15 Apr 2015

LA GUERRA TRA LA BANDA GIALLA E QUELLA NERA note sulla tradizione musicale di Altavilla Silentina

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INTRODUZIONE – Il carattere degli abitanti

Sul carattere degli altavillesi “silentini”

La maggior parte dei paesi interni cilentani sono dominati dal criterio dell’uniformità. Spesso hanno anche pochi cognomi. C’è dove si producono solo i fagioli e si cucinano solo le castagne, dove sono stati tutti briganti o carabinieri, dove gli abitanti hanno, fateci caso, le stesse “facies”: segno di uno scarso scambio di patrimonio genetico. In altri paesi, soprattutto in quelli di mare o spiaccicati accanto alle vecchie vie storiche, c’è tutto e il contrario di tutto. Il sangue si è abbondantemente mischiato per tutta una serie di ragioni che non è il caso d’indagare: guerre, immigrazioni, pellegrinaggi, tanto per fare un elenco. Il mio paese, Altavilla Silentina, sta tra i secondi. E se ne vanta. Perché non è sul mare e non ci passavano le strade consolari romane. Ed ancora oggi una misconosciuta strada che porta a Castelcivita e a Roccadaspide è affogata dagli scalini e dai balconi di via Borgo S. Martino. Un bus, di quelli a due piani non ci passa. Altavilla caput mundi! () Ci fu un tempo che vide gli etruschi a Pontecagnano ed in tutto il Picentino, i greci d’Occidente tra Paestum e Velia con i lucani appostati e guardinghi sugli Alburni: Altavilla è lì, a poche decine di chilometri di distanza da tutti questi luoghi. Perfettamente equidistante. Sì, da tutti abbiamo preso ed a tutti abbiamo dato. Anche ai pirati berberi che sovente, e prepotenti, ci fecero visita. Molti di noi potrebbero facilmente andare nel Maghreb e confondersi coi locali. Sorridete pure, siamo un paese aperto: il centro antico non è chiuso tra le gole di un’inaccessibile montagna ma ci s’arriva risalendo le giogaie di dolci colline. E quando la Piana del Sele era malsana per i miasmi della palude e la malaria non perdonava, quassù qualcuno (non tutti, per la verità) si godeva la vita. Questo raccontano le tante storie del Castello dove i discendenti dell’abate Ciccio Solimena vissero, o meglio se la spassarono, per oltre due secoli. Tutti quelli che passavano per la pubblica via dovevano ossequiare i signori e le cose migliori andavano a loro. I furbissimi briganti che stavano dentro al vicino bosco di Persano, una specie di Supramonte salernitano di quei tempi, sulla collina altavillese ci venivano perché avevano gli appoggi di tante donne – vivandiere. Si confina con Persano con un lungo tratto del bello e pescoso fiume Calore. I re qui erano di casa. Carlo III, Francesco e Ferdinando di Borbone amavano venirci a caccia. Goethe ci venne e ne scrisse. Hackert la dipinse. Fu culla dell’allevamento della razza equina omonima che trionfò in diverse Olimpiadi ed oggi è sede della Brigata Garibaldi: una delle più “operative” unità dell’Esercito italiano. È il passato con le sue luci (poche) e le tante ombre. Ancora: altri hanno avuto le industrie con i soldi dello stato? Noi di Altavilla, oltre alle regolamentari tre torri, sul gonfalone comunale abbiamo, virtualmente, i caseifici che sfornano la mozzarella più buona del salernitano. Un successo costruito, in meno di un decennio, da allevatori oggi diventati industriali. Torna il tema di un’Altavilla Silentina doppia o una e trina: divisa tra una Piana del Sele alla quale appartiene per l’agricoltura avanzata ed un’imprenditoria vivace, ed un territorio collinare che è cilentano per tante consonanze, non secondaria quella musicale. C’è l’Altavilla Silentina dell’appartenenza religiosa raccontata dalle oltre trentacinque chiese ma anche da un non troppo passato “culto” massonico dalle atmosfere sulfuree.

1 – ALTAVILLA NELLA LETTERATURA
Il paese ha sempre stimolato i romanzieri. Piero Chiara si ispira proprio alla vicenda dei confinati politici ad Altavilla. Nel 1967 pubblica un romanzo, Il Balordo (Mondadori), che vince il Premio Bagutta. Il protagonista di questo splendido romanzo di Piero Chiara, il “Balordo” del titolo, è il musicista Anselmo Bordigoni, o Bordìga, un uomo candido e grosso — alto quasi due metri e con la faccia larga «quanto il tronco di un robusto bambino di cinque anni» — che vive come un fungo in un paese affacciato su un lago ai piedi delle Alpi. La totale apatia nella quale questa sorta di Gargantua ottusamente assente ha sempre vissuto viene però improvvisamente interrotta, ai tempi del fascismo, da una denuncia per malcostume che lo costringe al confino ad Altavilla Silentina. Qui, divenuto famoso per la sua musica, sarà costretto a seguire gli Alleati nella loro risalita della Penisola, punteggiando il suo cammino di improbabili trionfi, fino a ritrovare il paese dal quale era stato cacciato, dove verrà accolto in trionfo come perseguitato politico ed eroe di guerra, diventando il promotore — naturalmente involontario — di un magnifico esperimento di democrazia diretta. La sua avventura diventa così favolosa, ai limiti del grottesco, fino a riflettere l’ignominia e l’innocenza di un mondo avviato, di balordaggine in balordaggine, a consumare in modo sempre più dissennato sentimenti e valori. Il libro è ancora in vendita negli Oscar Mondadori e costa 7.80€. Segue Antonio Bennato con “Ho tirato i santi giù dal cielo”, edito da sempre da Mondadori, ha raccontato le storie del seminario e poi è seguita la saga dei racconti, editi da Moby Dick, di Francesco Di Venuta. Dall’esordio de “Il Fuoco della Malannata” all’ultima opera: “Torrida Festa”, un giallo ambientato durante la più lunga delle giornate che vive Altavilla: la festa di S. Antonio.

2 – “PAESE DI CANTI E SUONI”

“Altavilla, paese di canti e suoni” era la canzone che Alessandro Di Vernieri aveva scritto alla fine degli anni Cinquanta insieme con il veterinario Giuseppe Sacco e che è diventato l’inno della comunità. Questione seria, questa della musica, nel centro silentino. La prima banda è datata 1876, ma fu con il maestro Raffaele Suozzo che l’attività bandistica coinvolse l’intero paese. “Verdi” e “Rossini” furono gli emblemi delle due fazioni paesane. Proprio nella banda di Suozzo, Alessandro Di Verniere si forma in gran parte da autodidatta e ne è il capobanda. Lo strumento che sceglie è il clarinetto. Durante la seconda guerra mondiale è ufficiale di complemento e suona nella banda militare. Nel paese dei canti e suoni la musica è un’epopea che incuriosisce finanche il romanziere Piero Chiara che ne prende a piene mani e nel libro “Il Balordo”, “la guerra della banda gialla e della banda nera” è uno dei perni de “Il Balordo” che poi diventerà, nel 1978, uno sceneggiato televisivo con protagonista Tino Buazzelli. Di Vernieri ha sviluppato un’azione di alfabetizzazione musicale che solo nei decenni successivi darà i suoi frutti. “Mette lo strumento in mano”, come si dice, a tantissimi ragazzi e loro impartisce i primi rudimenti musicali. Se tanti giovani si sono diplomati al conservatorio, insegnano e vivono di musica, lo devono a lui, commerciante di professione, musicista autodidatta.

3 – LA STORIA DELLE BANDE MUSICALI.

Ad Altavilla la banda è stata fondata nel 1874, quando si formò un corpo musicale di 40 giovani elementi che in breve, secondo le cronache del tempo, fecero dei notevoli progressi nell’arte bandistica. Poi, per l’ondata dell’emigrazione verso l’America di fine secolo, le prime guerre coloniali in Africa, l’irrequietezza dei giovani, ci fu un momento di crisi, superato definitivamente nel 1896. Negli anni successivi la banda ha seguito di pari passo la vita del paese, chiudendo gli strumenti durante le guerre e riprendendo a suonare subito dopo.
Dal 1925 al 1927 Altavilla avrà addirittura una sua orchestra Filarmonica. Romeo Califano, Armido Iorio e Ferdinando Napolitano ne erano i direttori. La componevano: i mandolinisti Romualdo Guerra, Francesco Iorio, Giacomino Baione, Luigi Senatore ed un Cammarano, le chitarre erano di Filippo Contini, Ulderico Buonafine e Giovanni Guerra al violino Giovanni e Mario Cennamo ed un giovanissimo Giuseppe Bracco, il clarinetto era di Vito Guerra con Oreste Carrozza, Amato Mazzeo e Francesco Lettieri. Le prove si tenevano nel Parco “Foresta” e venivano allestite delle vere e proprie operette.
Che le bande musicali di Altavilla Silentina siano state spesso due o nessuna è un fatto che si è verificato più di una volta. Tanto, che quando Piero Chiara ha voluto regalarci l’ambientazione di un suo romanzo, ”la guerra della banda gialla e della banda nera” è uno dei perni della sua rivisitazione romanzata di alcuni aspetti della storia altavillese.
La “banda gialla” e la “banda nera” sono un fenomeno da collocare durante gli anni Venti. Negli anni Trenta c’è un solo complesso bandistico in azione ed è diretto dal maestro Raffaele Suozzo. Schierava i tromboni di Antonio Giordano, Guglielmo Di Agresti e Nicola Guerra, la tromba di Carlo Baldo, il flicornino di Diamante Marra, il clarinetto di Pasquale Di Lucia. Sono vari gli aneddoti che si raccontano su di Suozzo. Era capace di macinare nottate e nottate senza dormire per trascrivere il”marciabile’: dalle opere e dagli inni militari ed adattarlo ai vari strumentisti della sua banda. Non esistendo fotocopiatrici egli doveva ricopiare a mano per decine di volte le varie partiture. Aveva la musica nel sangue e le uniche distrazioni che si concedeva erano una partita a carte nel “sali e tabacchi” di Lisandro Belmonte, che allora fungeva anche da caffè con don Aurelio Pipino, Arturo Ferrara ed il dottor Amedeo Molinara. Perfezionista: s’accorse una volta che il repertorio lirico della sua banda zoppicava, oltre a Verdi, Rossini, Donizetti, Bizet, Mascagni e Souppè mancava dell’apporto di Puccini e della sua Tosca. Già pregustando il figurone che avrebbero fatto in estate alla festa di S. Antonio con la partitura alla mano (aggiustata e studiata su misura per ogni strumento della sua banda) arriva speranzoso nella sala musica al Borgo S. Martino dove si concertava. Si sbraccia a spiegare. Prende anche qualche strumento e suona lui stesso molte parti. Non ci fu niente da fare, il livello di preparazione musicale medio era quello che era, e dopo vari tentativi di esecuzione il maestro Suozzo dal podio prese la partitura e la scaraventò nell’ angolo più lontano dello stanzone. Poi s’accasciò su di una sedia, con le mani nei capelli: avvilito come non mai. Per lunghissimi minuti nessuno osò fiatare. Poi un suo vigoroso “Perdinci”, rabbiosamente ringhiato aumentò ancora di più la tensione. Quella Tosca non era cosa alla portata della sua “Verdi”. E non se ne parlò più.

5 – DALL’ AURORA VERSO LE DUE BANDE
Poi venne la guerra con il suo codazzo di morte e distruzioni. Ad Altavilla infierì più di altre parti. I bombardamenti furono l’accompagnamento di mesi e mesi e per tutti. Quando finì l’imperativo di far ricominciare la vita contagiò tutti. I Mottola misero su il “Cinema del Castello” ed il maestro Suozzo convinse molti a togliere la polvere dagli strumenti musicali. Si trovò una sala prove a via Borgo S. Martino, in una casa messa a disposizione da Carlo Brunetti. Ma la guerra e l’emigrazione avevano fatto dei vuoti spaventosi nelle fila dei vecchi musicanti. Urgeva rivolgersi ai più giovani. E qui il maestro Suozzo sviluppa un’azione di alfabetizzazione musicale che solo nei decenni successivi darà i suoi frutti: “mette lo strumento in mano”, come si dice, a tantissimi ragazzi e loro impartisce i primi rudimenti musicali. Nei primi anni del dopoguerra l’attività musicale era abbastanza in sordina: qualche festa patronale ed un funerale. Solo l’autorità del maestro Suozzo continuava a restare intatta.
Intorno al 1950 ci furono due fatti nuovi che coinvolsero quello che si stava affermando come l’astro nascente della scena musicale altavillese. Antonio Di Matteo, questo era il suo nome, aveva superato il vecchio maestro Suozzo anche perchè si era diplomato in “strumentazione per bande”.
Provetto fisarmonicista, con il fratello Mario alla tromba, Nicola Mazzei, Francesco Lettieri e Nicola Guerra dapprima dette vita all’orchestra” Aurora” che furoreggiava nei matrimoni dell’epoca. Fu una novità per Altavilla. A grandi folate arrivava aria nuova. Che fu vera tempesta nella banda del maestro Suozzo. Di lì a poco anche l’organizzazione della banda venne messa in discussione. Anche al giovane Alessandro Di Vemiere, che già aveva i galloni di capobanda, viene chiesto di farsi da parte e cedere il posto al vecchio Carlo Baldo, uomo di fiducia di Antonio Di Matteo, che chiese di affiancarsi nella direzione a Suozzo. Scoppia una vera e propria battaglia della musica ad Altavilla e nonostante i tentativi di mediazione non c’è niente da fare: è la scissione.
I fedeli al maestro Suozzo, con un’uniforme grigia e col bavero verde, issano le insegne di Giuseppe Verdi. Con Carlo Brunetti, Vincenzo Bassi ed Ezio Cimino si dotano di un comitato che sosterrà lo sforzo organizzativo della banda. Con Antonio Di Matteo va l’esperto Carlo Baldo a fare il capobanda ed il nerbo della “Rossini”, dalla divisa color cachi, col bavero di velluto marrone) è rappresentato da Mario, Nunziante, Alfredo e Roberto Di Matteo.
L’aquarese Gino Inglese (flicornino) insieme al giovanissimo Virgilio Di Mari (flicorno tenore) sono gli assi della “Rossini”. Ma la “voce” e la tecnica del clarinetto sta incantano tutti: Germano Petraglia se ne andrà a S. Remo a far apprezzare la sua arte nella banda municipale. Le due bande divennero subito quella di “sotto” e quella di “ngoppa” per via del fatto che la “Rossini” provava davanti a S. Antonino e i Di Matteo erano di Via Portanova. La “Verdi” invece raccoglieva più elementi della Piazza e Via Roma e provava al Borgo San Martino. E tra i ragazzi dell’epoca infuriavano le battaglie tra “gallucci e matuonzi”

7 – PADRE CANDIDO GALLO NELLE “NOVELLE DELL ‘ACQUAFETENTE” .

“Sui silenzi assolati dei pomeriggi estivi si spandeva aIl’infinito l’eco della tromba, di clarini e di sassofoni di promettenti musicanti in erba, i quali s’addestravano per uscire a suonare nella banda musicale, che dirigeva con passione il maestro Raffaele Suozzo. Orgogliosi e invidiati, berretto d’ordinanza in testa e divisa regolamentare con mostrine e alamari, i giovani bandisti, dopo mesi di scuola e di concerti, “uscivano a suonare” per la festa di S. Antonio o del Carmine; ed erano ammirati. A sera, poi, la moda al gran completo, con rinforzo di cornetta, che veniva da Controne, si esibiva eseguendo opere verdiane con ‘canzoniere napoletano’ di prammatica. Non c’era cassa armonica, e la banda suonava sul terreno battuto della pialla, alla luce di quelle vivide fiammelle ad acetilene, che davano sul blu. Sarti, ciabattini e figari, da buoni intenditori, canticchiavano sottovoce, guardandosi attorno per essere ammirati. Ed emettevano alla fine insindacabili giudizi”.
La rivalità arrivava a tal punto che durante le feste le bande suonavano un giorno una e la serata dopo l’altra. Anche i pezzi suonati erano diversi: in una le opere più significative della banda “ Rossini” che avevano nella Gazza Ladra e nel Barbiere di Siviglia la massima espressione, l’altra le musiche di Verdi soprattutto La Traviata e Il Trovatore. Diverse, sia nella foggia che nel colore, naturalmente le divise, rigidamente di color verde quella del maestro Suozzo. Legate alle due bande due scuole di musica, il serbatoio a cui attingere per nuovi suonatori. L’arrivo dell’esordiente nella banda era una vera e propria festa. Mancando di suonatori di alcuni strumenti, si attingeva a suonatori dei paesi vicini, specialmente di Controne. Non si disdegnava di inserire qualche ottimo elemento proveniente da altri paesi per accrescerne il prestigio .

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8- IL “BUONCAZZONE”
L’albero, al quale si riferivano antiche leggende, veniva chiamato il Buon Cazzone, e la denominazione era tanto antica e radicata negli altavillesi che nessuno, nemmeno i parroci, poterono mai trovarvi rimedio. Si può dire che erano tali l’imponenza, la fama e la serietà dell’albero, che si era perso il significato del nome, il quale fini con lo scomparire dagli usi comuni ingiuriosi e scherzevoli, per rimanere, senza sospetto di equivoco, come unico appellativo della grande pianta.
Man mano che la gente del paese usciva quella mattina dalle case e vedeva il Bordigoni seduto sotto il Buon Cazzone, si rendeva conto che finalmente era arrivato l’uomo che poteva stargli a pari. Vicino al suo tronco il corpo del Bordigoni non sfigurava, anzi prendeva proporzione e stabiliva un rapporto intermedio tra gli uomini di taglia normale e quel colosso della natura che aveva lasciato le foreste, dove non gli sarebbe mai riuscito un simile sviluppo, per venire tra la gente a godere di un’ammirazione e di un’autorità che avevano finito col trasformarsi in affetto. Tanto che mai vi era stato infisso un chiodo, neppure per i festoni della processione durante la festa dell’Addolorata; e una volta che un merciaio ambulante stava piantandovi un gancio, scoppiò una mezza sommossa e l’imprudente venne cacciato dal paese. (pp. 81-2, Oscar Mondadori 1972)

Ninuccio Di Matteo e gli altri – un contributo di Carmine Senatore
La prima esperienza musicale di Luigi nacque sollecitata dalla competizione di due bande musicali.
Ninuccio Di Matteo era riuscito a diplomarsi al conservatorio, grazie alla sua ferma e ferrea volontà.Una volta diplomato, volle realizzare quello che era stato sempre il suo sogno : formare una banda comunale.
Il paese era diviso in due fazioni, facenti capo a due quartieri. Era ovvio che una volta formata una banda ne nascesse un’altra nell’altro quartiere. Ovviamente gli abitanti delle rispettive fazioni parteggiavano per l’una o l’altra parte.
Ogni abitante si sentiva in diritto di partecipare: fu costruita per i più promettenti una scuola di musica, la partecipazione alle prove dei concerti era un obbligo.Io,che facevo parte del quartiere di Ninuccio , partecipavo ai concerti della banda “Rossini” ( così venne denominata) quasi ogni sera.
Dall’altra parte si rispondeva con le stesse armi. La banda “Verdi” era diretta da Don Raffaele , non diplomato, ma un ottimo conoscitore della musica: l’organista della chiesa del Carmine. Era un tipo burbero , pronto a rimproverare i suoi allievi anche per piccole mancanze.
Ogni banda aveva il suo repertorio. L’una evitava le composizioni di un artista e l’altra quelle dell’altra.
I pezzi forti erano la “Gazza ladra” e “Il Barbiere di Siviglia”, mentre “ La traviata” e “ Il Trovatore” quelli dell’altra.
Durante le feste, una sera suonava una banda e la sera dopo l’altra.
Una volta fui preso dal mio sarto,tifoso dell’altra banda, e messo con la testa in un bidone pieno d’acqua e mi minacciò di immergermi se non avesse gridato “ Viva Verdi”.
Io resistetti,e ovviamente il sarto desistette dal suo proposito.
Scuola di musica e banda musicale finirono quando Ninuccio vinse un concorso di direttore di una banda comunale in un paese del nord.
Com’era da aspettarsi lo scioglimento della banda Rossini porto al rapido declino della “Verdi”,i cui dissidi interni portarono in breve tempo al suo rapido sciogliersi.
Questa esperienza portò tutti i giovani del paese ad interessarsi di musica lirica e sinfonica. Anch’io , quando le condizioni economiche glielo permisero, comprò i suoi primi dischi di musica classica. Ricoirdo ancora il primo disco che comprai:era la sinfonia n.40 in sol minore di Mozart,. Il suo tono drammatico,ansioso e febbrile, contrasta talmente con l’atmosfera generalmente serena , obiettiva, a volte turbata nel profondo ma sempre calma in superficie, che ascoltatore ne rimane immediatamente colpito ed i suoi occhi scorgono segreti che le parole non possono esprimere.
I ricordi della sua fanciullezza, l’ascolto per radio delle romanze, mi avevano reso permeabile all’amore per la musica.Avevo imparato che la musica non si impara sui libri, ma ascoltandola. Ascoltandola con attenzione e con amore.Molte melodie, che forse ad un primo ascolto, possono esserci parse inconsuete lontane, riascoltate più volte divengono, insieme con le altre che già si amano,familiari ed amiche.Ogni composizione musicale presuppone in se stesa un atto generativo e volontario come avviene per la progettazione e la costruzione di un edificio, per la pittura, un monumento, un romanzo o un poema Ascoltare un’opera di Beethoven, leggerela Divina Commedia, ammirare un quadro di Tintoretto sono atti che si eguagliano, essendo gli uni e gli altri, facenti parte dello stesso mondo culturale, sintesi di intuizione fantastica e di consapevolezza logica. L’uomo con la musica è capace di esprimere il mistero, il dolore e la bellezza della vita. Ascoltare musica significa viverla attentamente ed intimamente e coltivarla nei silenzi della propria anima.

Tra atmosfere alla Baricco e uno Sturzo vero: ALFRED DI LASCIA

Il prof. Alfred Di lascia, figlio di genitori italiani originari di Altavilla Silentina, nato a Chelsea nel Massachussetts nel 1924, ordinario di storia della Filosofia al Manhattan College di New York, è considerato uno dei maggiori studiosi stranieri del pensiero di don Luigi Sturzo.
Come segretario del gruppo “People and Liberty” ebbe modo di conoscere il sacerdote calatino durante il suo esilio americano e di farne conoscere la figura e il pensiero negli USA.
Seguì alla Fordham University le lezioni sulla sociologia sturziana di Robert Pollock e fu in contatto con i maggiori studiosi americani e italiani di Sturzo tra cui Robert M. Mac Iver, Felice Battaglia e Gabriele De Rosa.
Il prof. Alfred Di lascia ha studiato i più impegnativi testi teorici di Luigi Sturzo, per parecchi anni ha scavato con tenacia e passione tra le carte lasciate dal sacerdote e sociologo calatino. E’ stato più volte in Italia, a Roma presso l’Istituto Luigi Sturzo per utilizzare soprattutto il carteggio fra Luigi e il fratello Mario Vescovo di Piazza Armerina che è una fonte preziosa e fondamentale per conoscere la genesi del pensiero sturziano, a Caltagirone e a Piazza Armerina per conoscere i luoghi in cui si sono formati i due fratelli e farsi un’idea più precisa della loro personalità e per consultare due periodici introvabili in altre città: la “Croce di Costantino” diretta dal giovane don Luigi Sturzo e la “Rivista di autoformazione” pubblicata da mons. Mario Sturzo dal 1927 al 1930.
Ha pubblicato nel 1981 la notevole opera “Filosofia e storia in Luigi Sturzo”, vincitrice del Concorso internazionale indetto dall’Istituto Luigi Sturzo di Roma, in cui ha mostrato con larga informazione e vivo senso critico come i principi che ispirano l’azione politica di Sturzo si presentano organizzati e strutturati in un compiuto sistema. Di Lascia ha dimostrato come Sturzo fu, oltre che un politico di razza e un originale sociologo, anche un filosofo e un teologo influenzato dal pensiero di autori come Agostino, Vico, Leibniz e Blondel e che va compreso nella prospettiva più ampia della filosofia europea e della cultura internazionale.
Di Lascia con le sue ricerche ha colmato una lacuna che aiuta a comprendere meglio il patrimonio culturale del nostro Paese tra il dissolversi del positivismo ottocentesco, l’idealismo di Croce e di Gentile e le varie correnti dello spiritualismo cristiano.
Nel congresso Internazionale di studi tenutosi a Bologna nel 1989 su “Luigi Sturzo e la democrazia europea” ha tenuto una apprezzata relazione su “Luigi Sturzo nella cultura degli Stati Uniti”. Ha partecipato come relatore alla “Cattedra Sturzo” di Caltagirone e continua a diffondere il pensiero sturziano negli USA e in Italia.
IL PADRE ANTONIO DI LASCIA
Antonio Di Lascia (1884 – 1967), quando parti da Altavilla per l’America era solo un giovanissimo emigrante in cerca di fortuna. Uno dei tanti. Figlio della panettiera Carmela Tedesco, dal paese natio s’era portato appresso la passione per la musica e per il flauto e niente più. La traversata oltreoceano gli trasmise quella passione per il mare che lo portò ad arruolarsi nella Marina americana. Qui aiutato agli inizi da una zia diventò un capo orchestrale e sulle navi con stelle e strisce di “zio Sam” girò tutto il mondo e si soffermò soprattutto nei mari tra Cuba e le Filippine. Con la divisa, il flauto e la bacchetta da direttore. Più volte ebbe modo di suonare anche nelle orchestre dirette dal celebre maestro Arturo Toscanini. Acquistò anche la nazionalità americana.

Al contrario del protagonista di “Novecento”, il romanzo di Alessandro Baricco incentrato su di un orchestrale marittimo che si rifiuta ostinatamente di scendere dalla sua nave, Antonio Di Lascia, dal 1935, collocato in pensione, scelse di tornare ad Altavilla, anche per far studiare in Italia i suoi due figli. Quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale non ebbe dubbi: corse al Liceo Tasso di Salerno e, con mezzi di fortuna, riportò Alfredo e Giovanni in America.

Ebbe una vita che solo un grande scrittore come Ernest Hemingway avrebbe saputo raccontare adeguatamente: dal ponte delle sue navi ha visto scorrere tantissima vita, con la sua quotidianità e le sue grandezze, le meschinità ed i suoi eroismi. Le immense distese americane si alternano ai paesaggi africani, le dolci ed avventurose notti di Cuba lasciano il posto alle asprezze di guerra. E non ebbe mai paura delle tempeste: amava dire infatti che, per lui, quello era il momento giusto per radersi!

Fu spesso al centro di magiche feste dove eleganti ufficiali di marina con le loro mostrine d’oro accompagnavano nelle danze signore fascinose dagli eleganti alberi da sera luccicanti, cariche di gioielli e di voglia di vivere. Ed il “via col vento” era dato proprio dalle note dell’orchestra diretta dal maestro Antonio Di Lascia. Ha fornito la colonna sonora di storie d’amore che potevano entrare e ben figurare anche nelle trame dei romanzi di Scott Fitzgerald come di un bel film hollywoodiano. “Mr. Antonio” padroneggiavano tutti i generi musicali: dal jazz al fox trot, agli inni ed alle marce di prammatica.

Per gli altavillesi fu sempre “il professore americano” e la sua figura dal portamento distinto e sempre elegante mente vestita, nonostante il carattere allegro e gioviale fu sempre guardata con rispetto e timore. Pochi erano i suoi amici il medico don Amedeo Molinara, i tabaccai Alessandro ed Eduardo Belmonte ed il noleggiatore Cesare Suozzo. Tornato ad Altavilla una prima volta dopo la fine della prima Guerra Mondiale era già un affermato musicista se ne andò subito perchè capì che gli orizzonti del paese erano ancora molto ristretti. il professore Di Lascia s’ invaghisce di una ragazza altavillese di “buona famiglia” come allora si diceva Letizia Napolitano e succede che mentre suona l’Ave Maria nella chiesa del Carmine gli accade di incrociare il suo sguardo … e si emoziona talmente tanto da smettere di suonare per lunghi attimi. Che romantica dichiarazione d’amore!

Accade però che nell’Altavilla di quegli anni al figlio della panettiera non fosse possibile sperare di poter sposare una giovane possidente. Tornato in America, Antonio Di Lascia si sposa subito con una giovane napoletana: Concetta Di Poto. Dal 1935 agli inizi della Guerra visse tra Italia e Stati. Da maggio ad agosto era qui con le famiglie del colonnello Gallo e di don Ciccio Mottola tra coloro che si potevano permettere una spartana baracca sulle spiagge di Paestum. I suoi figli Alfredo e Giovanni erano già dei provetti nuotatori e sbalordivano tutti con le loro prodezze natatorie. I ragazzi studiarono dapprima al Collegio Convitto “Le Querce” di Firenze e poi s’iscrissero al Tasso di Salerno. Poi la guerra e la fuga in America. Qui Giovanni ed Alfredo proseguono gli studi e si affermano nelle rispettive attività professionali.

Così Bruno Mazzeo, su “Il Mattino” del 2 maggio del 1967, ne racconta la sua tragica fine, provocato dalle esalazioni della stufa elettrica : “Il professore!. Così lo chiamavano tutti dopo essere stato per circa un cinquantennio in America (…). Inutili si erano rivelati i reiterati inviti dei suoi figli (…) per riportarlo in seno alle loro famiglie. Sordo alle resistenze non aveva saputo resistere al prepotente richiamo del suo caro paese. Antonio Di Lascia era nato ad Altavilla Silentina nel 1881. Era stato il primo flauto al Teatro Metropolitan di New York e successivamente maestro direttore della banda musicale della Marina Militare statunitense. (…) Era venuto a godersi la sua pensione nell’accogliente quiete del suo paese natio, lasciando i figli ottimi professionisti in America, che molto spesso venivano a trovarlo”.

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05 Apr 2015

Le guide del “68″ rocchese? Furono Franco D’Angelo e il dottore Mauro! L’avv. Capo precisa…

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non Le nascondo che sono rimasto piuttosto meravigliato nel leggere
l’articolo “quando a Roccadaspide ci fu il sesantotto” apparso su Unico
n.21 a firma di Francesca Pazzanese. Le dico subito che il mio stupore
non è addebitabile alla brava autrice del pezzo, quanto piuttosto al
contenuto delle dichiarazioni rese dagli intervistati a propostito
degli scioperi organizzati dagli studenti del Liceo Scientifico di
Rocca a metà degli anni ’70.
A tale riguardo occorre precisare che quanto riferito all’amico avv.
prof. Michele Gorga è -non solo- inesatto e lacunoso quanto -
soprattutto- proveniente da una fonte che ha avuto un ruolo solo nella
fase “successiva” agli scioperi ovvero in una fase edulcorata, priva
di forza e fantasia, così come imposto dgli istituiti organi previsti
dai “decreti delegati”.
Ad ogni buono conto, va detto che non si ebbe alcun intervento dei
Carabinieri nè tale Frunzo da Albanella o D’Urso da Sant’Angelo possono
essere annoverati tra i promotori di alcunchè.
Sarebbe stato il caso, invece, di intervistare altri protagonisti
dei “fatti”, come l’avv. Franco D’Angelo o il cardiologo Franco Mauro o
qualche altro ancora, che alle entusiasmanti assemblee di quei mesi
hanno realmente partecipato, guidando la protesta studentesca montante
con echi, effetti e coinvolgimento emotivo mai più raggiunti dalle
nostre parti.
Divertente, mi è parso quanto affermato dal Presidente Scorziello il
quale, saggiamente, si è limitato ad una nota di colore. Discorso a
parte merita l’avv. Nicola Di Dario. Egli per noi studenti, all’epoca
dei fatti, rappresentava il “potere costituito”, o meglio, la risposta
dei benpensanti alle intemperanze del nostro movimento
studentesco…….e come tale coerentemente ebbe a comportarsi. Qualche
altro professore, meno lealmente, si servì di noi. All’avv. Di Dario,
seppure ci fronteggiammo, da opposte barricate, va tributato da parte
mia, il rispetto e la stima di sempre.
firmato: avv. Pasquale Capo

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05 Apr 2015

QUANDO A ROCCA CI FU IL “SESSANTOTTO”.

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Quel 7 in condotta a Luigi Scorziello

Cortei, occupazione, carosello automobilistico e ragazzi sospesi. Fu un vero e proprio ’68 per la Valle del Calore, la serie di scioperi che gli studenti del liceo scientifico “Parmenide”, di Roccadaspide, effettuarono verso la fine della prima metà degli anni ’70. Rivendicavano, tra le altre cose, una sede unica per la scuola le cui prime classi erano dislocate alla Via Chiaie e le successive vicino alla chiesa della Natività. Altro motivo di “rivolta”: maggiori diritti nell’organizzare gli scioperi e fare assemblee. In quegli anni, infatti, i ragazzi e le famiglie, erano entrati a far parte, rispettivamente, dei consigli direttivi e d’istituto della scuola. Poi una motivazione di carattere nazionale: lo spostamento della Fiat da Battipaglia ad Avellino. «Furono anni particolari poiché in tutte le scuole d’Italia c’era un fermento studentesco e lo stesso avvenne a Rocca, esordisce l’avvocato rocchese Nicola Di Dario, allora professore di storia e filosofia. Lo sciopero durò 15 giorni ed i ragazzi chiedevano, tra l’altro, l’uso dei locali per le assemblee. Noi professori fummo accusati di non intervenire a riguardo anche dal vice pretore Agostino Stromillo. Ed, infine, per evitare il 7 in condotta finale, i ragazzi furono sospesi a turno, 5 alla volta per classe. Poi ci fu un altro sciopero e altre ribellioni che furono bloccati anche con l’intervento del maresciallo di Sant’Angelo a Fasanella e di Matinella. Lo sciopero servì per rinnovare la scuola dalla troppa autorità del preside e degli insegnanti». Il liceo contava allora circa 600 studenti provenienti da tutta la Valle del Calore. Ed i promotori dello sciopero furono tre, tra cui l’avv. Michele Gorga di Roccadaspide. «Con me c’erano Frunzo di Albanella e D’Urso di Sant’Angelo a Fasanella, afferma l’avvocato. Fu l’anno scolastico 75/76 ed ero nel consiglio direttivo del liceo. Ci battevamo per l’affermazione dei diritti per studenti e genitori alla gestione della scuola, sanciti dai decreti delegati appena emanati. Come il diritto all’assemblea, ai trasporti, alla mensa. Poi organizzammo dei comizi a cui parteciparono i sindaci del comprensorio. Appoggiammo, anche, la protesta del trasferimento della Fiat da Battipaglia ad Avellino con un carosello automobilistico. E fummo sospesi a turno». Ci fu anche un giorno di occupazione «Della sede distaccata del liceo a Chiaie di cui richiedevamo una struttura unificata, alla preside Pecoraro – Gallotta, a quella centrale per maggiori spazi, continua Gorga. Eravamo una generazione di protesta a cavallo tra il ‘68 ed il ‘78, troppo giovani per il primo periodo e troppo vecchi per il secondo, ma che, però, ha anticipato le riforme della scuola». Altro studente del periodo, Luigi Scorziello, presidente della Bcc di Aquara. «Ci fu una serie di scioperi, e c’era Peduto come preside, esordisce Scorziello. Si è scioperato per settimane intere e per motivi differenti. C’è stato un periodo che si protestava contro la scuola fatiscente, poi ognuno trovava le sue motivazioni tenendo anche conto dei fatti nazionali avvenuti in un periodo di grande fermento. Nessuno entrava a scuola, intervennero carabinieri e genitori, ed il primo trimestre presi 7 in condotta che, poi, mi fu tolto e non fui bocciato». Naturalmente, i racconti dei protagonisti potrebbero risultare imprecisi per il tempo trascorso. Ma tutti concordano sul fatto che lo sciopero della Valle del Calore abbia contribuito a garantire maggiori diritti agli studenti. Magari con un po’ di nostalgia…

Francesca Pazzanese

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05 Apr 2015

Quando anche noi fummo giovani liceali a Roccadaspide in tempi che poi giudicammo formidabili

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La triste scomparsa di Graziano Trapani ha costretto molti di noi a tornare con la mente negli anni che ci videro essere giovani liceali a Roccadaspide. Una certa storiografia giudicò poi quegli anni “formidabili”. Noi, francamente, non ce ne accorgemmo. Di seguito potete leggere un primo scritto sull’argomento, nato da circostanze fortuite (due segretari comunali che s’incontrano in provincia di Brescia e scoprono di essere originari della Valle del Calore). L’autrice è GERARDINA NIGRO, da ALBANELLA. Aggiungeremo presto altri scritti rievocativi.

E’ interessante anche la circostanza che con tua sorella abbiamo condiviso parte del periodo del liceo scientifico a Roccadaspide, tre anni visto che lei è del 62, anche se non ci ricordiamo; per la verità io non avevo estese conoscenze al di fuori della mia classe, anche se ovviamente l’ambiente di Rocca non era grande e quindi ci si vedeva tutti, però se non ci sono stati contatti diretti diventa difficile a distanza di tanti anni ricordarsi tutte le persone viste e soprattutto ricordarsi i nomi. Inoltre a quei tempi, non so adesso, i primi due anni si facevano alla succursale (edificio nella parte bassa del paese, separato da quello centrale) e quindi questo creava un certo distacco fra le prime classi e quelle dal terzo anno in poi; quando tua sorella era al primo anno, io ero già al terzo e quindi frequentavamo in due sedi diverse , quando lei è arrivata in centrale al terzo anno, io ero all’ultimo anno e quindi abbiamo frequentato nello stesso edificio solo per un anno. Comunque allora ero, immodestamente, un pò conosciuta nell’ambiente perchè ero brava a scuola (molto più di quanto lo sia adesso come segretario) .
Se tua sorella stava nella sez. B come me , ha avuto come insegnante il famoso Prof. Luciano Castellani di Storia e filosofia (era temuto da tutti anche se affascinava tutti) , ma comunque l’avrà conosciuto di fama; nel periodo pasquale del 2008 ha festaggiato 40 anni di insegnamento ed il suo pensionamento, ero giù ho saputo dell’evento e sono andata ad Agropoli (dove risiedeva ed insegnava da alcuni anni) nel teatro si è incontrato con tutti i suoi ex allievi, non so se era presente anche tua sorella a tale evento (qualche suo ex allievo è venuto anche dall’estero) ; l’hanno intervistato anche alla radio RTL .
Così pure è bello che tu sia venuto tante volte ad Albanella in occasione di Santa Sofia e mi dispiace per la perdita di tua nonna, ho visto la tua poesia sul sito di Oreste Mottola; perchè a questo punto mi è venuta voglia di andare a vedere un pò di cose. Entrambe le mie bisnonne, da parte di mamma, si chiamavano Sofia ed anche una sorella di mamma .
Sono contenta anche del fatto che tu abbia ideato il concorso letterario al tuo paese e così pure mi complimento per la denominazione : un Sacco di versi è proprio carino (però potevate abbondare un pò con i fusilli, solo due chili mi sembrano pochini … !). Se riesco ti farò avere qualche libro del poeta Alfredo Di Marco, l’ultima volta che li ho cercati non ho trovato, edizione esaurita e la famiglia dopo la sua morte non ha fatto ristampe; purtroppo quelli che avevo io li ho regalati nel tempo, sono riuscita a riprocurarmene solo uno grazie al prof. Marabello di Albanella che era un suo amico. Se non riesco a trovare qualche libro, ti invierò qualche fotocopia dal mio, che comunque non contiene le sue poesie più belle.
Quando ero ragazza mi piaceva scrivere, ho cominciato con il giornalino del paese, c’è stato un momento in cui ho pensato di fare la scrittrice , ho vinto anche un concorso provinciale a Salerno (facevo il terzo liceo); soprattutto il mio professore d’italiano in quarta liceo mi spronava su questa strada, riteneva che avessi delle qualità in tal senso; nei compiti d’italiano metteva sempre una traccia di fantasia, per darmi la possibilità di scrivere un piccolo racconto, che creavo nelle due ore concesse per il tema. Avevo inviato anche dei racconti a Mondadori, mi avevano fatto anche una bella (in parte) recensione , apprezzavano molto la mia scrittura, meno la capacità narrativa; in quel periodo mi arrivavano inviti di partecipazione da vari concorsi letterari (credo che si scambino gli archivi), ad un concorso (Tolentino terme) mi avevano proposto di pubblicare all’interno di un’antologia di scritti scelti , ma dovevo acquistare cinque copie (ho rifiutato perchè avevo pensato che fosse una tecnica per vendere i lbri … ho capito dopo che invece è una cosa normale). A quei tempi mi risultava semplice scrivere in forma suggestiva su qualsiasi argomento, adesso quella capacità evocativa emerge poche volte in momenti di grazia e mi dispiace.

Per quanto concerne Oreste Mottola, se non si ricorda di me, avevo in classe due suoi compaesani : Franco Morroni e Raffele Di Feo, anche con loro non ci vediamo da tanto tempo.
Nella mia classe c’erano anche persone di Roscigno (Marisa e Rosalia Resciniti erano cugine e Grazia di cui adesso mi sfugge il cognome); Bellosguardo (Maria Troncone) ; Aquara (Sandro Sorgente; Rosanna Martucci se non sbaglio comune) ; Sant’Angelo (Michele Reina); Felitto (Rosario Bamonte) ; Castel San Lorenzo (Cerolla Anella, Grazia Rizzo, Rosa Pesce, Maria Pannuto, Gianluigi Peduto , Pecoraro Rosario).

Insomma è stato bello sentirti e ripercorrere con la memoria antiche strade, anche se a quei tempi non sopportavo di fare il liceo a Roccadaspide, non per la scuola, mi soffocava quel paese, lo trovavo angusto già nella sua conformazione geografica ( e lo era , mi dispiace dirlo, anche se nella sua estensione culturale… da non riferire ai Rocchesi) poi nel tempo della memoria tutto si aggiusta.

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30 Mar 2015

Il donchisciotte amato dalla gente, Il ricordo di Vincenzo Lettieri, interprete autentico della fase eroica del giornalismo cilentano

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Cominciò scrivendo del cimitero della sua Angellara senza una vera strada, di uomini che portavano al cimitero i morti in spalla faticando non poco e magari pure bestemmiandoli. Poi passò a chiedere l’illuminazione della galleria di Pattano. Migliaia di articoli pubblicati soprattutto in un giornale che viveva delle piccole offerte dei suoi lettori e dove riversava parte del suo stipendio di finanziere prima e di pensionato dopo. Gli inizi sono negli anni Cinquanta del secolo scorso. Vincenzo Lettieri, il decano dei giornalisti cilentani, è morto nei giorni scorsi all’età di novantacinque anni. Straordinarie le sue battaglie per il riscatto civile del Cilento, per la realizzazione delle infrastrutture necessarie per modernizzarlo. Io ho appreso la notizia dall’ingegnere Giuseppe De Vita, seconda professione, poeta. Peppino mi ha stimolato a ricordare quest’uomo. Poi, rovistando nella mia memoria, ho scoperto di dovergli qualcosa. “Chi era Vincenzo Lettieri? Un puro. Un innamorato della nostra terra: Il Cilento. Era un visionario e nella sua visione c’era un Cilento, più buono, più giusto, più pulito, più umano e con i cilentani più attenti a preservare le bellezze della natura che il buon Dio ha concesso alla nostra terra”. Parole di De Vita, scritte a caldo su facebook. La battaglia per un Cilento più moderno, Lettieri aveva cominciato a combatterla già dai primi anni cinquanta, attraverso le pagine di quotidiani come il Corriere della Sera e il Mattino di cui fu collaboratore, e attraverso lo storico giornale ” l’Appennino” che fondò nel 1963. Su quel giornale dove ho scritto anch’io, ed erano le prime cose che pubblicavo. Avevo allora un’idea corsara e romantica del giornalismo e mi dedicai a un’inchiesta sulla prostituzione nella Piana del Sele, fenomeno che allora, nei primi anni Ottanta, era tutto “indigeno”. E altre cosarelle, sullo stesso genere. Lui non mi conosceva, gli articoli glieli spedivo per la posta ordinaria. Una collaborazione assai breve visto che già ero preso dalla voglia di approdare sui giornali salernitani. Quel primo apprendistato mi diede però sicurezza. In tempi di ideologie ancora salde lui – uomo di destra – non si fece problema con un giovincello ispirato ai principi della sinistra saccente imperante al tempo. L’Appennino rappresentò una coraggiosa esperienza. Fu un giornale che più di mezzo secolo fa cominciò a informare i cittadini di un territorio ancora in buona parte alle prese con i problemi dell’analfabetismo e legato per la quasi totalità, all’agricoltura e dove in molti sceglievano l’emigrazione per trovare lavoro. “L’Appennino non era solo un periodico d’informazione, era la voce del Cilento. In esse Vincenzo Lettieri manifestava i disagi, i problemi di un’intera popolazione, e combatteva le battaglie per il compimento delle infrastrutture necessarie alla dignità di un territorio mortificato dall’atavico ritardo rispetto ad altre realtà. Lo faceva – come ha ricordato Antonio Pesca – in maniera libera. Non aveva sponsor o finanziatori. Si autofinanziava, con i soldi che provenivano dagli unici padroni che riconosceva e provvedeva a servire: I lettori”. Collaborava, tra gli altri, anche con l’emittente televisiva vallese Retesette, fin dalla sua nascita. Praticamente un Don Chisciotte, come lo definisce l’amico poeta Omar Pirrera, siculo-cilentano che vive a Vallo della Lucania. L’ingegnere Giuseppe De Vita ci ha fornito questo ritratto poetico, uscito dalla penna di Pirrera, e ci ha invitato a volerlo riprodurre, seppure in parte. Dice il poeta rivolto a Lettieri: “Tu sei l’erede di quel macilento /Cavaliere spagnolo ancora in lotta con i mulini a vento. /Per lancia adoperi una penna non addottorata, ma per campo di battaglia un foglio bianco chiamato “Appennino”, per Ronzinante una malinconica Wolkswagen. / Tutta una vita spesa a colmare la tua fame di sapere comprando quintali di libri, mentre i grossi addottorati papponi compravano tonnellate di carne, di pesce, di pasta; esausti dal ridere nel vederti combattere contro i nuovi mulini elettronici”. Vincenzo Lettieri come Giuseppe Ripa, a prezzo di sacrifici oggi inimmaginabili, hanno conferito nobiltà a un giornalismo inteso come missione civile senza compromessi, che noi oggi stiamo svilendo a mera attività di pubbliche relazioni al servizio di chi può. Un’altra cosa. Misera e assai poco nobile. Uno che somiglia a Vincenzo Lettieri, ma con mezzo secolo in meno di età, è Giovanni Farzati, da Perdifumo, di Lettieri ne scrisse così poco dopo il suo 90° compleanno: “La popolazione del Cilento ricorderà sempre le battaglie di Vincenzo Lettieri, classe 1918. Strade rotte, frane, cimiteri e gallerie. Le persone gli vogliono bene. Una delle sue efficaci campagne stampa riguardò l’illuminazione della galleria di Pattano di Vallo, con decine di articoli. Vincenzo Lettieri, stampa a proprie spese il giornale periodico da lui fondato, L’Appennino di Vallo. Il primo articolo del Vincenzo Lettieri giornalista risale al 1954, riguardava Angellara, il suo paese, raccontava del cimitero del posto senza strada; di uomini che portavano i morti in spalla faticando non poco e magari pure bestemmiando. Da allora Vincenzo Lettieri ha raccontato il Cilento su Corriere della Sera, Roma, Mattino; nel 1964 ha fondato l’Appennino, palestra di tanti giornalisti, pagandolo con la pensione; l’ultimo numero, il primo del corrente anno, è uscito una ventina di giorni fa, ricco di notizie, curiosità. La dottrina giornalista e di vita di Vincenzo Lettieri sta racchiusa in una frase: “essere sempre vicini al cuore della gente”. L’ultimo pensiero è di De Vita: “Caro Vincenzo nel mondo dei giusti, dei buoni dove sei ci sarà qualche tronco d’albero, qualche palo della luce dove affiggere il tuo foglio: “l’Appennino”. Continua a farlo, ti prego”. Addio vecchio giornalista interprete di una missione che non è quella di “leccare” questo o quel potente ma di far sibilare le frustate e, così, farsi amare e sostenere della gente. Io sono tra coloro che ti ammirerà sempre per esserci riuscito e qualcosa da te pensa di aver appreso e portato avanti. Almeno così ho creduto.
Oreste Mottola
orestemottola@gmail.com

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20 Mar 2015

Franco Alfieri impone ad Agropoli una nuova classe dirigente. Dopo la Capozzolo in Parlamento, Coppola sindaco. Segue Benevento alla Provincia.

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Adamo Coppola, dalla Casa Bianca al posto di Franco Alfieri alla casa rosa

Dopo Alfieri ecco Adamo Coppola sindaco. Era la soluzione più naturale impostasi sul campo, che contiene in sé anche un salto generazionale. Negli anni si è imposto come braccio destro del primo cittadino e punto di forza del locale circolo del Partito Democratico, risultando il consigliere più votato alle ultime consultazioni. Adamo Coppola ha quarantadue anni, natali – casuali – a Polla. L’unico difetto che gli amici gli riconoscono è quello di non saper ballare. Poi viene quel “Patto Magna Grecia” che ancora non riesce a decollare. Il nuovo sindaco è cresciuto alla “Casa Bianca” non quella dove non si decidono i destini del mondo ma quella di Fuonti, il ristorante di famiglia, con papà Franco e mamma Carola in cucina, e i figli Adamo, Antonio e Domenico in sala. E d’estate qui si balla. Adamo, preso dallo studio e poi dai libri mastri e dalle partite doppie non imparerà mai a volteggiare. Per il resto in giro su Adamo Coppola, vicesindaco, alle Politiche economiche e finanziarie, con delega al bilancio, tributi, patrimonio, è un lungo elenco di pregi e complimenti che il tv maker Gianni Petrizzo ha raccolto in un video ancora oggi visibile su youtube. Si va dalla sua passione politica “d’altri tempi”, “cordiale”, “generoso” “disponibile”, “non si secca mai”, “dà sempre risposte intelligenti”. Una giovane donna racconta dell’interessamento di Adamo alle sue disavventure con l’ascensore, per dire dell’empatia naturale del politico con il prossimo. Perfino il dissacrante Umberto Anaclerico, da poco promosso da Alessandro Siani sul proscenio cinematografico che conta, commenta: “Ma Adamo nu stia a Casa Bianca? E’ ‘ghiuto a u comune? C’aggia rice, è bravo, simpatico e soprattutto tiene ‘na bella salute… che è un bell’augurio anche per tutti noi. Sta bene lui, starà bene tutta la città”. Franco Alfieri simpaticamente lo chiama “Il venerabile”, per via dell’aria tra il boy scout e il parroco simpatico e giovane, quasi in odore di santità, di Coppola. Che si racconta così: “Sono un imprenditore. Avrei voluto fare il commercialista ma sto sempre sul municipio. Mi occupo delle entrate. Di farle affluire e di ripartirle bene”. Un altro racconta degli occhi aperti che tiene quando gira per Agropoli: “appena vede una cosa che non va ecco che telefona a chi di dovere”. A inventarlo alla politica fu l’ebolitano Antonio Cuomo. Almeno “Tonino” così rivendica. Tutti e due stavano a destra, allora. Nella prima fase dell’attività amministrativa non sono stati tutti e rose e fiori per Coppola. Il bilancio, i conti in rosso fronteggiati anche grazie ai condoni, una lotta serrata all’evasione e soprattutto andando a raccogliere il frutto degli oneri di urbanizzazione di cui il comune di Agropoli aveva bisogno e non erano stati pagati. Dal 10 aprile 2015 il film di Coppola lo vedrà protagonista e resterà in sella fino alle prossime elezioni della primavera 2016. “Non possiamo permetterci l’arrivo di un commissario che avrebbe fermato tutte le attività. L’escamotage serve per continuare a lavorare e fornire servizi ai nostri cittadini. Ho vissuto con Franco Alfieri in questi ultimi otto anni e ogni attimo della crescita della città. Nella direzione da lui tracciata mi muoverò, sicuro che è quella giusta e tutto proseguirà in maniera ottimale. Proseguirà poi la crescita della città e la politica degli investimenti con il completamento delle opere iniziate”. Coppola non è questo punto per una designazione dinastica. Alle finanze del primo quinquennio di Alfieri alle elezioni comunali ha stravolto gli equilibri riuscendo a prendere quasi mille voti personali, un record. Grandi capacità manageriali ma anche grande competenza nel far quadrare un bilancio di per se molto delicato. Dopo l’elezione a sorpresa di Sabrina Capozzoli, scelta da Franco Alfieri creando non pochi mal di pancia su consiglieri e assessori, e dopo l’indicazione di Coppola come suo successore, c’è già anche il nome del candidato alla provincia individuato nell’emergente e giovane Eugenio Benevento. Alfieri vuol dimostrare di riuscire anche nell’impresa nella quale altri hanno sempre fallito: creare una classe dirigente capace di dare continuità a un’esperienza politica significativa.

Oreste Mottola
orestemottola@gmailcom

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15 Mar 2015

Luci ed ombre della ricostruzione. “Una città del Sele” è il sogno di D’Ambrisi

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di ORESTE MOTTOLA orestemottola@gmail.com

Qui “Carni no strane”, è scritto proprio così, l’insegna nuovissima della macelleria all’ingresso del centro cittadino parla da sola. Benvenuti a Colliano, qui dove uno scrittore come Massimo Grillandi ci “cacciò” la trama per uno dei suoi racconti più suggestivi, quello del dottor Andrea, ma oggi nessuno lo ricorda. Qui ganno avuto i batali Beniamino De Vecchis ordinario all’università la Sapienza di Roma, Pietro Capasso giudice alla corte Costituzionale e Sottosegretario all’ Agricoltura. E … dulcis in fundo, Vito Borriello segretario particolare di Achille Starace, il gerarca delle coreografie delle grandi adunate fasciste. A Colliano ci siamo arrivati due giorni dopo che Francesca, una ragazza del paese, dopo una nottata di tormenti, ha deciso di non presentarsi alla celebrazione del matrimonio lasciando di stucco un paio di paesi (c’è anche quello dell’ex sposo) e scatenando così la stampa provinciale. Questi sono paesi dei quali i quotidiani provinciali parlano solo per tragedie o farse. La storia del matrimonio mancato è tragedia per chi l’ha vissuta da protagonista e farsa per chi è corso a giocarsi i numeri al lotto.
Tartufi e zampogne
Colliano è il paese dei tartufi e dei ciaramellari. Produce l’agnello più saporito, gli ottimi caciocavalli del brigante e salumi fatti in casa e sopraffini. Dove il farmacista si chiama Amato Grisi ed è il maggiore studioso della storia della Valle del Sele ed il tabaccaio è Carlo Fumo, cesellatore di belle storie di vita collianesi su ” Il Saggio “. Il santo protettore è San Leone, e così tanti hanno questo nome. Troppi, ed è così che abbondano le varianti sul tema. Leone, detto Lilino, Napoliello, 73 anni, è stato insegnante elementare pur avendo una laurea in lingue presa all’Orientale. Negli anni Cinquanta scriveva le lettere di presentazione ai compaesani che volevano emigrare in Francia o in Svizzera. Un industriale parigino, quando seppe, da un suo operaio collianese, del caso di questo professore che assisteva chi andava in cerca di un avvenire migliore, volle conoscerlo, così come la figlia, che volle anche sposarselo.
Paese di individualisti
“Questo è un paese di individualisti. E’ la nostra condanna. “, dice mentre esce dal bar. Leone Tartaglia è “Leo” per gli amici ed ha buttato il sangue per dare un’utilità ad palazzetto dello sport costruito coi fondi della ricostruzione… in un bosco. Ha sempre un sorriso sincero stampato sulle labbra, non nasconde l’amarezza. “Non ho ricevuto aiuti. Il campo di calcio, il tennis, sono disseminati in altre parti del paese. Così non si va avanti. A 22 anni prese la valigia e se nandò a Genova. Nei fine settimana tornava a Colliano e con le sue mani si costruì la casa. Con i suoi risparmi, non con i soldi del terremoto”. Gerardo Strollo di professione fa il veterinario ma “l’animale” che più l’appassiona è il suo paese. Ha valorizzato quant’altri mai il tartufo, organizzando perfino una mostra mercato – nazionale ed una rivista quadrimestrale: “La via del tartufo”. “Dalle 15 alle 20 famiglie vivono agiatamente di questa attività”.

Il ratto delle Sabine. Il preside Adriano D’Ambrisi, figlio di falegname e laurea in matematica, guarda ad Oliveto Citra e, scherzando ma mica tanto, vagheggia una sorta di moderno “ratto delle Sabine”. “Gli olivetano ci sanno fare. Grandi commercianti, eccezionali lavoratori, sanno anche mettersi assieme”. Il professore Napoliello, “il parigino”, tira fuori un recente reportage di “Unico” sul paese vicino dove era stata affacciata la tesi dell’esistenza di un rapporto tra sviluppo dell’economia e diffusione del protestantesimo. “Osservazione acuta, è proprio così”. Grazie, professore. Andrea Goffredo, un altro insegnante, recrimina sulle classi dirigenti del passato: “Ci hanno abituato alla divisione degli uni contro gli altri”, dice. Luciano Fasano parla di effetto “Cinecittà” della ricostruzione che tanto si allontana dalla piazza principale e più diventa approssimativa. Franco Annunziata è un ingegnere: “Le nostre campagne sono state polverizzate dalla possibilità data a chi non era lavoratore della terra di potervi trasferire la propria abitazione”. Mauro Iannarella da poche settimane è stato eletto presidente della Pro Loco: “Oggi facciamo i conti con venti anni di ricostruzione sbagliata che ha tolto l’anima a questo paese”. A parlare, in questa domenica mattina collianese, è l’intellettualità paesana: “Siamo emarginati. La classe politica non ci ascolta”, dice D’Ambrisi.

Ricostruzione da 50 milioni a testa. “E’ stato stimato che la ricostruzione a Colliano è costata 200 miliardi, 50 milioni per abitanti. Non lo dico io, lo ha scritto Il Corriere della sera”, sospira Luciano Fasano. Un altro choc. Eppure il post terremoto di Colliano è portato ad esempio, ed è preceduto solo da Valva per aver rispettato il paese originario. “Sono stati venduti a 1000 lire i nostri coppi che stavano sui tetti e sostuiti con materiali scadenti che costano un decimo. Sono spariti – dice ancora – anche i portali. Rubati o venduti a niente “. Coi fondi del Pit Antica Volcei sta per essere recuperato Palazzo Borriello, al “Chiazzillo” o “Riccio”, come i collianesi chiamavano questa piazza. Ottima iniziativa, ma dopo un quarto di secolo della costruzione nobiliare rimangono solo le mura. Così come all’imponente palazzo Augusto , a ridosso della chiesa madre. “Adagiata come in una conca, immersa fino alla gola tra i castagni e gli ulivi, fusa in un groviglio di case e strade, dove tutto finisce poi per fare da ornamento…”., così la racconta Carmine Manzi. Che continua: “Colliano è adagiato sui monti che sono alla sinistra del Sele: a prima vista dà l’impressione di essere un paese depresso e di starsene un po’ in disparte, quasi sonnacchioso; poi te lo vedi dinnanzi con la estesa zona dei suoi boschi e con tutte le altre tipiche caratteristiche dei comuni montani, una vegetazione fitta ed in alcune parti quasi selvaggia ed inesplorata, gli ulivi pressochè centenerai, le viti, i castagni, le case sparse ed a gruppi, dello stesso colore…”.

Visita a Collianello. Il 10 luglio l’attiva Pro Loco ridarà vita a Collianello con un maxi concerto di musica etnica che sposerà taranta e zampogna. “Case abbracciate alla stessa roccia, dai tufi che rivelano spesso le crepe del tempo e dove anche il selciato sembra conservare le impronte di quelli che furono i suoi primi abitatori”, scrive Manzi ed una visita veloce ci rivela un mondo primigenio, fatato, con pochi abitanti (poco più di trecento) con alcuni di loro ancora dediti ai vecchi mestieri. E’ per Gerardo e Luciano il paesello dei loro nonni, conoscono i vicoli perchè ci venivano a giocare da bambini. “Gli uomini? Sono alla Scara. Carosano le pecore”, dice l’anziana che si affaccia all’uscio e riconosce il gruppo. Decine di giovani visitatori si aggirano curiosi. “Quasi vent’anni di promozione saranno pure serviti a qualcosa”, si schernisce Gerardo Strollo.

L’imprenditorialità con le risorse locali. Torniamo al capoluogo: Colliano. Le novità sono nella crescita di nuove attività imprenditoriali che chiudono con la “bolla” dei soldi facili che giravano attorno alla ricostruzione. Un esempio è il “Panificio Biscottificio Pasticceria” di Erminia Gugliucciello, che ha come slogan “Il buon pane cotto a legna”, con il marito della proprietaria che dapprima ha fatto l’imprenditore edile e poi si è inventato questo panificio artigianale che, in poco più di un decennio, ha imposto all’attenzione provinciale “il pane di Colliano” e presso il punto vendita offre anche una ricca gamma di dolci e pizze di tutti i tipi. La conduzione è tutta familiare e il preside D’Ambrisi addita proprio questa azienda come esempio dello sviluppo che può arrivare solo dall’intelligente valorizzazione delle risorse locali. Lo stesso avviene per le macellerie e per i tre caseifici che puntano tutti sulla ricotta e sul caciocavallo di Colliano e sul latte delle 23 mila pecore che ancora popolano la zona dell’Alto Sele e del Tanagro. Le tradizioni ritornano prepotenti sulla scena. Antonio Tateo racconta con delle belle fotografie dei Russo e degli Strollo che costruiscono zampogne e ciaramelle e le relative “ance” indispensabili per emettere i suoni, i “tuoni” come dicono gli zampognari. Lo stesso fanno Giuseppe Carbone , Rocco Iannarella e Carmine Di Lione.

Da quel 23 novembre di trent’anni fa tutto è cambiato. Il punto di svolta, benedetto o maledetto, secondo i punti di vista rimane il terremoto, qui non fece solo tre morti e distrusse le case:”Da quel momento ci si è immessi in un mondo nuovo, tutto è trasformato e molte cose non sono state dimenticate”, sottolinea Grisi. A partire dalla rivoluzione di 4500 persone che fino a 25 anni fa vivevano addossate le une all’altra ed ora si sono disperse in un territorio di 53 Kmq. “Chi abita vicino a Oliveto, Contursi, Palomonte ha ormai troncato i rapporti col vecchio centro”, dice Luciano Fasano. “Sono rimasti gli anziani. Le classi di mezzo, che erano bambini durante il terremoto , se ne sono andati – aggiunge – nelle nuove contrade”. E’ questa nuova realtà che spinge Adriano D’Ambrisi, Angelo Di Guida e Andrea Goffredo a cominciare ad “accarezzare” l’idea di spingere sempre più l’acceleratore sull’idea di una vera e propria “città dell’Alto Sele”. Non potendo attuare lo “scambio” di dna con gli olivetani, potrebbe essere una via d’uscita dalle angustie di una comunità che ha storia, risorse naturali e sapori da vendere ma lamenta “la capacità di fare sistema”. E’ la vera dannazione meridionale.

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11 Mar 2015

Altavilla, le nuove forme del Ponte sul Calore non piacciono agli abitanti

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Oreste Mottola
A inaugurarlo, il 24 gennaio del 1934, venne Umberto, allora principe di Napoli. Il Mattino del tempo gli dedicò un’intera pagina. Era un vanto della tecnica costruttiva del tempo quel Ponte Canale sul Calore Salernitano. Insieme alla diga di sbarramento del Sele, a Castrullo, dove oggi è l’oasi del Wwf, rappresentava uno lo snodo che sollevava l’acqua che attraverso i canali arrivava fino a Paestum. Sopra correva la strada, “già larga come una corsia di quell’autostrada che nessuno di noi aveva ancora visto”, dice Alfredo, anziano contadino della zona. Un’opera importante perché serviva per collegare velocemente le pianure di Altavilla e Capaccio con Serre e poi Eboli, quel Ponte Canale su Calore Salernitano. Fu un’opera ingegneristicamente molto ardita: Le spallette laterali racconta Rosario Messone, ingegnere e storico furono utilizzate sia per fungere da travi per il ponte che per appoggiarvi il canale principale della bonifica. Le arcate sottostanti, a ellisse, richiesero abilità costruttive non comuni. Le difficoltà aumentavano perché era utilizzato, e in maniera massiccia, per la prima volta il cemento armato. Le stesse maestranze utilizzate erano quasi tutte settentrionali, in particolare venete ed emiliane.
Nove anni dopo ebbe il primo affronto. I tedeschi, dopo lo sbarco angloamericano a Paestum dell8 settembre 1943, nel ricongiungersi verso l’armata di Kesselring che risaliva dalla Calabria e dopo aver dato filo da torcere agli americani proprio sulla collina di Altavilla, ne fecero saltare l’ultimo tratto. E fu allora, nella successiva ricostruzione, che una brutta ringhierina di ferro prese il posto dei tratti dell’originario muretto protettivo distrutti dai tedeschi.
La vita prosegue. Intorno al ponte nasce una piccola borgata, che si chiamerà proprio “Ponte Calore”, caratterizzata da una discreta vivacità di piccole attività economiche, due caseifici e un piccolo supermercato che fa da punto di riferimento, superando lo stesso confine amministrativo fra i comuni di Altavilla e Serre. Del Ponte ne scrive anche Piero Chiara, quando, nel 1967, ambienta in queste zone il suo “Il Balordo”, dal quale sarà tratto uno sceneggiato televisivo interpretato da Tino Buazzelli.
Poi un bel giorno ecco comparire un cantiere, a cura dell’assessorato provinciale ai lavori pubblici, che gli abitanti sottovalutano perché pensano che servirà per rinforzare Il ponte. Ed ecco quindi comparire quelle “fasce”, guard rail rinforzati, molto visibili, dall’esterno, che cambiano completamente la percezione visiva dell’opera.
“E’ come se, senza il tuo permesso, venissero a cambiarti il colore esterno della tua casa”, dice Umberto Peduto, il proprietario del supermarket.
A CAPO DELLA PROTESTA
Trent’anni fa venne da queste parti da cacciatore in cerca di quaglie e folaghe. Il fucile lo depose quasi subito, colpito dalla dolcezza di quest’ambiente. C’è rimasto da zelante ecologista ed ha voluto costruirsi proprio qui, a Ponte Calore d’Altavilla, la sua casa. Per Antonio Accardi, ginecologo di Scafati e primario ospedaliero, questo per anni è stato il ritiro dei fine settimana. Dopo la pensione e una sfortunata campagna elettorale da candidato sindaco per Forza Italia nella città d’origine, arriva la decisione di considerarsi un altavillese a “tempo pieno”.
E’ stato lui a raccogliere le firme sotto alla petizione scritta per protestare per i lavori di ristrutturazione del Ponte sul fiume Calore. “Nessuno osa mettere in discussione le necessarie esigenze di sicurezza” commenta ma l’intervento poteva essere pensato meglio e realizzato senza alterare l’estetica di un’opera che è un vero e proprio monumento di tecnica e di storia”. Ora si aspetta un incontro con l’assessore provinciale Franco Alfieri. “Il cantiere non ha nemmeno un cartello, non sappiamo quindi cosa vorranno ancora realizzare”, aggiunge Accardi.
“In settant’anni nel fiume non è mai caduto nessuno, mi diceva ieri un contadino”, racconta. Sono troppo anonime e visivamente invasive quelle balaustre d’acciaio zincato che stanno mettendo. Si poteva e doveva tener conto della valenza storica del manufatto. Io mi faccio interprete di chi pensa di aver avuto distrutto un capitolo della propria storia”.

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05 Mar 2015

Uccisione barbara di animali selvatici nel Cilento? Casi isolati…

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CILENTANI BARBARI UCCISORI DI SELVATICI? RISTABILIAMO LA VERITA’

Cilentani barbari uccisori di animali selvatici? Si tratta di fatti isolati, non collegabili tra loro, e farne il simbolo di una Vandea contro il Parco significa nobilitarli e favorire l’effetto emulazione. A Sanza, popolo dove è ancora viva una tradizione bovara è evidente la simbologia forse diretta a chi, magari in divisa, tenta di far rispettare norme e leggi. Il Cilento interno non è il Far West e gli interessi non sono rilevanti. I boschi che si potrebbero tagliare sono di proprietà o demaniale o dei comuni. Le stesse imprese boschive sono poche. I cinghiali che distruggono orti, vigneti e uliveti? Oltre mille selecontrollori – cacciatori autorizzati – è l’esercito che il Parco sta per mandare all’assalto dei feroci suini selvatici. Si tratta di cacciatori, gente che da vent’anni non va a caccia nel territorio di casa perché la legge sul Parco mette a bando l’attività venatoria, e di operai forestali che hanno una media di almeno dieci mensilità di stipendi arretrati. Il cinghiale alimenta già oggi un’economia parallela con fornitura di carne – senza controllo sanitario – a ristoranti e agriturismo. Dare le mani libere a tanta gente vuol dire liberalizzare di fatti il settore. Lo stesso movimento dei “Briganti del Parco” non ha reali basi di massa ma è animato da una serie di sindaci, dirigenti di associazioni venatorie in cerca di visibilità che così ritrovano un loro protagonismo politico contro un ente che ha una dirigenza appannata dal fatto che il commissario Troiano è alla fine del suo mandato e il “pilota automatico” che governa gli uffici centrali di Vallo della Lucania all’esterno mostra una serie di “fatti propri” che irritano l’opinione pubblica. Troppe inutili ricerche con questa o quella cattedra universitaria. Troppi soldi in comunicazione. Peccati comunque veniali e soggetti a discrezionalità. In prima fila restano le guardie forestali che ogni giorno reprimono caccia abusiva, tagli non autorizzati di boschi e aperture di piccole discariche. Loro sì che sono esposti a piccole vendette di ogni tipo. Però non trasformiamo degli idioti in moderni briganti con dietro il consenso popolare.

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05 Mar 2015

LIBERTÀ D’INFORMAZIONE FORMAZIONE. QUERELE INTIMIDATORIE.

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DOMANDE E RISPOSTE CON L’AVV. DI PIETRO

di Redazione 4 marzo 2015 07:00 | Nessun commento
L’avvocato Andrea Di Pietro
L’avvocato Andrea Di Pietro
L’intervista. La rivalsa dell’editore. La controdenuncia per calunnia. La diffida a rimuovere un articolo. I quesiti più interessanti posti il 6/2/2015 durante il corso di aggiornamento di Ossigeno

Riproponiamo in sintesi i quesiti più interessanti a cui ha risposto l’avvocato Andrea Di Pietro, esperto di diritto dell’informazione e responsabile legale di Ossigeno, durante il corso di aggiornamento professionale organizzato dall’Osservatorio, il 6 febbraio 2015 a Roma, presso la Sala Tobagi della F.N.S.I., sul tema. “Querele intimidatorie e minacce. Come prevenirle”.

Quali azioni legali può intraprendere chi si ritiene diffamato da un articolo?

La persona che si ritiene offesa può presentare una querela per diffamazione a mezzo stampa. Nel caso in cui il Pubblico Ministero chieda il rinvio a giudizio per il giornalista e il Giudice dell’Udienza Preliminare (GUP) lo convalidi, si avvierà di conseguenza un procedimento penale. Contestualmente alla querela, la persona offesa può intraprendere separatamente contro il giornalista una causa civile per chiedere un risarcimento del danno. Inoltre, può presentare un esposto al Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti per chiedere che sia comminata al cronista una sanzione disciplinare.

Un fenomeno a cui stiamo assistendo, e che un tempo non si verificava, è che l’editore condannato a pagare un risarcimento promuova un’azione di rivalsa nei confronti del giornalista: com’è possibile che ciò accada?

C’è alla base di questo problema un “peccato originale”: nel nostro Ordinamento Penale il reato di diffamazione è punito esclusivamente a titolo di dolo generico (coscienza e volontà dell’offensività dello scritto), ovvero a titolo di dolo eventuale (accettazione indifferente dell’offensività dello scritto). Ciò comporta che la posizione giuridica del giornalista rispetto al reato di diffamazione a mezzo stampa è sempre a titolo di dolo. Questa impostazione produce questa situazione: il giornalista che ha sbagliato in buona fede viene condannato comunque a titolo di dolo eventuale, in quanto colposamente ha omesso di controllare le sue fonti, accettando con indifferenza che dalla sua negligenza possano derivare effetti diffamatori.

Ma il punto è il seguente: se la diffamazione è dolosa, il giornalista non può avere una copertura assicurativa. Inoltre l’editore ha la facoltà di rivalersi sul giornalista, poiché il codice civile stabilisce che il datore di lavoro risponde in sede civile dei fatti colposi del dipendente, non dolosi. Così l’editore può rivalersi nei confronti del giornalista.

Ma il dolo, anche eventuale, non deve essere dimostrato? E quando si discute una causa in sede di giudizio, su quali basi si avverte il dolo?

In un processo per diffamazione il fatto oggetto di contestazione è l’articolo stesso. Il dolo si dimostra tale se la difesa del giornalista non riesce a provare che egli abbia posto in essere, sulle fonti e sui documenti, tutti i controlli necessari e possibili per fargli ritenere vero in via almeno putativa il fatto che racconta. Se il giornalista non ha controllato le fonti con scrupolo, il giudice si convince che egli abbia accettato il rischio che dal suo articolo scaturisca la diffamazione. In questo caso si parla di dolo eventuale.

Siccome, a causa della concorrenza fra le varie testate, i tempi per la verifica e la pubblicazione delle notizie sono ormai strettissimi, il giornalista potrebbe difendersi spiegando che nella sua redazione gli facevano pressione per pubblicare al più presto quella notizia?

È raro che un giornalista si difenda con questo argomento. Se lo facesse scaricherebbe la responsabilità sul suo direttore. È però evidente che questi problemi esistono e le normative vigenti, che come la sentenza Decalogo prescrivono attente verifiche e controlli, non tengono in considerazione la frenesia che si vive nelle redazioni.

Quando intervistiamo qualcuno che rilascia affermazioni offensive o dannose nei confronti di un’altra persona, e noi da intervistatori non possiamo sapere se ciò che afferma l’intervistato è vero o falso, come ci dobbiamo comportare?

Al riguardo si è instaurato un orientamento prevalente della giurisprudenza. Se si pubblica un’intervista scritta senza nessuna forma di manipolazione e nessuna deformazione delle domande, e nella quale i personaggi coinvolti sono di rilievo pubblico, il giornalista in sostanza fa da registratore e ha il dovere di riportare ciò che dice l’intervistato. Nell’intervista scritta però gli insulti gratuiti dell’intervistato vanno sempre eliminati. In una trasmissione radiofonica o televisiva in diretta, ovviamente, ciò non è possibile, ma il giornalista ha l’obbligo di prendere le distanze dalle frasi offensive dell’intervistato appena si accorge che nelle sue affermazioni ci può essere diffamazione. Inoltre, in tutti i casi, sia nell’intervista scritta sia in quella in diretta, se l’intervistato dice qualcosa di palesemente falso, il giornalista deve prendere le distanze, non può fare da cassa di risonanza. E’ sempre difficile stabilire se ciò che dice l’intervistato per quanto offensivo sia o meno di interesse pubblico, ma un giornalista se ne ha il tempo deve sempre controllare ciò che dice l’intervistato prima di renderlo pubblico.

È possibile rivalersi su chi querela ingiustamente?

Solo se il GUP proscioglie il giornalista con la formula “il fatto non sussiste” e riconosce una colpa grave al querelante, cioè riconosce che la sua querela era temeraria, può condannarlo al ristoro delle spese sostenute e al risarcimento del danno. Solo quando è chiaro che il querelante lo ha accusato di falso pur sapendo che il fatto contestato era vero, il giornalista può reagire con una denuncia per calunnia, perché la querela è stata presentata in malafede, essendo consapevoli della insussistenza dell’accusa. I casi in cui si può reagire alla querela con una denuncia per calunnia sono rari. In genere la querela viene presentata da chi si ritiene davvero diffamato.

Cosa conviene fare quando si riceve la diffida ad eliminare un certo contenuto giornalistico?

La diffida non è vincolante. È come lanciare un guanto di sfida. Se il giornalista è sicuro di ciò che ha pubblicato ed è disposto ad accettare il rischio di una denuncia per diffamazione, può rifiutare di eliminare il proprio lavoro: lascia il rete quel contenuto e accetta le conseguenze. L’unica richiesta vincolante di rimuovere un contenuto è l’ordine del Pubblico Ministero che emana un decreto. Di solito quando si riceve una diffida non conviene rimuovere l’articolo, perché tanto la querela di solito arriva lo stesso. Quando un contenuto giornalistico è stato pubblicato, il reato ormai è stato consumato, anche se la pubblicazione è durata solo mezz’ora. Rimuovere l’articolo non elimina gli effetti del reato e allora, a quel punto, tanto vale lasciarlo. Se invece la diffida appare infondata e intimidatoria, il giornalista può rispondere con una denuncia per minacce.

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