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11 Nov 2009

EBOLI. Santa Cecilia, nuova frontiera della Piana

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Dopo Battipaglia, lungo la via per Paestum

Santa Cecilia, nuova frontiera della Piana 

Rinasce intanto la voglia di autonomia da Eboli 

Una frase scritta in arabo sul muro del campo di San Nicola Varco (Quanti extracomunitari “ospita” ancora? Forse più di 400) avverte: a chi non ha ciò che gli piace, deve piacere ciò che ha. Così ragionarono anche coloro che (molti decenni or sono) scelsero Santa Cecilia per abitarvi stabilmente. Si fecero piacere questi ex latifondi ed oggi questa località è una delle nuove frontiere dello sviluppo della Piana del Sele. Dove l’economia ancora cresce, si aprono nuove fabbriche, i negozi spuntano dal niente e … potendo (ah, quel Piano Regolatore voluto da Rosania) spuntererebbero ancora tante palazzine. Diecimila abitanti che si affacciano su di una delle strade più trafficate d’Italia, nel bel mezzo di una zona, la Piana del Sele, che è "il Nord" del nostro Sud. 

EBOLI? GUARDANO DA UN’ALTRA PARTE 

Questa è Santa Cecilia, frazione di Eboli, ma che guarda a Paestum e a Battipaglia, ma da decenni percorsa da venti di separatismo. "Quelli lì hanno occhi solo per tutto che c’è oltre il ponte di S. Giovanni. Qui c’è la migliore agricoltura, le industrie moderne, un commercio che va veloce e poi c’è il mare", ti dicono un po’ in coro. “Loro” sono gli ebolitani di sopra, distanti più per mentalità che per i dieci chilometri della provinciale 30. La guerra è innanzitutto ai luoghi comuni: "Santa Cecilia non è solo un incrocio su di una strada spesso funestata da incidenti stradali o la terra di nessuno degli extracomunitari", a parlare è l’avvocato Antonio Conte, consigliere provinciale, nonchè uno che da queste parti c’è nato, cresciuto e pasciuto. E’ nipote di Carmelo Conte, l’ex ministro che ha imposto all’attenzione generale questa terra. "Siamo onesti. Del lavoro degli extracomunitari a S. Cecilia c’è estremamente bisogno. Possono così contribuire al nostro sviluppo e così integrarsi, da persone e non solo da braccia". 

IL PANORAMA PRODUTTIVO 

Ettari ed ettari di campi inondati dal sole: cavoli, carciofi, ortaggi, serre di fiori e fragole. E poi tanti allevamenti di bufale. I caseifici, le mozzarelle. La Piana del Sele sembra davvero un’isola felice, se ti limiti ad attraversarla, di giorno, velocemente in macchina. Ma appena giri lo sguardo vedi figure chine sulla terra riempiono cassoni di verdura che partiranno poi per le altre regioni d’Italia. Poi il pomeriggio, spesso la sera, quelle ombre riemergono. A piedi o in bicicletta rischiano d’incontrare un guidatore distratto, che preso dalla strada rettilinea, abbagliato dalle luci o perso nei suoi pensieri a non accorgersi del pedone o del ciclista. Li organizzano i nuovi caporali, marocchini o algerini, che lucrando il 10% sulla paga di ogni lavoratore, fanno da intermediari ad una prima definizione dei salari e delle ore di lavoro. Sono loro i nuovi «ricchi»: proprietari di auto utilizzate da gruppi di 4/5 per raggiungere i luoghi di lavoro, dove altri arrivano a piedi o in bicicletta. Basta un furgone senza sedili posteriori e di una Opel dissestata, per fare la spola con i terreni che circondano la zona. Pagano la tangente per lavorare, oltre al dieci per cento a chi fa arrivare le rimesse in Marocco. Sveglia alle sette, poi il raduno per andare nei campi a raccogliere scarole, finocchi, carciofi. Otto ore chini. 

LO SVILUPPO STRAORDINARIO. 

Le banche, che di economia hanno conoscenza, si sono accorte da tempo delle grandi potenzialità di Santa Cecilia. Accanto alla Popolare di Salerno ed al Banco di Napoli, sta per piazzarsi anche il Credito Cooperativo di Aquara. " D’estate c’è un passaggio di turisti inestimabile, qualche milione di persone", racconta Antonio Conte. Ma manca l’amalgama tra gli abitanti, c’è ancora un’ancora acerba comune tradizione culturale. 

LA TENTAZIONE AUTONOMISTA 

“E’ una via affascinante, non lo nego”, dice l’avvocato Conte. “Qui c’è una mentalità diversa, più veloce, rispetto ad Eboli. Non possiamo continuare a pensare di andare solo verso la collina. C’è il mare e c’è Paestum”. 

LE DIVERSE PROVENIENZE 

Non essendoci un ceppo strettamente ebolitano ma diversi nuclei originari da posti diversi la competizione è stata più forte. Sono arrivati da Salerno, dai comuni del Cilento, dai Picentini, dall’hinterland napoletano. Gli ultimi insediamenti edilizi hanno attirato molti. 

LE ATTIVITA’ ECONOMICHE 

L’agricoltura continua ad essere l’attività principale: Cavaliere, Alfano, Iemma, ecco i nomi di maggiore rilievo. C’è la Tafuro che trasforma prodotti agricoli, c’è la metalmeccanica Carpedil con l’Emisas. Il commercio sviluppa notevoli volumi di scambi. “Devono avere altri servizi e di potersi ampliare e sviluppare. Il nuovo piano regolatore è ancora penalizzante e fuorviante”, dice Conte. 

BUFALE E MOZZARELLE 

Alcuni nomi sono conosciutissimi: “La Masseria”, “Esposito”, “Villecco”, “Tre Stelle”. E poi ancora altri. Gli allevamenti maggiori sono quelli di Iemma e a Battipaglia. Il settore qui si regge sul grande contributo all’acquisto della mozzarella fresca da parte dei tanti napoletani che d’estate si riversano su queste strade: subito dal produttore al consumatore. 

VITA SOCIALE. 

La Parrocchia è retta da don Daniele Peron, coordinatore della Forania di Eboli. L’Oratoria e la Parrocchia cercano di animare. Sono state fatte delle memorabili edizioni del Natale e del Carnevale. “C’è bisogno di uno spazio pubblico per concerti e dibattiti. Ed una biblioteca. Poi il Comune dev’essere presente qui con una vera e propria casa comunale”. 

LE ENORMI POTENZIALITA’ 

L’avvocato Antonio De Falco, viene da Mercato San Severino: “Qui si vive bene. Le potenzialità sono enormi. Le maggiori carenze sono proprio nella fascia costiera. E’ troppo abbandonata a se stessa. Il sindaco Rosania ha fatto tanto, ma ancora non basta. “Il loro unico luogo di ritrovo è la piazzetta davanti al Banco di Napoli. Il punto dolente è proprio la loro mancata integrazione”. Cominciano però ad esserci molti esempi d’integrazione. 

POMODORO E DOPOTERREMOTO 

Dopo il terremoto del 1980 S. Cecilia comincia a perdere il grosso soccorso di braccia che arrivava dall’Alto Sele, dall’avellinese ed anche da alcuni paesi lucani. C’è lavoro, per gli uomini, nella ricostruzione e così le donne possono restare a casa o lavorare i propri appezzamenti di terra. Poi sulla coltura del pomodoro si è scatenata la fisiopatia che ne ha determinato quasi la scomparsa dal panorama produttivo. Così gli agricoltori hanno dovuto riconvertire le loro attività verso colture di tipo invernale: finocchi, insalata, carciofo, cavolfiori e scarola. E serviva ancora più manodopera. C’è stato quindi “bisogno” degli extracomunitari. C’erano poi dei grandi “contenitori” utilizzabili come alloggi di fortuna: S. Nicola Varco, l’ex Mellone, e tanti casolari abbandonati. 

L’IMPROSTA E S. NICOLA VARCO 

Mentre l’azienda Improsta è passata al patrimonio regionale e si avvia a diventare un’importante realtà per la ricerca agricola meridionale, S. Nicola Varco è ancora “terra di nessuno”. Per le terre dell’Istituto Orientale, più di mille ettari di terreni fertilissimi, Antonio Conte vi immagina l’istituzione di una facoltà universitaria di agraria e di veterinaria. 

L’AVAMPOSTO DELLA SCUOLA 

Dario Palo, insegna presso la scuola elementare di Cioffi. La realtà è già tutta nei numeri: “Gli immigrati censiti sono 606, ma in realtà sono tanti di più. Fino ad oltre tremila. Almeno l’80% di loro sceglie di risiedere in questa zona. Nella sola scuola quasi un terzo dei bambini, non hanno origini italiane”. Ma il lavoro della scuola investe anche gli adulti. “Per loro facciamo corsi di italiano. Nei due giorni della settimana (mercoledì e giovedì dalle 17 alle 19) sono almeno in 50 a frequentare, ed in maniera molto disciplinata”. Le nazionalità presenti sono i nordafricani (tunisini, marocchini ed algerini), ma anche tanti appartenenti all’ex Iugoslavia, i rom e gli albanesi”. 

LA SCHEDA SUL FENOMENO EXTRACOMUNITARI 

Il fenomeno dell’ingresso e della presenza dei lavoratori immigrati nella Piana del Sele ha origine, di una certa rilevanza, soprattutto alla fine degli anni ’80, con l’ingresso di flussi migratori extracomunitari provenienti quasi esclusivamente da: Marocco, Algeria, Tunisia e Senegal. 

Agli inizi il fenomeno ha interessato poche centinaia d’unità che si sono insediate nel territorio battipagliese, ebolitano e capaccese dedicandosi prevalentemente alle attività agricole precarie e stagionali, e quelle caratterizzate da rapporti di lavoro stabili nelle aziende zootecniche locali (stalle bufaline). 

Questi primi insediamenti hanno calamitato negli anni altri flussi migratori di connazionali, in prevalenza marocchini, soprattutto in concomitanza dei periodi correlati alle grandi raccolte di prodotti agricoli nella Piana del Sele (carciofi, fragole, frutta e ortaggi). Connotandosi quindi come forza lavoro stagionale e di transito. 

A partire dalla metà degli anni ’90, il fenomeno ha assunto una diversa forma, presenza non più sporadica, ma attività lavorativa agricola che andava anche oltre le stagioni dalle grandi campagne di raccolta. Il numero complessivo è di circa 1800 unità stabilmente addette al settore agricolo. 

Di questi circa 400 hanno regolare permesso di soggiorno (fonte Direzione INPS). Il resto è rappresentato da lavoratori clandestini. 

Gli immigrati con regolare permesso di soggiorno rappresentano la base storica e di più maturo insediamento (dai 5 ai 15 anni), quasi tutti hanno ottenuto la regolarizzazione in seguito alle sanatorie. Sono molto rari i casi di ricongiungimenti familiari (circa una cinquantina). 

La nazionalità prevalente è quella marocchina (80% circa), l’età media nella quale si concentra la maggior parte degli immigrati, è rappresentata dalla fascia d’età compresa tra 30-40 anni. Negli allevamenti bovini e bufalini, nei quali non è più possibile da anni reclutare forza lavoro dipendente locale, indisponibile a tale attività e che è diventata d’esclusiva competenza di lavoratori extracomunitari (soprattutto indiani e pachistani). 

Nella Piana del Sele su un totale di 1.696 aziende d’allevamento bufalino e bovino con un numero di capi pari a 13.896 oggi lavorano circa 400 extracomunitari e rappresentano oltre 80%, di tutta la forza lavoro dipendente addetta al settore. 

IL PERSONAGGIO: MARUF 

Maruf, volto solare, sorriso aperto, stazza imperiosa, Maruf è marocchino. Regolare, vive in Italia da quasi vent’anni anni. «oltre diciotto anni di contributi», sottolinea ridendo. È delegato Cgil, responsabile dell’associazione «Casablanca» e fa parte anche della Consulta provinciale per l’immigrazione. Vive in un’umile casa a Campolongo, e fa da «mediatore culturale» per il comune di Eboli. Un tramite indispensabile, che lo rende più di un capo carismatico. Che aiuta in mille faccende pratiche i suoi connazionali – non solo quelli ospitati a Eboli – soprattutto quelli che hanno bisogno dell’ospedale. E che ormai sa come muoversi sul terreno scivoloso della burocrazia. 

email: orestemottola@gmail.com

Cellulare: 338 4624615 

Redazione: 0828 720114

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28 Ott 2009

Greci di Paestum e gli etruschi di Pontecagnano. Studi di Tatiana Grimaldi e Fabio Astone

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Oreste Mottola

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01 Set 2008

Maurizio Mottola: Che disastro la mia estate altavillese!

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Napoli, 31 agosto 2008. Caro Oreste,

la mia villeggiatura ad Altavilla Silentina è oggi terminata. Sento il bisogno di elaborare l’esperienza di questa estate 2008 tramite la scrittura ed ho perciò redatto l’articolo "Brutta villeggiatura questa estate 2008 ad Altavilla Silentina", che ti invio con la richiesta di pubblicazione (nella sua "integralità") su Unico. E’ un testo a connotazione affettiva che in parte somiglia alle storie che racconti ne Il Paese delle ombre. Nel caso tu avessi già scelto altro mio testo per la pubblicazione, ti invito a dare la precedenza a "Brutta villeggiatura questa estate 2008 ad Altavilla Silentina", semmai inserendo nel sovra-titolo la dizione "riceviamo e pubblichiamo" per rimarcare il carattere di semplice ospitalità.

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24 Ago 2008

Beviamoci il Rosatum ma solo dopo il Panvino. Come i pestani antichi bevevano e mangiavano

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Mangiare e bere come gli antichi pestani. Singolare esperimento di un’associazione di Agropoli che ha coinvolto alcune aziende locali

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22 Lug 2008

Il Portus Alburnus a Foce Sele. Una ricostruzione di Amato Grisi

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Portus Alburnus a Foce Sele

 

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23 Ago 2005

Un ricordo del muratore Donato Rizzo

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L’Altavilla distrutta dalle macerie della guerra è stata ricostruita da muratori come mastro Donato Rizzo. Per lui però la sua vita professionale non si è chiusa solo intorno a cazzuole e livelli ma è diventata arte di rifinire i particolari. Portoni ed intonaci, il fissaggio delle cornici, ecco le attività preferite da mastro Donato. Una “specializzazione” che poi ha avuto modo di esprimere al meglio con il Restauro della Chiesa del Carmine negli anni Trenta. E fu un lavoro che dovette difendere con i denti e cercare l’aiuto di don Ciccio Mottola, il potente podestà dell’epoca. «La scusa che trovarono era quella che io non ero iscritto al Fascia “. Ma riuscì a spuntarla. Ed ecco il lavoro che gli ha dato il lancio. Poi è arrivato l’amore per la musica (tromba e mando lino) e per la poesia.
Ma tutta la sua intensa e multiforme attività è partita dalla sua amata Cerrocupo. “Rischiai di nascere tra un filare di pomodori “, dice e ricorda quando qui non c’era niente ed il vallone della Chianca era tanto minaccioso che per passare si dovevano usare le tavole/passerella che ti gettavano i Galardi che abitavano vicino. ll suo cuore è ancora qui nonostante da lunghi anni abiti nel centro storico altavillese in una casa che si distingue per avere sulle pareti esterne tante illustrazioni inneggianti alla Madonna.
A farla da padrone c’ emno i famosi melloni ” Altavilla”, chiamati anche “schiavoni napoletani”, che avevano le fette già naturà1mente disegnate ma difficili da tagliare perché facilmente si spaccavano. Cerrocupo era allora il granaio e l’orto di Altavil1a ed erano tanti i campi coltivati a granturco, melenzane, cappucce e verze. E come un’epopea si ricorda quando il padre di mastro Donato ebbe 500 lire di premio per avere introdotto la varietà di grano “Mentana”.
Allora Cerrocupo era divisa tra quella “di sopra” dominata dai Capaccio e dagli Stoppiello, mentre nella parte di sotto c’erano i Saponara, gli Ingenito e i Rizzo. A fare da spartiacque, da vero e proprio confine, era la “tempa del Foddaro”. Poi il resto della terra era di don Ciccio Mottola ed una fetta notevole, dei Cennamo.
I coltivatori di Cerrocupo giravano per tanti paesi del circondario per vendere le loro verdure, pomodori e melloni. Emno loro che a San Valentino rifornivano Campagna delle angurie che i ragazzi regalavano alle innamorate. Solo l’accesso ad Eboli era difficoltoso perché la mercanzia andava venduta prima al sensale che poi la “girava” ai vari fruttivendoli. Nella Macchia e nella Chianca venivano a pascolare in tanti e soprattutto c’era la famiglia postiglionese dei Caputi. La vita girava intorno al mulino della Chianca, che fu prima della famiglia Bracco e poi passò ai Pomposiello e quello di “Pietra Marotta” dei Cennamo.

Oreste Mottola
oreste@unicosettimanale.it

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17 Ago 2005

Storia delle donne di Altavilla Silentina – prima parte

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L’altra Altavilla: donne tra storia, letteratura e folclore
GLI ESEMPI DI VITTORIA BELMONTE, UNA DELLE PRIME A LAUREARSI IN MEDICINA E DELLA “PROF” UNIVERSITARIA CARMELA DI AGRESTI.
La storia delle donne ad Altavilla comincia da lontano. Da quelle nostre antenate che fortunosamente
scampate alla strage ordinata, del 1246, da Federico di Svevia, e che ripopolarono il paese dopo che i maschi – uomini: e bambini – furono tutti passati per le armi. Ci volle allora davvero una gran forza per far ripartire)a vita nel nostro paese e – probabilmente – da quella terribile prova viene la straordinaria forza e tenacia delle nostre donne.
Molto spazio hanno avuto le nostre donne anche nella letteratura: dalla Sofia che incanta il giovane seminarista Antonio Bennato alla bella bionda adolescente che strega il maturo don Aurelio Pipino, mentre appaiono tranquille, assennate e gran lavoratrici le donne de “Le novelle dell’Acquafetente”.
Ma tra le figure di maggior spessore e determinazione ci sono quella Mariangela Cantalupo che nel 1799 sposerà un ufficiale francese facendo tre giri intorno all’Albero della Libertà in piazza Umberto I e la
“briganta ” Francesca Cerniello che – oltre ad esserne stata l’amante – sarà anche il vero “uomo forte” della banda di Gaetano Tranchella.
Dopo la storia delle donne diventa un fatto più corale e meno individualistico. S’intreccerà con la prima guerra mondiale e gli inizi dell’emigrazione verso l’ America, eventi che proietteranno le donne altavillesi sempre più verso il mondo del lavoro per sostituire gli uomini assenti. Con il fascismo sono di nuovo risospinte verso il tradizionale ruolo di “produttrici di figli” ed arriverà poi la tragedia dell’ultimo conflitto con il suo corollario di figli, mariti e fidanzati stroncati dalla follia bellica e – nel settembre del 1943 – i tristi bombardamenti su Altavilla con donne, bambini ed anziani uccisi dalle bombe.
Ma qualche anno prima è una giovane altavillese tra le prime ad infrangere il tabù che vedeva le donne escluse dalla professione medica. E’ la dottoressa Vittoria Belmonte, madre del docente universitario Renato Aymone. Sarà anche lei la prima donna ad affacciarsi – sfortunatamente – sulla scena della vita politica locale. Tenterà infatti, nel 1948, con la lista del Mulino, d’infrangere il duopolio tra Mottola e Galardi. Di lì a qualche decennio, grazie ai sacrifici dell’emigrazione e ad una situazione sociale più aperta, anche ad Altavilla le donne conquistano posizioni nel mondo della scuola e della società nel suo complesso. Un nome su tutte: Carmela Di Agresti, che diventa dapprima docente ordinario presso l’Università di Bari e poi preside di una Facoltà della LUMSA di Roma.
LA MALA NOMEA DELLO SCIVOLIATURO. Un tempo Altavilla Silentina era un paese soprannominato “lo scivoliaturo” sia per l’accidentata conformazione urbanistica ed alti metrica del suo centro antico che per alludere ad una supposta e tutta da dimostrare abitudine alla trasgressione – nei tempi andati – in fatto d’amore delle sue giovani donne. Quel che oggi resta di questo pregiudizio sono due filastrocche che dimostrano cose diverse. La prima è diffusa nel Cilento interno (sconosciuta ad Altavilla) e dice: “Me sò partuto apposta ra la Puglia, Pè me veni a nzurà a l’Autavilla. ‘Nzinga arrivato ‘nge fici ‘na imbroglia, I ‘mbrugliai la mamma cò tutta la figlia. Te preo bella mia nun te fa ‘mbrug1iare, Ca l’uomini sò tutti ‘ngannaturi”.
La strofetta fa pensare alla generosità delle nostre donne che capitolano davanti “all’erba più verde del giardino del vicino sconosciuto” che ad altro. La poesiola vorrebbe dimostrare che sono sempliciotte, fino al punto di farsi imbrogliare a due…l’esperta madre e la giovane figlia!
Le altavillesi si riscattano poi con un canto del Sette! Ottocento, arrivato fino a noi grazie al libro del 1898 dei fratelli Ferrara e che veniva cantato dalle nostre donne mentre lavoravano nei campi.
“Oh uocchi niuri, core di diamante, Nun ti pozzo luvare da sta mente; lli nimici tuoi ni ricino tante! E vonno ca ti lasso ntortamente. I prego Diu e tutte l’aute sante, ca resse lume a tutta chesta gente.
Quannu ti vego, mi scappa lu chiantu, I Lu sape st’arma mia che pena sente. ” E sono sempre i Ferrara a descrivercele, fin de siecIe, ad Ottocento tramontante come: “piuttosto economiche, laboriose, religiose fino alla superstizione ed eminentemente gelose del proprio onore, ma piace loro di abbigliarsi caricandosi di gingilli d’oro e di corallo, e hanno il peccatuccio di essere molto ciarliere”.
Chi si è applicato sull’argomento come il medico – sociologo – cantante Aniello De Vita a mettere, in un certo senso, le mani avanti, in suo studio sull?area cilentana afferma: ”L’immagine di donna ciIentana che viene fuori è poco edificante: oggetto, umile, obbediente, passiva, disponibile, sottoposta e sottomessa all’uomo ed alle sue voglie e desideri. In netto contrasto con questa immagine di schiava succube, senza anima e senza volontà. Alcuni canti, detti proverbi ed indovinelli ci propongono una donna attiva, libidinosa, provocante, insaziabile, divoratrice di uomini, che, come tanti bacucchi, stanno tutti al suo comando. C’è da restar molto perpIessi di fronte a queste due donne cosi distanti, anzi, agli antipodi fra di loro. E qual’è delle due la donna cilentana? “E l’altavillese?

Oreste Mottola
oreste@unicosettimanale.it

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13 Ago 2005

Altavilla. Omicidio nel giorno di S. Antonio. Giallo di Di Venuta

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TORRIDA FESTA
(Romanzo)
Collana di Narrativa “I libri dello Zelig”, 191
pp. 144, Euro 11,00

ISBN 978.88.8178.303.7

Francesco Di Venuta è nato e vive ad Altavilla Silentina. Insegna materie letterarie. Ha pubblicato racconti su riviste e quotidiani, mentre per questa Casa editrice sono usciti i romanzi Il fuoco della malannata (1996), Come piovessero fiamme (1999) e Edipo non ha colpa (2001).

Ad Altavilla Silentina, da sempre, il tredici di giugno è il giorno più importante dell?anno: la festa di Sant?Antonio, che muove l?intero paese e quelli limitrofi, coinvolgendo gli abitanti ?stanziali? e richiamando quelli costretti ad emigrare. E da sempre tutti gli attori recitano il medesimo copione: coinvolti, devoti e grati … Fino a ?quel? tredici di giugno d?inizio anni Ottanta, data fatidica in cui viene commesso un omicidio e le carte dell?abituale, festosa tranquillità vengono buttate all?aria.
Nel corso di un improbabile ma funzionale processo ?all?americana? – che scandisce la seconda parte di Torrida festa – emerge presto una verità molto diversa da quella accuratamente costruita e sostenuta da ipocrisie, silenzi, convenzioni, rinunce. Una verità che impone, infine, uno sconvolgente epilogo … Francesco Di Venuta (che, come Hitchcock, si concede un geniale cameo all?interno del racconto) conferma il suo talento di narratore di razza, dallo stile inconfondibile e maturo, in questo libro dove mette a confronto e dipana gli accadimenti che coinvolgono tre generazioni e un coro di comprimari, e in modo incalzante trascina il lettore.

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27 Lug 2005

Paestum. Invito alla visita di Hera Argiva

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Le metope e i gli altri reperti parlano, cantano e suonano. Si materializza una massa di donne in processione che prima cantano le lodi di Hera in greco antico e poi, in dialetto ed in italiano, le preghiere alla Madonna del Granato. E la stanza con i fusi per filare il cotone. Le leggende di Giasone, Eracle, Achille, Ulisse ed Oreste escono dai bassorilievi delle metope ed una voce li racconta: è uno dei testi più affascinanti che l?antichità ci abbia mai trasmesso. Evocano miti e modi di agire, come la religiosità popolare, nient?affatto cambiati dopo più di 2500 anni. ?Raccontare emozionando?, dice il telearchitetto Fabrizio Mangoni è la missione del Museo Narrante di Hera Argiva. E? il primo luogo d?Italia dove le nuove tecnologie audiovisive hanno rivoluzionato l?idea seriosa che un po? tutti abbiamo dell?archeologia. Dove i i filmati e le installazioni narranti di Fabrizio Mangoni, hanno stravolto l?idea stessa di Museo. I più affascinati sono i bambini. Pensando di entrare in un libro di scuola s?immergono nel più straordinario, e divertente, dei film storici. Anche il visitatore meno avvezzo alla classicità riesce ad impadronirsi delle atmosfere che respirarono quel gruppo di greci che nel VI secolo scelsero questo luogo per insediarsi e per meglio commerciare con i vicini etruschi. Greci più etruschi, ed ecco i salernitani di oggi. Le città degli dei non nascono per caso. Spuntano sulla sponda del fiume e in riva al mare. Tra campi sterminati e dietro lo scudo della montagna. Dove c´è terra fertile da consacrare ad Hera, e dove un porto, mezzo fluviale, mezzo marino, poteva far invidia a Sibari, perché è da lì venivano gli Achei, i greci che seicento anni e più prima di Cristo fondarono Poseidonia, la città del dio del mare. L´antica Paestum è greca, figlia di Giasone e del mito degli Argonauti.Una puntata ad Hera Argiva è possibile farla sia lasciandosi alle spalle, sono a poche centinaia di metri, le affollate spiagge pestane che l?ultratrafficata Statale 18 che porta verso le cose cilentane. A qualche chilometro dalle mura di Paestum, a ?50 stadi? a stare alle misure di Strabone, il geografo dell?antichità, oggi è un po? una caccia al tesoro perché la segnaletica stradale del comune di Capaccio è ancora carente. Nonostante tutto ciò, dall?apertura datata novembre 2001, le presenze sono state oltre ottomila. E? tempo quindi per fare un primo bilancio. A questo serve il convegno ?Accoglienza divulgazione e attività ludica al Museo Narrante? . La moderna struttura museale di Hera Argiva è ad un punto di svolta. Dal 30 giugno è terminato il finanziamento ministeriale ed ora occorre trovare i modi per far proseguire quest?esperienza. Dalla Regione Campania, presente l?assessore all?università e ricerca Luigi Nicolais, c?è l?assicurazione di un sostegno alla società mista Ales che assicura la custodia e i servizi tecnici . La ?Kosmos Archeo Service?, ovvero le competenti ed instancabili guide Bianca Ferrara e Maria Falcomatà, si sono impadronite del mestiere di archeologo scavando proprio qui a Foce Sele, sotto la direzione di Giovanna Greco. Hanno appena scritto una preziosa guida al sito di Hera Argiva e stanno organizzando, qui a Foce Sele, un convegno internazionale su archeologia e nuove tecnologie. L?Ales assicurerà l?apertura dal martedì al sabato, dalle 9 alle 16. Per altri due anni. Poi? La questione passerà alle amministrazioni provinciale e regionale. ?Da tutta Italia ci chiedono di ripetere tante Hera Argiva. Ora anche dall?estero?. Solita storia, fuori si sono accorti delle loro preziose competenze, da noi ancora si stenta. ?Miglioreremo la segnaletica stradale. Metteremo a disposizione dei turisti dei bus navetta per portarli dal Museo Nazionale a quello di Hera Argiva?, garantisce Pasquale Marino, sindaco di Capaccio. L?assessore regionale Marco Di Lello, assente, manda a dire di aver appena finanziato il restauro della vicina bufalara di Gromola, stava cadendo, diventerà, promette ancora Marino, un altro museo e valorizzerà il percorso che dall?area archeologica di Paestum porta ad Hera Argiva.

Oreste Mottola
oreste@unicosettimanale.it

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27 Lug 2005

Capaccio: politica e barzellette camminano a braccetto.

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A piacere piacciono a tutti. Eccezioni non sono pubblicamente segnalate. Il sindaco le voleva piccanti, per il senatore devono essere sofisticate, al direttore generale del comune basta che facciano ridere. Ma tra gli estimatori ci sono pure molti assessori. E poi i marescialli dei carabinierio Perozziello e Caceci. Ed ancora il farmacista Iasi, i bancari Elvidio Caramante, Salvatore Cassese, i ragionieri Mauro e Meola. E i dottori Carola e Nicola Pecoraro. E Arenella. Niente paura: non si entra nelle questioni più spinose della politica capaccese. O del ?vizietto? che, a stare al rude j?accuse di un ex sindaco, un po? tutti i politici capaccesi coltiverebbero. No, di quella cosa lì (o , peggio, dell?altra, quella del significato letterale) noi non ci occuperemo mai (privacy!: non siamo nell?America di Clinton) ma solo delle innocue barzellette che racconta Francesco Di Biasi, 52 anni, già vigile urbano ed ora responsabile dell?ufficio notifiche. In passato è stato Pelè, punto di forza della Calpazio, una media di 30 goal a campionato. Appese le scarpette al chiodo si è messo il fischietto in bocca continuando, non come arbitro ma come vigile urbano, a segnalarsi sulla scena locale. Poi scopre l?hobby del barzellettiere. ?La mia soddisfazione è regalare buonumore a tutti?, racconta. ?Ho in mente un repertorio di almeno 300 barzellette e, a seconda di chi mi trovo di fronte, le racconto a mitraglia. Le sperimento facendole ascoltare a mia moglie, insegnante alla materna. Se piacciono a lei vado sul sicuro?, ammette Pelè ? Di Biasi. Ed ogni mattina davanti al municipio di Capaccio c?è il rito con il sindaco: un caffè e la barzelletta di Pelè. ?Quando racconto quella dei ?Piani? o della ?Gallina Belga? è contentissimo e lavora meglio?. E poi, per la par condicio, scende al piano e cambia schieramento politico: lo aspetta il senatore Fasolino. ?E? un mio grande amico?: ma Pelè deve cambiare genere, via i toni pecorecci e più umorismo freddo. All?inglese. Il senatore vuole così. Pelè, continua a raccontarci l?ultima: così come ti vengono. Sempre meglio di quelle che ci raccontano i nostri politici! [Oreste Mottola]

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