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18 Ago 2006

AGROPOLI. Agropoland o Trezenoland? Un’idea tutta da discutere

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N?avevo sentito parlare da un po?: speravo fosse la solita favola agropolese ed invece mi sbagliavo.
Il nostro Sindaco, Antonio Domini, desidera veramente il parco dei divertimenti per Agropoli ed anche Capaccio lo vuole per sè. Si contendono la realizzazione addirittura.
So che già come napoletana sono poco desiderata e che da adesso lo sarò anche meno, ma non posso rinunciare a far ascoltare la voce della mia indignazione.
Sì, prostituitela Agropoli, vendetevela tutta. Uccidetela pure: accomodatevi, fate il Vostro comodo!
Il Sindaco crede che sia un?ottima opportunità una nuova Gardaland?
Davvero?
Certo e come no, sarà una bellezza dire addio a quello che avrebbe dovuto essere un sito archeologico, alle bellezze paesaggistiche, immolare Trentova, rinunciarvi per il NUOVO PARCO GIOCHI.
La chiameremo Agropoland o Trezenoland se vogliamo anche dargli un tocco culturale e verranno a vederla tantissime persone, sì, sarà un sogno che si realizza.
Finalmente potrò vedere distrutta la mia città di mare.
Ci saranno colate di cemento e sulla nostra storia nuove plastiche e resine.
Pianteremo aiuole e pratoline.
Non scenderanno più gli Unni-Napoletani. Stia tranquillo anche Sergio Vessicchio. No, ci sarà un turismo tutto organizzato: da chi si capisce.
Sorgeranno nuovi alberghi. Avremo i soldi.
Chi li metterà questi nuovi alberghi, a chi andranno i soldi?
Chi gestirà il PARCO DEI DIVERTIMENTI?
I suoi alberghi, le sue pizzerie, i suoi ristoranti?
Vogliamo credere alle favole?
Verranno a portare i soldi a noi?
No, io m?indigno: non si può prostituire una città ed il suo popolo.
Soprattutto non si può credere che gli abitanti di Agropoli siano cosi imbecilli da persuaderli che verranno a portare lavoro e soldi.
In cambio di che?
Non siamo una città da assoggettare.
Le mie figlie non lavoreranno per arricchire i ?nuovi colonizzatori?.
Facciamo quello che sappiamo fare con la nostra dignità e non aspettiamo che ci sfamino gli altri.
No, io il parco giochi non lo voglio.
Io voglio il Parco del Cilento. La zona da destinarsi al parco giochi è una delle più antiche e belle di Agropoli, in questo luogo si trovano le mura esterne di una villa romana e una tomba bisoma risalenti al III secolo a.C., si possono ammirare i resti di una torretta, d’epoca angioina (1300), che costituiva un efficace sistema di prevenzione per gli assalti provenienti dal mare. La flora e la fauna sono quelle tipiche della macchia mediterranea. Molto diffusi sono il mirto, il lentisco, la ginestra, il cisto, la roverella, il leccio, l’erica arborea e altre piante officinali.
Qui furono recuperate anfore e ancore del VII e il IV sec. a. C.
Le scoperte archeologiche operate in questo luogo, consistenti in vari reperti tra cui un?anfora del tipo cosiddetto ?etrusco? darebbero la presunzione che la fondazione di Agropoli precederebbe quella di Posidonia (Paestum).
Ma chi se ne importa? Avremo Agropoland! Non spero in una scelta culturale neanche per il nome!
Toglieremo quelle quattro pietre vecchie, disboscheremo la macchia mediterranea e arriveranno i turisti.
Che magnifica idea!
Avremo traffico, immondizia in quantità industriale e lavoreremo tutti per il PARCO GIOCHI.
Gran plauso al Sindaco Domini che cerca di cogliere l?occasione al volo.
Ho solo una richiesta da fare: potrei avere il privilegio di vedere in anteprima la bozza del progetto?
Così, per vedere l?effetto che fa.

Milena Esposito

autrice teatrale. Collabora con “Unico”. Cura il blog: wwww.arteparte.blog.tiscali.it

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02 Ago 2005

La rivincita di Rofrano

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La rivincita di Rofrano

Rofrano, 2189 abitanti (ma più di cinquemila nel secondo dopoguerra) è al centro del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano. Per la prestigiosa rivista “Airone”, è tra i 10 paesi d’Italia dove sono di casa la buona qualità della vita, l’ospitalità e la cura dell’ambiente. E’ una delle rivincite di Rofrano, che uno studio del 1954, dell’istituto italiano della nutrizione, additò come il paese più povero d’Italia. La metà delle famiglie – affermò quell’inchiesta – viveva con un reddito inferiore a 100.000 lire pro capite, il 79% non aveva servizi igienici ed un bambino su 20 moriva durante il suo primo anno di vita. Nel 1954 Virgilio Tosi, sull’argomento, girò un film documentario: “Inchiesta alimentare a Rofrano”. Questo marchio ai rofranesi non è mai andato giù. “Eravamo messi come più o meno gran parte dei paesi meridionali”, racconta Mimmo Pandolfo, impiegato alla comunità del Mingardo ma ancora di più, animatore del G.e.t, gruppo escursionistico trekking di “cultinatura”. In pochi anni a Rofrano sono arrivati oltre 3500 turisti di fascia alta, tutta gente che va oltre il mare, rispetta i costumi locali, spende per comprare i prodotti tipici. A Rofrano il turista non è un cliente come in altre parti del Cilento. L’ospitalità è naturale. Può godere di una valle ricca di boschi verdi, fiumi, grotte, montagne.
Dallo spulcio di un bollettino parrocchiale della fine degli anni Ottanta si rileva un curioso elenco di soprannomi: Panico, compagno, Stalin, ministro, stizzo, vozzone, cattivo, hè-hè, spaccone, milordo, cipeppo, ecc., che vengono ufficialmente aggiunti ai cognomi sulla più solenne pubblicazione locale che raggiunge l’Australia, il Brasile, gli Stati Uniti e tutta Italia, i luoghi dove c’è la grande diaspora rofranese. Giuseppe Viterale, 42 anni, è il sindaco del paese. Bella, e vivace, famiglia la sua: quattro figli, e ha potuto, coerentemente, predisporre, una politica di rafforzamento demografico basata su di un premio di 500 euro ad ogni famiglia dove c’è un fiocco all’uscio. E’ stato uno dei primi in Italia ad avviare l’iniziativa, ora è copiato un pò da tutti.
Il paese è silenzioso, immerso nella natura di oltre 6 mila ettari di bosco. Le leggende possono correre veloci. Nel 1988 da queste parti avvistano un vero e proprio extraterrestre: è alto più di due metri, ha la pelle di serpente. Un contadino lo vede e fugge terrorizzato. Va ad avvertire i carabinieri. Vero o falso? Potenza della suggestione collettiva e l’avvistamento non è fatto solo a Rofrano: anche a Castel Ruggero, S. Giovanni a Piro, Bosco, Celle di Bulgheria e Roccagloriosa. A fondare Rofrano furono i monaci basiliani, “i primi cappellani militari della storia”, e dalla tradizione greca prendono i nomi le tre parrocchie rofranesi. Lo storico locale Ronsini parla di “vestigia di greco nel dialetto” e come, fino al Seicento, “i preti continuavano ad offrire a l’uso greco una sol ostia grande per poi spezzarla e distribuirla tra il sacrificante e il popolo”. Paestum, Velia e Rofrano, le comuni radici mediterranee del Cilento emergono sempre. Lo testimonia, anche a Rofrano, una statua della Madonna con bambino, che attinge al culto pestano di Hera Argiva, la madre che nutre il bambino e si prodiga per la sua crescita. E c’è poi “il castagno dei monaci”, consiste nell’affumicare le castagne su apposite grate di canna, così si ammorbidiscono e possono essere consumate in tutti i periodi dell’anno. Curiosa è la tradizione locale delle “cinte”, veri e propri castelli multicolori di cera, simili ma non uguali alle “cente”, dove l’elemento rappresentato è la barca.
Nessuno mette in discussione il fatto che al centro della tradizione gastronomica rofranese ci sia il caciocavallo. Diversi allevamenti allo stato brado forniscono la materia prima: il latte.
Diverso è il discorso dei castagneti. Il Comune ha avviato già un progetto per la riconversione verso la castanicoltura produttiva. Si tratta d’innestare le piante. In collaborazione con la comunità montana del Lambro e Mingardo si stanno creando, con appositi corsi di formazione professionale, i potatori e gli innestatori per trasformare il castagno in risorsa economica, non solo una particolarità del paesaggio. “Assegneremo ai privati i nuovi impianti”, promette il sindaco. Grazie a questo progetto 10 giovani hanno trovato lavoro nel loro paese. L’amministrazione comunale ha fatto un ottimo lavoro anche con la gestione dei servizi municipali: il fiore all’occhiello sono i 62 anziani assistiti a domicilio e i disabili che lavorano nella cooperativa sociale. Per arrestare la spinta allo spopolamento l’imperativo è dare occasioni di lavoro alle donne. Solo così cresce il numero di nuove famiglie giovani che restano in paese e non scappano.
Sono più di trenta le imprese edili di Rofrano, moltissime per un paese di poco più di 2mila abitanti. Qualcuna di loro supera la dimensione familiare. Intorno a quest?attività si è creato un circolo virtuoso, una vera e propria specializzazione che investe un?intera comunità. Un vero e proprio distretto industriale. Un?altra ancora, l?ennesima rivincita su quell?inchiesta del 1954 che voleva Rofrano come paradigma dell?inferno meridionale.

Oreste Mottola
oreste@unicosettimanale.it

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17 Lug 2005

A story of Richard Devenuti, VP of Microsoft, reconnecting with his Italian Root

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(sotto la versione italiana)
A story of Richard Devenuti, VP of Microsoft, reconnecting with his Italian Roots.
E? altavillese il vicepresidente mondiale della Microsoft (traduzione italiana sotto)

ALTAVILLA SILENTINA.

Richard Devenuti, vice-president of Microsoft, one of the greatest worldwide manufacturing firms, has “salernitane” (Province of Salerno) roots.

Eighty years ago, his grandfather departed from Altavilla Silentina (a village in the Province of Salerno), to the gain of The United States.

The number two man to Bill Gates set out to discover his Altavilla Silentina roots.
He arrived in the town on a Sunday morning, having in hand only the 50 year old photo of his father, then an American soldier in Italy, taken with his Altavillesi cousins. The intervening decades and the distance, had, as it often happen, canceled every relationship between the “altavillese” part and the American part of the family.

The last name of the family had suffered a curious americanization. That image was the only trace that remained. As soon as Devenuti, who doesn’t speak Italian, had arrived in Piazza Castello with wife and his two children, he hardly had time to show
the photo to some elderly men, before the family De Venuti was immediately
singled out – a line of businessmen, teachers – and, by pure coincidence, even of experts of information technology.

The meeting that followed was very moving and went on for a long time. Emiddio Mangone, who acted as interpreter, found it difficult to succeed in holding the rhythm of so many questions and histories of the families, living for so long a time,
separated by two continents.

“It is a fantastic experience to discover – Devenuti said – the branches of our family in Italy. Almost a half century from when my father had been to Altavilla. My boys and I, have recovered a fundamental part of our family history”.

Richard Devenuti, graduate to the University of Washington, has been with Bill Gates since 1987. At Microsoft, in addition to being vice-president, Divenuti is responsible for worldwide external relationships and for the entire inside technological infrastructure. In the past, he had been manager of sales operations and the financial control for the United States.

Richard Devenuti is the son of Riccardo, a space engineer in the service of NASA
and a member of the team that, in the sixties, conquered the Moon. When
Riccardo came to Altavilla, at the end of the fifties, it was to bring to his father Domenico, in a glass bottle, a handful of earth taken in the frazione (suburb}of Cerrocupo, the village from which all the Di Venuti originate.

It was an action of filial love toward the founder of the American Divenuti family, who, immediately after The Great War had ended, chose to put at his back the wretched life that Altavilla offered to everyone and to try the American “avventura”. A choice, seeing the results, that was, indeed, very appropriate.

“I will return to Altavilla as soon as possible,” said Richard. This time, however, will be him very difficult to preserve anonymity!

[Oreste Mottola]
oreste@unicosettimanale.it

E? altavillese il vicepresidente mondiale della Microsoft

ALTAVILLA SILENTINA. Richard Devenuti, vicepresidente della Microsot, una delle maggiori aziende mondiali per fatturato, ha radici salernitane, con il nonno partito ottant’anni fa, da Altavilla Silentina, nel salernitano, alla conquista degli States. A scoprirlo è stato lo stesso “numero due” di Bill Gates. E’ arrivato in paese una domenica mattina, con in mano solo la fotografia degli anni ’50 che ritraeva il padre, allora giovane militare Usa in Italia, con i cugini altavillesi. I decenni passati, e la lontananza, avevano, come spesso accade, cancellato ogni rapporto tra la parte “altavillese” e quella americana della famiglia. Lo stesso cognome aveva subito una curiosa americanizzazione. Quella immagine era l’unica traccia che restava. Appena Devenuti, che non parla in italiano, è arrivato in piazza Castello con moglie e i due figli, non ha fatto in tempo a mostrare la foto a qualche anziano, che subito è stata individuata la famiglia Di Venuta: una casata di commercianti, insegnanti, e manco a farlo apposta, anche di informatici. L’incontro che è seguito è stato molto commovente ed è andato avanti per diverse ore, e per Emiddio Mandone, che fungeva da interprete, è stato difficile riuscire a tenere il ritmo delle tante domande e storie di famiglie vissute, per tanto tempo, separate da due continenti. “E’ stata una esperienza fantastica ‘scoprire’ – ha detto Devenuti – la diramazione della nostra famiglia in Italia. E’ passato quasi mezzo secolo da quando mio padre è stato ad Altavilla. Io, e i miei ragazzi, abbiamo recuperato una parte fondamentale della nostra storia familiare”. Richard Devenuti, laureato all’università di Washington, è con Bill Gates dal 1987. All’interno della Microsoft, oltre ad essere vicepresidente. è il responsabile mondiale delle relazioni esterne e dell’intera infrastruttura tecnologica interna. In precedenza era stato direttore delle operazioni di vendita e del controllo finanziario per gli Stati Uniti. Richard Devenuti è figlio di Riccardo, ingegnere spaziale in servizio alla Nasa e componente della “squadra” che “conquistò”, negli anni Sessanta, la Luna. Quando, alla fine degli anni Cinquanta, venne ad Altavilla, fu per portare al padre Domenico, in una bottiglietta di vetro, una “manciata” di terra prelevata nella frazione di Cerrocupo, dalla quale tutti i Di Venuta provengono. Fu un atto di amore filiale verso il capostipite che, era appena terminata la Grande Guerra, scelse di mettersi alle spalle la vita grama che Altavilla offriva a tutti e di farsi tentare dall’avventura americana. Una scelta, visti i risultati, riuscita davvero molto azzeccata. “Tornerò ad Altavilla appena possibile”, manda a dire Richard. Questa volta, però, gli sarà molto difficile conservare l’anominato!. [Oreste Mottola]

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03 Lug 2005

Scoprire Castelnuovo di Conza e i suoi emigranti

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Tina Terralavoro è l’autrice di “Castelnuovo, paese di emigranti”, appena stampato per i tipi di Valsele, l’avventurosa storia di un popolo in cammino che ha raggiunto i più remoti angoli del mondo, raccogliendo i coralli nei mari africani o costruendo e gestendo il teatro Colombia a Bogotà,un gigante da 9 mila posti.

Nel circondario guardavano a Castenuovo e crepavano d’invidia. Castelnuovo era il paese del caffè vero mica del surrogato imbevibile, abbondava nelle dispense anche nei tempi di guerra, i pappagalli che parlavano e Amalia la Neura, la schiava negra liberata da un emigrato e portata in paese come domestica e tata. Amelia che s’integrò tanto bene da imparare a parlare in dialetto in maniera impeccabile. San Salvador. Guadalupa, l’Africa, gli States e poi Svizzera, Germania e Belgio, dove questi pastori e contadini non misero radici. I castelnovesi si sono dispersi nei quattro “pizzi” del mondo. In una mattina d’inizio agosto 2004 la piazzetta davanti al piccolo centro commerciale è affollatissima: “Vedi tutte queste persone? Alla fine di agosto qui non resterà più nessuno”, Carmine Terralavoro, il sindaco di Castelnuovo mi fotografa la situazione del suo paese. Che si rianima solo d’estate con gli emigranti che tornano a respirare l’aria bella e gentile, come canta una canzone popolare. L’emigrazione è il tratto distintivo del paese dove c’è un sindaco che chiede scusa pubblicamente perché non riesce a smettere di fumare ma pronuncia straordinarie orazioni funebri. Il folclore, la poesia, la memorialistica: tutto parla dello strazio per l’essere lontani dal “Chianieddo”, l’antica piazza. Eppure, eppure: “Nel 2004 abbiamo avuto già sei laureati. Quasi uno ogni cento abitanti. Pochi paesi italiani ci superano!”. Una di loro è Tina Terralavoro, dottoressa in lettere ad indirizzo antropologico, una piccola tempesta di idee ed amore per il piccolo paese che è ancora al secondo posto in Italia per l’incidenza del fenomeno migratorio. Un caso nazionale in un’Italia che è anch’essa terra promessa per i tanti che ogni notte sbarcano coi gommoni a Lampedusa. Tina è l’autrice di “Castelnuovo, paese di emigranti”, appena stampato per i tipi di Valsele, l’avventurosa storia di un popolo in cammino che ha raggiunto i più remoti angoli del mondo, raccogliendo i coralli nei mari africani o costruendo e gestendo il teatro Colombia a Bogotà , un gigante 9 mila posti. A maggio di quest’anno Vincenzo Iannuzzelli, 38 anni, imprenditore castelnovese, è a San Salvador con Mattew Hatfiled Knight, l’erede della Nike, quando quest’ultimo s’inabissò nei mari tropicali. I castelnovesi sono abituati ad andarsene per le strade del mondo. Solo nel 1933, nonostante la politica fascista che scoraggiava le partenze, da Castelnuovo se andarono in 424. Sono diventati di tutto: medici, artisti e diplomatici. E non è una storia finita. “Ancora oggi i giovani se vanno. Considerano il paese un gigantesco ospizio per anziani”, racconta Tina. Lei aveva diciassette mesi la sera del 23 novembre 1980. Alle 19.35 il padre Carmine se la tenne stretta sotto un arco di legno, tutt’intorno c’era il vecchio paese che crollava. “Mia moglie m’implorava, prega prega!. Dissi un’Ave Maria ed un Padre Nostro”. Il bilancio finale è di 84 morti. Nell’ormai lunga storia della diaspora castenovese si apre il capitolo più doloroso. Che è quello della nostalgia dello struggimento. “Chi strappa al tronco verde la radice? Chi vince il primo amore? Il tuo ricordo, il tuo sogno, chi lo dimentica, terra nativa, tanto più mia quanto lontana?”, è la frase di Luis Cernuda messa a conclusione dell’opera di Tina Terralavoro. La situazione del paese oggi? «Calma piatta e nessuna possibilità di rinascita. L’unica speranza – commenta il sindaco, Carmine Terralavoro – è andare via. Oliveto Citra non dista molto da qui eppure sembra un altro pianeta. Qui non c’è futuro, qui non c’è più vita», diceva il sindaco in una recentissima inchiesta sulla realtà delle zone terremotate pubblicata su di un quotidiano. Dollari, caffè e gomme americane non bastano più.

Autore: Oreste Mottola

orestemottola@ilvalcalore.it

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03 Lug 2005

Santa Cecilia di eboli, nuova frontiera della Piana del Sele

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Dopo Battipaglia, lungo la via per Paestum

Santa Cecilia, nuova frontiera della Piana

Rinasce intanto la voglia di autonomia da Eboli

Una frase scritta in arabo sul muro del campo di San Nicola Varco (Quanti extracomunitari ?ospita? ancora? Forse più di 400) avverte: a chi non ha ciò che gli piace, deve piacere ciò che ha. Così ragionarono anche coloro che (molti decenni or sono) scelsero Santa Cecilia per abitarvi stabilmente. Si fecero piacere questi ex latifondi ed oggi questa località è una delle nuove frontiere dello sviluppo della Piana del Sele. Dove l?economia ancora cresce, si aprono nuove fabbriche, i negozi spuntano dal niente e … potendo (ah, quel Piano Regolatore voluto da Rosania) spuntererebbero ancora tante palazzine. Diecimila abitanti che si affacciano su di una delle strade più trafficate d’Italia, nel bel mezzo di una zona, la Piana del Sele, che è “il Nord” del nostro Sud.

EBOLI? GUARDANO DA UN?ALTRA PARTE

Questa è Santa Cecilia, frazione di Eboli, ma che guarda a Paestum e a Battipaglia, ma da decenni percorsa da venti di separatismo. “Quelli lì hanno occhi solo per tutto che c’è oltre il ponte di S. Giovanni. Qui c’è la migliore agricoltura, le industrie moderne, un commercio che va veloce e poi c’è il mare”, ti dicono un po’ in coro. ?Loro? sono gli ebolitani di sopra, distanti più per mentalità che per i dieci chilometri della provinciale 30. La guerra è innanzitutto ai luoghi comuni: “Santa Cecilia non è solo un incrocio su di una strada spesso funestata da incidenti stradali o la terra di nessuno degli extracomunitari”, a parlare è l’avvocato Antonio Conte, consigliere provinciale, nonchè uno che da queste parti c’è nato, cresciuto e pasciuto. E? nipote di Carmelo Conte, l?ex ministro che ha imposto all?attenzione generale questa terra. “Siamo onesti. Del lavoro degli extracomunitari a S. Cecilia c’è estremamente bisogno. Possono così contribuire al nostro sviluppo e così integrarsi, da persone e non solo da braccia”.

IL PANORAMA PRODUTTIVO

Ettari ed ettari di campi inondati dal sole: cavoli, carciofi, ortaggi, serre di fiori e fragole. E poi tanti allevamenti di bufale. I caseifici, le mozzarelle. La Piana del Sele sembra davvero un’isola felice, se ti limiti ad attraversarla, di giorno, velocemente in macchina. Ma appena giri lo sguardo vedi figure chine sulla terra riempiono cassoni di verdura che partiranno poi per le altre regioni d’Italia. Poi il pomeriggio, spesso la sera, quelle ombre riemergono. A piedi o in bicicletta rischiano d?incontrare un guidatore distratto, che preso dalla strada rettilinea, abbagliato dalle luci o perso nei suoi pensieri a non accorgersi del pedone o del ciclista. Li organizzano i nuovi caporali, marocchini o algerini, che lucrando il 10% sulla paga di ogni lavoratore, fanno da intermediari ad una prima definizione dei salari e delle ore di lavoro. Sono loro i nuovi «ricchi»: proprietari di auto utilizzate da gruppi di 4/5 per raggiungere i luoghi di lavoro, dove altri arrivano a piedi o in bicicletta. Basta un furgone senza sedili posteriori e di una Opel dissestata, per fare la spola con i terreni che circondano la zona. Pagano la tangente per lavorare, oltre al dieci per cento a chi fa arrivare le rimesse in Marocco. Sveglia alle sette, poi il raduno per andare nei campi a raccogliere scarole, finocchi, carciofi. Otto ore chini.

LO SVILUPPO STRAORDINARIO.

Le banche, che di economia hanno conoscenza, si sono accorte da tempo delle grandi potenzialità di Santa Cecilia. Accanto alla Popolare di Salerno ed al Banco di Napoli, sta per piazzarsi anche il Credito Cooperativo di Aquara. ” D’estate c’è un passaggio di turisti inestimabile, qualche milione di persone”, racconta Antonio Conte. Ma manca l’amalgama tra gli abitanti, c?è ancora un?ancora acerba comune tradizione culturale.

LA TENTAZIONE AUTONOMISTA

?E? una via affascinante, non lo nego?, dice l?avvocato Conte. ?Qui c?è una mentalità diversa, più veloce, rispetto ad Eboli. Non possiamo continuare a pensare di andare solo verso la collina. C?è il mare e c?è Paestum?.

LE DIVERSE PROVENIENZE

Non essendoci un ceppo strettamente ebolitano ma diversi nuclei originari da posti diversi la competizione è stata più forte. Sono arrivati da Salerno, dai comuni del Cilento, dai Picentini, dall?hinterland napoletano. Gli ultimi insediamenti edilizi hanno attirato molti.

LE ATTIVITA? ECONOMICHE

L?agricoltura continua ad essere l?attività principale: Cavaliere, Alfano, Iemma, ecco i nomi di maggiore rilievo. C?è la Tafuro che trasforma prodotti agricoli, c?è la metalmeccanica Carpedil con l?Emisas. Il commercio sviluppa notevoli volumi di scambi. ?Devono avere altri servizi e di potersi ampliare e sviluppare. Il nuovo piano regolatore è ancora penalizzante e fuorviante?, dice Conte.

BUFALE E MOZZARELLE

Alcuni nomi sono conosciutissimi: ?La Masseria?, ?Esposito?, ?Villecco?, ?Tre Stelle?. E poi ancora altri. Gli allevamenti maggiori sono quelli di Iemma e a Battipaglia. Il settore qui si regge sul grande contributo all?acquisto della mozzarella fresca da parte dei tanti napoletani che d?estate si riversano su queste strade: subito dal produttore al consumatore.

VITA SOCIALE.

La Parrocchia è retta da don Daniele Peron, coordinatore della Forania di Eboli. L?Oratoria e la Parrocchia cercano di animare. Sono state fatte delle memorabili edizioni del Natale e del Carnevale. ?C?è bisogno di uno spazio pubblico per concerti e dibattiti. Ed una biblioteca. Poi il Comune dev?essere presente qui con una vera e propria casa comunale?.

LE ENORMI POTENZIALITA?

L?avvocato Antonio De Falco, viene da Mercato San Severino: ?Qui si vive bene. Le potenzialità sono enormi. Le maggiori carenze sono proprio nella fascia costiera. E? troppo abbandonata a se stessa. Il sindaco Rosania ha fatto tanto, ma ancora non basta. ?Il loro unico luogo di ritrovo è la piazzetta davanti al Banco di Napoli. Il punto dolente è proprio la loro mancata integrazione?. Cominciano però ad esserci molti esempi d?integrazione.

POMODORO E DOPOTERREMOTO

Dopo il terremoto del 1980 S. Cecilia comincia a perdere il grosso soccorso di braccia che arrivava dall?Alto Sele, dall?avellinese ed anche da alcuni paesi lucani. C?è lavoro, per gli uomini, nella ricostruzione e così le donne possono restare a casa o lavorare i propri appezzamenti di terra. Poi sulla coltura del pomodoro si è scatenata la fisiopatia che ne ha determinato quasi la scomparsa dal panorama produttivo. Così gli agricoltori hanno dovuto riconvertire le loro attività verso colture di tipo invernale: finocchi, insalata, carciofo, cavolfiori e scarola. E serviva ancora più manodopera. C?è stato quindi ?bisogno? degli extracomunitari. C?erano poi dei grandi ?contenitori? utilizzabili come alloggi di fortuna: S. Nicola Varco, l?ex Mellone, e tanti casolari abbandonati.

L?IMPROSTA E S. NICOLA VARCO

Mentre l?azienda Improsta è passata al patrimonio regionale e si avvia a diventare un?importante realtà per la ricerca agricola meridionale, S. Nicola Varco è ancora ?terra di nessuno?. Per le terre dell?Istituto Orientale, più di mille ettari di terreni fertilissimi, Antonio Conte vi immagina l?istituzione di una facoltà universitaria di agraria e di veterinaria.

L?AVAMPOSTO DELLA SCUOLA

Dario Palo, insegna presso la scuola elementare di Cioffi. La realtà è già tutta nei numeri: ?Gli immigrati censiti sono 606, ma in realtà sono tanti di più. Fino ad oltre tremila. Almeno l?80% di loro sceglie di risiedere in questa zona. Nella sola scuola quasi un terzo dei bambini, non hanno origini italiane?. Ma il lavoro della scuola investe anche gli adulti. ?Per loro facciamo corsi di italiano. Nei due giorni della settimana (mercoledì e giovedì dalle 17 alle 19) sono almeno in 50 a frequentare, ed in maniera molto disciplinata?. Le nazionalità presenti sono i nordafricani (tunisini, marocchini ed algerini), ma anche tanti appartenenti all?ex Iugoslavia, i rom e gli albanesi?.

LA SCHEDA SUL FENOMENO EXTRACOMUNITARI

Il fenomeno dell’ingresso e della presenza dei lavoratori immigrati nella Piana del Sele ha origine, di una certa rilevanza, soprattutto alla fine degli anni ’80, con l’ingresso di flussi migratori extracomunitari provenienti quasi esclusivamente da: Marocco, Algeria, Tunisia e Senegal.

Agli inizi il fenomeno ha interessato poche centinaia d?unità che si sono insediate nel territorio battipagliese, ebolitano e capaccese dedicandosi prevalentemente alle attività agricole precarie e stagionali, e quelle caratterizzate da rapporti di lavoro stabili nelle aziende zootecniche locali (stalle bufaline).

Questi primi insediamenti hanno calamitato negli anni altri flussi migratori di connazionali, in prevalenza marocchini, soprattutto in concomitanza dei periodi correlati alle grandi raccolte di prodotti agricoli nella Piana del Sele (carciofi, fragole, frutta e ortaggi). Connotandosi quindi come forza lavoro stagionale e di transito.

A partire dalla metà degli anni ’90, il fenomeno ha assunto una diversa forma, presenza non più sporadica, ma attività lavorativa agricola che andava anche oltre le stagioni dalle grandi campagne di raccolta. Il numero complessivo è di circa 1800 unità stabilmente addette al settore agricolo.

Di questi circa 400 hanno regolare permesso di soggiorno (fonte Direzione INPS). Il resto è rappresentato da lavoratori clandestini.

Gli immigrati con regolare permesso di soggiorno rappresentano la base storica e di più maturo insediamento (dai 5 ai 15 anni), quasi tutti hanno ottenuto la regolarizzazione in seguito alle sanatorie. Sono molto rari i casi di ricongiungimenti familiari (circa una cinquantina).

La nazionalità prevalente è quella marocchina (80% circa), l’età media nella quale si concentra la maggior parte degli immigrati, è rappresentata dalla fascia d?età compresa tra 30-40 anni. Negli allevamenti bovini e bufalini, nei quali non è più possibile da anni reclutare forza lavoro dipendente locale, indisponibile a tale attività e che è diventata d’esclusiva competenza di lavoratori extracomunitari (soprattutto indiani e pachistani).

Nella Piana del Sele su un totale di 1.696 aziende d’allevamento bufalino e bovino con un numero di capi pari a 13.896 oggi lavorano circa 400 extracomunitari e rappresentano oltre 80%, di tutta la forza lavoro dipendente addetta al settore.

IL PERSONAGGIO: MARUF

Maruf, volto solare, sorriso aperto, stazza imperiosa, Maruf è marocchino. Regolare, vive in Italia da quasi vent?anni anni. «oltre diciotto anni di contributi», sottolinea ridendo. È delegato Cgil, responsabile dell?associazione «Casablanca» e fa parte anche della Consulta provinciale per l?immigrazione. Vive in un?umile casa a Campolongo, e fa da «mediatore culturale» per il comune di Eboli. Un tramite indispensabile, che lo rende più di un capo carismatico. Che aiuta in mille faccende pratiche i suoi connazionali – non solo quelli ospitati a Eboli – soprattutto quelli che hanno bisogno dell?ospedale. E che ormai sa come muoversi sul terreno scivoloso della burocrazia.

email: orestemottola@ilvalcalore.it

Cellulare: 338 4624615

Redazione: 0828 720114

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03 Lug 2005

Quadrivio di Campagna, piccola New York o la nuova Battipaglia del Duemila

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Quadrivio di Campagna, piccola New York o la nuova Battipaglia del Duemila

Piccola New Jork o la nuova Battipaglia del Duemila: signori il melting pot, ovvero la mescola delle etnie, è il vero tratto distintivo, il logo del Quadrivio di Campagna. Quattro vie (da qui il nome) una lunga teoria di palazzi, tanti negozi, molte fabbrichette, il McDonald è di quelli fatti in casa e marocchini ed algerini hanno come punto di riferimento il centralissimo bar Ciaglia. Una realtà, quella del Quadrivio, tutta fatta a strati. Ottomila abitanti “ufficiali”, più di millecinquecento, forse duemila, sono i “clandestini”, ovvero domiciliati (quasi tutti italiani) ma non residenti, le vaste comunità dei nordafricani (almeno il 6% della popolazione), con più di mille testimoni di Geova (che non vanno a votare) e le famiglie dei militari (ottocento?) della vicina base militare di Persano. Ed il miracolo economico costruito su piccole ma robuste attività commerciali e sui laboratori dove si lavorano (in “grigio”?) cravatte, camice e jeans, mentre, a domicilio, è tutto sommerso: tanto lavoro e pochi soldi. O i caseifici che sfornano saporosi fior di latte (la mozzarella fatta col latte di mucca). Intorno ci stanno i migliori oliveti e frantoi della Campania.

Al Quadrivio è cresciuto Mark Iulian o, brillante astro della Juventus e della nazionale italiana. Ne è passata di acqua sotto i ponti dal 1959, Vito Maggio, vi scenderà per la prima volta, aveva 9 anni, nell?occasione della morte del nonno: “Allora il Quadrivio era veramente soltanto l’incrocio della Statale 91 e la provinciale per Campagna”, scrive in un suo libro.

Il primo che capì le potenzialità di questa zona fu l’architetto Renato Fuccella, quasi alla fine degli anni ’60. Fu lui a dare l’indicazione, nel Piano Regolatore, di uno sviluppo edilizio di Campagna tutto spostato sulle zone prossime allo svincolo autostradale. Neanche il sospettoso Partito Comunista dell’epoca osò opporsi e, sia pur timidamente critico, si astenne. Qualche decennio prima, si scelse il Quadrivio, per venirvi a “nascondere” un primo insediamento di case popolari. Così si tracciò la via. Su queste strade, nel vero senso della parola, si mise un gruppo (di potere?, d’affari?, di intelligenti e lungimiranti imprenditori?, ai posteri, cioè ai quadriviesi di oggi l?ardua sentenza) che trasformò i terreni che vi si affacciavano in denaro fluente. “Sono diventati milionari fino agli anni Ottanta.
Il terremoto li ha trasformati in miliardari. E non si sono più fermati”, raccontano in molti. Sì, nel senso che si è costruito soprattutto sulle aree di loro proprietà. Un bel sacco edilizio, con un copione da manuale, non c’è che dire. Poi arriva il terremoto del 1980. Ma già prima su di un metro quadrato di terra si erigevano 4 metri cubi di cemento. E, nelle vicine zone rurali, il principio del lotto minimo fissato ad un ettaro di terreno, spingeva i più all’abusivismo. “Al comune di Campagna ci sono molte pratiche del condono del 1983 ancora da chiudere a distanza di un ventennio. Ciò fa capire l’ampiezza di un fenomeno che dire di massa è poco”, è il commento di un addetto ai lavori. Con il terremoto arriva l’inclusione della zona nel cosiddetto “cratere”.
Dal 1983 al 1989 non si pagavano oneri di concessioni nè di urbanizzazione. E molti terremotati verranno proprio qui a spendere il loro “contributo – alloggio”, sono i soldi per potersi ricostruire un alloggio anche in una zona diversa dal loro comune di abituale residenza. Da Eboli, Battipaglia, dall’Alto Sele ma anche dalla Basilicata sono in tanti che scelgono di venirsi a reinsediare in questa ex campagna.
Ma dalla ricostruzione non verrà una sola robusta impresa edile. Anzi, molte sono quelle che sono state travolte dal fallimento. Facciamo ancora un passo indietro. Nella “fortuna” del Quadrivio c’è anche la circostanza che qui le case costano il giusto: sono alla portata di molte tasche.
Un bell’hotel, il Capital, dà il meglio di sè nei matrimoni, di turismo (o di viaggiatori d’affari) c’è ancora poco. Mancano i servizi, è il lamento dei residenti, l’acqua va via alle otto di sera. Non c’è una piazza, il largo di “Padre Pio” (già piazza Europa) è costato più di due miliardi ed è tutto cementificato e piastrellato. Per i giovani che c’è? Resta l’esempio di Iuliano, dell’uno su mille che ce l’ha fatta. Anche il regista-attore Antonio Caponigro ha gettato la spugna: la sua rassegna teatrale è ferma. Regge ancora il calcio: già il sogno di agguantare le fortune di Mark, il figlio di Alfredo, uno dei tanti che da lontano è venuto a vivere al Quadrivio.
Ma il Quadrivio si appresta ad essere ex. Diventerà “S. Angelo di Campagna”. Ma non scompariranno le tante “strade” che fanno fatto incontrare tanta gente diversa in questo punto. Arriverà anche il miracolo di una classica periferia urbana che, magari attraverso un programma di recupero e riuso del già costruito, ridiventa comunità? Perchè, come constata Vito Maggio: ?Il Quadrivio oggi? Una brutta periferia urbana anarcoide e stipata di orrendi palazzi. “. Vito Maggio è una singolare figura di brillante operatore culturale e puntuto polemista, capace di vedere (e di dire) quello che tutti hanno sotto gli occhi.

di Oreste Mottola
orestemottola@ilvalcalore.it

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03 Lug 2005

Valva, aristocratica e misteriosa terra sulla via del grano da Eboli a Matera

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?Fu allungata nelle proprietà del marchese di Valva per dotare il suo feudo di una strada, a spese dello Stato?.

Valva, mithus vivit, quando il mito torna a vivere. Con le storie di dei e ninfe scolpite nella pietra dalla mano dello scultore fiorentino Donatello Gabrielli, il Castello dei d?Ayala Valva è l?emblema dell?incontro con la bellezza. Prima ancora qui era di casa l?abbondanza, con la produzione di grandi derrate alimentari: vino, olio e grano. “Vino Valva da Mezzo taglio: Rosso, schiuma rossa che conserva a lungo, sapido, brillante, fresco, armonico con leggero profumo sui generis, sebevole, acidulo, alcole da 13 a 14°; vini da pasto da 11 a 11,5°?. Ed ancora: ?tra i vitigni più rinomati: aglianicone, aglianico uva di Troia?. E? quanto troviamo scritto in una vecchia relazione agraria dei primi del Novecento. Nella villa ? castello una botte in rovere di Slavonia, da 365 quintali di vino: ?mansueto gigante in legno che aveva ospitato interi vigneti nelle sue branchie?, scrive Diomede Ivone, oggi prestigioso docente universitario ma nel 1958 solo un giovane aspirante giornalista, quando visita il paese.
La Puglia è qui.
Valva: snodo importante sulla via del grano tra la piana del Sele ed il Tavoliere delle Puglie. Produceva e tanto quell?Azienda Marchesale di Valva, che si estendeva tra le province di Salerno ed Avellino. La proprietà era di una casata nobiliare che risiedeva tra la Puglia e la Svizzera. Uno scatto in avanti l?aveva avuto dal marchese Giuseppe Maria Valva che, di fatto era il ministro dei lavori pubblici con il re Ferdinando IV, quando questi, nel 1789, lo incaricò di costruire la strada che da Eboli portava fino ad Atella in Basilicata, comunemente chiamata la Via del Grano. Collegava il Tirreno con l’Adriatico, facendola passare per il territorio di Valva. E il suo feudo ne ricevette una straordinaria valorizzazione. Come scrive Filomena Monica Losco: ?Nel delineare il tracciato, il Marchese allungò di molto il perecorso, con varie giustificazioni, per farlo passare nei suoi possedimenti di Valva, anzicè utilizzare il passaggio naturale della Sella di Conza?. Ed ancora ?La strada di Matera fu così allungata nelle proprietà del marchese di Valva per dotare il suo feudo di una strada, a spese dello Stato?. Niente di nuovo sotto il sole.
Tra i fantasmi di un uomo solo.
Ticket da tre euro ed eccoci tra la statue delle ?bellezze muliebri che il marchese ha conosciuto nei viaggi e di cui ha voluto conservare, nel marmo, una memoria più duratura di una fotografia?, come raccontò allora al cronista Emilio Grassi, il settententrionale che dirigeva l?azienda. ?Ne ha spesi di soldi per i nudi e le statue?, aggiunse l?amministratore dei beni del marchese.
“Campare di turismo? E’ ancora una velleità: ci mancano alberghi e ristoranti. Si sta però provvedendo”, sospirano le guide turistiche, che solo nei fine settimana, accompagnano i turisti nel bosco delle meraviglie. “… Si viene risucchiati dall’inquieta fantasia del marchese, si soggiace ai miti che hanno guidato la sua fantasia di uomo solo”, racconta sempre Diomede Ivone. Erano passati solo pochi anni da quando l?ultimo marchese, Balì dell?Ordine di Malta, scapolo e senza eredi, aveva lasciato tutte le proprietà al blasonato ordine cavalleresco.
I suoi sogni
Il parco è popolato non solo dai richiami quasi onirici del nobiluomo: fate ed elfi, poi teatranti e dame. Ed anche i briganti: uno di loro, l’Anselmi fu quello che uccise il potente fattore Falcone. Lo fucilarono proprio all’ingresso ed una piccola croce nera, nell’unica pietra a vista, testimonia ancora oggi l’accaduto, piccola icona della ?storia bandita? del nostro sud. E’ il sapore del passato che prende il visitatore ad ogni passo: clima da new age, atmosfere da “Signore degli anelli”, siamo nel giardino di ?verzura? all’italiana ma coltivato “all’inglese”, ovvero che tende alla rinaturalizzazione è anche nel paese. Il bosco è pieno di grandi abeti rossi e poi platani giganteschi. Le statue richiamano la mitologia che aiutava il ?titolato? a farsi ragione di una quotidianità non esaltante: Apollo e Dafne, Tritone, Amore e Psiche, e poi la Fontana delle Triadi. Ercole è lì, ma è stato capitozzato dai ladri. C’è poi la meraviglia di quell’anfiteatro all’aperto dove un centinaio di statue faceva compagnia al barone d’Ayala (“mi raccomando con la d minuscola”, mi dicono Gerardo Palombo, e le altre guide turistiche) quando quasi da solo guardava gli spettacoli delle compagnie di guitti che passavano. Teste di pietra d?uomini e donne, che dalle siepi sembrano ascoltare le voci del bosco, sono rivolti verso un palco vuoto, due stanze laterali sembrano fungere da vallette.
Pubblicità zero e tutti col sangue blu.
Ancora oggi è luogo di concerti lirici, spettacoli, poichè la splendida acustica di questa struttura ne esalta l?esecuzione. Aperto solo nei fine settimana, Villa d?Ayala, pubblicità zero, fa segnare tremila visitatori all’anno. “Dobbiamo ringraziare gli operai della comunità montana dell’Alto e Medio Sele se viene pulito”, raccontano ancora le guide. I visitatori illustri non mancano: la notte dell’11 aprile 1807 Giuseppe Bonaparte, re di Napoli e della Sicilia, chiese ed ottenne asilo per una notte e alle prime luci dell’alba ripartì. Nel 1943, vi si trattenne il maresciallo Kesserling che vi aveva fatto attrezzare un ospedale per i suoi soldati. “Siamo il più pugliese dei paesi salernitani”, dicono a Valva, perchè questo è il paese che si trova sulla vecchia strada del grano, quella che da Eboli porta alla Puglia. E da Taranto vengono i d?Ayala che hanno via via soppiantato i Valva. Dai paesi vicini si divertono a prenderli in giro: “I valvesi? Tutti col sangue blu. Discendono dal marchese quando c’era ancora il jus primae noctis”. ” Qualche fondamento, qui come altrove, c?era fino a tre secoli fa”, raccolgono oggi nient’affatto arrabbiati. In realtà la storia del paese è fortemente intrecciata con quella dei Valva prima e dei d’Ayala dopo. L’Azienda Marchesale (“questa va scritta con le maiuscole”, raccomanda Palombo) aveva migliaia di ettari di terreno: da Colliano, Laviano e poi Teora nell’avellinese. Le produzioni di olio e vino erano incalcolabili così come il numero delle persone che vi trovava lavoro. “Quando durante l’estate il nobiluomo lasciava la sua residenza di Losanna e veniva a trascorrere un periodo di vacanze al castello, ogni tanto, la sera, salivo a fargli compagnia. L’arte era il suo argomento preferito. Qualche volta suonava il pianoforte, e componeva. Tra le carte che ha lasciato ci deve essere anche qualche sua opera…”. Racconta a Diomede Ivone, nel 1958 giovane giornalista de “Il Mattino”, don Lorenzo Spiotta, “gagliardo sacerdote ottantenne della chiesa di San Giacomo Apostolo”. Questa è la storia che finisce nel 1951. Dopo si apre il capitolo dell?emigrazione nei quattro angoli del mondo, della formazione di una nuova proprietà terriera e lotta dei contadini per la raccolta delle olive. Arriva poi il terremoto del 1980. Ma Valva è capace di una ricostruzione che ancora oggi è additata ad esempio. Il centro storico, è uno splendido esempio di ricostruzione artistica. Pur quasi totalmente raso al suolo, le amministrazioni guidate da Michele Figliulo, che poi è uscito indenne da 99 processi, si impegnarono in una ricostruzione fedele a quanto era andato distrutto, furono numerate le rovine delle case cadute permettendo in questo modo di riprendere la vecchia architettura fusa ad una moderna ricostruzione del centro abitato.
Terra aristocraticamente misteriosa.
Valva terra aristocraticamente misteriosa. Numerosi sono stati i reperti archeologici risalenti al I secolo venuti alla luce nel 1937, tra cui un grande cippo commemorativo addossato ad un muro di terrazzamento del terreno ed una lapide dedicata all’ Augustale Caio Spedio Atimeto dal figlio Caio Spedio Asiatico. Quest?ultima, saltata fuori alla Fabbrica, fu trasferita in paese e fatta murare sulla parete di una delle tante meravigliose grotte del parco dei Marchesi di Valva. Fuori dalle mura resiste però quella piccola croce per quel brigante che scannò il massaro Falcone.

Oreste Mottola

oresteottola@ilvalcalore.it

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03 Lug 2005

Viaggio ad Acerno, nel regno dei briganti

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Due giovani che si guardano negli occhi. Si prendono per mano. Innamorati.
Cercano un ristorante. Indugiano per le stradine del paese. Trovano il panificio col pane più buono del mondo e la pasticceria delle meraviglie.
Il bar che prepara una fragolata da sballo. Dietro di loro una montagna con mille e più opzioni per il trekking.
E nei boschi l’origano più profumato del Salernitano, le fragoline e tanti funghi porcini.
Giù, a qualche chilometro, c’è l’agriturismo con il percorso della salute.
Per soggiornare, c’è da scegliere tra quattro alberghi.
È questo, a 40 km da Salerno e 26 da Battipaglia, l’Acerno da scoprire.
Sì, soprattutto dai più giovani: qui non ci sarà lo chic appeal della Costiera o la consuetudinarietà di qualche altra località marina.

Per tutti
Ma pensare che questa sia una località adatta solo a chi abbia un’età non più verde, sinonimo di tanta voglia di tranquillità, è un luogo comune: il tennis, le feste della discoteca all’aperto, l’elezione di miss Acerno e la palestra a disposizione dei più esigenti.
Ed ancora gare di modellismo, motocross e calcetto.
Tra qualche mese costruiranno la piscina comunale.
I giovani di “Acerno in sella” propongono escursioni a cavallo verso le più rinomate località.
E, per gli appassionati, presso il Municipio, è conservata una zanna dell’Elephas Antiquus, il mammouth, un reperto di almeno 400 mila anni fa. Quasi come Ciro, nel Beneventano.
E pochi sanno che un’acernese, Giovanni Potolicchio, barman del “Piccadilly”, prepara un cocktail, a base di Cointreau, pluripremiato al “Drink Festival”, l’Oscar del settore, che si tiene ogni anno nell’isola di Malta.
Fantasie? Navigando su Internet si scopre che un giovane studente universitario barese ha allestito un intero sito per “dichiarare” tutto il suo amore per Acerno: «Il posto che amo di più è Bardiglia, con il suo ruscello e i suoi pascoli. La prima volta ci venne mio padre, aveva 20 anni, con l’Azione Cattolica. E da quando sono nato che anch’io ci torno sempre volentieri».

Il “viaggio”
Lasciate le congestionate strade di Battipaglia e di Bellizzi, dopo gli incroci con Giffoni, Olevano, i tornanti sono resi dolci dai boschi di faggio, una sosta alle fontane, gli slarghi con i noccioleti.
Acerno si scopre un po’ alla volta, e con studiata parsimonia, al visitatore.
Un incrocio. La Piazza. Via Roma, la via elegante e del commercio. Il viale per Montella annuncia la montagna.
Oltre, a 20 km, c’è l’altopiano del Laceno.
Con un po’ di fantasia possiamo dire di trovarci nel mitico regno delle montagne dominate da fate con la testa adornata dai rami dell’asfodelo o dalle felci. Con cinquemila ettari di bosco ce n’è a sufficienza per nutrire le vostre voglie di new age.
V’interessa ancora poco? Sentite ancora. Come ad Acerno il tripudio di sapori che vengono dalle cose buone della natura sono trasformati in cibi prelibati, ha pochi eguali. «L’amenità d’aere d’Acerno più che salubre, acque cristalline, di facile digestione, ambiente ventilato da salubri venti», correva l’anno 1646 ed i Priori e Dottori Ordinari della Scuola Medica Salernitana, prescrivevano così questa località come la più indicata per riprendersi dalle convalescenze. Tre secoli e mezzo dopo quella vocazione di “polmone verde”, è ancora più attuale.
Vi interessa solo riposare, mangiare, dormire?
Acerno è pronta: per una permanenza di pochi giorni o di un mese: ettari ed ettari di monti ricoperti fittamente di aceri, castagni, lecci, ontani, faggi, olmi e pioppi bianchi, e poi gli altopiani e l’impetuoso rincorrersi d’acque, dodici bar, sette chiese, due pub, un allevamento di trote ed un centro ippico. E quel che resta della cartiera e della ferriera, la storia industriale dei secoli passati.

La gola
E poi un salto presso la bella biblioteca comunale vi aiuterà a trovare altri punti di partenza per aiutare la vostra fantasia. Ma iniziamo… dal dolce.
Dalla fragolata o dalle “pasticelle” fatte con le castagne, sì quelle preparate coi frutti più profumati raccolti nel bosco, delizia offerta, anche a William Moens e al reverendo Murray Aynsley, e addolcì l’avventura di un sequestro iniziato a maggio, mentre le castagne furono il nutrimento di Fritz Wenner, Isacco Friedli, Johan Jakob Lictensteiger e Rodolfo Gubler.
Inglesi, i primi, svizzeri gli altri: tutti “turisti per caso”, trascorsero alcuni mesi sulle montagne di un’Acerno da poco unita all’Italia dei Savoia, involontari ospiti dell’acernese banda Manzo, e presero dimestichezza con i doni della natura che qui annunciano, e dividono, l’estate dall’inverno.
Gli “ospiti” mangiarono anche il pane fatto in casa, le soppressate di maiale (la prima volta Moens le rifiutò e poi – non poteva essere altrimenti vista la straordinaria qualità delle carni di queste parti- se ne pentì) e la pecora cotta.
E Moens, che a Londra era agente di borsa, fece anche i conti in tasca al capobrigante Gaetano Manzo, l’ex caciaio dalla faccia buona. «I quattro quinti del riscatto se ne vanno solo per mangiare», scrisse nel libro: “English travellers and Italian Brigands; a narrative of cature and captivity”.
Ecco, ove mai esistesse una “Antologia di Spoon River” dei briganti di Acerno, le loro tombe se ne starebbero lì a sghignazzare. Dopo più di un secolo e con le loro vite ribelli finite nei modi più diversi (chi finì fucilato, chi in carcere, chi da vecchio – e dopo 46 anni di carcere duro – tornò a pascolare pecore e vacche e a far formaggi sull’Acellica e
sul Pian del Gaudo) continuano imperterriti ad animare le loro scorrerie in quel grande mare che è la fantasia umana.

Politica e fusilli
Incrociando senza soste nelle latitudini calme dei “genius loci” (Gennaro Giffoniello e Donato Vece) e in quelle assai più agitate dei… cercatori di tesori. Sì, si divertivano un mondo le migliaia di ragazzi che arrivavano ad Acerno nella colonia montana dei ferrovieri ed in quella dell’Azione Cattolica.
E poi con le scuole estive per i “giovani leoni” della Democrazia Cristiana degli anni ’50 e ’60, la classe dirigente dei decenni successivi: di quando Acerno ospitò una scuola politica che formava i politici cattolici.
I più giovani tra i visitatori d’allora erano affascinati dall’idea di ritrovare i tesori dei briganti, magari nascosti nei tronchi
dei grandi tassi dei piani di Verteglia, come nelle vecchie ceppaie di castagne. Ma i veri tesori di Acerno, e chi abita qui lo sa bene, sono altri.
A cominciare dal buon mangiare: dai fusilli preparati con le asticelle di legno e conditi col ragù di carne di bestiame allevato allo stato brado, i funghi alla brace in tortiera in tortiera, gli gnocchi col sugo di tartufo, delle trote e delle tinche del Tusciano, che qui ancora è vivo: insomma, c’è davvero da scegliere.
Per secondo, c’è il capretto al forno, magari accompagnato ai fusilli, cotto in lunghe tortiere di rame stagnato. Per gli aromi? E ad Acerno c’è abbondanza del condimento preferito da Giacomo Casanova. Ma la “trifola” è un affare di famiglia, si trova solo da maggio a settembre, di notte, quando il sole cala e s’accende la luna.
Perché il tartufo è fedele nel tempo, lo si ritrova l’anno dopo là dove lo si era stanato l’anno prima. Basta saper tenere il segreto. E aspettare.
Per tenere il segreto serve la complicità della notte.

La Masseria Cugno
I formaggi? Produrre formaggi è un’arte che si tramanda da generazioni.
Nomi come Di Lascio e Villecco, poi insediatisi un po’ dappertutto verso la pianura, sono partiti dai monti d’Acerno. Agostino Villecco è arrivato fino in Sardegna ed i discendenti producono la maggior parte del formaggio pecorino italiano e dei molli, 40 marchi e 15 milioni di litri di latte trasformato.
Ma ad Acerno è rimasta la produzione di qualità. A forma di stella, tronco, colomba o cuore. Treccioni, caciocavalli, scamorze, ricotta di pecora, budini e ciambelle. E la robiola. Con dentro una varietà di sapori: dal prosciutto, dai sott’olii, dal peperoncino e dai funghi.
Il laboratorio del gusto dove valorizzano anche le sfumature dei cibi (come una normale frittata insaporita dalla menta, una sorpresa) è la Masseria Cugno.
Una tenuta da cinquantacinque ettari tra i boschi, dove domina Erminia Giuliano, una padrona di casa compassata ed elegante, capace di passare dal laboratorio dove prepara ottime confetture e marmellate di castagne e more,
ai concerti di pianoforte. Intorno ci sono le mucche e le caprette camosciate delle Alpi di Donato Nicodemo. «Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non si è mangiato bene», lo scrisse Virginia Woolf.
Condividete? Venite a cercare conferma ad Acerno.

Zottoli e gli altri
Acerno, che è tra il salernitano e l’avellinese, si trova ad un tiro di schioppo dalla Puglia e dalla Lucania, ha tutte le caratteristiche dei territori di confine. Già il dialetto con quell’accento incentrato sull’”e” aperta, come nell’Agro o a Bari.
È zona, dove, per secoli e secoli hanno trafficato vescovi e briganti, soldati e baroni, contadini e pastori, monaci
ed artisti. La tradizione pastorale ed armentizia viene mantenuta con una manifestazione invernale, nel periodo natalizio, nel corso della quale, ogni rione di Acerno accende un grande falò.
«Tutti i presenti mangiano, cantano, suonano», racconta Alfonso Boniello, assessore al turismo. «Terra di santi e
di malabitanti», dice un adagio locale.
Certo non è più «Diocesi benemerita, sede capitolare, con dieci chiese ed in più la cattedrale», come canta l’elegia scritta da Donato Cerrone.
Già dal 1818 non c’è più il Vescovato.
Il tempo, e poi il terremoto del 1980 hanno cancellato altre interessanti testimonianze del passato. Tuttavia, vi resta una storia religiosa di tutto rispetto.
Un vescovo di Acerno, Marcello Cervini, diventerà Papa col nome di Marcello II.
Il primo dizionario italiano/cinese è di Angelo Andrea Zottoli, natali ad Acerno e missionario in Cina.
Per millenni vi hanno disseminato a piene mani storie e leggende. Hanno dato sapore e suggestioni a viuzze di
montagna, a vigorosi ruscelli e a scomodi anfratti.
Come quelle tre pietre dove c’era il nascondiglio del brigante Manzo e dove la dolce Carolina, la fidanzata, lo raggiungeva.

I personaggi
Lo spirito d’avventura è entrato nel dna dei suoi abitanti: «Al momento della partenza ci strinsero la mano, alcuni persino ci baciarono e anche ci chiesero scusa.
Ci scambiammo reciprocamente gli auguri di buona fortuna…». È la scena di quando la banda del brigante Manzo rilascia l’industriale svizzero Wenner, ed alcuni suoi collaboratori.
I briganti fanno persino una colletta “diciassette napoleoni d’oro” per le necessità del viaggio verso Salerno degli ormai ex sequestrati.
E Sickelmanno che nel X secolo inventava macchine da guerra per il principe di Capua o un Vitale Juppa, il musicista che nel 1869 riunirà tutte le bande musicali d’Egitto per poter far risuonare al meglio l’Aida di Verdi, all’inaugurazione del canale di Suez.
Ora tutto questo affacendarsi è per pacifici vaccari e “castagnari” locali e per i turisti intelligenti, curiosi ed intraprendenti.
Come fece Giustino Fortunato, che dal 18 al 20 settembre 1878, attraversò le montagne di Acerno, accompagnato dal medico Nicola Parisi. Un ritorno, quello grande meridionalista, in questi luoghi c’era già stato il mese prima, insieme col duca di Cardinale. Fortunato e Parisi, vollero togliersi lo sfizio di compiere sia l’ascesa dell’Acellica (1660 mslm) e del Polveracchio (1798 d’altitudine). «Accordi misteriosi, voci indefinite, che non si sa donde vengano e che compongono – scrive Fortunato – la stupenda sinfonia della natura».

Questa è Acerno. Di ieri, oggi e di sempre.

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