: la poca propensione all?associazione, alla collaborazione. Si dice che i contadini siano per natura diffidenti, ma allora perché i contadini del trentino riescono a mettersi in cooperativa?
Per quanto riguarda il settore orticolo, bisogna far sì che i processi di lavorazione che già esistono in loco vengano incrementati prestando la massima attenzione all?igiene della lavorazione e salvaguardando l?ambiente perché, non è stato detto fino ad ora ma è evidente: non esiste una agricoltura di qualità senza un ambiente di qualità, privo di qualsiasi tipo di inquinamento.
Quanto detto per il comparto ortofrutticolo vale anche per quello zootecnico. Bisogna favorire i prodotti di qualità soprattutto nel settore del biologico. Ad Altavilla esistono produttori di carne biologica certificata che hanno la loro azienda nella fascia collinare, sul confine del Parco del Cilento, proprio in una zona in cui l?amministrazione di centro destra voleva insediare quello che era annunciato come un sito di compostaggio ma che sarebbe certamente diventata una discarica. Dico sarebbe diventata perché, grazie alla mobilitazione della nostra sezione, l?idea è stata accantonata. Naturalmente non si può negare l?importanza della mozzarella nell?economia delle nostre zone anche se quando l?economia di un intero territorio si fonda su un unico prodotto c?è sempre il rischio che sia una economia fragile e che per motivi puramente economici o anche biologici (vedi ad esempio il grave pericolo della brucellosi) possa andare in crisi. Per fortuna il comparto sembra che abbia retto e che regga, ma questo è dovuto unicamente all?accuratezza della lavorazione e alla qualità del prodotto finale. E si torna inevitabilmente, come si vede, a battere sullo stesso tasto: la qualità del prodotto.
Lo sviluppo della mozzarella, al di là degli ovvi, indiscutibili, grandi benefici economici che ha apportato in tutta l?area, ha però penalizzato l?agricoltura delle zone interne ed ha fatto sì che decine di ettari fossero coltivati a mais a scapito dei prodotti tipici, alcuni dei quali sono spariti, come la famosa, anguria di Altavilla Silentina i cui semi mi dicono sono conservati alla facoltà di Agraria di Portici. Il recupero di questo prodotto, sarebbe una scommessa vincente perché unico e tipico.
Parafrasando ?Bologna? una famosa canzone di Guccini potrei dire che Altavilla, in bilico com?è fra piana del Sele, la valle del Calore e gli Alburni, è ?una vecchia signora col seno nella piana del Sele e il culo sui monti?. Ma trovarsi in una posizione geografica di confine non può essere penalizzante se si programma la gestione e lo sviluppo delle risorse del territorio, con le sue varie realtà economiche, non col rigido e burocratico metodo dei confini geografici o amministrativi dei comuni, ma tenendo conto della comunanza di interessi. Pontecagnano, ad esempio, non è attaccato ad Altavilla, ma i produttori agricoli altavillesi sono i primi ad essere contenti se si stanziano fondi per l?aeroporto o per la stazione ferroviaria di Battipaglia o l?alta velocità a Bellizzi, perché migliorare i trasporti significa ridurre i costi di produzione e aumentare la competitività. Come non si può, quindi, prescindere dall?ambiente, così l?agricoltura non può fare a meno delle infrastrutture che però devono assolutamente essere potenziate.
Vi prego di non considerare Altavilla solo un paese di settemila abitanti e altrettanti bufali, ma quella che in realtà è: una ricchezza per tutta la provincia, con il suo patrimonio di risorse umane, paesaggistiche, ambientali, agricole ed anche di intelligenze per farle sviluppare. Certo è penalizzata, bisogna dirlo, da una amministrazione di centro destra che è stata assente nella zonizzazione del PIR della provincia e che non si preoccupa affatto di far entrare il comune almeno nell?area contigua al parco del Cilento, anzi sembra temere questa eventualità. E? una politica, se politica si può chiamare, che ha comportato ritardi gravissimi e contro la quale i DS altavillesi si stanno impegnando e si impegneranno con l?aiuto, che richiedo anche in questo momento, dei compagni che qui rappresentano le istituzioni, in questo caso la provincia.

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03 Lug 2005

Valva, aristocratica e misteriosa terra sulla via del grano da Eboli a Matera

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?Fu allungata nelle proprietà del marchese di Valva per dotare il suo feudo di una strada, a spese dello Stato?.

Valva, mithus vivit, quando il mito torna a vivere. Con le storie di dei e ninfe scolpite nella pietra dalla mano dello scultore fiorentino Donatello Gabrielli, il Castello dei d?Ayala Valva è l?emblema dell?incontro con la bellezza. Prima ancora qui era di casa l?abbondanza, con la produzione di grandi derrate alimentari: vino, olio e grano. “Vino Valva da Mezzo taglio: Rosso, schiuma rossa che conserva a lungo, sapido, brillante, fresco, armonico con leggero profumo sui generis, sebevole, acidulo, alcole da 13 a 14°; vini da pasto da 11 a 11,5°?. Ed ancora: ?tra i vitigni più rinomati: aglianicone, aglianico uva di Troia?. E? quanto troviamo scritto in una vecchia relazione agraria dei primi del Novecento. Nella villa ? castello una botte in rovere di Slavonia, da 365 quintali di vino: ?mansueto gigante in legno che aveva ospitato interi vigneti nelle sue branchie?, scrive Diomede Ivone, oggi prestigioso docente universitario ma nel 1958 solo un giovane aspirante giornalista, quando visita il paese.
La Puglia è qui.
Valva: snodo importante sulla via del grano tra la piana del Sele ed il Tavoliere delle Puglie. Produceva e tanto quell?Azienda Marchesale di Valva, che si estendeva tra le province di Salerno ed Avellino. La proprietà era di una casata nobiliare che risiedeva tra la Puglia e la Svizzera. Uno scatto in avanti l?aveva avuto dal marchese Giuseppe Maria Valva che, di fatto era il ministro dei lavori pubblici con il re Ferdinando IV, quando questi, nel 1789, lo incaricò di costruire la strada che da Eboli portava fino ad Atella in Basilicata, comunemente chiamata la Via del Grano. Collegava il Tirreno con l’Adriatico, facendola passare per il territorio di Valva. E il suo feudo ne ricevette una straordinaria valorizzazione. Come scrive Filomena Monica Losco: ?Nel delineare il tracciato, il Marchese allungò di molto il perecorso, con varie giustificazioni, per farlo passare nei suoi possedimenti di Valva, anzicè utilizzare il passaggio naturale della Sella di Conza?. Ed ancora ?La strada di Matera fu così allungata nelle proprietà del marchese di Valva per dotare il suo feudo di una strada, a spese dello Stato?. Niente di nuovo sotto il sole.
Tra i fantasmi di un uomo solo.
Ticket da tre euro ed eccoci tra la statue delle ?bellezze muliebri che il marchese ha conosciuto nei viaggi e di cui ha voluto conservare, nel marmo, una memoria più duratura di una fotografia?, come raccontò allora al cronista Emilio Grassi, il settententrionale che dirigeva l?azienda. ?Ne ha spesi di soldi per i nudi e le statue?, aggiunse l?amministratore dei beni del marchese.
“Campare di turismo? E’ ancora una velleità: ci mancano alberghi e ristoranti. Si sta però provvedendo”, sospirano le guide turistiche, che solo nei fine settimana, accompagnano i turisti nel bosco delle meraviglie. “… Si viene risucchiati dall’inquieta fantasia del marchese, si soggiace ai miti che hanno guidato la sua fantasia di uomo solo”, racconta sempre Diomede Ivone. Erano passati solo pochi anni da quando l?ultimo marchese, Balì dell?Ordine di Malta, scapolo e senza eredi, aveva lasciato tutte le proprietà al blasonato ordine cavalleresco.
I suoi sogni
Il parco è popolato non solo dai richiami quasi onirici del nobiluomo: fate ed elfi, poi teatranti e dame. Ed anche i briganti: uno di loro, l’Anselmi fu quello che uccise il potente fattore Falcone. Lo fucilarono proprio all’ingresso ed una piccola croce nera, nell’unica pietra a vista, testimonia ancora oggi l’accaduto, piccola icona della ?storia bandita? del nostro sud. E’ il sapore del passato che prende il visitatore ad ogni passo: clima da new age, atmosfere da “Signore degli anelli”, siamo nel giardino di ?verzura? all’italiana ma coltivato “all’inglese”, ovvero che tende alla rinaturalizzazione è anche nel paese. Il bosco è pieno di grandi abeti rossi e poi platani giganteschi. Le statue richiamano la mitologia che aiutava il ?titolato? a farsi ragione di una quotidianità non esaltante: Apollo e Dafne, Tritone, Amore e Psiche, e poi la Fontana delle Triadi. Ercole è lì, ma è stato capitozzato dai ladri. C’è poi la meraviglia di quell’anfiteatro all’aperto dove un centinaio di statue faceva compagnia al barone d’Ayala (“mi raccomando con la d minuscola”, mi dicono Gerardo Palombo, e le altre guide turistiche) quando quasi da solo guardava gli spettacoli delle compagnie di guitti che passavano. Teste di pietra d?uomini e donne, che dalle siepi sembrano ascoltare le voci del bosco, sono rivolti verso un palco vuoto, due stanze laterali sembrano fungere da vallette.
Pubblicità zero e tutti col sangue blu.
Ancora oggi è luogo di concerti lirici, spettacoli, poichè la splendida acustica di questa struttura ne esalta l?esecuzione. Aperto solo nei fine settimana, Villa d?Ayala, pubblicità zero, fa segnare tremila visitatori all’anno. “Dobbiamo ringraziare gli operai della comunità montana dell’Alto e Medio Sele se viene pulito”, raccontano ancora le guide. I visitatori illustri non mancano: la notte dell’11 aprile 1807 Giuseppe Bonaparte, re di Napoli e della Sicilia, chiese ed ottenne asilo per una notte e alle prime luci dell’alba ripartì. Nel 1943, vi si trattenne il maresciallo Kesserling che vi aveva fatto attrezzare un ospedale per i suoi soldati. “Siamo il più pugliese dei paesi salernitani”, dicono a Valva, perchè questo è il paese che si trova sulla vecchia strada del grano, quella che da Eboli porta alla Puglia. E da Taranto vengono i d?Ayala che hanno via via soppiantato i Valva. Dai paesi vicini si divertono a prenderli in giro: “I valvesi? Tutti col sangue blu. Discendono dal marchese quando c’era ancora il jus primae noctis”. ” Qualche fondamento, qui come altrove, c?era fino a tre secoli fa”, raccolgono oggi nient’affatto arrabbiati. In realtà la storia del paese è fortemente intrecciata con quella dei Valva prima e dei d’Ayala dopo. L’Azienda Marchesale (“questa va scritta con le maiuscole”, raccomanda Palombo) aveva migliaia di ettari di terreno: da Colliano, Laviano e poi Teora nell’avellinese. Le produzioni di olio e vino erano incalcolabili così come il numero delle persone che vi trovava lavoro. “Quando durante l’estate il nobiluomo lasciava la sua residenza di Losanna e veniva a trascorrere un periodo di vacanze al castello, ogni tanto, la sera, salivo a fargli compagnia. L’arte era il suo argomento preferito. Qualche volta suonava il pianoforte, e componeva. Tra le carte che ha lasciato ci deve essere anche qualche sua opera…”. Racconta a Diomede Ivone, nel 1958 giovane giornalista de “Il Mattino”, don Lorenzo Spiotta, “gagliardo sacerdote ottantenne della chiesa di San Giacomo Apostolo”. Questa è la storia che finisce nel 1951. Dopo si apre il capitolo dell?emigrazione nei quattro angoli del mondo, della formazione di una nuova proprietà terriera e lotta dei contadini per la raccolta delle olive. Arriva poi il terremoto del 1980. Ma Valva è capace di una ricostruzione che ancora oggi è additata ad esempio. Il centro storico, è uno splendido esempio di ricostruzione artistica. Pur quasi totalmente raso al suolo, le amministrazioni guidate da Michele Figliulo, che poi è uscito indenne da 99 processi, si impegnarono in una ricostruzione fedele a quanto era andato distrutto, furono numerate le rovine delle case cadute permettendo in questo modo di riprendere la vecchia architettura fusa ad una moderna ricostruzione del centro abitato.
Terra aristocraticamente misteriosa.
Valva terra aristocraticamente misteriosa. Numerosi sono stati i reperti archeologici risalenti al I secolo venuti alla luce nel 1937, tra cui un grande cippo commemorativo addossato ad un muro di terrazzamento del terreno ed una lapide dedicata all’ Augustale Caio Spedio Atimeto dal figlio Caio Spedio Asiatico. Quest?ultima, saltata fuori alla Fabbrica, fu trasferita in paese e fatta murare sulla parete di una delle tante meravigliose grotte del parco dei Marchesi di Valva. Fuori dalle mura resiste però quella piccola croce per quel brigante che scannò il massaro Falcone.

Oreste Mottola

oresteottola@ilvalcalore.it

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