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21 Mar 2008

Cilento PASQUETTA originale 1/ Una giornata sulla diga dell’Alento

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SONO GRADITE ULTERIORI SEGNALAZIONI! con una mail a: orestemottola@gmail.com

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27 Lug 2005

Una mia intervista a Carmelo Conte

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Carmelo Conte, adesso, cosa fa?
“Immediatamente dopo la conclusione del mio mandato parlamentare ho continuato a leggere e a scrivere. Per la verità lo facevo anche prima. Ho sempre ritenuto che lo studio delle cose fosse essenziale per qualsiasi attività, figurarsi per la politica. Ho riaperto il mio studio legale dove oggi prevale il ruolo di mio figlio Federico. Ho continuato, a mio modo, a fare politica. Ho relazioni con ambienti nazionali e mi misuro, quotidianamente, con la nostra realtà locale”.

¶Cardiello, il deputato di An, le ha consigliato di godersi la pensione in santa pace…
“Non sapevo che fosse anche un dirigente dell’Inps. Io non godo di pensione ma ho l’indennità parlamentare. Ritengo che la politica sia un valore dell’intelletto e non delle cariche. A questa dimensione possono partecipare solo quelli che hanno una vocazione politica, una preparazione culturale ed un’adeguata capacità intellettuale. Non faccio discriminazione d’età, appartenenze, cariche. Io non faccio valutazione sulle persone. Di Cardiello sanno tutti. C’è chi lo conosce di più e chi di meno. Non mi faccio trascinare in polemiche personali”.

Cardiello è stato per un decennio in Parlamento. Possiamo valutarne la produttività?
“Il Parlamento è il luogo più importante della politica. Proprio li ho colto i miei successi più belli. Per fare bene il parlamentare bisogna avere capacità politica, forza nelle opinioni e libertà nel sostenerle. Nell’attuale sistema politico i parlamentari non possono permettersi tutto ciò. La politica oggi è un prodotto preconfezionato a Roma e a Milano. Bisogna subordinarsi a ciò per avere prima la candidatura e poi l’elezione. Cardiello lo conosco davvero poco. Non l’ho conosciuto nemmeno come consigliere comunale. Ho letto qualche suo manifesto, spesso di protesta e cosa ha detto sul numero scorso de “Il Sele. Ma non mi pare parlasse di politica”.

Un esempio locale di tutto ciò che sta dicendo…
“Nel vecchio sistema i deputati del salernitano erano non più di otto, massimo nove e, tutto sommato, si facevano sentire. Ora che sono sedici non riescono ad incidere. Nell’ultima finanziaria, che prevedeva vistosi tagli ai bilanci delle università, ebbene per la Campania era previsto un taglio del 15% per l’università di Salerno mentre c’era un aumento dei fondi per gli atenei napoletani. Qualcuno dei nostri si è alzato almeno a protestare?”.

Eppure, soprattutto ad Eboli, leggendo i giornali locali o i manifesti sui muri si ha l’impressione che l’amministrazione comunale, singoli esponenti politici e i partiti esprimano le loro opinioni. Forse fin troppo…

“E’ una delle stranezze di Eboli. Tutti protestano contro tutto e tutti. Ma contro chi? A Napoli e a Salerno è la sinistra a governare, a Roma c’è il centrodestra. Quello che manca è l’assunzione di responsabilità, ovvero la politica”.

Cardiello si è anche molto caratterizzato per la protesta contro l’eccessiva presenza d’extracomunitari nel territorio ebolitano e contro le politiche d’integrazione annunciate dall’amministrazione Rosania…

“E’ troppo facile fare il forte coi più deboli. Il problema è nazionale, grosso, nient’affatto eludibile con la demagogia. Noi meridionali siamo stati i primi “albanesi”. Non è passato molto tempo da quando noi stessi avevano problemi d’accettazione in America, nel Nord Europa e nella stessa Italia settentrionale. Qui non vengono braccia, ma persone. Sono uomini e donne. Ci vuole un governo di questi flussi. Che deve fare i conti con la nostra realtà. Per il momento c’è un mondo di bisogno, che da noi cerca il Paradiso. Si prendono i lavori che noi non facciamo più. E’ chiaro che i delinquenti vanno isolati. Eboli, e la Piana del Sele, fanno poco per questo mondo. E’ un’autocritica che vale per tutti. Non condivido affatto chi, semplicemente, li criminalizza e risolve così il nodo…”.

Lei spesso critica questa sinistra. Ma non si sogna di andare col centro destra…
“Un amico mi ha chiesto oggi un Craxi vivente dove s’andrebbe a collocare. Starebbe a sinistra, ma polemizzerebbe aspramente contro questa sinistra. E’ la mia posizione. E poi basta guardare alla realtà. Chi è stato, ed è orgogliosamente meridionalista, non può che vedersi accapponare la pelle quando vede che tutto il ceto politico nazionale è del nord. Berlusconi, Fini, Casini e Bossi, ma anche Prodi, Cofferati e Fassino. Questo è avvenuto per l’inconsistenza del nostro ceto politico. E del nord sono le banche, i grandi gruppi finanziari che si sono ingrassati con le privatizzazioni. Contro il sud oggi c’è uno sbarramento totale. Questo assetto va rimosso. Con la politica. E’ grave che c’è chi non se ne accorga. Il governo Berlusconi è poi strutturalmente antimeridionale. Io sto nella sinistra che c’è per migliorarla, per qualificarla, per dargli un progetto. Come abbiamo fatto negli anni ’80″.

Facciamo qualche altro esempio…
“Nel programma delle Ferrovie è scomparsa l’Alta Velocità da Napoli a Battipaglia. Io la volli già nel 1991. L’autostrada Salerno-Reggio Calabria doveva essere completata entro il 2004. Con questo ritmo finirà nel 2024 e sarà finanziata, non più con i soldi dello Stato, ma direttamente dagli utenti, col pedaggio. Appena sarà completato il tratto fino ad Eboli sarà messo a pagamento. Poi passeranno appresso…”.

Quali consigli dare a chi oggi è in Parlamento…
“Io posso solo raccontare quello che io ho fatto. Io ho sempre puntato i piedi e fatto valere le ragioni della nostra terra. Quando Campagna, in considerazione delle ferite riportate dal terremoto del 1980, rivendicò l’inserimento nella fascia dei comuni disastrati, si aprì una vertenza. La Dc, soprattutto l’avellinese Salverino De Vito, non ne voleva sapere. Io, da semplice parlamentare, non feci interrogazioni e manifesti, organizzai la proposta e andai da Craxi che firmò il decreto. De Vito fece fuoco e fiamme, scrisse una lettera e minacciò le dimissioni. Ma la cosa andò avanti e, oggi, Campagna ha risolto così i suoi problemi. Anche quando resi possibile la prima amministrazione di sinistra al comune di Salerno ci fu una riunione nazionale per impedirmi d’andare avanti. Io misi a disposizione di Craxi i miei incarichi e tenni duro sul mio proposito. Così avvenne anche quando si discusse sull’ultima legge per lo sviluppo del Sud. Ci fu un braccio di ferro perfino con l’allora Governatore della Banca d’Italia. Ebbi difficoltà perfino nel mio stesso partito. Ma vincemmo. Così fu anche sull’Alta Velocità. Negai la mia firma di ministro se non ci fosse stata l’indicazione di Napoli, Battipaglia, Reggio-Calabria”

Episodi che non sono affatto finiti…
“Me ne lasci raccontare un altro. E’ stato l’allora presidente regionale Rastrelli, per altri versi un galantuomo, a portarsi ad Acerra il polo pediatrico destinato ad Eboli. Avrebbe dato occupazione a quasi 800 persone, con gara d’alto già fatta con il suolo già espropriato. E Bassolino non ha avuto dubbi a confermare questa decisione. Ebbene, io non l’avrei mai fatto fare. A costo di salire sulle barricate”.

Lei sostiene che la Piana del Sele rappresenta oggi la parte politica più debole della provincia di Salerno…
“Per un lungo periodo è stato esattamente il contrario. Poi c’è stata una decadenza. Colpa delle persone, di chi oggi ha la rappresentanza di quest’area. Oggi nessuno ci considera”.

Un’eccezione è l’attuale sindaco di Eboli, Gerardo Rosania, che sembra riuscire, almeno, ad avere una sua visibilità…
“Rosania ha beneficiato della crisi di Eboli dopo il 1993. Sull’onda di un qualunquismo assoluto un gruppo di persone si è impadronito dei consensi di Eboli. Rosania è emerso perché aveva più compostezza politica e senso d’appartenenza. Ma i suoi convincimenti non collimano con gli interessi di gran parte della città, e della stessa Piana del Sele…”.

Una cosa fatta da Rosania che condivide.
“Quello che ha fatto per gli extracomunitari. Per gli abbattimenti, sono d’accordo in parte. La legge oggi è cambiata, le ruspe veramente possono essere messe in moto. In passato non era così. Tanti sindaci di Eboli ci provarono, da Antonio Cassese a Pasquale Silenzio, come io stesso. Poi gli abusivi si sono sempre riorganizzati. Intendiamoci, Rosania ha fatto benissimo a fare quello che ha fatto. Il problema è lo sviluppo di quell’area, il cosa farne. Questo è il punto debole di Rosania”.

Giovanni Tarantino ha tentato di unire le varie anime della sinistra ebolitana. Carmelo Conte, compreso. Ma sono subito cominciate le alzate di scudi proprio contro la sua presenza.
“A me non risulta affatto. Rosania ha una maggioranza con un piede tra gli ex comunisti (o ancora tali) che ad Eboli non hanno mai superato i 5 mila voti ed il 25% in percentuale. In nessuna competizione elettorale il polo ha mai preso la maggioranza. Cardiello, quando si è candidato a presidente dell’amministrazione provinciale, ha preso un terzo dei voti contro i due terzi del salernitano Alfonso Andria. E’ chiaro che solo un terzo degli ebolitani stanno a destra, i due terzi prediligono ancora il centro e la sinistra. Detto questo, mi lasci ancora dire che quelle che oggi sul tappeto non ci sono le idee per questa città. Io sono interessato a queste…”.

Detto questo, torniamo a Rosania…
“Quando Tarantino propose quella discussione io dissi che Rosania ha oggi il diritto-dovere di continuare a governare e di scegliersi una giunta tra quelli che lo avevano votato. Io posso interloquire sul programma, sulle questioni dello sviluppo. Ho voluto chiudere subito con l’idea di un’alleanza che non c’è perché non è passata attraverso le elezioni”.

Conte è stato sempre contro Rosania, dicono a Rifondazione.
“Non vedo lo scandalo. Ho fatto una campagna elettorale. Ho proposto un programma. La maggioranza ne ha proposto un altro. Noi eravamo contro quel Prg, il piano regolatore. Abbiamo continuato ad opporci anche dopo. La maggioranza ha voluto comunque approvarlo”.

Sul Prg la divisione mi pare sostanziale.
“La loro concezione dello sviluppo non coincide con la nostra. Io sono per integrare Eboli con la Piana. Quest’ultima è la vera ricchezza della città. Io voglio che Eboli si allei con i comuni vicini, così da non creare gerarchie e disparità. Così anche per i servizi. Sono per una vera e propria “Città del Sele”.

Altra accusa: Conte ha fatto perdere Sales. E permesso così l’elezione di Cardiello.
“Per il collegio o si metteva in campo una grande personalità del calibro di Prodi, o Francesco De Martino, oppure doveva esserci un’espressione del territorio. Non mi vollero seguire. Sales è dell’Agro. C’è chi ha accettato di andare al massacro, forse aspettandosi un ‘formaggino’ di riconoscimento, e chi no. Io, proprio per la mia storia di ribelle, ho cercato di contrastare la deriva nei modi che ho ritenuto più opportuni. Contro Sales non avevo, e non ho, nulla. Risultato: la zona non ha un riferimento politico ma solo parole che volano, manifesti. E’ il nulla. A sinistra mi dovrebbero dire grazie per quell’atto di coraggio. Ovviamente, so già che non lo faranno”.

Ha contrastato Rosania nelle ultime comunali.

“Ecco. Approfitto dell’occasione per dire che quella volta sono stato un po?, come dire?, un candidato per caso. C’erano le concomitanti elezioni regionali e provinciali. Ci avevo scommesso molto per unire le diverse anime socialiste. Il nostro candidato era il dottore Laurino. Nelle ultime ore l’accordo salta. Alle tre di notte dell’ultimo giorno mi telefonano per chiedermi di candidarmi a sindaco. Io risposi di no. Alle 10 di mattina era chiaro che non eravamo in grado di presentare le liste. Di fronte a questo, preoccupato com’ero delle provinciali e regionali, stoicamente accettai. I miei sbagliarono a preparare le carte, un’altra spinta ce la misero i rappresentanti di Alleanza Nazionale e Rifondazione nelle commissione elettorale, ed eccomi candidato senza liste d’appoggio. A mani nude. Da solo ho però preso gli stessi voti del Polo, che aveva sette liste d’appoggio. Il 10% dei miei voti da Sindaco venivano da Rifondazione. E’ l’anima profonda della vera sinistra ebolitana che si manifesta. Non sono andato al ballottaggio per un’inezia, 150 voti. Sono uno sconfitto?. Considerate poi che grazie ad Eboli è stato eletto in consiglio regionale Gennaro Mucciolo”.

Si parla di Carmelo Conte come di uno dei possibili candidati del centrosinistra alla successione di Alfonso Andria.
“Qualcuno si diverte a mettermi in mezzo. Come sempre ci si riduce alla discussione sui nomi e non sul progetto, la politica da fare. Con la devolution la Provincia diventerà ancora più importante”.

La solletica l’ipotesi di andarsi a scontrare con un suo ex sodale, Antonio Cuomo?
“Cuomo ne ha fatta di strada. E’ un politico affermato. Non è tra i miei desideri andare allo scontro con lui. Io voglio concorrere a definire una piattaforma politica. Allo stato attuale, questo è il mio compito”.

Un’ultima considerazione sull’Eboli di oggi.
“Eboli non ha mai scoperto di essere un paese di mare. Ha alcuni chilometri di spiagge. Confina con Paestum. Questo dato sfugge ai più. Qui c’è stata una grande scuola di politica. Il dibattito è sempre stato vivace. Ma non si va oltre il ponte di San Giovanni. La sua ricchezza è qui.

Il polmone produttivo rimane Santa Cecilia, che sta cambiando…
“E’ una realtà importante, molto dinamica dal punto di vista economico e finanziario. Molto di più si poteva fare se gli strumenti urbanistici fossero meno punitivi. Il prg dice che tutto va realizzato intorno ad Eboli. E così qui non si può muovere una foglia. La Carpedil non si può allargare, nemmeno i caseifici si possono costruire. Conoscete tutti la storia di Pezzullo che il suo grande caseificio è andato a costruirselo a Bellizzi. Pezzullo, come la De Martino, è un pezzo di storia di Eboli, si è sentito trattato male, non solo dall’amministrazione ma anche dagli ebolitani. Lo comprendo”.
[Oreste Mottola]

oreste@unicosettimanale.it


Carmelo Conte è stato 2 volte ministro per le aree urbane, nei governi Andreotti e Amato, sono numerosi gli interventi in favore del Mezzogiorno

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27 Lug 2005

Invito alla visita di Sicignano degli Alburni

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ITINERARI DELLA DOMENICA.SICIGNANO DEGLI ALBURNI

Fu durante il “ventennio” che l’autonomia dei paesi di Scorzo, Castelluccio Cosentino, Zuppino, Terranova e Sicignano, fu cancellata d’autorità e nacque un unico comune, Sicignano degli Alburni. Questo non impedì la puntigliosa conservazione delle tradizioni locali. L’antica “Nares Lucanae”, ovvero Scorzo, di cavalli, muli, e di buon mangiare, se ne intendono da tempo: l’elenco della loro clientela illustre va, a farla breve, da Cicerone a Garibaldi. Qui c’era – fino alla costruzione dell’autostrada – il passaggio obbligato fra Sud e Nord d’Italia. “Chi passa pi Scuorzo è nun è sfruculiato, o è muorto o è carcerato”, si diceva e si ripete ancora oggi. Guido Rosolia, noleggia a chi ne fa richiesta, robusti muli per trasportare legna o castagne dalla montagna. “Serpente” è invece nome del mulo che, condotto dal fantino Carmine Rosolia detto ‘Chen’, ha vinto le ultime edizioni del Palio che gli animalisti vorrebbero cancellare. Ma non mettiamo ancora il dito sulla piaga. Continuiamo a soffermarci sul buon mangiare: i cibi erano e sono rigorosamente ipocalorici: lagane e ceci o caciocavallo arrostito, fusilli e ravioli o l’arrosto di carni miste. Scorzo era una tappa per il viaggio nel Sud del Grand tour degli giovani inglesi e tedeschi dell’Ottocento. Prima i carrettieri e poi camionisti, i preti sempre e i briganti quando fu il loro tempo, vi hanno sempre aggiunto i vini locali ed una robusta peperonata. E come dargli torto: i sicignanesi per le cose buone hanno esperienza. Le loro prelibate salsicce, era il 58 a.C., le gustò finanche Marco Tullio Cicerone, mentre scappava precipitosamente da Roma, e ne scrisse sperticate lodi. A Galdo producono invece le migliori soppressate (salumi di carne di maiale) del salernitano. La loro ricetta è più segreta della formula con la quale, ad Atlanta, confezionano la Coca Cola. A Castelluccio Cosentino, il paesino che, in autostrada, si vede sul cocuzzolo prima d’infilarsi nell’ultima galleria che porta nel Vallo di Diano, amano particolarmente preparare piatti con le rane fatte cucinate in diversi modi. Anche la plebea acqua di fontana è ottima. A maggior lustro di una sorgente – che in agro di Sicignano, lungo il percorso della vecchia Consolare delle Calabrie – aveva calmato, nel 1793, la gagliarda sete della regina Carolina: fu costruita la monumentale “fontana della Regina”, ancora in funzione. Sicignano degli Alburni non è solo la tradizione legata all’attraversamento obbligato delle vecchie “Nares Lucanae”, tra Campania, Puglia, Lucania e Calabria, ma è un centro di provinciale ma assai solida cultura. Durante il fascismo, un ex emigrato in America, redigeva e stampava un giornale per tutta la zona: “La Gazzetta degli Alburni”. Con le cronache dei matrimoni della piccola borghesia locale, le nascite più illustri, le lauree e qualche innocente motteggio tra notabili. Quanto bastava per dare allora un tocco di modernità a modeste realtà paesane. In quegli stessi anni al seminario annesso al locale Convento dei Cappuccini, oggi malinconicamente ridotto a rudere, c’è colui che diventerà – sotto l’ala protettiva di Carlo Levi – l’inquieto poeta, romanziere, sociologo e politico Rocco Scotellaro, sua è una bellissima inchiesta sulla fine del latifondo nella Piana del Sele della fine degli anni Quaranta; e poi Candido Gallo che, oltre a svolgere il proprio apostolato come cappellano del San Leonardo, ha scritto decine di libri e la più palpitante cronaca dell’alluvione di Salerno del 1954.
LA MODA. Fino alla seconda metà degli anni Settanta, Sicignano degli Alburni è un paese à la page: dopo i bagni a Paestum o ad Agropoli, per molte famiglie napoletane, era di moda venirsi ad ossigenare per almeno quindici giorni nel luogo dove il bambino Rocco Scotellaro imparava a leggere dai frati cappuccini. Il sole non ama questo paese su cui incombe il Tirone, la parte dell’Alburno più maestoso. D’inverno quasi assente, il sole ricompare nella tarda primavera consentendo l’abbondante crescita di funghi e fragole, origano e timo, insieme con altre cento erbe aromatiche e medicamentose.
IL MUSEO. E’ privato, si apre – e volentieri – a richiesta: Tonino Tortorella, nella sua casa ospita l’esposizione di migliaia di vecchie fotografie e centinaia di mobili antichi. Sono i ricordi e oggetti salvati ad uno ad uno da questo singolare operatore culturale senza i galloni dell’ufficialità. Prima dell’allestimento del museo, una vita da emigrato in Svizzera, il ritorno e la scelta di fare – come gli avi – lo spazzacamino, servendosi delle scope ricavate dall’essiccazione delle felci dell’Alburno. Ed infine, eccoci alla questione della corsa dei muli. Lo slogan che l’accompagna si rifà al vecchio appello degli alpini prima della battaglia:”asini, muli e conducenti: tutti presenti!”. Ed i sicignanesi accorrono da tutte le parti dove l’emigrazione li ha disseminati per non perdersi lo sfoggio di bravura di “Chen”. Anche per questo, il sindaco Pizzicara tiene duro e non prende in considerazione le argomentazioni del Wwf: è ancora più testardo di un mulo! [Oreste Mottola]

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26 Lug 2005

ESCLUSIVO. Il racconto dei Di Filippo. "Quello che abbiamo visto a Sharm"

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ALTAVILLA SILENTINA. L’attentato è arrivato nella loro ultima notte di vacanza in questa grande Rimini sul Mar Rosso che è Sharm el Sheik. ‘Adesso un altro viaggio lo devo assolutamente fare. E subito. A Pietrelcina, da Padre Pio’, dice il capofamiglia. Si sentono nati due volte Mario Di Filippo e cinque suoi familiari (moglie, due figli, più la famiglia del fratello) che erano a Sharm el Sheik la notte delle tragiche esplosioni. La sua stanza d’albergo era a 50 metri da uno dei tre luoghi dell’esplosione. Ha fatto il saldatore per una vita, ora è in pensione. Vive a Borgo Carillia, nelle vicinanze de “La Contadina”. Quel viaggio a Sharm l’aveva lungamente desiderato. Ora non riesce a dimenticare quei cadaveri ‘completamente carbonizzati’ che ha visto trasportare nelle buste nere della spazzatura. Nonostante quello che ha passato e visto, non rinuncia alla battuta. ‘Il nostro viaggio era cominciato già sotto una cattiva stella. Già per andare all’aeroporto ‘ racconta Mario ‘ avevamo forato un pneumatico dell’auto ad Eboli. A Battipaglia abbiamo cambiato macchina’. A Sharm li aspettavano all’hotel Noria. ‘Eravamo a qualche centinaio di metri dall’epicentro degli attentati’, racconta Mario. ‘Il primo giorno lo abbiamo passato quasi solo per acclimatarci’. Il giorno dopo tutti assieme vanno a vedere la barriera corallina. ‘Poi nel farmi il bagno ho rischiato di affogare. C’era una forte corrente che stava travolgendomi’. Il venerdì sera, con il fratello, due ore prima è sui luoghi dove sono esplose le bombe a fare foto. Quella era l’ultima serata della loro vacanza e volevano un ricordo. ‘Ci siamo tornati alle 11.30 perché a mezzanotte i nostri ragazzi sono andati in quella discoteca, nel deserto a 5 km da noi. Li accompagnava mio fratello. ‘Gli attentati ci sono stati all’1 e 20 minuti. Ci eravamo appena coricati. Una botta secca ha fatto saltare tutto. Gli infissi sono volati via. I vetri ci sono caduti sopra il nostro letto. Completamente distreutte l’entrata, la cupola dell’albergo, le verande. Non lo so che cosa ci abbia protetto. Siamo tutti sani e salvi. E senza un graffio’. Mario si butta dal letto, s’infila un paio di pantaloni e scende per vedere cos’è successo. ‘Non riuscivo a stare fermo. E’ stato più forte di me, l’idea di muovermi. E appena ho lasciato la nostra stanza ho visto solo un po’ di fumo e luce. Sono andato avanti, per non più di cinquanta metri, fino a trovarmi in strada. Ed ho visto subito i primi quattro morti. L’autobomba aveva completamente divelto almeno 100 metri di fabbricato. Noi ci siamo salvati perché stavamo al lato opposto. Sono poi tornato dentro’. Tutti vengono radunati attorno alla piscina. Si aspetta che la notte passi. La mattina dopo la scena che si presenta è apocalittica. ‘L’albergo scelto dai terroristi era destinato alle grandi cerimonie, ai congressi. Lo frequentavano anche i Vip egiziani’, racconta Mario. ‘Non so ancora se siamo stti fortunati, o no. Il fatto è che ci siamo trovati in mezzo all’avvenimento. Ci ha salvato l’orario, due ore prima eravamo lì anche noi’’, ripete più volte. ‘Dentro a quel centro commerciale, andato completamente distrutto, fino a due ore prima c’eravamo in migliaia. L’orario ha limitato di moltissimo il numero delle vittime’. L’altro aspetto che ha colpito i De Filippo sono state le scene di disperazione del personale egiziano che lavora negli alberghi: ‘E’ gente che guadagna dai 100 ai 140 euro al mese. Sopravvivono perché mangiano e dormono negli alberghi stessi. Non hanno orari, spesso superano le 16 ore. Ci facevano le scuse, piangevano, ci raccontavano del lavoro che avrebbero perso. Anche se guadagnavano quattro soldi per loro era la sopravvivenza’. Anche il contatto con la popolazione egiziana ha colpito i De Filippo: ‘Gente educata. Gentilissimi. Calmi. Rispettosi. Gente speciale’. La mattina dopo il loro volo è già prenotato. ‘Siamo arrivati al Cairo scortati. Hanno reso il trasferimento velocissimo. Non c’erano più semafori e strisce pedonali. Anche noi non potevamo più volevamo solo rientrare a casa.
Valentina e Giuseppe Di Filippo, accompagnati dallo zio, erano invece andati al ‘Desert Party’ al ‘Dolce Vita’ (50 euro a testa, la quota di partecipazione, a cinque chilometri dalla zona degli alberghi). ‘Siamo partiti dall’albergo alle 11.30, poco dopo mezzanotte eravamo in discoteca. Eravamo 40 persone. Alla discoteca era tutto normale. Le misure di sicurezza erano però imponenti. Guardie del corpo, polizia. I controlli erano asfissianti. Abbiamo cominciato a ballare, ci stavamo divertendo. Intorno all’1.30 hanno spento la musica. I ragazzi si sono messi a fischiare. Credevamo che fosse un guasto. Quasi subito i buttafuori hanno cominciato a chiederci di andare via. Non dicevano però cos’era successo. E meno male, perché in quella discoteca eravamo in 4 mila. Non si poteva certo diffondere panico. Il nostro animatore mi ha preso per mano e mi ha detto la verità. Che vicino al nostro albergo, il Noria, c’era stato un attentato. Non si riusciva a partire perché eravamo soli in 15, gli altri non si trovavano. Quando ci siamo riuniti tutti, abbiamo ripreso il pullmann e ci siamo mesi in viaggio. Nel bus la voce si è ampliata, i telefoni degli animatori squillavano in continuazione. Arrivati alla fine del deserto, all’incrocio della strada che portava agli alberghi, la polizia ci ha bloccato. Siamo dovuti scendere e fare il resto della strada a piedi. Appena siamo arrivati davanti all’albergo abbiamo visto che c’era tanta confusione. Però non si capiva cosa fosse potuto accadere. Appena entrati all’interno abbiamo visto che i negozi del centro commerciale non c’erano più. Tutti caduti. Tutto ciò che era in vetro era in frantumi. Anche l’entrata era venuta giù. Ci hanno subito mandato nella zona della piscina, qui c’era la conta. Si vedeva chi mancava e chi no’.
Valentina aggiunge: “Avessero voluto colpire solo noi occidentali la nostra discoteca era il posto ideale. D’altronde per il loro modo di pensare cosa c’è di più occidentale di questo vero e proprio tempio del divertimento’’.
Raccolto da Oreste Mottola
oreste@unisettimanale.it
VIETATA LA STAMPA

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17 Lug 2005

Ricordo di Enrico Antico

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E? scomparso Enrico Antico, il cantore del mondo contadino

Enrico Antico, era di Terzerie di Tempalta e gli studi li aveva dovuti interrompere alla terza avviamento: “Mio padre disse che i libri costavano troppo”. Io l’ho conosciuto scrivendo un articolo sulla montagna di Roccadaspide “privatizzata” e recintata col filo spinato. Sono proprietà comunali, c’è l’uso civico, ora non è possibile farsi una passeggiata a piedi o a cavallo. Ed il discorso della fruizione turistica va a farsi friggere soccombendo davanti all’idea di proprietà. Enrico Antico era così, un personaggio dalla straordinaria mitezza di carattere ma capace d’indignarsi per questa nostra terra dove si fa tutto per somigliare non alla Toscana della cultura, del turismo e delle produzioni agricole di qualità ma alla Palestina dell’eterna guerra tra arabi ed israeliani per un fazzoletto di terra in più o in meno. E’ stato l’ultimo cantore di una civiltà rurale che (senza scomodare Pasolini) è scomparsa. Attenzione, lui non era tra coloro che la rimpiangeva e basta. Sapeva individuarne le arretratezze e le ingiustizie. Faceva rivivere Bastiano il brigante, i carrettieri, le fontane che dissetavano animali e persone, come i vecchi attrezzi per tirare l’acqua dai pozzi o per fare il vino. Ed ogni volta emergeva soprattutto il suo tratto distintivo: la profonda gentilezza d’animo. Scriveva a mano, poi si faceva revisionare il testo da qualche professore di sua fiducia e poi li batteva con la macchina da scrivere. C’era in lui la fatica e l’umiltà del contadino che nell’animo mai aveva dismettere quegli abiti. Io che ho le sue stesse origini sociali e culturali (ed una mezza linea di parentela con sua moglie) ho ben altri ritmi. “Ti invidio, sai, vorrei trattare di tante cose, ma non ci riesco”, mi disse una volta. Enrico, però, era riuscito a diventare un contadino moderno e deliziava i suoi amici con un vino di sua produzione ed etichetta. Soffriva per l’aria di superiorità e noncuranza con la quale vedeva accolti i suoi scritti da alcuni saccenti.
IL PERSONAGGIO. Da poco era tornato a vivere a Terzerie, la frazione di Roccadaspide nella quale era nato 63 anni fa. E? stato stroncato da un infarto Enrico Antico, autore di ?La canestra?, vita ed usanze d?altri tempi dagli Alburni alla Piana del Sele. Aveva lavorato sulle strade come cantoniere per poi passare prima all?archivio della Provincia ed alla Biblioteca Provinciale. Il suo grande amore è stato il mondo contadino dal quale proveniva. Nei suoi libri e negli articoli pubblicati dal periodico locale ?Il Corriere a sud di Salerno? ha ricostruito personaggi, abitudini di lavoro e luoghi ormai scomparsi da tempo. Come le avventure del brigante Bastiano e delle squadre dei contadini che da Roccadaspide andavano a mietere il grano nella Piana del Sele.
[Oreste Mottola oreste@unicosettimanale.it]

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17 Lug 2005

1941, gli ebrei al confino di Altavilla Silentina

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CONFINATI AD ALTAVILLA. TOLLERANZA E SOLIDARIETA’,
CON IL FINALE DI UNA PICCOLA STORIA IGNOBILE

Ad Altavilla l’ordine arrivò più o meno così: “Pregasi telegrafare urgenza posti disponibili in codesto comune per internandi italiani albanesi et stranieri tenendo presente opportunità che essi trovino conveniente alloggio et possibilità adeguata vigilianza. Attendesi urgentissimo riscontro”. Il Podestà Mottola riponde, a strettissimo giro di posta, che “Potrebbero alloggiarsi in questo comune circa trenta internati, però mancano gli arredamenti e le suppellettili. E’ assicurata la vigilianza dei Regi Carabinieri”.
I CATENA. Nei pensieri di Costantino Catena da Ancona, figlio di Bonafede, e della sua compagna Rosina Giarletta c’era sempre il mare. Simbolo di libertà e di spazi infiniti per i due irrequieti coniugi. Come dovettero adattare questa loro costante aspirazione, nomen – omen, dicevano i latini, con la monotona vita altavillese degli anni trenta, resta ancora oggi un mistero. Fosse o no un confinato, le carte non lo dicono o smentiscono, il fatto è che Costantino Catena per più di un decennio si àncora (ancora una volta il mare) al nostro paese, partecipa alla sua vita più intima e alla tragedia della guerra.

I KELLER. Il vecchio MIchele Mazzeo avventurosamente, da prigioniero di guerra degli austro-ungarici, aveva fatto il falegname nei cantieri navali di Budapest tra il 1917 ed il 1920, cercò nella sua memoria e fervida intelligenza di ricordare qualche vocabolo ungherese, sopravvissuto per vent’anni, per comunicare con i magiari Keller (padre e figlia nubile) che avevano voluto affrontare in Italia la vergogna delle leggi che promuovevano le persecuzioni razziali. L’artigiano altavillese rappresentò, per quei lunghi mesi, il loro unico modo di comunicare con un mondo molto diverso. Piccolo di statura e con il pizzetto bianco, Beniamin Keller agli altavillesi sembrò una copia di Vittorio Emanuele. Riuscì a spiegare d’aver dovuto lasciare la proprietà di un grande panificio a Vienna o, forse, a Budapest. Il sabato, con la figlia e gli altri internati israeliti, si metteva l’abito elegante.
IL MEDICO GRUNHUT. Il dottore Isidoro Grunhut era invece alto e snello, parlava perfettamente l’italiano e a tutti gli altavillesi apparve subito simpatico ed estroverso. Ospitato a casa Galardi, curò segretamente il maestro di musica Genesio Suozzo, che già in giovane età- morirà poi a 33 anni – cominciò a far preoccupare per la sua cagionevole salute. Il dottor Isidoro riceveva le visite degli amici che venivano e trovarlo e conduceva -una vita brillante.
L’ANARCHICO. In una Altavilla bacchettona dove solo a don Ulderico era concesso di trasgredire le rigide regole sociali la bella moglie dell’anarchico Jean Louis Alfredo fece sognare molti. L’avvenenza di Anna De Leucia era particolarmente valorizzata dalla sua bravura di ballerina nelle serate organizzate presso la locanda di Peppina Marra e di Francesco Suozzo.
IL MALTESE E GLI ALTRI. Il giovane maltese Paolo Calea invece, da buon mediterraneo, s’inserì subito tra la gioventù altavillese. Più di una volta i carabinieri lo avevano ‘pizzicato’ in giro per i vicoli del centro cittadini, ben oltre gli orari stabiliti dalla legge. Forse, fu proprio questa confidenza che lo spinse a gioire, ai principi dell’aprile del ’41, alle prime ammissioni – nella propaganda fascista – dei cedimenti bellici in Africa Orientale. E la ‘spiata’ allora fatta da due nostri compaesani resterà come unica macchia su vicende dove il senso di umanità della nostra gente e delle stesse autorità preposte sarà costantemente presente. Un esempio, per tutti, è rappresentato dall’azione di don Ciccio Mottola per far ricoverare in un sanatorio il goriziano Bernardo Zgur, affetto da tubercolosi. La Questura non ne vuole sapere, ma anche grazie ai certificati del dottor Amedeo Molinara, si riuscirà a garantire le cure al confinato. Don Ciccio, risolverà la vicenda chiedendo, e ottenendo, il personale intervento del Prefetto dell’epoca. Un piccolo fatto che s’inserisce in una grande storia, nella immane tragedia dell’Olocausto.
1 fatti di cui si narra avvengono in una Italia che non s’avvede di essere alla vigilia della sua maggiore tragedia nazionale da quando è tale, una e indipendente. Dal 10 giugno del 1940 siamo in guerra. Ne seguirà un bilancio politico – militare terrificante, con disfatte che lasceranno per sempre una traccia di demoralizzazione sulla nostra capacità di autoidentificazione nazionale. Ad Altavilla Silentina, ma soprattutto a Campagna, arriveranno gli ebrei di una tempra assai particolare. Si tratta di austriaci ed ungheresi, essi avevano conosciuto soprattutto quell’antisemitismo di popolo. ‘Si trattava – racconta Giampiero Mughini – di un antisemitismo non sanguinario, moderato, sussurrato a mezza bocca’ ma tenace, un antisemitismo ancora senza stivali e guerra, per rivisitare i luoghi della prigionia’,, per ringraziare il sottufficiale del corpo di polizia Mariano Acone per la sua umanità, per il suo coraggio, per il rapporto di sfiducia e di rispetto che aveva instaurato con loro e che lo aveva portato a rischiare la propria vera in quei terribili giorni del settembre 1943, facendoli prima fuggire dal convento e poi dai gradoni a via Duomo. Gli ebrei di Campagna che emigrarono in America, negli anni ’50 inviarono del denaro per far ristrutturare quei luoghi che li avevano custoditi e tenuti lontani dagli orrori dei lager nazisti.

Oreste Mottola

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17 Lug 2005

Altavilla, Federico Di Masi il fotografo contadino

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Personaggi di casa nostra
ALTAVILLA SILENTINA. “Poesie su pellicola”, così la studiosa tedesca Irmingard Geisler ha definito le fotografie dedicate al fiume Calore, ai monti Alburni, ed al lavoro agricolo scattate da un contadino colto: Federico Di Masi, ottantadue anni portati con giovanile disinvoltura, ambientalista con tanto di tessera del W.W.F.
Dall’età di 15 anni fotografa le campagne di Altavilla e di Serre. Più di sessant’anni di trasformazioni economiche e culturali sono certosinamente documentate attraverso l’obiettivo delle sue macchine fotografiche. Ed il laboratorio annesso alla sua casa, al limitare del bosco Chianca, può essere considerato l’archivio della memoria iconografica di Altavilla Silentina. Non lo ha mai fatto pers professione- che è stata sempre quella di coltivatore- ma sempre per diletto.
Federico Di Masi è una persona estremamente schiva e dotata di una austera modestia che gli fa rifuggire ogni occasione di pubblicizzazione del suo lavoro documentario. Ad accostarlo alla fotografia furono i fratelli Andrea ed Enrico che dalla lontana America gli fornirono – per lettera – i primi rudimenti tecnici. Solo altri due amici condividevano questa sua passione: Virgilio Pepe e Giuseppe Bracco. Cominciò con il fotografare scene di lavoro agricolo e già nel 1935 coglie un grosso risultato: la Domenica dell’Agricoltore (settimanale agricolo dell’epoca) premia e pubblica una sua fotografia che ritrae una scena di trebbiatura a mano del granturco sull’aia. Ma in quegli anni Federico Di Masi fece anche il “fotografo galante” prestandosi a fotografare le ragazze che, di nascosto dai genitori, omaggiavano i fidanzati – non ancora ufficiali – della propria immagine. Era questo un pegno d’amore molto impegnativo.
Quando scoppiò la guerra Federico Di Masi fu inviato al fronte in Africa Settentrionale e qui ebbe occasione di aiutare giornalisti e cineoperatori dell’Istituto Luce. Per lui questa fu una grossa occasione di crescita delle proprie capacità professionali. Fatto prigioniero dagli Americani, il suo più grosso dispiacere fu lasciare la sua amata macchina fotografica in un incavo di un tronco d’ulivo libico. Rischiava d’essere accusato di spionaggio.
Tornato dalla prigionia ritrovò i campi, il bestiame ed i trattori (fu tra i primi a meccanizzare la propria azienda agricola con i motopompa della gloriosa casa Lombardini di Reggio Emilia per sfruttare la risorsa delle acque del fiume Calore) e la fotografia – con la lettura, lo studio di meccanica e botanica – diventarono gli hobby di questo contadino che sottraeva così preziose ore al riposo notturno.
Oreste Mottola
oreste@unicosettimanale.it

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17 Lug 2005

Controne, oltre i fagioli c’è….

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Olio, miele, uva

Controne, è qui la mamma dell?olio

Oreste Mottola oreste@unicosettimanale.it
Dal bordo della strada una vecchietta vestita di nero già dopo il primo cenno di saluto, dice subito: ?Quest?anno sono bianchissimi. Una meraviglia. Annata buona?. Parliamo dei fagioli, naturalmente. In giro per le stradine di campagna del paese potete anche evitare di formulare la domanda che arriva già la risposta. Controne è un insieme di sapori ritrovati e valorizzati ma anche (è il caso dell?antica uva moscatella) in via di estinzione. Ma anche miele, pane ed olio che oggi alimentano conoscono un successo insperato. Il segreto è sempre nell?ottimale quantità di magnesio che c?è nei terreni che conferisce un sapore d?altri tempi, altrove irrimediabilmente perso, quasi come per una madeleine proustiana. I terreni, situati ai piedi dell?Alburno e bagnati dal fiume Calore, presentano così condizioni ottimali per la produzione di olive tanto che fin dall?antichità questa zona era soprannomuìinata la ?Mamma dell?olio?. Mastropietro (0828 772066 ? fax 0828 772078) Il miele che si accompagna con lo yogurt di bufala pestano che ha raccontato un?incantata Lidia Ravera nell?ultimo numero di Micromega è prodotto a Controne da una piccola azienda familiare l?Agrimell (Tel. 335 7157043). E? di Angelo Campagna, aiutato da moglie e figli. E? tra i cinque o sei produttori italiani capaci di trarre dal miele (produzione biologica certificata dall?Icea) l?aceto balsamico. Le sue produzioni sono anche da ?Biopeppe?, accorsata erboristeria di Berna. Il suo miele è alla castagna, sulla ed eucalipto. Un altro suo punto di forza è il miele di melata. L? ultima sua invenzione è il miele affogato nelle noci. Sono venti quintali di dolcezze. Agrimell è anche olio, per almeno 30 quintali.
Buone sono anche le uve nei vigneti. Con rimpianto: ?Che peccato. L?antica moscatella contronese, quella ci permetteva di fare un vino moscato di tutto rilievo, ai temi finanche superiore ai vini della vicina Castel San Lorenzo è diventata assai rara. Si trova solo in quattro o cinque vigne?, racconta Nicola Chiaino, già ragioniere al Comune ed ora cultore di antiche storie contronesi.
?La nostra lievitazione è naturale? dico i titolari dei vari panifici che riforniscono molte salumerie di Battipaglia, Eboli ed anche di Salerno. Producono tozzetti, biscotti e tutto quanto è accostabile col fagiolo. Il pane di Controne si può acquistare dalle ?Antiche fragranze? di Marilina Rufrano (tel. 0828 772211), Antonio Stellavato (0828 772538) e da Isoldi (3397215087).

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17 Lug 2005

Marina Cipriani, "regina" di Paestum

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La ?regina? di Paestum ha cinquantuno anni, per altro portati splendidamente, figlia di un fiorentino e di una pesarese, è nata nella provincia di Caserta, cresciuta a Battipaglia, con studi a Napoli e a Roma. ?Sono una meridionale, oltre che per l?anagrafe, soprattutto per convinzione”. Marina Cipriani, è dal 1988 alla testa del museo e del complesso archeologico di Paestum, uno dei più importanti del mondo. Ha un modo insieme rigoroso e lieve (molto femminile?) di rapportarsi al suo lavoro. “Mi tocca occuparmi di tutto. Innanzitutto della gestione di 140 dipendenti, con i congedi ed il bagno che non funziona. Se m’avanza tempo mi occupo dei problemi della tutela e catalogazione, della ricerca e dei rapporti con gli studiosi”. Sul suo tavolo c?è un volume, appena scartato dalla busta che lo conteneva, arrivato da Madrid. Sono i segni del suo robuso impegno scientifico. ?Si collabora soprattutto con l?Università di Salerno, ma anche con la Federico II° e l?Orientale di Napoli. Sarebbe bello ed utile avere qui a Paestum una scuola d?alta formazione, magari sulle più sofisticate tecniche d?analisi dei reperti?. Sogna, la Cipriani, ma sempre con misura. Come s?immagina la sua Paestum tra dieci anni? “Vorrei che fosse cancellata la strada che oggi passa all’interno della città antica. Gli ingressi li collocherei in corrispondenza delle antiche porte. Auspico un assetto diverso nella conservazione dei vari monumenti. Ancora migliore dell’attuale. E tutta l’antica città riportata alla proprietà pubblica”. I sogni della Cipriani, punto più, punto meno, coincidono con i progetti presentati dalla Soprintendenza Archeologica di Salerno per il cofinanziamento tra la Regione Campania e l’Unione Europea per il Por Campania. Torna il realismo della donna. Di una che s?è costruita la sua carriera pezzo su pezzo: ?Vengo dalla gavetta. Ho cominciato, come collaboratore esterno, a riordinare i depositi del Museo. Sono poi passata a fare gli scavi, e con Emanuele Greco ho lavorato a riportare alla luce l’Hecclesiasterion. Nel 1983, poi vinto il concorso di ispettore archeologo. Dal 1983 al 1995 ho diretto, in contemporanea, anche gli scavi di Eboli. Mi sono impegnata perchè anche Eboli avesse un suo luogo espositivo. Nel 1988 il comune di Eboli ci assegnò un settore del Convento di S. Francesco (ancora da restaurare) e con il sindaco Rosania c’è stata l’apertura definitiva . Dal 1988 sono direttore del Museo e gli Scavi di Paestum”. Ora che in ballo ci sono un bel po? di milioni di euro da spendere nella discussione sulla benefica slot – machine che oggi è diventata tutta l?area pestana i conti vanno fatti anche, e soprattutto, con questa donna così volitiva. I nodi dello sviluppo del sistema – turismo a Paestum: con il palazzetto dello sport con annesso centro congressi, l?aumento (il raddoppio?) della dotazione di posti letto, l?irrobustimento delle case da adibire a bead and breakfast e la questione della stazione ferroviaria, sono tutte cose che, partendo dalla qualità della rinascita di Paestum, potranno dotarsi di gambe più o meno robuste. E? una realista. Di fronte alle ?sparate? del sindaco Marino che auspica interventi radicali, lei frena: “Attenzione, Paestum è cresciuta nel tempo. Abbiamo dovere di conservare alcune costruzioni. Sono contro le radicalità di chi vorrebbe abbattere tutto. Accettare quest’idea vorrebbe dire desertificare quello che è stato il cuore antico di Paestum dal V sec. d.C., cioè il Borgo che è cresciuto intorno alla Basilica. Un discorso è quello che è stato costruito intorno alla fascia costiera, un altro è quello è degli edifici all’interno della città antica. I palazzi dell’Ottocento, pur non avendo grande valenza monumentale ma con un loro senso e dignità storica, vanno preservati. Sono elementi che sono stati recepiti all’interno delle opere dei pittori e degli acquafortisti. Cerchiamo piuttosto di dare un assetto intelligente e rispettoso al nucleo storico di Paestum, attorno alla Basilica Paleocristiana. C’è il vicolo delle Tavernelle, la casa di Rubini sopra la Porta Aurea. Dire abbattiamo anche queste cose, magari per tirare fuori, un altro tratto di mura, è da sciagurati. Con molta attenzione e gradualità, andranno però rimossi gli interventi abusivi e dannosi. Si tratta di far convivere le varie epoche di Paestum?. Anche sul piano della conoscenza dell?intero complesso pestano è misurata: ?Noi di Paestum oggi non è che sappiamo molto. Tranne gli scavi dei tedeschi più di quarant’anni fa e quelli (in corso di pubblicazione) fatti dall’èquipe italo – francese (Greco e Theodorescu) a Porta Giustizia, non si è fatto altro. Di uno dei complessi meglio conservati dell’Italia meridionale non sappiamo moltissimo. Possiamo dire quali sono le fasi successive all’edificazione della cinta muraria, ma c’è tanto altro da scoprire”. Spesso la Cipriani insiste nel dire che prima di scegliere una soluzione o l?altra occorre ridare la parola alla ricerca, tornare a scavare. Come nella questione dell’area dell’ex Cirio, intorno alla quale c’è il Santuario di S. Venere: “Stiamo trattando per acquistarlo. Quest’ex area produttiva insiste su un’area archeologica di particolare importanza. Lì c’era un santuario greco, antico come l’intera città di Paestum – Poseidonia, e i cui resti sono visibili subito ad est della Cirio. Era dedicato alla dea Afrodite, posto fuori dal perimetro della città, poichè vi si svolgevano anche forme di prostituzione sacra, come accadeva agli altri santuari di Afrodite nel Mediterraneo. L’area era sicuramente più vasta di quella che oggi possiamo vedere. Ed il santuario s’incunea, per oltre la metà, sotto i muri dell’ex Cirio. Quindi, prima di decidere cosa fare dell’ex fabbrica dobbiamo ancora vedere quanta parte di essa dev’essere sacrificata. C’è un programma di scavo da portare avanti. Il progetto di recupero dovrà tenerne conto. Per noi l’ex Cirio va adibita a Museo (nell?attuale ci stiamo molto stretti) come a contenitore di servizi per l’area archeologica. Ma prima di decidere dobbiamo sempre attendere i risultati della ricerca”. Insomma c?è il no all?ipotesi del centro commerciale immaginata da Marino. E su questo tema ci torna più volte, sempre in maniera prudente, fino a concludere con un: ?Mi piacerebbe che ci fosse un marchio di qualità dei prodotti che oggi si vendono a Paestum”. Non è lei a chiedere quindi demolizioni generalizzate dei negozi lungo la strada… “No. Quest’idea non è compresa nel Por ‘Grande Attrattore Paestum – Velia’. Se ne parla invece, con gradualità e buon senso, nello studio di fattibilità del futuro Parco Archeologico di Paestum”. Non si sottrae nemmeno alla polemica nazionale accesasi sull’ipotesi di cessione ai privati di alcuni dei nostri beni culturali. Con il sindaco di Capaccio che si appresta a recitare addirittura una parte in un cortometraggio sull’argomento.
“Per quanto riguarda l’area archeologica di Paestum problemi non ce ne saranno. I templi di Paestum non sono cedibili. Il pericolo comunque c’è. Per questo io ho sottoscritto, insieme a tutti i miei colleghi delle Soprintendenze Archeologiche, un documento inviato al Ministro Urbani. Qualche preoccupazione c’è per le coste e per qualche bene di tipo ambientale. Bisogna essere comunque vigili…”. A Marina Cipriani, che ?recita? ogni giorno la sua parte di fedele conservatrice della grande eredità pestana, un grazie dalla redazione de ?Il Valcalore?.

Si parla da tempo di Paestum come ?grande attrattore?. In termini economici, ed in prospettiva, tutto questo cosa significherà?
Io vi parlerò del Por. E di quello che significherà per Paestum in termini di valorizzazione del nostro patrimonio archeologico. Sono stati già presentati progetti per il Museo, l?area archeologica e per l?acquisizione dell?area ex Cirio. Ed inoltre per quanto riguarda il potenziamento del Museo e dell?area archeologica di Foce Sele, alla Masseria Procuiali, oltre al Museo narrante, già operativo, che documenta la più importante delle scoperte archelogiche del Novecento italiano, ci sarà il restauro completo dell?area del Santuario.
Cominciamo dal Museo?
Già sono state fatte un sacco di cose. Negli anni scorsi abbiamo aperto la sezione romana e quella preistorica. Ci saranno interventi di consolidamento strutturale, di completamento dell?impiantistica generale (completando il condizionamento in tutto l?edificio). Verranno adeguati i depositi, migliorate le condizioni di conservazione dei reperti e razionalizzate le collezioni Ci sarà inoltre il restauro delle lastre tombali dipinte, di epoca lucana (circa cento) che ancora non sono esposte. Anche i laboratori saranno potenziati. S?incrementeranno le attrezzature e la complessiva capacità di dialogo interattivo.
Lo spazio attuale permetterà tutto questo?
No. Infatti per sistemare la sezione di preistoria utilizzeremo anche la balconata.Vi saranno anche modelli plastici ricostruttivi per dare un?idea della vita di queste popolazioni. Il catalogo è già pronto, in stampa. Staremo molto attenti alla comprensibilità di quanto esposto. Solo per fare un esempio, a Gaudo, località vicina a Paestum, risulta già abitata sin dal terzo millennio avanti Cristo. La scoprì, nel 1943, il tenente inglese Bringshon, allorquando furono iniziati i lavori per un aeroporto militare.
Altri allestimenti significativi?
Ce ne sono due che assumono una particolare importanza e significato simbolico per la vita della Paestum greca. Il primo riguarda la ricostruzione completa del tetto del più antico tempio della città, risalente al 580 a.C. e situato a sud del tempio di Cerere. Venne alla luce durante gli scavi degli anni Trenta E? in terracotta dipinta. Sulle tegole di gronda, vivacemente policromate, sono incise delle lettere in alfabeto acheo, in uso tra la popolazione. Il secondo intervento riguarda il sacello ipogeico, ossia il monumento all?eroe fondatore della città, con i vasi di bronzo, l?anfora attica e i sei spiedi di ferro, con l?apoteosi di Eracle. L?allestimento tenderà a mostrare, con il maggiore realismo possibile, com?erano collocati all?interno dell?edificio originario.
E per l?area archeologica cosa è previsto?
Lavoreremo solo sull?area demaniale. I nostri progetti dovevano essere immediatamente cantierabili. Quindi restauri e scavi finalizzati alla messa in valore della parte romana, quindi di intere insulae di abitazione lungo la via Sacra. Così avremo il grosso degli edifici di Paestum restaurati. Queste case hanno degli elementi caratteristici propri dell?aristocrazia pestana, tali da eguagliare, per fasto e ricchezza, quelli di Pompei. Almeno due di queste domus avevano le terme in casa.
Ci parli del restauro delle mura…
“Con un primo intervento s’interverrà dalla Torre d’Angolo fino alla Porta Sirena, che è compresa. Lungo questo tratto l’intervento riguarderà sia la parte esterna che quella interna, fino a crearci un vero e proprio camminamento, ad uso dei visitatori. L’altra azione andrà da Porta Sirena a Porta Aurea. Ci sarà una particolare attenzione alle Torri dove ci sono ancora tracce importanti di pavimenti, apprestamenti per l’uso delle balestre. C’è tutta una tecnica poliorcetrica che verrà documentata”.
E? Legambiente a pulire un bel tratto di mura…
“Ci tengono pulito un bel tratto del muro di cinta. Nella parte più complicata, nel togliere l’erba dalle murature, lavorando con le mani, senza diserbanti…”.
L’illuminazione delle mura è ancora carente…
“La Soprintendenza s’era fatta carico dell’illuninazione dal semaforo alla Torre 28. Purtroppo quei fari sono stati rubati. Dell’illuminazione ci occuperemo alla fine dell’intervento complessivo, tenendo conto dell’assetto esterno. C’è il problema della strada che corre ad anello attorno alle mura e che sta sul fossato originario”.
Più volte lei ha fatto appello ad una necessaria gradualità degli interventi…
“Per adesso il nostro progetto mira al recupero della cinta muraria, alla sua sistemazione ed all’aumento della sua ‘leggibilità’ interna. Poi vedremo. Con anche altri saggi di scavo per vedere sia l’assetto delle porte che precedevano la porta Sirena, sia la sistemazione del fossato esterno e dell’interno delle mura?.
C’è ancora dell?altro?
“Certo. Si va dalla sistemazione del giardino dell’area archeologica alla creazione di un impianto idrico autonomo”.
E come la mettete con le pretese dei comuni vicini di entrare in questa partita di finanziamenti…
“Si chiama pure questo “Grande attrattore culturale”, ma è un’altra cosa. Sono i comuni a presentare direttamente le schede – programmatiche. Il progetto viabilità esterna alle mura di Paestum, presentato dal comune di Capaccio, è uno di questi”.
La necropoli del Gaudo, pur essendo di grande importanza scientifica, è in uno stato di assai deplorevole abbandono.
“L’abbiamo ripulita appena qualche anno fa. Non posso entrare nel merito dei motivi che finora hanno impedito di acquisirla al patrimonio dello Stato. Si trova ancora, pertanto, in una proprietà privata. Le tombe sono di proprietà dello Stato, la terra circostante, no. Il proprietario attuale ci ha eccepito che non potevamo tenere pulito il sito archeologico senza un decreto di occupazione temporanea”.

A cura di Oreste Mottola e Maria Irene Di Sirio

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17 Lug 2005

Viaggio a Cicerale: "Terra quae cicera alit".

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Cicerale: “Terra quae cicera alit”. Il passato è nel nome del paese che evoca una coltura tradizionalmente povera, forse la più malandata di tutte, i ceci, dei quali erano ghiotti i legionari romani, mentre l’attualità (come il futuro) rimandano ad un’attiva zona industriale. Qui c’è una sede della Jhonson Control, filiale di una multinazionale che macina 23mila miliardi di fatturato. Ecco Cicerale, dove, e sempre ad un tiro di schioppo, da un lato vedi la torre di Elea, dove tante volte s’affacciò Parmenide, e sull’altro versante Paestum. Quasi in mezzo c’è il lago di Piano della Rocca con la diga sull’Alento, 25 milioni di metri cubi d’acqua, con le sue straordinarie tecnologie di controllo e gestione. Difficile trovare un’altra località dove il soffio dell’antica sapienza e della modernità delle tecnologie e dell’intraprendenza del lavoro si sono sposate così alla perfezione. Ma l’orgoglio paesano parla sempre della “terra che produce i ceci” (è la frase latina che ho posto all’inizio dell’articolo, ndr), lo trovi ben scritto nell’atrio della casa comunale e nei libri di storie paesane. I miei “ciceroni” (siamo no a Cicerale?) sono il sindaco, l’ingegnere Domenico Corrente, modi da manager efficientista e da educato gentiluomo della Magna Graecia, la cui apprezzata opera professionale è richiesta in tutta Italia e l’assessore Gerardo Antelmo, un dinamico ed entusiasta imprenditore, a capo di “Cilento Produce”, una piccola holding del biologico, capace di vendere il “made in Cicerale” nei più prestigiosi alberghi e ristoranti: “Dall’hotel Palumbo di Ravello al Symposium di piazza Cavour a Roma, da “Il Melograno” di Ischia all’hotel Ferretti di Diamante, da “Il Ceppo” di Agropoli alla “Gemma” di Amalfi, e potrei ancora continuare…”, a stare ai nomi che snocciola Antelmo. Ed una notevole dimestichezza con i luoghi del bel mondo i ciceralesi dimostrano d’averla se il concessionario Ferrari per gli Stati Uniti è un discendente di queste terre, Claudio De Chiutis, come di questa terra era uno dei morti nelle “Torri Gemelle”, il giovane agente di Borsa Mike D’Agostino.
LA ZONA INDUSTRIALE. In una superfice di 40 ettari ci sono diciotto aziende insediate, 1200 operai al lavoro, tutti insieme sviluppano un fatturato da 700 miliardi. E’ questo il biglietto da visita dell’area industriale che è nata grazie all’intraprendenza dei fratelli Siano, che a Cologno Monzese, producevano componentistica per la Fiat e che, nel 1975, decisero (anche per sfruttare i finanziamenti della Cassa per il Mezzogiorno), di impiantarsi ad Ogliastro Cilento. La loro iniziativa ne attirò delle altre ed allora si pose la necessità di allargare la zona adibita ad insediamenti produttivi. E si “sconfinò” nella vicina Cicerale. Oggi vi troviamo la Cevin (circuiti stampati per Ericsson ed Alcatel), la Vernil (vernici), la Tesi (componentistica aerospaziale per la Boeing), la Metalsistemi (componentistica in alluminio), Risanamur (stucchi ed intonaci premiscelati), la Carpedil (ponteggi per l’edilizia), Cilento Produce (olio), Bioagricola Cilento (distilleria), Bressan (semirimorchi), Levitech (pannelli isolanti per tetti), Keramos (oggettistica in ceramica), Ottobici (biciclette su marchio Bianchi). “Oggi, grazie a queste industrie, siamo a disoccupazione zero”, dice il sindaco. “E c’è più di un operaio che si permette – racconta Antelmo – il lusso di passare da una fabbrica all’altra”. Con un accordo di programma con l’amministrazione provinciale presto sarà costruita una nuova strada che raccorderà meglio la zona industriale. Come già c’è il finanziamento per le nuove fognature e l’impianto di depurazione. “Ma il Comune – confessa il primo cittadino – non può riuscire a dare risposte esaustive alle necessità di un’area che ha ormai sorpassato la popolazione di tutta Cicerale. Stiamo varando una società mista, con altri soggetti sia privati che pubblici, per dare alla zona industriale, servizi sempre più efficienti. Penso anche ad attrezzature sportive per il dopo lavoro”. Il modello di sviluppo ciceralese, che coniuga vecchie produzioni agricole con l’industrializzazione, ha attirato l’attenzione del prof. Adalgiso Amendola, della cattedra di economia politica dell’università di Salerno, che ha cominciato a studiare quello che è avvenuto in questa particolare località. “Eppure Legambiente – racconta il Sindaco – nel suo pregevole rapporto sui piccoli campanili ci aveva inserito tra i comuni a rischio di estinzione. Credo che abbiano preso un bel granchio!”.
LA VOGLIA DI FUTURO. “Questo è un territorio che fra 10 – 20 anni sarà il più ricco della Campania, escludendo le isole maggiori e la costiera amalfitana”, afferma l’assessore Agostino Caso. E c’è proprio da credergli. Il mare di Agropoli, è lì, giusto a due passi, ed una nuova strada (già finanziata dalla Provincia) promette di accorciare ulteriormente le distanze. Con tre agriturismi: Verdevalle, Corbella e Casale degli Ulivi, con l’antichissima chiesa di S. Nicola e l’austero palazzetto dove trascorrevano le vacanze estive i vescovi di Paestum. Da recuperare è il Palazzo Gentilcore, l’antica residenza marchesale, con l’atrio pavimentato in pietra ed il cortile col pozzo interno.
L’OTTIMISMO DEI CICERALESI. Il paese di una volta sorgeva in località Bocca di Fava e si chiamava Corbella. Una sera gli abitanti, tornando dal lavoro, scorsero lo trovarono in fiamme. Non si diedero per vinti, ed edificarono il loro nuovo centro abitato intorno ai campi dove i ceci crescevano più rigogliosi. Nella “Terra quae cicera alit”. Dove arrivava la voce di Parmenide e sentivo l’eco delle mille vicende pestane. Benvenuti nella Cicerale che affronta spavalda, ed ottimista, le sfide del XXI secolo. Un esempio, concreto, ieri come oggi, di Sud che funziona e non piange sulle sue disgrazie. [Oreste Mottola oreste@unicosettimanale.it]

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