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02 Feb 2008

CAPACCIO. Di là dal Sele e prima di Paestum: ecco Gromola

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 Gromola, la storia e la modernità. Tra Paestum ed il Sele

"Voi sapete che siamo in cerca dei resti di un santuario antico e l’inseguimento vostro è veramente ridicolo; ma veramente credete che sono venuto a complottare con le bufale?", scriveva così Umberto Zanotti Bianco, il 4 aprile del 1934, al Prefetto che gli aveva due poliziotti alle calcagna che lo sorvegliavano mentre si muoveva, con Paola Zancani Montuoro, tra gli acquitrini e le boscaglie di Gromola. "Dopo due giornate tra le paludi e le boscaglie, animate soltanto da mandrie di bufale e da torme di uccelli migranti…". La Gromola di allora era questa: c’era il feudo di Marietta Pinto che poi passò alla "Fondi Rustici", un’azienda romana. Il centro delle attività era presso la bufalara che qualcuno vuole disegnata da Vanvitelli. "Ha sicuramente più di tre secoli", racconta l’anziano Felice Morena, sceso giovanissimo da Pruno di Piaggine per la più ubertosa Piana del Sele. "Sulla campana c’è la data del 1911. Quando suonava voleva dire che stava scorrendo il siero ottenuto dopo la lavorazione di provole e mozzarelle e richiamava i maiali. Pur pascolando liberi anche a distanza di diversi chilometri, i suini, tornavano da soli verso il centro dell’azienda dei Pinto. Bufale, maiali, vacche allo stato brado. Questa era la Gromola di quei tempi. La Gromola di oggi è invece una località al centro della fertile Piana del Sele, dotata di una bella piazza e di un’imponente chiesa, originale complesso architettonico, opera dell’architetto Ezio Caizzi, L’originale architettura della Chiesa, centro ideale del Borgo omonimo, conclude la piccola piazza ed afferma, nelle sue linee ascensionali, un simbolico senso di elevazione. Non a caso è al centro di una lieve altura di travertino.

L’avvio nel dopoguerra.La grande rivoluzione comincia con gli anni Cinquanta. Così ce la racconta una cronaca rimasta anonima: "Nel 1950 il territorio di Gromola era un latifondo di proprietà della "Fondi Rustici" parte ad acquitrino (in modo particolare il terreno prospiciente il fiume Sele ), ed il resto destinato prevalentemente a culture estensive ed a pascolo, privi di sistemazione idraulica agraria. Gli interventi effettuati dal 1952 in poi dalla Sezione Speciale per la Riforma Fondiaria compresero in sintesi le seguenti opere: Messa a cultura dei terreni con le relative opere di trasformazione (dissodamenti, sistemazione del terreno, opere irrigue). Fabbricati per l’insediamento poderale dei coltivatori; ricoveri per gli allevamenti e pro-servizi. Opere di carattere interpoderale (strade, acquedotti, elettrodotti). Borgate di servizio, destinate a soddisfare le essenziali esigenze di ordine sociale ed a favorire le condizioni di vita della popolazione insediata in campagna. Il Sistema dell’insediamento sparso, attuato nella Piana del Sele, mentre offriva evidenti vantaggi per la continua presenza dei coltivatori sul podere, richiedeva peraltro provvidenze atte ad eliminare l’inconveniente dell’isolamento delle famiglie. Il Borgo di Gromola, costruito sulla sinistra del fiume Sele, fu la principale realizzazione di questo tipo compiuta dalla sezione nella piana del Sele, inaugurato dall’On. Mariano Rumor , allora Ministro dell’Agricoltura e Foreste".

La "fortuna" di Gromola. Non c’è località della Piana così al centro delle relazioni civili ed economiche com’è Gromola: si trova a 4 Km. dalla statale 18, a 3 da Capaccio Scalo attraverso Via Fornilli, oppure 4 Km. dalla Via Provinciale litoranea. Pietro Noce vi è arrivato invece da Trentinara. La sua famiglia, come altre trecento, vi ebbe un podere: "Da allora le nostre infrastrutture sono rimaste uguali. Un po’ di illuminazione, una panchina o una vetrata. Sono cambiate le nostre case, le nostre famiglie, il nostro modo di rapportarci alla coltivazione della terra. Ma la piazza di Gromola, che pure è molto bella, è sempre la stessa. La terra? Ormai la lavorano solo gli anziani o la si concede in affitto. Che volete che uno ci faccia con un ettaro di terreno?".

Morena e Cerrato. Chi invece è andato oltre sono i Morena ed i Cerrato, proprietari di importanti aziende vivaistiche. Sono riusciti ad imporsi al monopolio delle più agguerrite multinazionali cementieri olandesi e delle aziende del Settentrione. Morena esporta nel soprattutto centro – sud Italia. Ha cominciato dal 1987, "costretto dall’evoluzione dei mercati". Nella sua azienda ci sono più di 20 operai e ci lavora l’intera famiglia. Sforna migliaia di contenitori con tutte le solanacee e i fiori. Dalle chicas alle viole. Il padre arriva dalla sperduta Pruno di Piaggine mentre lui, "ho solo la terza media", dice orgoglioso, è un punto di riferimento dell’agricoltura italiana più moderna. Il suo settore è quello che è stato investito dalle più veloci innovazioni tecnologiche e di marketing. La gdo, la grande e moderna distribuzione organizzata, detta legge. Con i vecchi mercati ortofrutticoli costretti a cambiare pelle e a mettersi alle spalle un certo folclore, o peggio, l’antico sospetto di "pressioni" delinquenziali. C’è poi l’esplosione del biologico, con migliaia di aziende agricole che hanno bandito la chimica dai loro metodi di coltivazione. Ne è passato di tempo da quando tutto si riconduceva al pomodoro, con il "contorno" di carciofi, peperoni, finocchi, cetrioli ed insalate. Ora c’è tutto un mondo di nuove produzioni, i tecnici li chiamano della IV e V gamma. Sono i prodotti orticoli pronti per il consumo. Chi li produce è costretto a rincorrere le mode e modificazioni culturali che investono la società . Con le donne che lavorano la preparazione di pranzo e cena dev’essere sempre più veloce e gli ingredienti (come gli ortaggi) devono sempre più essere adatti all’uso. Ed è la Piana del Sele è zona d’avanguardia. Grazie alle piantine di Cerrato e Morena.
La chiesa. L’originale architettura della Chiesa, centro ideale del Borgo omonimo, conclude la piccola piazza ed afferma, nelle sue linee ascensionali, un simbolico senso di elevazione. Notevole è la leggerezza della struttura, tutta in cemento armato, che tocca le fondazioni in solo cinque punti di appoggio. La chiesa e la canonica coprono una superfice di 450 mq. L’interno della modernissima chiesa, nella sua lineare semplicità e nei suggestivi effetti di luce, crea una particolare atmosfera di raccoglimento. L’illuminazione è realizzata mediante una finestratura a piano di calpestio; una luce diffusa proviene dalle finestre in alto e si concentra sull’altare mentre la zona vicina all’ingresso rimane in penombra. La chiesa è dedicata a S.Maria Goretti.
Hera Argiva"Dopo la Foce del Sele, la Lucania e il santuario di Hera Argiva, la fondazione di Giasone è vicino, cinquanta stadi da Poseidonia", scrisse Strabone. Tra le bufale che pascolano placide in una pianura dominata da ampie pozze d’acqua (siamo sotto al livello del mare) c’è una delle meraviglie dei beni culturali italiani, il "Museo Narrante". Una bella "centa" ci racconta subito il percorso religioso – culturale da Hera al culto popolare della Madonna che tutti conosciamo. Le metope e i gli altri reperti parlano, cantano e suonano. Si materializza una massa di donne in processione che prima cantano le lodi di Hera in greco antico e poi, in dialetto ed in italiano, le preghiere alla Madonna del Granato. E la stanza con i fusi per filare il cotone. Le leggende di Giasone, Eracle, Achille, Ulisse ed Oreste escono dai bassorilievi delle metope ed una voce li racconta: è uno dei testi più affascinanti che l’antichità ci abbia mai trasmesso. Evocano miti e modi di agire, come la religiosità popolare, nient’affatto cambiati dopo più di 2500 anni. "Raccontare emozionando", dice il telearchitetto Fabrizio Mangoni è la missione del Museo Narrante di Hera Argiva. E’ il primo luogo d’Italia dove le nuove tecnologie audiovisive hanno rivoluzionato l’idea seriosa che un po’ tutti abbiamo dell’archeologia. Dove i i filmati e le installazioni narranti di Fabrizio Mangoni, hanno stravolto l’idea stessa di Museo. I più affascinati sono i bambini. Pensando di entrare in un libro di scuola s’immergono nel più straordinario, e divertente, dei film storici. Anche il visitatore meno avvezzo alla classicità riesce ad impadronirsi delle atmosfere che respirarono quel gruppo di greci che nel VI secolo scelsero questo luogo per insediarsi e per meglio commerciare con i vicini etruschi. Greci più etruschi, ed ecco i salernitani di oggi. Le città degli dei non nascono per caso. Spuntano sulla sponda del fiume e in riva al mare. Tra campi sterminati e dietro lo scudo della montagna. Dove c´è terra fertile da consacrare ad Hera, e dove un porto, mezzo fluviale, mezzo marino, poteva far invidia a Sibari, perché è da lì venivano gli Achei, i greci che seicento anni e più prima di Cristo fondarono Poseidonia, la città del dio del mare. L´antica Paestum è greca, figlia di Giasone e del mito degli Argonauti.Una puntata ad Hera Argiva è possibile farla sia lasciandosi alle spalle, sono a poche centinaia di metri, le affollate spiagge pestane che l’ultratrafficata Statale 18 che porta verso le cose cilentane. A qualche chilometro dalle mura di Paestum, a "50 stadi" a stare alle misure di Strabone, il geografo dell’antichità, oggi è un po’ una caccia al tesoro perché la segnaletica stradale del comune di Capaccio è ancora carente. Nonostante tutto ciò, dall’apertura datata novembre 2001, le presenze sono state oltre ottomila. E’ tempo quindi per fare un primo bilancio.

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20 Mar 2007

Serre, come comincia la storia di Valle della Masseria

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Da oltre tre mesi Guido Bertolaso, commissario straordinario per l?emergenza rifiuti in Campania, ha individuato Valle della Masseria, nel comune di Serre, come discarica dei rifiuti. La ?buca? è profonda 25 metri, sembra già pronta a ingoiare rifiuti per due milioni di metri cubi, è naturalmente impermeabile. È di argilla, può facilmente essere protetta dalle infiltrazioni di percolato, i torrenti di veleno liberati dalle masse umide di immondizie. Può tamponare per oltre un anno l´emergenza rifiuti in tutta la Campania. Le controindicazioni sono altrettante. E? all?interno dell´oasi naturale che riunisce le ultime lontre e gli aironi tra i corsi di acque limpide del Sele, non sopporterebbe l´impatto ambientale di migliaia di camion che percorrono da Napoli 130 km e violano per almeno mezz´ora il parco faunistico, c?è il rischio di un intervento dell´Unione europea per violazioni dei siti protetti. «L´area è sottoposta a sei o sette vincoli ambientali», ribadisce Palmiro Cornetta, sindaco di Serre. I maggiori pericoli li corre il fiume Sele. La discarica è a meno di 400 metri dal fiume e questo causerebbe l’inquinamento delle acque fluviali, per il versamento di percolato. Percorsi altre poche centinaia di metri il fiume viene fermato dalla diga che viene utilizzata per irrigare i 40mila ettari di campi e serre della piana del Sele, da cui dipende tutta l’economia della zona e produzioni di grande rilievo e pregio quali la mozzarella di bufala. ?Si finge di non sapere ? scrive Franco Ortolani, docente di geologia presso la Federico II di Napoli -che dall?Oasi di Persano, ubicata 500 m a valle del sito proposto per la nuova discarica regionale, vengono prelevati circa 250 milioni di metri cubi l?anno per irrigare circa 23.000 ettari nei quali si svolge una qualificata attività agricola che da occupazione a circa 40.000-50.000 persone?
C?è poi un?intera comunità di contadini, quasi tutti dediti a produzioni ecocompatibili, che ha le proprie case a poche centinaia di metri dall?area della futura discarica..
«In questa terra sono nato e voglio morire. Ma voglio morire di vecchiaia non intossicato dai rifiuti. Se serve a salvare il mio paese sono disposto anche a cedere parte della mia stessa terra e dare i soldi al sindaco per mandare fuori Italia la spazzatura». Feltrine Giugne, viso rugoso e mani callose, è uno dei tanti manifestanti over settanta che da due mesi presidiano Valle della Masseria. È uno dei più vecchi agricoltori della zona. Anzi, di quelli che ancora lavorano nei campi. La sua terra si estende giù per la vallata, stretta negli Alburni e bagnata dal Sele. Alleva vacche e coltiva frutta: questo è tutto il suo mondo, l?unico che conosce.
Da mesi migliaia di persone, soprattutto contadini e giovani, divise in turni di presenza, hanno ?sigillato? la zona, impedendo di fatto l?accesso ai tecnici incaricati di fare i sondaggi geologici.
Il 14 marzo ha chiesto alla sua gente di «stare tranquilla» e, poi, quando ha visto i primi spintoni della polizia, si è seduto a terra, in difesa dei suoi concittadini. «Dobbiamo essere come Gandhi – ha detto incitando i suoi dal magafono – rispondere con la non-violenza alla forza dei manganelli». Palmiro Cornetta ha cercato il dialogo fino all?ultimo. Fino a quando è stato spintonato e spostato con la forza dalla polizia. Quando, intorno alle 8 è giunta da Salerno la colonna di uomini e mezzi delle forze dell?ordine, ha preso la fascia tricolore, l?ha indossata e ha atteso impassibile e sereno gli eventi. E ha tenuto la fascia sempre. Anche quando è strato strattonato e bloccato dai poliziotti.
. «Ho raccolto delle carte – prosegue – che dimostrano che attorno a questa cava c?è uno ?strano movimento? di soldi. «Abbiamo dei sospetti – dice il consigliere regionale Michele Ragosta – stiamo cercando le prove. Sembra che sui terreni della cava di recente siano state eseguite delle operazioni di compravendita dei suoli un po?… strane. Stiamo cercando conferme nelle carte». Voci di popolo parlano di «contatti» tra il commissariato di Governo e alcune potenti famiglie già nell?era del commissariato Catenacci. Figlio di contadini, Palmiro Cornetta ha studiato medicina ma, come tutti i suoi compaesani, ha scelto di restare nel suo paese natio. La sua vita negli ultimi due mesi è diventata un inferno: manifestante e sindaco, rappresentante istituzionale e rivoluzionario ha dalla sua una folta schiera di primi cittadini che riesce a trascinare ovunque, in tutte le sedi «importanti» a sostenere la sua battaglia.
Insomma non c?è pace in Campania, però, sebbene da un contesto negativo, è venuto a galla qualcosa di buono: è veramente da applaudire la volontà di questi cittadini di fare qualcosa concretamente per il loro territorio, sono persone che si divincolano dagli stereotipi della noncuranza e della pigrizia italiana, e che spendono il loro tempo e le loro energie per evitare che tutto vada a rotoli. Non solo, questi cittadini offrono della Campania un spaccato diverso da quello che è solitamente protagonista delle cronache, nonostante tutto non c?è solo la criminalità.
Tutti impegnati nella spasmodica ricerca del sito dove smaltire i rifiuti salvo, poi, dover fare i conti con la protesta degli abitanti del luogo individuato. Nessuno, però, affronta in modo serio il problema legato alla raccolta differenziata che fa registrare in Campania un valore pro capite pari a 51,6 kg/abitante per anno (140 grammi al giorno!). Un mancato decollo che caratterizza tutte le province della regione con tassi di raccolta, nella maggior parte dei casi, inferiori al 15%. Allora perché insistere su Serre? Perché questo accanimento contro una zona, popolata prevalentemente da pacifici contadini, che ospita una bellissima ed incantevole Oasi? Il primo aprile, quest?ultima, compie pure gli anni: trenta.
Oreste Mottola

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09 Set 2006

PERSANO. La storia del principe che ha recuperato l’antica razza del cavallo

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Il principe falconiere che ha recuperato la razza dei cavalli di Persano

Alduino Ventimiglia di Monteforte Lascaris, nobile siciliano
imparentato con Federico II, si dedica in un castello toscano
all’antica arte dell’allevamento degli unici cavalli che, con
Napoleone, tornarono dalla Russia.

Esordisce: “Scusatemi tra falchi, cani e cavalli … sono sempre in
ritardo”. Vive fra Sicilia e Toscana, ha riportato in vita una razza
di cavalli ritenuta estinta e dà del tu a re Juan Carlos di Spagna.
Sua Maestà gli sta scrivendo la prefazione al libro di oltre 600
pagine che ha dedicato al suo ultimo amore: il cavallo della razza
Persano. Un’antenata, Emma, sposò un figlio dell’imperatore Federico
II, lo “stupor mundi”. Da mille anni la sua famiglia domina su di un
pezzo ampio di Sicilia. Da qui arriva, Alduino Ventimiglia di
Monteforte Lascaris, poco più di cinquant’anni, principe e
protagonista delle cronache mondane come possibile pretendente al
trono del principato di Seborga. Oltre a fare l’agricoltore e
l’allevatore, è un falconiere di fama internazionale. A poche
centinaia di metri dalla Casina di Caccia vanvitelliana è venuto per
presentare al pubblico l’ultima sua riuscita impresa: il salvataggio
del cavallo di Persano. Cominciò da Picciotto, Pascià e San Siro, tre
stalloni portati da Persano a Grosseto, nel 1972, al centro
veterinario dell’esercito, gli ultimi sopravvissuti di una storia
gloriosa. Li comprò ed evitò che venissero castrati, come aveva deciso
uno stolto ufficiale che allora comandava il centro veterinario
dell’esercito italiano. E’ grazie a questa pazzia di Alduino di
Ventimiglia se sul campo del Persano Country Club, trottano i loro
nipoti: Jerax, Reonio e Sparviero.”Di quell’ufficiale non ricordo e
non voglio ricordare più il nome”, racconta il principe. “Picciotto
aveva vent’anni, un’età ragguardevole per un cavallo. Negli ultimi
anni aveva fatto “l’esploratore”, ovvero il cavallo che nella mandria
va a vedere quali cavalle sono in calore, per far fronte a
quest’emergenza genetica, io lo faccio tornare a fare lo stallone.
Pascià, più giovane, lo troviamo in Sicilia, è ammalato, ha un tumore.
Lo curiamo…”. Storie di un mondo magico e fuori dal tempo questo dei
cavalli e dei cavalieri che non conoscono le celebrità delle corse e
dei palii. “Dopo aver fatto di tutto affinché fosse lo Stato a
salvarli, di fronte alla stoltezza di quell’ufficiale, decisi di
muovermi in proprio”. Perché Alduino di Ventimiglia era solo un
militare di leva. Nella cavalleria, i Ventimiglia la sua famiglia, da
quasi un millennio avevano espresso fior di comandanti. Ed anche lui
ha quella stoffa.
Dopo una laurea in agraria a Catania, dopo l’avventura dei fiori nelle
serre del Ragusano, per poi accamparsi in un angolo di Toscana,
Luriano, fondando “l’Accademia italiana cavalieri di alto volo” e
soprattutto, dopo l’esperienza in divisa, l’allevamento del Persano.
Un amore che veniva da lontano: “A 11 anni vinsi il mio primo concorso
ippico. Il cavallo che montavo era un Persano. Così quando nei box di
Grosseto, da militare di leva, ne ho rivisto qualche esemplare, li ho
riconosciuti subito e ho fatto il diavolo a quattro con l’esercito,
affinché fossero salvati e ritornassero in auge”. Ed invece? “Ortu che
ci teneva – nonostante avesse deciso lui di lasciare il sito originale
di Persano – mi diede campo libero tanto che decidevo io le linee
riproduttive così da svilupparne e migliorarne la genealogia”. Poi il
comandante cambia ed il nuovo arrivato decide che occorre sbarazzarsi
di . Picciotto, Pascià e San Siro. E decreta che dovranno smettere di
inseguire le cavalle e morire di malinconia.
IL GALLERISTA
“Per portare quest’attività Alduino si è economicamente dissanguato”,
aggiunge Antonio Miniaci, l’internazionale gallerista d’arte
originario di Albanella, che lo ha incontrato sulla sua strada ed è
stato coinvolto in quest’operazione di recupero di una razza che si
credeva irrimediabilmente estinta, poiché la sua casa d’origine è un
tiro di schioppo dalla Casina Reale di Persano. Qui dove c’era la Real
Razza. Con scuderie, officine, grandi capannoni, alloggi per il
personale. Intervenne anche l’ingegno di Luigi Vanvitelli. Tutta la
vita di Persano, fin dal 1735, cominciò a ruotare attorno al cavallo.
Fu orgoglio ed identità, lavoro e mestieri, se ne andò perché i carri
armati diventavano sempre più numerosi e rumorosi padroni del
territorio. La scrisse Ortu, un colonnello veterinario sardo quella
relazione che ebbe l’effetto di spostare tutto un mondo di saperi
costruito in oltre due secoli di attività, in Toscana. E così ci fu
l’addio ai concorsi ippici, alle cacce alla volpe ed alla cerimonia
della marchiatura del bestiame. Per noi erano ualani, in Toscana
furono i butteri ed in America cow boy, ma l’attività, pistola più o
pistola meno, era quella.
L’IDENTIKIT DEL CAVALLO DI PERSANO
Testa altera e quadrata, carica di ganasce, taglia non molto elevata,
groppa rotonda, arti robusti ed andatura elevata: per gli esperti
della materia questo è l’identikit dell’unica razza di cavalli che
Napoleone, quando invase la Russia, riuscì a farsi risparmiare dal
terribile generale russo Inverno e fu provvidenziale per riportare
indietro i reduci della Grande Armata.
In epoca più recente i principali utenti dell’allevamento del Persano
erano Piero D’Inzeo, per la sua attività sportiva, e i carabinieri,
per i loro squadroni a cavallo.
RICREARE LA CITTA’ DEL CAVALLO INTORNO A PERSANO
E’ il sogno di Antonio Miniaci, uno che ha aperto una galleria d’arte
anche ad Hong Kong ma che non rinuncia a battersi per lo sviluppo
della sua zona. “E’ dietro di noi. Dipende da noi”, ripete spesso. Il
sogno è quello di poter recuperare ad usi civili la casina di caccia
vanvitelliana che per chi è nato da queste parti si chiama “Palazzo
Reale”. E da qui ricreare tutto l’indotto che oggi c’è vicino al
cavallo da corsa. Da aggiungere al grande campo da golf da 36 buche
che si sta costruendo sui terreni che una lunga lotta contadina della
fine degli anni Settanta strappò all’esercito “smilitarizzandoli”, ma
che poi sono stati dovuti acquistare dall’Intendenza di Finanza.
L’amministrazione comunale di Serre, il sindaco Palmiro Cornetta, vi
ha aggiunto anche un grande albergo. Teresa Carrozza, il vicesindaco,
è nata a Persano, suo padre ferrava i cavalli Persano, gli luccicano
gli occhi a pensare di poter far ritornare i cavalli che hanno
colorato la sua infanzia e poter così offrire nuove occasioni di
lavoro ai giovani di questa zona. La Casina Reale non è in un ottimo
stato di conservazioni: le segnalazioni sono arrivate fino a Vittorio
Sgarbi, che ha interessato Antonio Miniaci, il pirotecnico critico
d’arte si è detto pronto ad una visita ispettiva e ad iniziative
clamorose. Tutto nel nome del cavallo che riportò Napoleone a casa.

Oreste Mottola

Di questa notizia è vietata la riproduzione senza la citazione della fonte:
Oreste Mottola, giornalista

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10 Nov 2005

Pomodoro, brutta storia

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L POMODORO GIALLO ANNULLA IL NOSTRO “ORO ROSSO”.

INTERVISTA A VITANGELO MAGNIFICO, DIRETTORE DELL’ISPORT —– Brusco calo, quest’anno, nella raccolta dei pomodori da industria italiani. Secondo le previsioni formulate dall’Ismea, l’istituto nazionale che si occupa di statistiche in campo agricolo, la raccolta dovrebbe essere scesa a circa 4 milioni e 800 mila tonnellate, facendo registrare, rispetto allo scorso anno, una flessione del 16%. La contrazione riguarda anche la riduzione delle coltivazioni a 85.000 ettari, con un meno 12% rispetto all’annata precedente. In Campania, oltre al calo delle produzioni, bisogna anche fronteggiare l’emergenza delle massicce quantità di concentrato, prodotto in Cina, ed immesso sui mercati di tutto il mondo a prezzi decisamente concorrenziali. Non è bastato puntare sulla prelibatezza del pomodoro campano che persino il New York Times ha preso a cuore e indicato come «il migliore del mondo». Le responsabilità sono anche delle industrie conserviere che lo avevano tradito e gli avevano preferito varietà meno pregiate e più resistenti. Non che sino ad oggi il pomodoro migliore del mondo fosse stato dimenticato da tutti. Agli inizi degli anni ’90 nacque un Consorzio di tutela che ottenne il riconoscimento della Denominazione di origine protetta, ma la tutela riguarda solo il pomodoro lavorato, il “pelato” insomma. Ed è stato proprio il prodotto in conserva a minare alle radici il San Marzano puro: le industrie conserviere nate alla fine dell’800 prediligendo i frutti della terra del Vesuvio per le loro irripetibili proprietà organolettiche da tempo hanno abbandonato il San Marzano, facendone crollare la coltura, perché troppo vulnerabile e impossibile da pelare con le macchine. Sull’argomento siamo andati a sentire il parere di Vitangelo Magnifico, direttore dell’Istituto Sperimentale per l’Orticoltura, capofila nazionale del settore, nonchè presidente della Soi, la Società Orticola Italiana, l’associazione professionale dei ricercatori e dei tecnici del settore. D: professor Magnifico, deve farci davvero paura quest’invasione di concentrato cinese contro il nostro San Marzano ? R: sono due tipologie di prodotto differenti; anche gli aspetti agronomici variano soprattutto in funzione della varietà. E’ noto che le varietà da concentrato sono tonde o ovoidali mentre quelle da pelati sono allungate, tipo San Marzano, appunto. Interessandomi di ricerca in orticoltura non seguo gli aspetti del mercato, ma sarebbe interessante sapere come sono arrivati i fusti di concentrato cinese, e soprattutto chi li ha richiesti. Anche l’anno scorso se ne parlò, ma parve più un spauracchio che una minaccia vera. A lume di naso penso che la presenza sul mercato di materiale cinese non debba preoccupare più di tanto per le dimensioni del fenomeno. Mi preoccupa di più una pessima annata come quella appena finita perché ha proposti temi drammatici ormai storici: mi riferisco alla siccità in Puglia e, nelle regioni meridionali, alla diffusione dei virus. Di quest’ultimo aspetto la Campania ne sa qualcosa, visto che a causa delle virosi oggi contribuisce al comparto nazionale con appena il tre per cento, mentre venti anni fa era leader indiscussa con oltre un terzo della produzione, ciò consentì una grande concentrazione di industrie nell’area Napoli-Salerno, dove ancora oggi è concentro il cinquanta percento delle industrie di trasformazione del pomodoro. Nel frattempo è cresciuta la produzione in Puglia, che rifornisce le industrie campane ed è aumentata la produzione dell’Emilia Romagna dedicata quasi esclusivamente alla produzione del concentrato, anche se sta aumentando la produzione di pelati grazie all’introduzione di varietà adatte all’ambiente della Pianura Padana. D: sono sempre le nuove varietà a consentire l’aumento delle produzioni… R: certo. Quando si fa la storia della coltivazione del pomodoro da industria in Campania, si parte dal San Marzano, grazie al quale si inventarono i pelati; poi arrivarono le varietà selezionate come i tipi ?Roma?, ?ChicoIII?, ecc. adatti alla coltivazione a terra, che consentirono l’ampliamento del settore e vinsero facilmente la competizione con il San Marzano, che si alleva in verticale, richiede molta manodopera e dà una produzione scalare ed inferiore alle moderne varietà da industria che maturano i frutti quasi tutti contemporaneamente. Una ventina di anni fa, con l’avvento degli ibridi, il San Marzano fu messo alle corde e diventò una nicchia, anche se la forma e la qualità dei pomodori per pelati consentivano di ‘contrabbandare’ gli ibridi per San Marzano, il quale, non bisogna mai dimenticarlo, aveva prestato – e continua a prestare – molti dei suoi pregi, forma, per abilità e sapore – ai nuovi ibridi. D: ancora oggi, in Campania, il pomodoro da industria è sinonimo di San Marzano. R: esatto, anche se ci sono differenze ormai storiche. Il vero, unico essere San Marzano dovrebbe – anzi deve essere, se lo vogliamo salvare – quello tutelato dal marchio europeo DOP. E’ certamente un lodevole tentativo di conservare in una nicchia un meraviglioso prodotto, ma i problemi sono tanti. Prima di tutto la quasi totale assenza di resistenza genetica, oltre che ai virus, ai tanti parassiti e soprattutto a quelli che vengono dal terreno, che invece gli ibridi moderni hanno, anche se non a tutti, purtroppo. D: ma la resistenza ai parassiti non modifica la qualità del prodotto ? R: l’abilità dei genetisti è stata quella di migliorare sempre di più i prodotti proprio perché avevano come riferimento il San Marzano e i gusti degli italiani. Una varietà o ibrido che non ha sapore non avrebbe mercato in Italia. Questo spiega anche perché in Italia si coltivano quasi esclusivamente certe varietà e non altre, che, invece, vengono coltivate in altre nazioni. Lo stesso discorso vale per il pomodoro da concentrato: se non dà un ragù come Dio comanda una varietà o ibrido non ha possibilità di affermazione in Italia. D: torniamo ai parassiti e ai virus. Perché fanno ancora tanta paura ? R: perché non ci sono resistenze genetiche nelle specie selvatiche di pomodoro che pur hanno fornito molte resistenze a funghi, batteri e nematodi. Quindi bisogna prenderle in prestito da altre specie, anche lontane dal pomodoro, o costruirle in laboratorio. D: dobbiamo per forza rivolgerci alle piante transgeniche ? R: sì, e questo fa paura per tutta una serie di pregiudizi. Anche in questo caso, la strada è lunga perché bisogna produrre materiale valido per gli italiani. Non basta avere piante transgeniche resistenti ai virus per risolvere il problema; bisogna avere anche qualità. E questo non lo sappiamo ancora, perché siamo alla fase di modello di pianta transgenica resistente ai virus, anzi a singoli virus. Per risolvere il problema bisogna mettere insieme più resistenze altrimenti il gioco non vale: il CMV da solo o il TSWV – per citare i più pericolosi virus del pomodoro – non risolve il problema perché la pianta morirebbe o produrrebbe pochissimo per l’azione di un singolo virus. D: a che punto è la ricerca sui virus ? R: ad un binario morto, se mi consente la battuta! Ai buoni, anzi ottimi risultati ottenuti anche in Italia – anche su San Marzano – è seguito uno stop di due anni per motivi politici. Quest’anno è stato fatto qualcosa, ma ho avuto la sensazione che non c’è più l’entusiasmo di una volta. Oggi si rischia anche penalmente a fare certe ricerche a causa di norme restrittive che hanno ingabbiato la ricerca e i ricercatori italiani ed anche europei. Quest’aspetto meriterebbe un serio approfondimento, perché si capisce che è in gioco il futuro. Io lo ripeto spesso: quello che è successo in Campania può succedere in tutte le aree dove si coltiva il pomodoro. In Calabria, Sicilia, Puglia ci sono già forti sentori e sempre più produttori non se la sentono di rischiare, anche perché il prezzo alla produzione è molto basso: a parte l’aiuto comunitario, un chilo di pomodoro da industria raramente supera le cento lire; quindi bisogna fare produzioni eccezionali per compensare i costi di prod! uzione. Molti produttori pugliesi, quest’anno, hanno preferito abbandonare i campi appena hanno visto che i virus hanno attaccato e l’acqua per irrigare scarseggiava. D: in Emilia Romagna, invece, sembra che ad una riduzione delle superfici coltivate non ha corrisposto una flessione di produzione. Come si spiega ? R: come dicevo prima, la scelta di un buon ibrido ed il miglioramento delle tecniche colturali fanno aumentare le rese e ridurre le superfici coltivate, anche a vantaggio dell’ambiente perché ormai si usa la fertirrigazione che fa risparmiare acqua e, soprattutto, fertilizzanti; si applicano protocolli di coltivazione integrata, cioè la combinazione di tutte le tecniche e gli accorgimenti che consentono di ottenere produzioni senza residui di pesticidi, dei quali si fa un uso sempre più oculato, e ricorrendo a principi attivi meno tossici, ma, soprattutto, all’uso di varietà idonee per l’ambiente di coltivazione e dotate di un gran numero di resistenze genetiche. D: un miracolo ! R: esatto ! E’ un miracolo che si ripete ogni giorno sempre più spesso nelle nostre campagne, altrimenti non avremmo una produzione nazionale di ortaggi caratterizzata dall’ottanta percento di prodotti senza alcun residuo, il restante nei limiti di legge ed appena l’uno per certo con residui oltre i limiti di legge. Ritengo che l’abolizione di quel venti per cento di produzione orticola con residui entro i limiti di legge meriterebbe un piano nazionale d’intervento. Ma ci pensano gli agricoltori, gli sperimentatori e le ditte produttrici di antiparassitari, a torto tanto demonizzate, a fare quest’altro miracolo nell’agricoltura italiana.

ORESTE MOTTOLA

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17 Ago 2005

Storia delle donne di Altavilla Silentina – prima parte

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L’altra Altavilla: donne tra storia, letteratura e folclore
GLI ESEMPI DI VITTORIA BELMONTE, UNA DELLE PRIME A LAUREARSI IN MEDICINA E DELLA “PROF” UNIVERSITARIA CARMELA DI AGRESTI.
La storia delle donne ad Altavilla comincia da lontano. Da quelle nostre antenate che fortunosamente
scampate alla strage ordinata, del 1246, da Federico di Svevia, e che ripopolarono il paese dopo che i maschi – uomini: e bambini – furono tutti passati per le armi. Ci volle allora davvero una gran forza per far ripartire)a vita nel nostro paese e – probabilmente – da quella terribile prova viene la straordinaria forza e tenacia delle nostre donne.
Molto spazio hanno avuto le nostre donne anche nella letteratura: dalla Sofia che incanta il giovane seminarista Antonio Bennato alla bella bionda adolescente che strega il maturo don Aurelio Pipino, mentre appaiono tranquille, assennate e gran lavoratrici le donne de “Le novelle dell’Acquafetente”.
Ma tra le figure di maggior spessore e determinazione ci sono quella Mariangela Cantalupo che nel 1799 sposerà un ufficiale francese facendo tre giri intorno all’Albero della Libertà in piazza Umberto I e la
“briganta ” Francesca Cerniello che – oltre ad esserne stata l’amante – sarà anche il vero “uomo forte” della banda di Gaetano Tranchella.
Dopo la storia delle donne diventa un fatto più corale e meno individualistico. S’intreccerà con la prima guerra mondiale e gli inizi dell’emigrazione verso l’ America, eventi che proietteranno le donne altavillesi sempre più verso il mondo del lavoro per sostituire gli uomini assenti. Con il fascismo sono di nuovo risospinte verso il tradizionale ruolo di “produttrici di figli” ed arriverà poi la tragedia dell’ultimo conflitto con il suo corollario di figli, mariti e fidanzati stroncati dalla follia bellica e – nel settembre del 1943 – i tristi bombardamenti su Altavilla con donne, bambini ed anziani uccisi dalle bombe.
Ma qualche anno prima è una giovane altavillese tra le prime ad infrangere il tabù che vedeva le donne escluse dalla professione medica. E’ la dottoressa Vittoria Belmonte, madre del docente universitario Renato Aymone. Sarà anche lei la prima donna ad affacciarsi – sfortunatamente – sulla scena della vita politica locale. Tenterà infatti, nel 1948, con la lista del Mulino, d’infrangere il duopolio tra Mottola e Galardi. Di lì a qualche decennio, grazie ai sacrifici dell’emigrazione e ad una situazione sociale più aperta, anche ad Altavilla le donne conquistano posizioni nel mondo della scuola e della società nel suo complesso. Un nome su tutte: Carmela Di Agresti, che diventa dapprima docente ordinario presso l’Università di Bari e poi preside di una Facoltà della LUMSA di Roma.
LA MALA NOMEA DELLO SCIVOLIATURO. Un tempo Altavilla Silentina era un paese soprannominato “lo scivoliaturo” sia per l’accidentata conformazione urbanistica ed alti metrica del suo centro antico che per alludere ad una supposta e tutta da dimostrare abitudine alla trasgressione – nei tempi andati – in fatto d’amore delle sue giovani donne. Quel che oggi resta di questo pregiudizio sono due filastrocche che dimostrano cose diverse. La prima è diffusa nel Cilento interno (sconosciuta ad Altavilla) e dice: “Me sò partuto apposta ra la Puglia, Pè me veni a nzurà a l’Autavilla. ‘Nzinga arrivato ‘nge fici ‘na imbroglia, I ‘mbrugliai la mamma cò tutta la figlia. Te preo bella mia nun te fa ‘mbrug1iare, Ca l’uomini sò tutti ‘ngannaturi”.
La strofetta fa pensare alla generosità delle nostre donne che capitolano davanti “all’erba più verde del giardino del vicino sconosciuto” che ad altro. La poesiola vorrebbe dimostrare che sono sempliciotte, fino al punto di farsi imbrogliare a due…l’esperta madre e la giovane figlia!
Le altavillesi si riscattano poi con un canto del Sette! Ottocento, arrivato fino a noi grazie al libro del 1898 dei fratelli Ferrara e che veniva cantato dalle nostre donne mentre lavoravano nei campi.
“Oh uocchi niuri, core di diamante, Nun ti pozzo luvare da sta mente; lli nimici tuoi ni ricino tante! E vonno ca ti lasso ntortamente. I prego Diu e tutte l’aute sante, ca resse lume a tutta chesta gente.
Quannu ti vego, mi scappa lu chiantu, I Lu sape st’arma mia che pena sente. ” E sono sempre i Ferrara a descrivercele, fin de siecIe, ad Ottocento tramontante come: “piuttosto economiche, laboriose, religiose fino alla superstizione ed eminentemente gelose del proprio onore, ma piace loro di abbigliarsi caricandosi di gingilli d’oro e di corallo, e hanno il peccatuccio di essere molto ciarliere”.
Chi si è applicato sull’argomento come il medico – sociologo – cantante Aniello De Vita a mettere, in un certo senso, le mani avanti, in suo studio sull?area cilentana afferma: ”L’immagine di donna ciIentana che viene fuori è poco edificante: oggetto, umile, obbediente, passiva, disponibile, sottoposta e sottomessa all’uomo ed alle sue voglie e desideri. In netto contrasto con questa immagine di schiava succube, senza anima e senza volontà. Alcuni canti, detti proverbi ed indovinelli ci propongono una donna attiva, libidinosa, provocante, insaziabile, divoratrice di uomini, che, come tanti bacucchi, stanno tutti al suo comando. C’è da restar molto perpIessi di fronte a queste due donne cosi distanti, anzi, agli antipodi fra di loro. E qual’è delle due la donna cilentana? “E l’altavillese?

Oreste Mottola
oreste@unicosettimanale.it

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17 Ago 2005

STORIA. Una precisazione sull’antifascismo cilentano

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Quanto fu ampia e convinta l?adesione delle masse popolari del Cilento e degli Alburni al fascismo? Lo studio ?Fascismo e consenso nella realtà alburnina?, di Pietro Mandia, pubblicato nel numero 15 del 2002 della rivista di studi storci ?il Postiglione? diretta da Generoso Conforti aveva proposto una visione tanto entusiastica quanto ?limitante? dei fenomeni di dissenso rispetto al mussolinismo. ?I simboli del nuovo regime diventano i nuovi punti di riferimento per i cittadini che con essi convivranno, che ad essi in massima parte aderiranno?, scrive il Mandia.
Ma alcune brevi biografie, pescate in un pregevole studio di Alfonso Conte (Cfr. “Annali Cilentani n.4/1991) ci riportano ad una lotta, certo di pochi elementi, ma sicuramente di una certa vivacità. Aveva 23 anni ed era già tenente e pilota dell’aereonautica, Filippo Matonti, nato a Magliano Vetere nel 1908. Indispettito da un procedimento disciplinare che riteneva ingiusto, emigrò a Parigi. Nella città francese, in un primo momento se ne stette calmo e tranquillo senza svolgere alcuna attività politica. Nel 1936 scoppia la guerra civile spagnola e Filippo Matonti viene ingaggiato dai repubblicani a “contratto politico”, vale a dire percependo 3.000 franchi di stipendio, quando ai piloti francesi, coinvolti nella stessa causa, andavano 50mila franchi al mese. Ad “ingaggiare” Matonti è uno dei fratelli Rosselli. Di quel che fece per la Spagna democratica non è annotato alcunchè nel Casellario Politico Centrale consultato da Alfonso Conte (Cfr. “Annali Cilentani n.4/1991). In età avanzata, Filippo Matonti, tornerà a vivere nel suo paese natale e non racconterà a nessuno questa sua avventura spagnola contribuendo a tenere nel mistero questa sua avventura da romanzo.
Di Controne era Mario Greco, nato nel 1902, nel 1928 emigrato negli Usa per motivi politici. “Era di sentimenti avversi al Regime, tanto che nel 1924 a Controne ? riporta l?annotazione delle autorità di polizia – tentò di istituire una sezione del partito socialista, che poi non attecchì “.
Un altro personaggio di rilievo è Berniero Manfredi, nato ad Eboli nel 1877. Fu schedato fin dalla gioventù per l’attività “sovversiva” svolta durante il suo frenetico girovagare fra diversi stati dell’America e dell’Europa, nei cui ambienti operai maturò la sua formazione politica; rientrato in Italia, perchè chiamato in Italia, si stabilì ad Eboli, dove fu segretario della Camera del Lavoro e della Cooperativa “Lavoro e Progresso”, nonchè protagonista di di diverse agitazioni popolari e di comizi. Nel 1923, dopo essere passato negli anni dal gruppo anarchico al partito socialista e quindi a quello comunista, fu arrestato in seguito ad una perquisizione domiciliare in cui fu rinvenuta una rivoltella detenuta senza autorizzazione. Dopo aver trascorso alcuni mesi in carcere, probabilmente temendo di subire ulteriori provvedimenti ai suoi danni, alla fine del 1924 si trasferì con la famiglia ad Algeri, dove iniziò a svolgere l’attività di scultore di legno e di antiquario; è quasi certo che anche ad Algeri continuò a fare politica e ad essere fra i maggiori esponenti di quella sezione comunista. Infatti nel 1936, in occasione della sua morte, il Consolato riferì che il partito comunista di Algeri aveva partecipatoin modo solenne ai suoi funerali. Da chi fu ucciso Manfredi? Non morì di morte naturale, secondo uno scritto del 1978 (A. Cassese – G. Manzione, L’opposizione antifascista ad Eboli), Berniero Manfredi fu ucciso come i fratelli Rosselli da sicari fascisti in trasferta.
Da segnalare sono le vicende parallele nelle quali sono coinvolti tre contadini di Stio, Campagna e Bellosguardo. Angelo Trotta, nato a Stio nel 1902, nel 1939 verrà inviato al confino per due anni alle isole Tremiti per “aver pronunciato frasi scorrette” nei confronti delle pubbliche autorità e per essere stato trovato in possesso di giornali contenenti articoli antifascisti. Rosario Masi, da Bellosguardo, protestò con un “Avete ragione voi e quel fetente di Mussolini che vi protegge” quando parte delle sue pecore furono trovate a pascolare sulla provinciale Bellosguardo – Castel San Lorenzo. Masi fu condannato a 6 mesi di reclusione e 500 lire di multa. Un altro contadino, Natale Busillo, di Campagna, ebbe tre mesi di reclusione e 500 lire di multa per “vilipendio” al Duce.
A Sicignano, Giuseppe Rienzo, già presidente della locale sezione socialista, pensò di espatriare. Nel 1929, all’atto di rientrare, venne arrestato. Più volte tentò poi di emigrare e “dovette concludere la sua esistenza infermo a letto per una paralisi agli arti inferiori”.
A Postiglione c?è la storia di Michele Trotta. Veterinario, era nato nel 1898. Da sempre si caratterizza come appassionato di scienze naturali, con una predilezione per la speleologia. Nel giugno del 1925 fu arrestato per “porto abusivo di rivoltella ed omessa denunzia di bossoli”. E’ probabile che questa misura di polizia fu causata dalla “parlata” del contadino Luigi Laurino, nato a Postiglione nel 1875 ed arrestato alla fine di maggio del 1925. Al Laurino vengono trovati opuscoli e giornali antifascisti. Il contadino ammette di aver avuto i materiali in consegna da Trotta. Il Trotta dopo questo primo arresto, quasi sicuramente per sfuggire ad altre misure repressive, chiese la tessera del Pnf. Tuttavia nel 1942 Trotta fu di nuovo all’attenzione delle forze dell’ordine come “ispiratore della manifestazione sediziosa verificatasi in Postiglione il 17 maggio del 1942. Pur non disponendo di ulteriori notizie, è possibile affermare che il Trotta fu tanto prudente nella sua azione quanto radicato nelle sue idee; infatti subito dopo la guerra, fu tra gli organizzatori nella nostra provincia del Partito d’Azione.
PIAGGINE. Il disegnatore industriale Salvatore Rubano, nato a Piaggine nel 1886 e residente a Salerno, nel 1941 fu inviato al confino a causa della denuncia inoltrata da alcuni suoi conoscenti, con i quali aveva avuto uno scambio di idee. “Il Rubano ebbe a dire che era pericoloso indossare la camicia nera – si legge in una relazione della Prefettura di Salerno – perchè la rivoluzione era prossima. Arrestato, fu sottoposto a perquisizione domiciliare, in seguito alla quale furono sequestrati un libro sulla rivoluzione russa ed alcuni articoli a carattere antifascista; assegnato al confino, fu destinato ad Orsomando, da cui fu presumibilmente liberato alla caduta del Fascismo.

Oreste Mottola
oreste@unicosettimanale.it

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16 Ago 2005

Altavilla: la storia è Giuseppe Galardi

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Ha vissuto per e con la società che lo circondava. Ma non si dica di lui che è stato solo un topo di biblioteche ed archivi. Giuseppe Galardi ha amato con uguale intensità la cultura, la natura ed anche la buona cucina e gli amici. E’ stato uomo politico, assistente e consulente sociale. Ha fatto il farmacista ed il ragioniere. Ha vissuto intensamente la vita in tutte le sue sfaccettature. Da giovane lo spirito d’avventura gli risultava naturalmente congeniale. Era appena un adolescente quando, nel 1946, con gli allora giovanottini Amedeo Di Matteo, Rosario Gallo, Germano Di Lucia e Carmine Marra, organizzò un?esplorazione dell’allora spettrale, misteriosa e sconosciuta grotta di Castelcivita. Armati solo con un lume e gas e di tanta incoscienza questi giovanissimi, per ben due volte in un giorno, s’immersero in quegli antri allora per davvero bui e misteriosi. Il complesso speleologico non aveva guide, illuminazioni e gli stessi percorsi non erano stati affatto resi agevoli e percorribili com?è attualmente. E nessuno sapeva della “bravata” di questi ragazzi. E dall’avventura uscirono per miracolo … poichè ogni volta vennero fuori da un’uscita diversa. Solo un anno aveva trascinato nel boschetto delle Carpenine i suoi amici per festeggiare, a spumante, la sua licenza liceale. E, appena l’anno dopo, fece prendere ad Amedeo Di Matteo la sua prima, ed unica, ubriacatura.
Il giovane Giuseppe studiava all’Università di Roma ma trascorreva l’estate ad Altavilla con i suoi amici. La
vita dei giovani di buona famiglia dell’epoca aveva ritmi e modi molto semplici. Facevano gruppo intorno a Rocco Morrone, Mario e Luigi Guerra e lo stesso Giuseppe Galardi. Le discussioni colte erano inframmezzate con il rito della passeggiata in Piazza Castello, la scappatella a Calore per un bagno nel fiume, le escursioni in campagna a raccogliere e a mangiare la frutta di stagione e a… fumare furtivamente in quattro o cinque persone la stessa sigaretta. Ma non appena faceva buio dovevano già essere in casa. Intorno a loro avvenivano grandi trasformazioni sociali, svolte epocali. C’era l’emigrazione che si portava via la migliore gioventù e contemporaneamente le rimesse – in dollari e marchi – contribuivano a rimettere in piedi un paese uscito semi-distrutto dalla guerra. In paese non c’era l’acqua corrente e mancavano le fogne, nelle campagne anche strade ed elettricità. Nella Canonica si tenevano rappresentazioni teatrali e nel Granile intorno al Castello c’era il Cinema.
Qualche anno dopo con altri amici mette su una sorta di massoneria altavillese, molto sui generis. Si autodenominarono, il “patriziato”, e subito Peppino – che ne era il capo indiscusso – degradò il fraterno amico
Vincenzo Grimaldi a ‘servo della gleba’ perchè questi era dedito …all’acqua di fontana, invece di essere un cultore del buon vino altavillese.
Nella Piana sottostante le lotte contadine e bracciantili e la conclusione delle quasi secolari operazioni di Bonifica facevano scomparire l’incubo della malaria e dalla Collina in migliaia scesero verso Carillia e Cerrelli.
La “storia di Altavilla”si è strettamente intrecciata al nome ed alla figura di Giuseppe Galardi. A lui si sono rivolti tutti: dalla Soprintendenza BAAS agli studenti universitari alle prese con la tesi di laurea. “E’ stata la memoria storica del nostro paese” dice Francesco Mottola che insegna Storia Medioevale all’Università di Chieti. Galardi vive da sempre all’ombra del luogo più significativo della storia del paese: quella chiesa di S. Egidio desolata mente chiusa dopo il terremoto del 1980 e dentro ricoperta da una spessa coltre di polvere e di calcinacci con il pavimento sconnesso e pieno di crepe.
Lo storico Galardi è stato per i compaesani “il dottore” o semplicemente “Peppino ” a secondo del grado di confidenza. Non amava pubblicare i suoi lavori. Alla stampa ha dato finora uno studio sull’arrivo ad Altavilla del Corpo Santo di S. Germano (la reliquia è conservata nella chiesa di S. Biagio) ed un “Profilo storico monumentale e paesaggistico di Altavilla Silentina; (edito dalla salernitana Palladio di Franco Di Matteo) e scritto a quattro mani con Rosario Messone. Negli anni giovanili ha scritto sulla rivista culturale “Verso il Duemila” di Salerno.
Eppure aveva una casa ricca di manoscritti sul dialetto e sulle tradizioni popolari. Nessuno riuscì mai a vincere finora la sua naturale riservatezza e ritrosia.
La “militanza” storica -di Giuseppe Galardi comincia nei primi anni Cinquanta. Ha l’esempio dello zio Donato, direttore didattico e corrispondente de “Il Mattino” e del “Roma”, conversatore forbito ed arguto e dalla cultura enciclopedica. A casa Galardi c’è un cenacolo intellettuale e politico di grande fascino e prestigio a cui fanno capo i professionisti del paese che avversano – il podestà e poi sindaco – Francesco Mottola.
Saranno poi gli animatori delle epiche lotte politiche tra la lista della “Stella” e dell’”Orologio”. Comincia ad interessarsi quasi professionalmente alla storia di Altavilla Silentina per le scoperte fatte nel riordinare le carte dello scomparso zio Donato. Fu profondamente colpito dal libro dei baroni Alessandro e Antonio Ferrara, “Cenni Storici su Altavilla Silentina” pubblicato nel lontano 1898. Ancora oggi è il testo base della storia silentina. Ed è questa pubblicazione ad instradarlo verso la storia che diventa per lui una passione divorante, una ragione di vita. Diventa di casa presso gli archivi di Napoli e di Salerno, consulta e ricostruisce gli archivi parrocchiali e del Comune di Altavilla Silentina. Entra in contatto con storici di professione come Timpano, Mazzoleni e Cilento. Scopre di aver avuto un antenato vissuto nell’Italia dell’Ottocento di fede liberale ed esule in Piemonte, che ha partecipato – nel 1857 – alla sfortunata spedizione di Carlo Pisacane (e si salverà a stento dall’eccidio di Sanza) e che finirà in galera per supposto fiancheggia mento del brigantaggio. Il suo nome è Rosario Galardi e su di lui Giuseppe Galardi stava raccogliendo la documentazione necessaria per scriverci un libro. Nel 1964 è Giuseppe Galardi a fornire allo scrittore varesino Piero Chiara le notizie di base per il suo romanzo “Il Balordo”, ambientato ad Altavilla. La vicenda è stata mirabilmente ricostruita da Lidia Cennamo nel libro “La Collina degli Ulivi”, in questa sede segnaleremo solo il “furto” di una decina di pagine del vecchio libro dei Ferrara che Chiara trascrive integralmente nel suo romanzo. E’ negli anni Sessanta e Settanta che Giuseppe Galardi s’impegna nell’opera difficile e certosina di ricostruzione dell’Archivio Storico del Comune, recuperando i registri che erano andati dispersi nelle case dei vecchi impiegati e riordinando una marea di vecchie carte. Rimette così insieme rari ed importanti documenti del Cinque- cento e del Seicento, bollettini feudali, raccolte di leggi e deliberati amministrativi. Ho già ricordato che Giuseppe Galardi è stato anche esponente politico di primo piano nel nostro paese. Per tanti anni sedette nel consiglio comunale quale rappresentante del Msi. L’ amore per Altavilla, la concordia, l’ironia e la lungimiranza furono sempre i suoi riferimenti nello svolgere il suo mandato politico. Mi piace, in questa sede, ricordare che una delle sue ultime battaglie fu contro l’estensione ai territori collinari della “pertinenza” del Consorzio di Bonifica di Paestum. E’ quella delibera comunale che oggi ci costringe tutti a pagare un inutile tributo per una bonifica che non c’è stata e non ci sarà mai. Per tutto questo, grazie Peppino. Che per davvero ti sia lieve la terra…

Oreste Mottola
oreste@unicosettimanale.it

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23 Lug 2005

Raccontate a Gheddafi la storia dell?altavillese che si fece arabo

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Iorio, il Lawrence d’Arabia all’incontrario

Non sapremo mai se Gheddafi conosce la storia di Carmine Iorio, il Lawrence d’Arabia all’incontrario. L?avventura del’italiano che, dal 1917 al 1928, si fece arabo e diventò, in Libia, il capo della rivolta dei Senussi contro il colonialismo nostrano è veramente romanzesca o cinematografica. La vicenda è stata recentemente portata alla luce da Gian Antonio Stella, una delle maggiori firme del giornalismo italiano che vi ha dedicato un’intera pagina sul prestigioso, e diffuso, “Corriere della Sera”. Mai nessun altro compaesano ha avuto un simile eco. Carmine Iorio era un altavillese. Fin da bambino aveva fatto il bufalaro ed il cavallaro. Poi si arruolò. La sorte volle che invece di andarsi a immolare sul Carso nel 1917, come accadeva a tanti suoi coetanei, lui si trovasse in Cirenaica a combattere contro gli antenati del colonnello Gheddafi. Le cronache scovate da Stella dicono che passò dall’altra parte per una rissa seguita ad una colossale bevuta. Nella galleria dei personaggi leggendari di questo paese che pure ne offre più di uno (da Ulderico Buonafine a Francesco Mottola) l’avventura del fante che si trasforma in Yusuf el Muslim, sposa un’araba e, evitando sempre di sparare direttamente sugli ormai ex connazionali, anima per dieci anni la resistenza libica davvero ci sarebbe da fare un film. Qualche accenno alla storia l’avevano già fatto Rosario Messone e Giuseppe Galardi nel loro volume di storia altavillese. Poche, e assai sommarie righe. Nel paese, poi, non c’era interesse a ricordare l’avventura di Iorio. Più di una volta, ma a mezza bocca, quella storia l’ho sentita raccontare da mio nonno Rosario, nato nel 1911, che in Cirenaica trascorse gran parte della sua gioventù (dal 1935 al 1943) e che reputava quel che aveva fatto Iorio una vergogna. E d’accordo con lui erano i tanti che i fatti d’arme d’Africa avevano vissuto direttamente. Ora la storia di Carmine Iorio torna di nuovo a galla. Eroe o traditore? Nel 2004 è difficile incasellarlo in una delle due categorie. Io propongo di ricordarlo semplicemente per questa sua vita controcorrente. [Oreste Mottola]

Il soldato Carmine diventò il beduino Yusuf . Da fante a capo dei Senussi

di Gian Antonio Stella

«Tenente Rossi, statt’accuorto! E vuie pure, marescia! Sergente: fetiente!». A sentire gli insulti che salivano dalle file dei beduini, i soldati che quella mattina di gennaio del 1917 si erano avventurati sulle alture dietro Bengasi restarono stupefatti: che ci faceva tra i ribelli quel traditore italiano dallo spiccato accento salernitano? Tutto era cominciato il 13 luglio dell’anno precedente a Tukrah, tra Bengasi e l’antica Tolemaide, in Cirenaica. C’era stata festa, i militari del nostro distaccamento avevano alzato il gomito e più di tutti l’aveva alzato il fante Carmine Jorio . Aveva 24 anni, era un ragazzo «non alto, magro, spericolato», veniva da Altavilla Silentina, si era guadagnato da vivere fin da bambino come bufalaro e cavallaro, aveva sposato una compaesana di nome Lorenzina Ripoto, era già sotto le armi da quattro anni ed evidentemente non ne poteva più. Scatenata una rissa, era stato dunque scaraventato a smaltire la sbornia nella baracca che fungeva da prigione. L’aveva già assaggiata, Carmine , quella punizione. E forse sarebbe finita ancora con una dormita e una ramanzina, avrebbe ricostruito molti anni dopo Francesco Maratea sulla Settimana Incom rompendo il muro di silenzio che aveva occultato la storia, se quella notte non avesse fatto un caldo spaventoso. Stravolto dal mal di testa, il fante, incapace di trovar requie nel sonno, si era infine alzato, aveva dato una spallata alla porta e se n’era andato vagabondando nella notte fino a stramazzare, abbattuto dalla ciucca, sotto le palme che svettavano su una pista. Dove un’ora dopo sarebbe stato trovato, impacchettato e portato via da una carovana guidata nientemeno che dal più tenace nemico che l’Italia aveva incontrato laggiù in Libia, Omar El Muktar, il capo dei Senussi, la confraternita di beduini che si batteva per un impero teocratico islamico e aveva opposto una durissima resistenza al colonialismo italiano. Al risveglio, legato di traverso su un cammello, il soldato Jorio aveva sbarrato gli occhi: cosa diavolo gli era successo? Non avrebbe avuto risposta per giorni e giorni, finché, dopo una marcia estenuante fino ad Ajdabiya, la base di El Muktar, non gli si era parato davanti un vecchietto che, in un italiano stentato, gli aveva comunicato che il giorno dopo sarebbe stato impiccato. Era ormai rassegnato al cappio quando Mohammed Idris e suo fratello Saied el Redà, i massimi capi davanti ai quali l’avevano trascinato, gli chiesero che cosa significasse quel piccolo fucile ricamato sulla manica. «Sono un fuciliere scelto», aveva risposto. Il giorno dopo era già sotto il capestro, tra le urla e gli sputi di una folla inferocita, quando era arrivato l’ordine di sospendere l’esecuzione. El Redà voleva un piacere: se aveva davvero una buona mira, doveva ammazzargli due nemici personali. Jorio non ci aveva pensato due volte: «Accetto». Portato sul posto da una guida, aveva scrupolosamente eseguito con successo la prima e poi la seconda delle commissioni. Quindi, buttata via ogni speranza di tornare tra gli italiani e guadagnata la fiducia del senusso, si era rassegnato di buon cuore a restare ai suoi ordini. Tanto più che El Redà gli aveva chiesto addirittura, in cambio di generosissime ricompense, di fare da istruttore ai suoi figli. Quel mattino di gennaio del 1917 in cui urlò «fetenti!» ai suoi ex commilitoni, il soldato Jorio era stato chiamato alla prova del fuoco. Si era fatto crescere la barba, aveva preso a vestirsi e a mangiare come un beduino, si era sorprendentemente impadronito in pochi mesi della lingua, aveva assunto il nome di Yusuf el Muslim. Conversione sincera? A rilegger Maratea, c’è da dubitarne: «In realtà, egli si convertì con un intimo compromesso: si prostrava in pubblico dinanzi ad Allah e ai muezzini, poi ne chiedeva perdono alla Madonna del Carmine , a S. Gennaro, a San Egidio, a tutti i santi patroni della sua infanzia». Fatto sta che, per undici anni, « Carmine el Muslim» restò lì, a combattere dalla parte dei Senussi nella sanguinosa resistenza contro l’esercito di Vittorio Emanuele III. Dimentico della moglie Lorenzina, sposò tra mille onori un’araba. E poi un’altra ancora, la bella Teber ben Mussa, che gli avrebbe dato due figli, Mohammed e Aescia. Dimostrata mille volte la sua dedizione alla causa dei ribelli, ne divenne un ufficiale. Fino a raggiungere i vertici: «Subordinato solo ai discendenti del Senusso, Yusuf erail comandante effettivo della rivolta e combatté gli italiani con ardimento implacabile, rispettando solo l’ultimo precetto di non sparare mai con le sue mani contro quelli del suo sangue». Un dettaglio che non gli impedì di organizzare e guidare i suoi uomini nell’agguato in cui cadde il capitano Tilgher o in altre decine di scorribande contro le truppe dei colonnelli Piatti e Lorenzini. Finché, caduti uno dietro l’altro i principali leader della guerriglia, si ritrovò sempre più solo. La svolta arrivò nel 1927, quando, durante un rastrellamento, restò casualmente nelle mani italiane la bella Teber. Carmine impazzì di dolore. E mentre anche el Redà si arrendeva e accettava di venire confinato a Piazza Armerina, lui diventò ancora più irriducibile. Per mesi, mentre morti, catture e abbandoni assottigliavano i guerriglieri ai suoi ordini da un migliaio a poche decine, dedicò ogni energia alla ricerca della moglie prigioniera. E la cosa divenne una leggenda al punto che tra i nostri soldati si diffuse addirittura una canzoncina: «Ce sta nu’ sergente / faceva l’attindente / a madama Fatimà / Prigioniera beduina / dalla sera alla matina». Nell’autunno del 1928, quando finalmente individuò la prigione, gli erano ormai rimasti solo tre fedelissimi. Arrivò a Gigherra il 16 novembre 1928, seppellì coi suoi compagni i fucili in una buca e si intrufolò tra i nomadi che prendevano l’acqua da un pozzo. Fece la domanda sbagliata al libico sbagliato, fu riconosciuto, tentò inutilmente di scappare. Catturato, venne portato con gli altri al comando di Gialo, davanti al colonnello Pietro Maletti che avrebbe fatto poi diffondere una ricostruzione nella quale il traditore, davanti alla minaccia di essere frustato da un ascaro detto Ivan il Terribile, era vigliaccamente scoppiato in lacrime prostrandosi in ginocchio: «Signor colonnello, che vulite da me, saccio bene quello che sono, m’a'gio data la condanna col core mio! V’imploro di non farmi frustare, io sono italiano e non arabo, gli arabi resistono alle curbasciate, noi non possiamo resistere!». Vero? Falso? Mah… Certo è che, dopo essere stato un ubriacone, un disertore, un assassino su commissione e un traditore così disprezzato dalle nostre autorità che al processo fu interrogato in arabo da un interprete, il soldato Jorio andò incontro alla morte con dignità. Passata la notte a scrivere alla madre e a pregare in ginocchio l’immagine della Madonna del Carmine , davanti al plotone d’esecuzione rifiutò i sacramenti. «Perché?», gli domandò il colonnello. E lui, chiedendo l’assistenza di un cadì, rispose: «I miei due figli sono nelle mani dei Senussi: se morissi da cristiano, sarebbero figli di un traditore. Se muoio da musulmano saranno figli di un eroe».

Libia ?17

L?ITALIANO CHE SI FECE ARABO

E il soldato Carmine diventò il beduino Yusuf Da fante a capo dei Senussi

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21 Lug 2005

EBOLI. UN ISTITUTO AGRARIO CARICO DI STORIA

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Il preside dell’istituto tecnico agrario “Giustino Fortunato” di Eboli mette subito le mani in avanti: “Noi partecipiamo con l’università al Programma FIS, forniamo una formazione integrata superiore e col marchio di qualità. Ci sentiamo alla pari coi licei”. Una scuola ricca di storia (110 anni) e tutta protesa nel futuro dell’agricoltura: unica nel suo genere all’interno del salernitano. Accanto Con una propria azienda agricola di 14 ettari e 4 addetti: vi coltivano non solo pesche, albicocche, agrumi ma è usata come aula – laboratorio all’aperto. A frequentare la scuola sono adesso “solo” 250 studenti, ma da quest’anno va registrato un vero e proprio boom di iscritti al primo anno: ben 84. la maggior parte di loro ha origini extra – rurali. A partire dal prossimo anno, “assorbirà” anche l’Istituto del Legno e del Mobile di Campagna, e “gemmerà” una sede a Caselle in Pittari.
L’ENTUSIASMO DEL PRESIDE BARONE. Docenti e personale amministrativo attribuiscono il merito del rilancio all’entusiasmo del capo d’istituto, l’agronomo Raffaele Barone, ebolitano doc: “la mattina arriva per primo. Alle 7 e 45 è già a scuola, e se ne va a pomerigggio inoltrato, spesso è già notte”, raccontano i suoi collaboratori. “Al perito agrario di oggi – dice il preside – dobbiamo essere capaci di dare cognizioni sempre pi- precise affinchè esso diventi la figura chiave dell’agricoltura di questi tempi e del futuro: quella eco – compatibile che limita al massimo l’uso dei concimi e gli antiparassitari di sintesi chimica. Solo così sarà possibile ottenere prodotti di qualità e dai costi competitivi. E per fare questo tutte le nostre energie devono essere sfruttate al meglio”. Da recenti innovazioni didattiche ministeriali sono arrivate nuove materie di studio: geologia e diritto, ma il grosso delle novità è arrivato tutto al seguito di questo preside allegro ed entusiasta. IL PIACERE DI STUDIARE. La scuola è stata rivoltata come un calzino. L’azienda agricola, i laboratori, perfino i bagni e l’aula magna sono stati largamente rinnovati e resi funzionali. “Sì, qui c’è anche il piacere di studiare: un campo di calcetto ed un altro di pallavolo presto si aggiungeranno alla nostra bella palestra”, annuncia il preside. La scuola ebolitana, nell’ambito del programma “Europea”, partecipa allo scambio con il francese Licèe d’Enseignement general e techcnologique agricole di Troyes – Saint Pouange della regione della Champagne – Ardenne, iniziativa che sarà poi estesa a tutti i “Licei Agricoli”, come nel resto d’Europa si chiamano gli istituti tecnici agrari. “Per conto della Regione conduciamo un’ampia sperimentazione sulle pesche e tutte le nettarine. Lavoriamo direttamente sulle liste varietali – dice il prof. Lamberti – ed inoltre abbiamo censito e messo in una apposita collezione, nel laboratorio di entomologia, più di 300 insetti d’interesse agrario”. La biologa Marzia Albano, gestisce il modernissimo laboratorio per la micropropagazione vegetale e lavora alla moltiplicazione della varietà di carciofo “Tonda di Paestum”. Ma ciò che la rende pi- orgogliosa sono le sue colture cellulari in bioreattori di alcune piante officinali dalle quali estrarre alcuni principi attivi utili per le ricerche biotecnologiche. Un’attività di straordinaria avanguardia, che è assai strano trovare in una scuola superiore. “Il nostro impegno è nella riscoperta di alcune tecniche agricole del passato, in particolare sovescio e rotazioni, ma riviste alla luce delle esigenze di oggi – commenta il prof. Alfredo Pisaturo – è il nostro miglior contributo al settore primario della zona”. Dal programma Fesr, ambienti tecnologici per l’innovazione, è appena arrivato il finanziamento per la realizzazione di un oleificio e di una cantina vinicola a scopo didattico: “presto vedrete in giro olio e vino col nostro marchio”, dice orgoglioso il preside. [ORESTE MOTTOLA]

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18 Lug 2005

Eboli, rivalutare la storia della Riforma Agraria. Autocritica da sinistra

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Il vecchio Vincenzo Aita, nonno dell?omonimo ed ex assessore regionale, era un contadino che conosceva a memoria la Divina Commedia e i comunisti di Eboli nel 1946 lo candidarono alla Costituente. Ed il nipote oggi comincia una revisione su oltre mezzo secolo di storia agricola della Piana del Sele. Rivaluta l?operato di coloro che portarono avanti la Riforma Agraria ?noi comunisti allora buttamo via il bambino insieme all?acqua sporca? e, per stare all?attualità, chiede a Rosania di cambiare l?impostazione del Piano Regolatore per le zone rurali: ?attenzione, introduce una nuova frattura?, chiosa. Gli Aita di eri ed oggi continuano dei protagonisti di molto di quello che si muove nelle nostre campagne. Capitolo mai chiuso questo delle nostre lotte contadine che non furono la classica jacquerie contadina. Condotte da giovani intellettuali (Vignola, Perrotta, Sparano, Manzione e Cassese) ma anche da popolani evoluti. Anche per questo il partito cattolico al potere decise di mettersi comunque alle spalle la grande proprietà agraria? ?L?unica vera rivoluzione meridionale? per Corrado Barberis è stata proprio la Riforma Agraria quando a migliaia di contadini ed artigiani vennero dati 4 spesso 5 ettari di terreno ed una casa. La Piana del Sele è la zona della Campania dove l?esperimento ha funzionato meglio. Nacquero così i borghi di S. Lazzaro a Serre, Carillia ad Altavilla, Spinazzo e Gromola a Capaccio. Anche Eboli e Battipaglia vennero investiti dall?esperimento di nuova democrazia economica. Vennero create poi le strutture di servizio: con il Concoper, la Semel e l?Ilka. ?La filiera agricola l?avevano già inventata loro?, commenta Vincenzo Aita. E? lui il comunista che rivaluta apertamente quella stagione della nostra storia. Dell?argomento se ne è discusso ad Eboli, presso l?Isituto Tecnico Agrario, nella felice occasione del conferimento della cittadinanza onoraria a Mario Mellone, l?unico cavaliere del lavoro della Piana del Sele. Mellone è stato l?agricoltore che più ha diffuso le innovazioni tecniche nel settore. ?Miserabile era lo spettacolo dei braccianti che ad Eboli sotto l?Arco di S. Caterina aspettavano che il caporale li scegliesse per portarli a lavorare. L?unica nota lieta era il profumo del pane e della cipolla e della frittata che si portavano appresso per sostentarsi durante la lunga e dura giornata di lavoro. Oltre la metà della terra agricola da Pontecagnano a Capaccio era in proprietà che superavano i 300 ettari?, racconta Giuseppe Manzione, uomo di scuola e protagonista delle lotte dei contadini poveri e dei braccianti del secondo dopoguerra. ?Ora la Piana del Sele è un giardino, all?epoca era il deserto, una landa intransitabile?, aggiunge ancora. Dall?altra parte della barricata è Giuseppe Fresolone, giovane storico e consigliere comunale di Rifondazione Comunista: ?In piena epoca fascista nella nostra zona il governo nazionale spende 120 milioni di lire per la bonifica. E? il costo della Bismark, la migliore corazzata dell?esercito tedesco. Una cifra altissima spesa per finalità sociali. E il 48% dei terreni era destinato a colture agricole di pregio. Il latifondo assenteista quasi non esisteva. Gli imprenditori ? innovatori, basti pensare a quel che accadeva intorno al tabacco ed al pomodoro con Carmine De Martino, c?erano eccome?. ?Rivoluzione? Semmai rivoluzione tradita!?, ribatte Daniele Petrone, presidente provinciale della Cia, che ha ereditato la vecchia Alleanza Contadini, la storica organizzazione dei contadini della sinistra. ?Non ha retto il sistema delle cooperative. Mettiamola così?, corregge Petrone. Torna poi l?eterno tema di un mondo delle campagne che corre a due velocità, come già fece notare Piero Ottone, anno 1963, nel corso della sua inchiesta sul salernitano. Ma intanto si aprono nuovi fronti di discussione: ?Che fine faranno gli 800 ettari di terreni fertilissimi dell?Istituto Orientale??, chiede ancora Petrone. Ma questa è attualità. Aita preferisce tornare al passato. ?Gli anni ?70 hanno permesso una grande modernizzazione diffusa delle nostre campagne. Con il refrigeratore alla stalla e la raccolta mattina e sera il latte dei nostri allevamenti è il propellente per rinnovare le case e far studiare i figli?. Già i figli dei contadini. ?Oggi la classe dirigente è piena di figli della terra?, fa notare Antonio Manzo, giornalista del ?Mattino? e osservatore scrupoloso dei fatti della Piana del Sele.

Oreste Mottola
oreste@unicosettimanale.it

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