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24 Set 2006

Antonio Orlando, il maggiore altavillese seriamente ferito in un incidente

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da www.salernonotizie.it
Incidenti; auto fuori strada in Friuli: morti 2 militari, ferito grave Maggiore originario di Altavilla
Due giovani militari di origine campana sono morti la scorsa notte in un incidente stradale avvenuto sull’autostrada A4 Trieste-Venezia, nei pressi di Aiello del Friuli in provincia di Udine. Un terzo giovane, che si trovava nella stessa auto, è rimasto ferito in maniera molto grave. Si tratta del Maggiore Antonio Orlando, 25 anni originario di Altavilla Silentina in provincia di Salerno che presta servizio presso il Comando e Supporti Tattici della Brigata “Pozzuolo del Friuli” di Gorizia.
A perdere la vita invece Umberto Palumbo, 23 anni, e Giuseppe D’ Angelo di 22 entrambi originari della provincia di Napoli e in forza come Caporali maggiori. Il militare salernitano è tuttora ricoverato in prognosi riservata presso l?Ospedale di Udine. Sono ancora da accertare intanto le cause dell?incidente che ha visto coinvolta l?auto sulla quale viaggiavano i 3 giovani. La Lancia Ypsilon, intorno alle 4.00 è sbandata finendo fuori strada mentre percorreva una tratta in direzione Venezia.
24/09/2006 By Salernonotizie.it

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15 Set 2006

ALTAVILLA.23 settembre presentazione del libro "La Merica altavillese"

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Altavilla Silentina, Convento San Francesco: Presentazione libro di Bruno Di Venuta ? La Merica altavillese? ? Gli altavillesi in USA dal 1876 al 1924.

Il 23 Settembre 2006 alle ore 18.00 presso il Convento S. Francesco di Altavilla Silentina, sarà presentato il libro di Bruno Di Venuta ? La Merica altavillese? ? Gli altavillesi in USA dal 1876 al 1924. Il libro partendo da una analisi del fenomeno migratorio della Regione Campania e della Provincia salernitana, mette a disposizione documenti, informazioni e storie degli emigrati di Altavilla Silentina. Sono previsti, coordinati da Oreste Mottola direttore del Settimanale UNICO, i seguenti interventi : Ing. Antonio Di Feo – Sindaco di Altavilla Silentina Dott. Ermanno Guerra – Assessore alle Politiche sociali del Comune di Salerno Dott. Antonio Bassi – Magistrato della Corte di Appello di Salerno Dott. Ernesto Scelza – Delegato alla Pace, Cooperazione internazionale e Immigrazione della Provincia di Salerno Dott. Nicola Oddati – Assessore Cultura e Sviluppo del Comune di Napoli Dott. Palmiro Cornetta ? Sindaco del Comune di Serre Dott. Michele Figliuolo ? Ex Vice Presidente della Provincia di Salerno Dr.ssa Rosa D?Amelio ? Assessore alle Politiche sociali della Regione Campania

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23 Apr 2006

Nella Libera Repubblica Altavillese….

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Viaggio nella libera repubblica di Altavilla di sopra, già capoluogo

Questo che segue è un racconto letterario, non un articolo giornalistico. Gli americani direbbero di new journalism. I nomi sono veri, ma le loro affermazioni sono tutte frutto della mia fantasia e possono accidentalmente coincidere, in qualche caso, con la realtà. Il tentativo è quello di descrivere il clima che si vive nella parte alta del paese.

di Oreste Mottola (accanto, in un ritratto di Sergio Vecchio)
La chiamata sul cellulare mi arriva di prima mattina. Nell?orario più sbagliato per passare velocemente nell?informe hinterland edilizio nato nei dintorni della stazione ferroviaria che dovrebbe portare i turisti a Paestum. Il trillo mi coglie mentre guido l?auto, e sono alle prese con la rotonda di Capaccio Scalo in un momento topico, c?è il traffico delle giovani mamme che coi gipponi vanno a depositare i figli all?asilo. Altro stop: davanti al mercato ortofrutticolo la fine dei camion con carciofi e banane che aspettano di entrare. Due chilometri, troverò il parcheggio, e poi mi andrò a chiudere per un?intera giornata nella redazione di ?Unico?. Non riesco ad estrarre il telefonino dalla tasca, perdo tempo. La verità è che sono soprappensiero. Stavo pensando a quale umore avrà Rocco, il barman del ?Centrale?, quando gli ordinerò il solito caffè amaro ed il cornetto vuoto.
Due giorni fa da queste parti è morta una ragazza, aveva 35 anni, lavorava in uno degli alberghi della zona, duecento metri dagli uffici della redazione. Un maledetto incidente d?auto. In una curva subdola. Si chiamava Angela, una pendolare come me. Quella curva dopo due chilometri e più di strada rettilinea io l?affronto anche sei volte al giorno. Questa mattina mi sono imposto di pensare ad altro ? chi mi conosce bene sa il perché – mentre ci passo. D?estate, scendo solo una decina di scale e davanti mi passano belle ragazze in bikini che vanno a mare. Io non mi posso muovere: devo stare seduto davanti ad un computer. Questa mattina c?è una temperatura che fa pensare all?incipiente esplosione del caldo estivo. E alle giovani donne in bikini.
Estraggo il telefonino che non suona più ma vibra nella tasca. Rispondo. E? Lucia, giovane giornalista romana ma di origini altavillesi, che mi chiama.
- Orè, tutto bene? Non ti voglio far perdere tempo. Voglio che mi spieghi come funziona Altavilla. Uomini, donne, passioni. E poi la politica e l?economia. Ed anche quel poco di cultura che c?è. Sono giù, dai miei nonni, al paese tuo. Quando mi potrai dedicare un po? di tempo per decrittare i vostri strani puzzle?
- Ah. E che cosa ti fa capire che io ne sappia ancora qualcosa di quello che fanno ad Altavilla?
L. Ma sono decenni che ci scrivi sopra. I miei ti leggevano già prima di andarsene e che io nascessi.
Internet ha preso il posto delle vecchie biblioteche e così, sempre più spesso mi capita di essere trascinato ?ab origine?. Alle storie del paesello natio. Via email mi arrivano richieste di rintracciare antenati, ma anche invettive sullo stato nel quale versa il villaggio.
Lucia è la figlia di miei amici, ed anche per questo, non posso sottrarmi, devo aiutarla. Come me lavora nel mondo dei media. Se ne sta in una grande città. E? bella ed intelligente. Ed io sono sempre fascinato dalla specie delle ?giovani, brave e belle?, soprattutto se sono colleghe. Gli echi del ?natio borgo selvaggio? ti colpiscono quando meno te lo aspetti.
L. Voglio fare un pezzo di racconto su come i nostri compaesani si preparano a scegliere il nuovo sindaco. Immagina tre o quattro pagine a colori, su di un giornale a diffusione nazionale. Un paese del sud sceglie da chi farsi governare.
O. E così io sarò l?alcolista anonimo spedito a ispezionare vigne e ad assaggiare vini. Ho almeno quattro anni seriamente impiegati a ?dealtavillesizzarmi?.
L. Pessima battuta. Tu Altavilla ce l?hai sempre dentro, fino nel midollo. Ti va un giro per il paese vecchio?
Ci vediamo alle 15 di venerdì davanti al distributore di benzina, quello gestito dalla famiglia di Emiddio Mangone.
L. Lo conosco. Così lo saluto se c?è. E? un parente di mia madre.
Emiddio la mattina suo ufficio di Battipaglia. Poi torna in paese. Il suo è un osservatorio particolare. Sta in piazza più di 12 ore al giorno. Fra gli amici lo chiamiamo ?l?intelligence? per la sua capacità di fare l??analista?. Come me, è uno di coloro che ha molto creduto nel sindaco uscente e nella sua squadra. Poi qualcosa non ha funzionato, lo sanno ormai pure le pietre, e con Emiddio, un bel pezzo di sinistra pensante, porterà i suoi pochi o molti voti e qualche buona idea da Franco Cembalo. ?Ad Altavilla, più che altrove, le urne sono zoccole?, dice rivolgendosi a me, ed approfittando della distrazione di Lucia. Cosa vorrà dire? Che a molti ora è arrivata la proposta giusta, e dopo cinque anni che hanno imprecato contro Di Verniere e Giardullo, ora non nascondono che torneranno a votare per Di Feo.
- Ho saputo che candiderà Romilda e poi Enzo Baione. E qualche ragazzotto di Rifondazione.
Se ne parla ? dice Emiddio ? Di Feo ha almeno otto caselle vuote da riempire. Marco se ne è andato con Rosario Gallo e Tonino il commercialista sta un po? di qua ed un po? di là. . Dicono anche dell?arrivo di Pasquale Doto, a Scalareta.
Emiddio non si smentisce, ancora una volta.
- Forse lascia Donata e Antonio Marra sta con Franco Cembalo. Enzo Baione è un ottimo candidato, ma è più politico Ficus, il suo cane. Ad Altavilla, più famoso del padrone.
?Enzo è uno buono?, ribatto. ?Lo conoscono ed apprezzano a Roccadaspide come a Battipaglia. E? uno intelligente, è una persona perbene?. ?Oh, mica io ti ho detto il contrario?, ribatte Emiddio che comincia a stizzirsi. Siamo in pieno gossip, ci siamo dimenticati di Lucia.
L. Io voglio sapere chi è questo Antonio Marra. Ne parlano tutti quelli che conosco. E qualcuno mi ha detto che non ha i voti dell?altra volta ma è sempre lui l?ago della bilancia. E Franco Cembalo, per caso, è un medico con la barba? Sì, allora l?ho conosciuto all?ospedale di Eboli per un malanno di mia nonna. E? capace, ed è pure simpatico. Ho letto sul tuo giornale che è passato coi Ds ma che il partito, nonostante lui, non è andato benissimo alle ultime elezioni politiche?
E? informata la ragazza. Si vede che respira più l?aria della Piana che quella di Piazza Castello. Qui, all?ombra del Castello, ancora fa più notizia Ficus.
?E? stato Berlusconi a sottrarre i voti a tutti. Mica era garbo di Fasolino, e poi Marco e di Angelo portare tutti quei voti al centrodestra.Cardiello, che è quasi altavillese, ha pescato poco?. E? ancora Emiddio a parlare.
Lucia mi fa segno di voler proseguire verso il centro storico.
L.Non ti voglio far perdere tempo ? dice. In realtà non lo vuole perdere lei appresso alle nostre chiacchiere paesane.
Su di noi incombe la gru del Castello medioevale.
L.Sai che ci faranno?
O. Ne so molto poco. Ti converrà chiedere a Gerardo Di Verniere. Sento parlare di albergo ? ristorante ? centro congressi e benessere. Gerardo ha il filo diretto con il proprietario di una strana tivù che ha fatto succsso con i cantanti neomelodici e che lo ha comprato da ormai cinque, sei anni.
L. E chi sono stì neomeomelodici?
Mai sentito ?o latitante??
L. – Che storia!. Però al mio giornale non la posso proporre, ho paura che il paese non ne esca bene. Posso scriverla per il tuo ?Unico?? Mi incuriosisce!
O. Ne sarei onorato.
L. – Intervisto Di Verniere?.
O. Ah, non me lo chiedere?
L. Capisco da questo che i vostri rapporti non siano dei migliori. Mi ha detto qualcosa mio nonno.
O. Fosse in discussione solo con me, transeat. Possiamo parlare d?altro?
L. Questo Castello.
O. ?Quando la Piana del Sele era malsana per i miasmi della palude e la malaria non perdonava, quassù qualcuno (non tutti, per la verità) si godeva la vita. Qui i discendenti dell’abate Ciccio Solimena vissero, o meglio se la spassarono, per oltre due secoli. Tutti quelli che passavano per la pubblica via dovevano ossequiare i signori e le cose migliori andavano a loro. E lo sai che sono stati pittori più importanti del celeberrimo Settecento napoletano??.
La verità è che quando parlo di queste cose mi piace recuperare tutto il mio orgoglio paesano.
L. C?entrate pure voi Mottola. C?è scritto sui libri.
O. ?Noi vi arriviamo dopo il 1831. Ma io sono del ramo cadetto e contadino della famiglia. Non che don Ciccio, il proprietario più famoso, non lavorasse coi suoi braccianti mangiando pane e cipolla con loro. Se proprio devo preferisco immaginarmi loro parente io preferisco Gaetano Mottola, quello che nel 1799, guidò la popolazione contro i borbonici e favore del rinnovamento giacobino. Ecco io mi sento sempre da quella parte. Lasciamo stare le nostalgie e passiamo al presente. Lo continuiamo questo giro?
L. Sì, vediamo un po? cosa dice la gente.
E? primo pomeriggio. Ma di persone è davvero difficile incontrarne. Così ci concentriamo sulle foto. Vicoli, portali e punti panoramici sono sempre uno spettacolo. La Piana del Sele, Paestum, Salerno e poi Capri. Da qui vedi tutto. Ma tutte le interviste che facciamo raccontano lo stesso rovescio della medaglia. Il paese sopra la collina si sente in affanno. I giovani continuano ad andarsene via, vanno a comprarsi la casa a Cerrelli.
?Già non abbiamo niente. Mo?ci vogliono togliere pure il sindaco?, aggiunge uno degli due ? tre artigiani che lavorano quaggiù.
Perché Antonio Di Feo ha comprato casa e va ad abitare nell?ex proprietà di Paolo Tesauro Olivieri. Me ne ricordo quando scendiamo attorno dalla ex sala Verrone, ex casa Canonica, ex chiesa di S. Egidio. Lo racconto a Lucia.
L. Quante cose sono ex in questa parte di Altavilla. Quindi il sindaco, che ancora ex non è, è uno della parte vecchia ?
O. Del capoluogo. E? nato e cresciuto qui.
L. Quindi, da queste parti, continueranno a votarlo.
O. Sì, con i nuovi candidati che metterà in lista, come ci ha raccontato Emiddio, fanno pensare che il paese farà di nuovo la ?serrata?.
L. Scusa, prima si lamentano perché si sentono abbandonati e poi votano di nuovo chi ha amministrato.
O. Potrei aggiungerti dell?altro. Il discorso turistico e della promozione culturale, nonostante i molti soldi spesi, è ancora al capolinea. I quadri restaurati delle nostre chiese sono malamente nascosti da qualche parte (ovviamente per i malintenzionati è un segreto di Pulcinella) la barocca chiesa di San Biagio non è ancora restaurata! Quassù non si tengono più nemmeno i consigli comunali. Mi fermo qui perché con certe persone non ho voglia di fare discussioni.
L. Con chi ce l?hai?
O. Sono più di dieci anni che è imminente l?apertura di questa chiesa museo. Le promesse sono sprecate. Qui c?è la reliquia di San Germano, il santo che a maggio faceva rinverdire il ramo d?olivo. Facile tirare le conclusioni.
L. Ci andiamo mò?
O. No, dovremmo chiedere chi ha chiave. Mi secca chiedere il favore?
L. Povero San Germano, non sa più a quale assessore votarsi!. Torniamo su?
Emiddio è ancora lì, sotto la sua pensilina. E così ricominciamo il gioco sui prossimi candidati.
O. Emì, è vero che anche tu starai in lista con Cembalo?
?Sto valutando. Sono più per il no che il sì. Ma i nomi di Altavilla paese sono tanti. Sergio Di Masi abita appena oltre il Cimitero, poi ci sono Renato Mazzei e Domenico Cimino. C?è poi un Arietta che si vorrebbe cercare di strappare a Di Feo. E Antonio Molinara. Sono i nomi dei quali si parla. Con Rosario Gallo forse ci andrà Emilio Iuliano o no ? perché mica tutti i medici potranno stare con Franco?
L. Oreste voglio fare delle short stories sui vari candidati. Foto e piccola storia. Hobby, quanto guadagnano e come arrivano alla politica, poi voglio sapere mogli e figli, quali libri leggono e quali film vedono.
O. Lucia, tu mi vuoi male. Questi non sono politici, sono padri e madri di famiglia che per diversi motivi, si fanno schierare in campo. Fra di loro c?è chi vuole solo aggiungere l?indennità di carica allo stipendio che già percepisce e chi vuol fare solo del bene alla comunità. Come ci stanno quelli che vogliono un po? ed un po?. Quasi tutti, forse.
Altavilla capoluogo, ecco il paese diviso fra un po? ed un po?.

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28 Mar 2006

Gli altri petali della Margherita altavillese

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C’è un’altra “Margherita” ad Altavilla. Si presenterà con la manifestazione che si terrà MERCOLEDI’ 29 MARZO, alle 20,15, presso la Brace d’Oro. Introduce il sindaco Antonio Di Feo, relaziona Sandro Giardullo, portavoce della Margherita altavillese. Interventi previsti di Franco Alfieri, Antonio Cuomo, Guglielmo Vaccaro, Ettore Liguori. Concluderà Alfonso Andria.

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21 Mar 2006

Franco Cembalo "presentato" ieri sera alla cittadinanza altavillese

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?Si parte da Franco Cembalo?. Un pubblico delle grandi occasioni, ma civile e composto, ascolta e poi applaude. Siamo alla ?Brace d?Oro?, al centro della piana altavillese. Tocca al ?dottor Sottile? della coalizione, Gianfranco Ugolini, spiegare i motivi che hanno spinto i consiglieri comunali di minoranza, affiancati da Ds, Margherita e Rosa nel Pugno. ?E? un altavillese da parte di madre e padre, ha una moglie di Altavilla, vive ad Altavilla. E poi un carattere pacioso, tollerante. E? un mite. Uno che media. Ascolta davvero la gente?. Pochi erano disposti a scommettere sul fatto che Fausto Bolinesi, Germano Di Chiara e Gianfranco Ugolini, ad un mese e mezzo dalla presentazione ufficiale delle liste, assumessero una decisione così coraggiosa ed in tempi di record. ?Cembalo? E? un democristiano di formazione sociale. L?ho visto bene, quando insieme lavoravamo al Pronto Soccorso, trasformare quel luogo di sofferenza in un?area di accoglienza. Poi è in consiglio comunale dal 1992, rivestendo un po? tutti i ruoli. Questo ha una valenza?. Anche lo Sdi ? Rosa nel pugno è con Franco Cembalo. ?Determinante è la nostra sintonia con il candidato ? sindaco su tutta una serie di ipotesi politico ? programmatiche ? ha reso noto Germano Di Chiara -. In particolare noi gli chiediamo di adoperarsi per la formazione di una classe politica più giovane?. Per il circolo locale della ?Margherita? (al quale non fa riferimento il sindaco in carica) ha parlato l?avvocato Sabatino Di Lucia. ?Franco Cembalo è la persona più indicata per ricostruire la trama unitaria dell?intero paese. Poi ha quel sano realismo, concretezza, che gli permetterà di rivolgersi a tutti?. Fausto Bolinesi, leader locale dei Ds, non rinuncia alla battuta: ?Ringrazio Franco innanzitutto per essere uscito dal Pdfcc, ovvero il partito delle famiglie Cembalo Carrozza?, così il medico diessino ha indirettamente reso noto la notizia che ?Unico? aveva già reso noto. La sua nuova casa politica è coi Ds. ?Se il buongiorno si vede dal mattino la grande partecipazione di questa sera ? continua Bolinesi – mi fa ben sperare. Anche perchè abbiamo restaurato le forze politiche, che potranno aiutare i cittadini a partecipare direttamente alla gestione della cosa pubblica. All?assemblea hanno anche partecipato Palmiro Cornetta, sindaco di Serre, e Carmine Aquino, segretario Ds di Albanella.

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23 Ago 2005

Vincenzo Carrozza, il primo altavillese che apparve in Tv…

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Vincenzo Carrozza è stato il primo altavillese ad apparire in tv. Eravamo alla fine degli anni Cinquanta, ai tempi della televisione con l’unico canale in bianco e nero Rai. E per “vedersi”, Vincenzo Carrozza, dovette andare a Matinella, da certi Cerruti. A Monterotondo, nella campagna romana, nel primo campionato italiano di motoaratura arrivò secondo per quel suo trattore inglese, marca Ferguson. Quelli della giuria gli dissero “Uè Carrò…, voi siete il migliore, ma qui deve vincere la Fiat”. Ma dall’anno dopo si dovettero arrendere. Si affermò dalla gara provinciale di Paestum fino alla finale europea di Parigi. Vincenzo CaITOzza, classe 1919, il motore lo ha amato fin da quando, a poco più di 15 anni, soffiò il posto a Gennano Morra come aiutante di Luigi Cennamo, proprietario di trattori e di trebbie che da Quercioni arrivava nel Vallo di Diano, fino a San Rufo. Poi venne la guerra e Vincenzo Carrozza, finì a guidare camion nel deserto libico. Fatto prigioniero dagli inglesi ad El Alamein, per cinque anni guidò i trattori di una fabbrica di sali e concimi lassù a Stafford, vicino ad Edimburgo.
Nel dopoguerra, tornato a casa,fu assunto subito dalla Cu.ma, un ‘azienda che lavorava per conto terzi. Veniva da Verona ed era tra i più noti agricoltori della Piana del Sete, Renzo Braggio. A Fiocche allevava bufale nelle terre che aveva preso in fitto da don Ciccio Farina.

Oreste Mottola
oreste@unicosettimamale.it

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19 Ago 2005

Ezio Marra, ecco un altavillese di successo

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Avvocato di grido, docente universitario, ex alto funzionario della città megalopoli (dieci milioni d?abitanti) di San Paolo del Brasile, presidente dell’Ordine degli Avvocati della città-satellite di Vila Prudente, 800.000 abitanti. Sono questi i traguardi toccati da un altavillese dalla viva intelligenza e dalla volontà di ferro. Perché tale é Ezio Marra, 55 anni e 3 figli.
Era un freddo novembre del 1956 quando per la famiglia del sarto Rodolfo Marra, “Fufuccio” per tutti, arrivò il triste momento di lasciare un’ Altavilla che ancora si leccava le ferite della guerra e offriva più miseria che speranze ai suoi figli. Se n?andarono in tanti, verso la Germania e la Svizzera, ma anche verso Brasile, Argentina, Venezuela e Stati Uniti. “Era l’alba. Il giorno della partenza era arrivato. Piangevano tutti. lo mi fermai verso Cerrelli e mi misi a guardare per l’ultima volta la collina sulla quale sorge il paese. Ed ebbi l’impressione che quelle case e quei campanili mi dicessero ‘va, fatti onore, ed un giorno ritornerai’. Mio padre aveva programmato un ritorno entro 4 o 5 anni. Ed invece è morto in Brasile”. Quando racconta questa partenza, le parole dell’avvocato Ezio Marra, dall’eloquio sempre sicuro, ironico ed attento, escono a fatica. E’ il sentimento che prevale. In una parola: si commuove. Racconterà poi la moglie Elza Machado, una simpatica brasiliana che capisce benissimo il nostro dialetto, che non sono state più di due/tre le occasioni in cui ha visto Ezio con il groppo alla gola. E lui ogni volta che ha potuto è tornato in Italia e tutte le volte che ripartiva arrivato a Cerrelli si fermava con una scusa e per qualche attimo contemplava il paese. “Ed ogni volta Altavilla mi diceva: ‘tornerai’ “. Quando se ne andò Ezio Marra aveva quattordici anni. Con Arduino Senatore sono quasi coetanei ricordano personaggi e situazioni dei vicoli del centro storico altavillese quando vedeva per ogni portone un sarto, un calzolaio, un barbiere, una latteria…E la frutta di una proprietà di Don Ferdinando Napolitano che a loro ragazzini faceva particolarmente gola.
Poi l’arrivo a San Paolo. E qui il racconto di Ezio Marra ci riporta alla cruda realtà vissuta da tanti nostri connazionali che non sono riusciti a far fortuna. “Abbiamo lavorato tutti , facendo le cose più umili e per più di dieci anni, prima di riuscire ad impiantare un piccolo maglificio che diventerà sempre più grande e che sarà la “fortuna” della nostra famiglia”. Sa di epopea il racconto della fortunosa prima grande fornitura che i Marra riescono ad acquisire da un ebreo che aveva avuta salva la vita grazie ad un italiano durante le persecuzioni nazifasciste e che voleva così sdebitarsi. E grazie al duro lavoro di tutti i componenti della famiglia Marra il maglificio ingrana e diventa una media azienda. Ma Ezio non si sentiva realizzato e, alternandolo con il lavoro, ricomincia a studiare. Frequenta di nuovo le scuole medie, le superiori e l’Università. Arriva la sospirata laurea in Giurisprudenza. La carriera di Ezio Marra conosce un inizio faticoso in uno studio legale e commerciale ma le grandi qualità del nostro concittadino vengono subito a galla e diventa così un apprezzato civilista. Poi arriva la nomina a Procuratore capo dello Stato di San Paolo e l’insegnamento di “Procèdura civile” in una delle Università più prestigiose del Brasile: quella Pontificia.

Oreste Mottola
oreste@unicosettimanale.it

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17 Ago 2005

Incidente a Battipaglia, quattro i morti. L’autista del camion è altavillese

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17 AGOSTO – Tre persone sono morte e altre tre sono rimaste ferite nello scontro tra un camion e una autovettura a Battipaglia, nel Salernitano. L’incidente e’ accaduto in contrada Filette. L’autista di un mezzo pesante, A.G. 36 anni di Montecorvino Pugliano (Salerno) ha travolto una Fiat Marea sulla quale viaggiavano sei persone. Nell’impatto violentissimo hanno perso la vita Enrico Rossomando, 40 anni, la moglie Maria Bedata 41 anni e il figlio Marco di 11 anni. Alla guida dell’autovettura vi era il fratello di Enrico, Giovanni Rossomando, 48 anni ricoverato assieme ai due figli di 15 e 17 in prognosi riservata all’ospedale di Battipaglia.

ULTIM’ORA
Salgono a 4 le vittime dell’incidente a Battipaglia
Il 34enne era ricoverato con 2 giovani di 14 e 17 anni
(ANSAweb) – SALERNO, 17 AGO – Sale a quattro vittime il bilancio dell’incidente stradale avvenuto nel Salernitano, a Battipaglia, dove si sono scontrati una autovettura e un camion in contrada Filette: e’ deceduto infatti anche Giovanni Rossomando, di 34 anni. Rossomando era stato ricoverato insieme a due ragazzi di 14 e 17 anni nell’ospedale di Battipaglia; i due giovanissimi, che contrariamente a quanto si era appreso non sono figli dell’uomo, restano in prognosi riservata.

L’autista del mezzo pesante è A.G., 35 anni, di Altavilla Silentina. Secondo una prima ricostruzione dei fatti l’autista del camion ad un incrocio non avrebbe rispettato il segnale di “dare precedenza” travolgendo così in pieno l’autovettura.

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30 Lug 2005

Don Ciccio Mottola, il Gattopardo altavillese

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Francesco Mottola, ovvero il Gattopardo altavillese

“Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituirono saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra”
GIUSEPPE TOMASI DI lAMPEDUSA IL GATTOPARDO

Nei primi anni del dopoguerra al giovane carabiniere altavillese Virgilio Di Lucia capitò una volta di viaggiare in treno nello stesso scompartimento dell’avvocato Enrico De Nicola, che diventerà di lì a poco primo presidente della nostra Repubblica. Ed ebbe così la fortuna di avere una conversazione con il celebre ed estroverso avvocato napoletano che, quando seppe il paese di provenienza del giovane, gli confidò d’essere “grande amico” del notaio Francesco Mottola che già nel 1919 era stato insignito della Croce di Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia.
E dell’ ambiente liberale e massonico di Salerno e Napoli don Ciccio – come lo chiamavano tutti – fece sicuramente parte perchè conoscitore di molti di quelli che contavano. Cognato di due avvocati napoletani: Amerigo Crispi e Orilia ,il primo (che aveva sposato Angelina Mottola) era un vero e proprio “principe” del foro partenopeo e difese – su richiesta di don Ciccio – sia Ulderico Buonafine, per la zecca clandestina, che il barone Ricciardi di Capaccio incappato in una brutta storia di borsa nera nel secondo dopoguerra. Crispi veniva ad Altavilla – a far visita al cognato – con una lussuosa Rolls Royce nera, che sfidava le strade ancora precariamente imbrecciate.
CON AMENDOLA
Già sostenitore di Giovanni Amendola, Mottola era in contatto stretto con gli uomini dell’Unione Democratica Meridionale, del prestigioso uomo poli- tico salernitano con la proprietà e la casa di famiglia nella Valle dell’Imo, e che morì per le bastonate fasciste. Carlo Liberti, Clemente Mauro, Ruggiero Moscati, Giovanni Cuomo e Giovanni Salvi, gli uomini delliberalismo salernitano, furono da sempre i suoi punti di riferimento. Il fascismo azzerò questo ceto politico e lo costrinse a fare i conti con i nuovi (padroni dell’Italia. Ma caduto il regime furono alcune li di queste amicizie che gli avrebbero permesso d’intervenire a favore del prefetto Fritz D’ Aiuto, originario di Serre, che rischiava l’epurazione da parte di Mario Berlinguer e Tito Zaniboni, i due incaricati dal governo di Badoglio di individuare i fascisti più compromessi.
L’ADESIONE AL FASCISMO.
Fu il proprietario terriero ed industriale, Farina, già deputato popolare poi confluito tra i fascisti, un “riciclato di lusso” del tempo, a pilotare l’ingresso dei vecchi notabili di paese – già cattolici o liberali – nelle file fasciste. Fu così anche per don Ciccio. Il 25 febbraio del 1924 il Sottoprefetto di Campagna, militante fa- scista, scrive al Prefetto di Salemo per rassicurarlo che: “…il sindaco di Altavilla, Cav. Mottola, venuto qui per conferire ha assicurato la sua adesione (..) al movimento in favore della lista Governativa, ove è stato incluso un suo amico personale e cioè l’onorevo- le Farina. Sarà opportuno, comunque, che per accertarsi della sincerità del Cav. Mottola, che l’onorevole Farina lo chiami e gli faccia impegnare la sua parola di gentiluomo”, Insomma Mottola tratta da pari a pari con l’apparato statale e fa pesare il suo legame con l’ex deputato popolare Farina e diventa fascista. La sua fu un’ adesione all’ acqua di rose, un modo per restare nel “club” dei potenti. Nel 1936 dovette anche lui – era podestà- fare un discorso per la conquista dell’ impero d’Etiopia e non trovò di meglio che ironizzare sulla nebbia inglese che rendeva cieca l’odiata Inghilterra. La camicia nera, la tessera e la “cimice metallica” furono nient’ altro che il prezzo per tenere sotto controllo l’altra fazione paesana che faceva capo a Donato Galardi, Gaetano Mazzei, i Sassi, il maestro Suozzo ed Antonio Cancro. In palio c’era il controllo sia dei pochi impieghi comunali ma soprattutto di alcuni beni comunali come le terre di Ferragine che già allora venivano fittate dal Comune a terzi. Verrà, infatti, firmata da Antonio Cancro una lettera al vetriolo che accuserà Mottola “di essere il vero fittuario – di Ferragine – nascosto dietro il prestanome di Antonio Pacifico ed insieme con il consigliere comunale Giu- seppe Cennamo”. Dietro questa denuncia – che cadrà nel vuoto – molti ci vedranno una “manona” più importante.
Forzando gli avvenimenti si può notare come dietro a Mottola ci fosse molta della vecchia Altavilla ( Pipino, Di Vemiere, Cembalo, Morrone, Guerra, Carrozza, Cennamo, Gallo, Ingenito, sono i cogno- mi dei sostenitori del sindaco – podestà), mentre dal- l’altra parte sono i calabresi Sassi, il rocchese Galardi e da Piaggine venivano i Mazzei.
Ed alla fazione di Mottola andranno anche impor- tanti incarichi extra – locali come la carica di podestà di Albanella (lo stesso Francesco Mottola) e quella di Capaccio, che .iarà tenuta dall’avv. Antonio Carrozza.
IL CARATTERE: LUCI ED OMBRE.
Personalità dalle forti luci ed ombre. Per alcuni benefattore illuminato per altri dittatorello di paese. Nato in una Aitavilla dove votavano in 102 elettori conservò sempre una concezione molto elitaria della vita politica e sociale. C’è chi ricorda ancora la vita della famiglia Mottola separata dal resto del paese da quel cancello monumentale vicino a dove fu l’albero del Buon Cazzone. Chi lo ha conosciuto, come il professor Paolo Tesauro Olivieri , ha scritto: “Uomo di poche parole, quasi introverso, preparato, fermo nelle decisioni, apparentemente distaccato, ma sem pre disponibile ai bisogni “spiccioli” del popolo”. Alto e robusto dal fisico gagliardo tanto che gli anziani ricordano ancora di quando si metteva a caricare le cassette di pomodoro sul camion o quando sulle strade , ; comunali si metteva a lavorare con i due fratelli Giuseppe e Buonaventura Poppiti, instancabili spaccatori e posatori di pietre, per ricavare quella “massicciata” precariamente ricoperta di breccia che era propria delle nostre strade più trafficate.
LE ORIGINI FAMILIARI.
Nacque nel 1881 e si sposò nel 1908 con la rofranese Chiquita Francesca Sofia che nel nome di battesimo già rivela il sangue spagnolo della madre, che era una Rodriguez De Sousa. Cattolicissima – mentre il marito era quantomeno freddo con la religione- la signora Chiquita era sempre pronta ad accorrere al capezzale di malati e partorienti. La mamma di don Ciccio era invece l’irpina Giuseppina Berrilli, che veniva da Calitri. Nello stesso anno del matrimonio – 1908 – venne anche eletto per la prima volta sindaco.
Del ramo altavillese della famiglia Mottola aveva- no fatto parte giudici, notai, avvocati, pittori ed abati che nel 1831 avevano acquistato a Napoli, ad un’asta, il Castello che era stato dei Solimena. Nato e cresciuto in un’ Altavilla contrassegnata da una nuova borghesia fondiaria dedita all’incremento della terra posseduta ed alle lotte per la gestione amministrativa del Comune, da plebi rurali affamate da un’eccessiva parcellizzazione della terra, da un’economia di sussistenza incapace di organizzarsi secondo i criteri capitalistici o del solidarismo cooperativo, presenta tutti i tratti tipici delle aree marginali del Mezzogiorno ottocentesco. Le cospicue proprietà fondiarie, la professione di notaio ed il possesso del prestigioso Castello avrebbero potuto consentirgli una tranquilla vita di rentiers, di agrario assenteista – come facevano molti altri – ma don Ciccio, scelse la via dell’imprenditoria ed aprì una delle prime fabbriche conservi ere nate nel Salernitano.
LA FABBRICA E LE ALTRE ATTIVITA’ IMPRENDITORIALI.
Per quasi diciotto anni la vita di Altavilla Silentina è stata scandita dal suono della sirena della fabbrica di conserve di don Ciccio Mottola. Nel 1912 parte la produzione della “menestrella”, un particolare tipo di concentrato di pomodoro. Tutto intorno al Castello ferveva l’attività. C’era un sistema semiautomatico di grossi secchi che si sollevavano e mandavano il pro- dotto finito nei “buattoni” di latta da 25 Kg che costruivano uno ad uno Luigi ed Ermenengildo Guerra. Le lastre di metallo arrivavano alla stazione di Albanella a 100/200 q.li alla volta e agli inizi di febbraio Giuseppe Di Matteo, Vincenzo Baione, Vito Gargano e Roberto Perito costruivano i contenitori in cui s’inscatolava il pomodoro lavorato. A dirigere i lavori erano due fratelli di Nocera: Francesco e Giovanni Mosca. Della segheria si occupava Luigi Soriente, un altro nocerino, e Diamante Marra l’aiutava. Erano loro a costruire le casse che servivano per raccogliere i pomodori nei campi. Cerrocupo era la contrada altavillese al centro di entrambe le produzioni: sia i pomodori che gli alberi di pioppo per i contenitori. Dalle proprietà di famiglia lungo il Calore, con due “traini” a trazione animale (affidati a “Cicchiello” e Nicola Ruggiero ed un camion Fiat 15/ter con i pneumatici a gomma piena, , guidato da Donato Lauria e dallo stesso don Ciccio . E con il camion dal fiume si portavano fm su Altavilla delle cisterne d’acqua. Il capo/fabbrica era Antonio Perillo, un uomo alto, bruno, con i baffetti, gran lavoratore ed altrettanto grande bevitore di vino. Il capo dei fuochisti era Giuseppe Iuliano. Il pomodoro di Altavilla era allora assai rinomato. Le “lampadine” (S. Marzano) avevano tanto un nome che i conservieri del nocerino, venivano anch’essi a fare provviste di concentrato da Mottola. ad Altavilla. La fabbrica chiuse nel 1930 perchè incappò sia nella grande crisi per il crollo di Wall Street per il “giovedì nero” che per l’imprevidenza del socio di Serre, Tancredi, che vendette in America un intero piroscafo di pomodori ma senza … essere pagato. Fu un buco da 37.000 lire, una cifra stratosferica per l’epoca. Quello di Mottola non era l’unico conservificio di Altavilla perchè un altro (più piccolo) funzionava a Quercioni ed era di Luigi Cennamo e Francesco Lanza. I pomodori venivano trasportati con il camion Ford guidato da Carlo Brunetti.
La politica economica fascista, dominata dalla parola d’ordine “dell’autarchia” fece il resto. Con le esportazioni bloccate l’intero sistema delle fabbriche conserviere del Salernitano fu quasi tutto spazzato via: sulle 102 industrie del 1928, ben 48 furono costrette a chiudere. Resistono alla crisi, grazie all’intervento massiccio del capitale pubblico, siamo alle prime operazioni del neonato lRI, solo le aziende collegate alle grosse concentrazioni industriali come la Cirio. Le medio- piccole fabbriche altavillesi sono invece spaz-zate via e solo nella seconda metà degli anni Trenta il rampante imprenditore (ed importante gerarca fascista) Carmine De Martino industrializza Carillia con un conservificio, un tabacchificio ed una segheria. Ma occorre precisare che De Martino aveva acquistato (a prezzi politici) larghe parti del demanio di Persano che aveva disboscato e stava mettendo a coltura. Si trattava di imprenditoria protetta e sostenuta dal Regime. Ciò che – nonostante ascendenze e conoscenze – non verrà nemmeno proposto a Don Ciccio Mottola!. Nel dopoguerra, Dc imperante, lo Stato ricomprerà a prezzi di mercato quelle stesse terre – debitamente disboscate – e le distribuirà ai contadini con i poderi della Riforma Fondiaria.
Sopravvisse al conservificio l’attrezzato frantoi per la lavorazione delle olive. Con cinque presse e due frantoi circolari, un cassettone in cemento armato costruito da De Blasio a mò di bilanciere e su tutto la pressione costante fornita da un motore a gas povero, ?tipo 8? della tedesca Landeen & Wolf. Ci lavoravano 15 operai ed il era sempre il “caporale” Antonio Perilloo con Antonio Cupolo. Con due turni di lavoro si arrivava a ?macinare” fino a 100 tomoli di olive al giorno. L’olio veniva recapitato a domicilio nei recipienti di pelle di capra ma il grosso della committenza veniva dalle 2.000 piante d’uliivo che erano direttamente di proprietà della famiglia di Francesco Mottola.
IL FASCISMO
Il fascismo ad Altavilla fu “importato” da alcuni giovani studenti. Raffaele Suozzo ed Ange~ Molinara – quest’ultimo morì nel 1929 dopo un acceso discorso – furono tra i più accesi sostenitori e trovarono nel giovane maestro elementare Felice Cavallaro la loro prima guida. E furono loro ad accapigliarsi con le ex Guardie Regie Francesco Tesauro e Vita Guerra che, per l’istituzione della Milizia fascista, avevano perso il posto.
Quando ci fu da votare per dare il via all’instaurazione del regime, furono solo due gli altavillesi che dissero di no. Uno era il sarto Antonio Morra, antifascista irriducibile, che varie volte fu picchiato perchè non voleva scappellarsi davanti alle sfilate di regime. Gli resero la vita talmente impossibile che scelse di andarsene definitivamente a Napoli. L’altro era Enrico Galardi.
LE TESTIMONIANZE UFFICIALI.
Il 10 gennaio 1930 venne consegnata la relazione sull’ispezione fatta fare dalla Prefettura di Salemo sulla conduzione dell’ Amministrazione Comunale di Altavilla Silentinao Per l’ampiezza e la meticolosità è sicuramente un documento storico di notevole affidabilità. Sulla figura di Mottola c’è un’ampia trattazione: “Il Cav. Mottola, notaio del luogo, industriale, fornito di cospicuo censo, fu all’epoca dell’antico regime capo del partito della democrazia liberale, mentre i suoi oppositori (…), il Sassi (4) ed il maestro Galardi, erano gli esponenti locali della democrazia sociale. Pel gioco dei partiti di un tempo, il Mottola subì (nel 1908) una inchiesta dall’Ispettore Generale Ferri. Il Consiglio Comunale fu sciolto, ma fatte le elezioni tornò al potere e delle risultanze dell’ inchiesta non si parlò più. Entrato nei ranghi fascisti fu Sindaco e sarebbe stato Podestà se alla vigilia della nomina, dai suoi avversari artificiosamente non sarebbe stata promossa una azione popolare per una pretesa usurpazione di suolo nella piazza del paese alto adiacente alla sua ricca abitazione, tratta dalla trasformazione di un antico Castello. Il Mottola è persona attivissima; nella sua fabbrica di pomodori e nell’azienda agricola impiega da 120 a 130 operai. Durante il suo sindacato diede energico impulso al miglioramento del paese; l’ampliamento del cimitero, l’acquedotto sono opere sue. E’ opinione generale ch’ egli avrebbe sempre dato pel Comune, mai preso e profittato. (…) Al Mottola i suoi avversari non danno tregua: il prof. Galardi dal seggio magistrale ed il dottor Sassi sono ritenuti gli ispiratori degli attacchi che gli vengono mossi da ogni lato, quale professionista, quale contribuente, quale amministratore del Comune, nella famiglia, nell’ onore, in tutto”.
Il documento trascritto introduce all’accesa contrapposizione di Mottola con Galardi.. Ne fornisce comunque un’ analisi fredda e distaccata che il cultore di cose storiche ripropone con sicurezza: “… (il Mottola) “fatto segno a calunniose e velenosissime accuse da parte dei suoi avversari, che gli hanno attribuito financo dei reati, come risulta dalle copiose e frequenti inchieste dell’Arma dei Carabinieri, ha finito per odiare il dotto Sassi ed il maestro Galardi, che ritiene gli ispiratori di ogni ricorso ed anonimo. Quindi lotta ad oltranza di costoro contro di lui e contro costoro: lotta che continua da anni e di cui non si scorge la fine”.
LA GUERRA
E durante la Seconda Guerra Mondiale il Castello dei Mottola fu teatro di vari avvenimenti e lo visitò il generale italiano Chatrian, già reduce dalla sfortunata difesa della Sicilia dall’invasione degli alleati e, da badogliano e seguace di casa Savoia, in contatto con il Comando Alleato per aver fatto parte del gruppo che trattò l’armistizio. Il generale Chatrian, che conosceva don Ciccio Mottola, venne ad Altavilla durante un giro segreto d’ispezione per vedere come il generale tedesco Rommel stava impostando il ritiro delle sue truppe dalla Calabria. Troveremo poi lo Chatrian nelle alte sfere del governo Badoglio a Salerno.
Diversa la storia che porterà don Ciccio a diventare amico del poliziotto americano Rodolfo Sturm. Quando – dopo aspri combattimenti – gli alleati riescono a riconquistare la collina di Altavilla Silentina partono le prime denunce per collaborazionismo, spionaggio ed intesa col nemico. L’agricoltore Antonino Gallo ed Antonio Guarino rischiarono addirittura la fucilazione: il primo perchè dalle adiacenze della propria abitazione vicina alla Chiesa del Carmine operava – con una mitragliatrice – un pericoloso cecchino tedesco ed il secondo (Guarino) siccome era stato a lavorare in Germania aveva fatto da interprete per i tedeschi. Furono addirittura condotti davanti al plotone d’esecuzione già schierato in Piazza e solo le preghiere di Antonino Gallo alla Madonna del Carmine (di cui era un acceso devoto) convinsero un ufficiale americano a cercare di capire le reali responsabilità dei due, – fu quella sommaria istruttoria ed il pronto intervento del parroco don Domenico Di Paola – che permise di scagionarli e salvò la vita ad entrambi. Vengono arrestati anche Luigi Cennamo, commissario prefettizio del tempo, ed il notaio Francesco Mottola. Quest’ultimo viene condotto a Capaccio, ma dopo un sommario interrogatorio, il poliziotto Rodolfo Sturm, si rende conto di avere di fronte un rispettabile notabile di paese non certo un gerarca fascista e lo rilascia subito. Da qui nasce un’ amicizia che continuerà negli anni succesivi.
Nei primi giorni dalla Liberazione anche ad Altavilla s’insedia un Comitato di Liberazione Nazionale formato dai rappresentanti altavillesi dei vari partiti. I problemi dell’approvvigionamento alimentare, la rimozione delle macerie dei bombardamenti e la restaurazione della democrazia erano gli ambiti d’intervento e di discussione. Ne facevano parte : Aurelio Pipino e Oscar Cimino per la Democrazia Cristiana, Giovanni Di Feo e Giovanni Giello per il Partito Comunista, Amello Mazzeo e Carmine Cembalo per la Democrazia del Lavoro, Daniele Guerra e Gennaro Di Marco per i socialisti, Francesco Lettieri e Donato Rizzo per gli azionisti. Il presidente era un grande invalido di guerra che aveva lasciato gli arti in Russia ma s’era dotato di una coscienza politica e civile: Gennaro Di Marco, socialista, originario di Sgarroni ma dimorante nel Borgo e qui a casa sua si svolsero le prime riunioni.

NOTE A MARGINE

l C’era una stretta connessione tra il gruppo amendoliano e la
massoneria. E’ quanto evidenzia Alfonso Conte nel suo studio “L’antifascismo in un contesto rurale”, in Annali Cilentani, n.4/ 1991, “…la commistione “” massoneria e gruppo “amèndoliano (…) emerge in particolare tra gli schedati residenti in Italia, ed in particolare Sarno, città natale di Amendola, nel Vallo di Diano e nel Cilento”.
2 Nel nome portava la responsabilità di dover onorare il ricordo dello zio Francesco Mottola, capitano della Guardia Nazionale e Sindaco nel 1867, durante una terribile epidemia di colera non volle allontanarsi dai compaesani e fu vittima del morbo. Una lapide ancora oggi lo ricorda nella Chiesa di S.Antonino.
3 Durante il fascismo la condizione di schedato politico comportava un’automatica emarginazione, oltre che politica, anche nel campo del lavoro e della vita sociale, e la perdita di alcuni diritti fondamentali, come quello di tenere una libera corrispondenza.
4 Che don Ciccio detestasse il pittoresco medico e veterinario Don Achille Sassi era cosa risaputa. Non era così con il fratello Carlo: la stima era contraccambiata nonostante la lunga guerra politica che opponeva casa Sassi al Mottola.

Oreste Mottola
oreste@unicosettimanale.it

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23 Lug 2005

Raccontate a Gheddafi la storia dell?altavillese che si fece arabo

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Iorio, il Lawrence d’Arabia all’incontrario

Non sapremo mai se Gheddafi conosce la storia di Carmine Iorio, il Lawrence d’Arabia all’incontrario. L?avventura del’italiano che, dal 1917 al 1928, si fece arabo e diventò, in Libia, il capo della rivolta dei Senussi contro il colonialismo nostrano è veramente romanzesca o cinematografica. La vicenda è stata recentemente portata alla luce da Gian Antonio Stella, una delle maggiori firme del giornalismo italiano che vi ha dedicato un’intera pagina sul prestigioso, e diffuso, “Corriere della Sera”. Mai nessun altro compaesano ha avuto un simile eco. Carmine Iorio era un altavillese. Fin da bambino aveva fatto il bufalaro ed il cavallaro. Poi si arruolò. La sorte volle che invece di andarsi a immolare sul Carso nel 1917, come accadeva a tanti suoi coetanei, lui si trovasse in Cirenaica a combattere contro gli antenati del colonnello Gheddafi. Le cronache scovate da Stella dicono che passò dall’altra parte per una rissa seguita ad una colossale bevuta. Nella galleria dei personaggi leggendari di questo paese che pure ne offre più di uno (da Ulderico Buonafine a Francesco Mottola) l’avventura del fante che si trasforma in Yusuf el Muslim, sposa un’araba e, evitando sempre di sparare direttamente sugli ormai ex connazionali, anima per dieci anni la resistenza libica davvero ci sarebbe da fare un film. Qualche accenno alla storia l’avevano già fatto Rosario Messone e Giuseppe Galardi nel loro volume di storia altavillese. Poche, e assai sommarie righe. Nel paese, poi, non c’era interesse a ricordare l’avventura di Iorio. Più di una volta, ma a mezza bocca, quella storia l’ho sentita raccontare da mio nonno Rosario, nato nel 1911, che in Cirenaica trascorse gran parte della sua gioventù (dal 1935 al 1943) e che reputava quel che aveva fatto Iorio una vergogna. E d’accordo con lui erano i tanti che i fatti d’arme d’Africa avevano vissuto direttamente. Ora la storia di Carmine Iorio torna di nuovo a galla. Eroe o traditore? Nel 2004 è difficile incasellarlo in una delle due categorie. Io propongo di ricordarlo semplicemente per questa sua vita controcorrente. [Oreste Mottola]

Il soldato Carmine diventò il beduino Yusuf . Da fante a capo dei Senussi

di Gian Antonio Stella

«Tenente Rossi, statt’accuorto! E vuie pure, marescia! Sergente: fetiente!». A sentire gli insulti che salivano dalle file dei beduini, i soldati che quella mattina di gennaio del 1917 si erano avventurati sulle alture dietro Bengasi restarono stupefatti: che ci faceva tra i ribelli quel traditore italiano dallo spiccato accento salernitano? Tutto era cominciato il 13 luglio dell’anno precedente a Tukrah, tra Bengasi e l’antica Tolemaide, in Cirenaica. C’era stata festa, i militari del nostro distaccamento avevano alzato il gomito e più di tutti l’aveva alzato il fante Carmine Jorio . Aveva 24 anni, era un ragazzo «non alto, magro, spericolato», veniva da Altavilla Silentina, si era guadagnato da vivere fin da bambino come bufalaro e cavallaro, aveva sposato una compaesana di nome Lorenzina Ripoto, era già sotto le armi da quattro anni ed evidentemente non ne poteva più. Scatenata una rissa, era stato dunque scaraventato a smaltire la sbornia nella baracca che fungeva da prigione. L’aveva già assaggiata, Carmine , quella punizione. E forse sarebbe finita ancora con una dormita e una ramanzina, avrebbe ricostruito molti anni dopo Francesco Maratea sulla Settimana Incom rompendo il muro di silenzio che aveva occultato la storia, se quella notte non avesse fatto un caldo spaventoso. Stravolto dal mal di testa, il fante, incapace di trovar requie nel sonno, si era infine alzato, aveva dato una spallata alla porta e se n’era andato vagabondando nella notte fino a stramazzare, abbattuto dalla ciucca, sotto le palme che svettavano su una pista. Dove un’ora dopo sarebbe stato trovato, impacchettato e portato via da una carovana guidata nientemeno che dal più tenace nemico che l’Italia aveva incontrato laggiù in Libia, Omar El Muktar, il capo dei Senussi, la confraternita di beduini che si batteva per un impero teocratico islamico e aveva opposto una durissima resistenza al colonialismo italiano. Al risveglio, legato di traverso su un cammello, il soldato Jorio aveva sbarrato gli occhi: cosa diavolo gli era successo? Non avrebbe avuto risposta per giorni e giorni, finché, dopo una marcia estenuante fino ad Ajdabiya, la base di El Muktar, non gli si era parato davanti un vecchietto che, in un italiano stentato, gli aveva comunicato che il giorno dopo sarebbe stato impiccato. Era ormai rassegnato al cappio quando Mohammed Idris e suo fratello Saied el Redà, i massimi capi davanti ai quali l’avevano trascinato, gli chiesero che cosa significasse quel piccolo fucile ricamato sulla manica. «Sono un fuciliere scelto», aveva risposto. Il giorno dopo era già sotto il capestro, tra le urla e gli sputi di una folla inferocita, quando era arrivato l’ordine di sospendere l’esecuzione. El Redà voleva un piacere: se aveva davvero una buona mira, doveva ammazzargli due nemici personali. Jorio non ci aveva pensato due volte: «Accetto». Portato sul posto da una guida, aveva scrupolosamente eseguito con successo la prima e poi la seconda delle commissioni. Quindi, buttata via ogni speranza di tornare tra gli italiani e guadagnata la fiducia del senusso, si era rassegnato di buon cuore a restare ai suoi ordini. Tanto più che El Redà gli aveva chiesto addirittura, in cambio di generosissime ricompense, di fare da istruttore ai suoi figli. Quel mattino di gennaio del 1917 in cui urlò «fetenti!» ai suoi ex commilitoni, il soldato Jorio era stato chiamato alla prova del fuoco. Si era fatto crescere la barba, aveva preso a vestirsi e a mangiare come un beduino, si era sorprendentemente impadronito in pochi mesi della lingua, aveva assunto il nome di Yusuf el Muslim. Conversione sincera? A rilegger Maratea, c’è da dubitarne: «In realtà, egli si convertì con un intimo compromesso: si prostrava in pubblico dinanzi ad Allah e ai muezzini, poi ne chiedeva perdono alla Madonna del Carmine , a S. Gennaro, a San Egidio, a tutti i santi patroni della sua infanzia». Fatto sta che, per undici anni, « Carmine el Muslim» restò lì, a combattere dalla parte dei Senussi nella sanguinosa resistenza contro l’esercito di Vittorio Emanuele III. Dimentico della moglie Lorenzina, sposò tra mille onori un’araba. E poi un’altra ancora, la bella Teber ben Mussa, che gli avrebbe dato due figli, Mohammed e Aescia. Dimostrata mille volte la sua dedizione alla causa dei ribelli, ne divenne un ufficiale. Fino a raggiungere i vertici: «Subordinato solo ai discendenti del Senusso, Yusuf erail comandante effettivo della rivolta e combatté gli italiani con ardimento implacabile, rispettando solo l’ultimo precetto di non sparare mai con le sue mani contro quelli del suo sangue». Un dettaglio che non gli impedì di organizzare e guidare i suoi uomini nell’agguato in cui cadde il capitano Tilgher o in altre decine di scorribande contro le truppe dei colonnelli Piatti e Lorenzini. Finché, caduti uno dietro l’altro i principali leader della guerriglia, si ritrovò sempre più solo. La svolta arrivò nel 1927, quando, durante un rastrellamento, restò casualmente nelle mani italiane la bella Teber. Carmine impazzì di dolore. E mentre anche el Redà si arrendeva e accettava di venire confinato a Piazza Armerina, lui diventò ancora più irriducibile. Per mesi, mentre morti, catture e abbandoni assottigliavano i guerriglieri ai suoi ordini da un migliaio a poche decine, dedicò ogni energia alla ricerca della moglie prigioniera. E la cosa divenne una leggenda al punto che tra i nostri soldati si diffuse addirittura una canzoncina: «Ce sta nu’ sergente / faceva l’attindente / a madama Fatimà / Prigioniera beduina / dalla sera alla matina». Nell’autunno del 1928, quando finalmente individuò la prigione, gli erano ormai rimasti solo tre fedelissimi. Arrivò a Gigherra il 16 novembre 1928, seppellì coi suoi compagni i fucili in una buca e si intrufolò tra i nomadi che prendevano l’acqua da un pozzo. Fece la domanda sbagliata al libico sbagliato, fu riconosciuto, tentò inutilmente di scappare. Catturato, venne portato con gli altri al comando di Gialo, davanti al colonnello Pietro Maletti che avrebbe fatto poi diffondere una ricostruzione nella quale il traditore, davanti alla minaccia di essere frustato da un ascaro detto Ivan il Terribile, era vigliaccamente scoppiato in lacrime prostrandosi in ginocchio: «Signor colonnello, che vulite da me, saccio bene quello che sono, m’a'gio data la condanna col core mio! V’imploro di non farmi frustare, io sono italiano e non arabo, gli arabi resistono alle curbasciate, noi non possiamo resistere!». Vero? Falso? Mah… Certo è che, dopo essere stato un ubriacone, un disertore, un assassino su commissione e un traditore così disprezzato dalle nostre autorità che al processo fu interrogato in arabo da un interprete, il soldato Jorio andò incontro alla morte con dignità. Passata la notte a scrivere alla madre e a pregare in ginocchio l’immagine della Madonna del Carmine , davanti al plotone d’esecuzione rifiutò i sacramenti. «Perché?», gli domandò il colonnello. E lui, chiedendo l’assistenza di un cadì, rispose: «I miei due figli sono nelle mani dei Senussi: se morissi da cristiano, sarebbero figli di un traditore. Se muoio da musulmano saranno figli di un eroe».

Libia ?17

L?ITALIANO CHE SI FECE ARABO

E il soldato Carmine diventò il beduino Yusuf Da fante a capo dei Senussi

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