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29 Mar 2011

Altavilla Silentina. Le considerazioni elettorali di Gerardo Di Verniere

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CONSIDERAZIONI ELETTORALI

Ho deciso di trovare il tempo di pubblicare sulla mia pagina di facebook delle considerazioni relative alle prossime elezioni comunali sperando di far capire quanto sia importante e delicato il prossimo momento amministrativo. Sono particolarmente preoccupato perché l’approccio alla preparazione delle liste sta avvenendo in tutti i modi tranne che in quello più serio e corretto : quello programmatico. Chi mi conosce  sa bene l’importanza che da sempre ho attribuito ai programmi soprattutto quando si chiede il voto ad un cittadino. In occasione della mia ultima candidatura a consigliere comunale, a conferma di quanto appena detto, ho pubblicato e distribuito un opuscolo “Il mio impegno per te” nel quale, nell’ambito di quello più vasto proposto dalla lista, ho sottoposto agli elettori  un mio programma  personale, una sorta di contrattino  da sottoscrivere con loro. Eletto consigliere non ho dimenticato questo impegno ed al termine del mio  mandato ho dato conto, di quanto promesso in quelle pagine, in un pubblico comizio nel quale ho illustrato, punto per punto, quanto realmente realizzato.

In quell’opuscolo  ho anche parlato di requisiti indispensabili per ricoprire certe cariche ed oggi, alla luce di 14 anni di esperienza amministrativa (nove da consigliere comunale ed assessore e cinque da consulente presso altri comuni) voglio proporre all’attenzione di chi legge una descrizione dettagliata dei requisiti necessari per essere un buon sindaco. Spero che questa cosa piaccia ed attivi anche momenti di commento e di approfondimento.

“Del buon sindaco”

La moralità, testimoniata dal modo di vivere, e l’essere residente sul territorio sono i due presupposti fondamentali ma non sufficienti.  Assolutamente indispensabile è avere una precisa idea programmatica.

Quest’ultimo argomento diventa altamente selettivo quando si passa a definire meglio il concetto di ”idea programmatica” in quanto   presuppone uno studio propedeutico alla sua formulazione mentre un programma può essere, anche e semplicemente, il frutto di un “copia ed  incolla”.

Presupposti fondamentali ed indispensabili ad una sua elaborazione  sono una serie di conoscenze qui di seguito sinteticamente elencate:

conoscenza approfondita del territorio e delle sue peculiarità, la vera materia prima intorno alla quale lavorare. Detta conoscenza deve contemplarne anche una, un po’ più ampia, diambito intercomunale;

-conoscenza approfondita dei servizi, delle problematiche e delle criticità del territorio(sono numerosissime)  che di fatto assorbono tutte le energie economiche normalmente disponibili;

-conoscenza approfondita della macchina amministrativa esistente (uffici, dipendenti ,patrimonio, attrezzature, funzionalità ed inefficienze);

-conoscenza delle procedure e delle funzionalità amministrative del Comune e degli altri enti di riferimento amministrativo;

-conoscenza del bilancio economico dell’Ente;

-conoscenza dello stato di fatto di progettualità, finanziamenti in atto, finanziamenti richiesti,  lavori in corso di tutte quelle   opere di un certo respiro  per le quali si renderà necessario garantirne la continuità amministrativa;

-conoscenza vera, non quella del sentito dire, delle fonti di finanziamento alle quali poter attingere.

A questa prima, indispensabile e corposissima, parte, segue quella della vera e propria idea di programma

derivante dall’analisi attenta delle sopra citate conoscenze supportata, possibilmente, dal parere e dai suggerimenti di esperti settoriali. Da questo lavoro, se ben fatto, deve scaturire un cronoprogramma in grado di garantire una seria operatività amministrativa sin dal primo giorno di consigliatura.

L’idea programmatica, contrariamente a quanto normalmente accade, dovrebbe essere il vero motivo per il quale si chiede il coinvolgimento dei concittadini sia in termini di candidature  a sostegno, sia in termini di voto.

Un buon candidato non si propone come  persona ma come  garante di un progetto amministrativo.

Necessarie sono poi queste altre caratteristiche:

-fermezza nelle decisioni (è più premiante il “no” del “ni”);

-carenza di vincoli con gruppi di potere locale (permette di muoversi con tranquillità ed equità quando ci sono da fare delle scelte importanti);

-indipendenza da funzionari e dipendenti comunali ;

- buona oratoria sorretta da padronanza degli argomenti e da capacità di sintesi ( importantissima in questo sistema amministrativo fatto di incontri, tavoli di concertazione, accordi di programma, presenze a manifestazioni comunali ed intercomunali);

-disponibilità di tempo ( presenza quotidiana con tempi assimilabili a quelli dei dipendenti): si deve essere sindaco  a tempo pieno.

L’ultima considerazione viene spontanea citando un luogo comune classico dei candidati alla poltrona di sindaco : lo faccio perché amo il mio paese. Siccome, nella migliore delle ipotesi, detti candidati superano i 35 anni di età, piuttosto che dichiarare questo amore sarebbe opportuno che lo comprovassero parlando delle cose  già fatte in grado di avallare questa dichiarazione di affetto,  non essendo ipotizzabile, per il proprio paese,un amore del tipo “colpo di fulmine” giunto ad una certa età.

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04 Set 2005

CAPACCIO. Vandali in azione presso le scuole di Licinella – Torre

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Nuovo assalto vandalico ad una scuola di Capaccio. Questa volta è toccato alla ?Torre?, l?unico edificio ancora non messo in totale sicurezza. I vandali, evidentemente bene informati, hanno deciso di agire durante questo ultimo scampolo d?estate. Il risultato della loro azione? Il portone d’ingresso sfondato, una decina di vetri della finestre in frantumi, la porta blindata della sala dei computers forzata ma non abbattuta, carte e suppellettili ovunque. È quanto ha scoperto il personale non docente di medie, elementari e materne nel plesso scolastico che serve anche la zona di Licinella, popolosa località del comune di Capaccio, in questi giorni ancora presidiata da migliaia di vacanzieri. Siamo a poca distanza dall?area archeologica e dal mare con una concentrazione di lidi, alberghi, residence e case per le vacanze. Il raid vandalico risalirebbe a tre, quattro giorni fa. ?E? molto probabile ? dice Enrica Paolino, dirigente scolastica ? che sia l?azione del solito gruppo di ragazzi, già protagonista di episodi simili. La metodologia d?azione è sempre uguale?. Ad accorgersi di quanto accaduto sono stati i bidelli. A scuola c?erano andati per mettere a punto l?edificio in vista dell?inizio del nuovo anno scolastico. Che qualcosa non andava era già evidente dal cortile esterno pieno di vetri di bottiglie di birra. Oltrepassato il portone, forzato, si vedevano le pietre usate per fracassare i vetri. All’interno della struttura regnava il caos. Centinaia di fogli sparsi nei corridoi, perfino gli strumenti delle cassette di pronto soccorso in dotazione alla scuola erano stati manomessi o rubati. La stessa scena anche al terzo piano dove c?è una sezione della scuola media ?Zanotti Bianco?. Per gli inquirenti il raid vandalico è servito a coprire l?obiettivo reale che era quello di appropriarsi dei numerosi computer presenti nelle due scuole. Le porte blindate hanno però retto ai tentativi di apertura. Durante l?ultimo anno scolastico proprio il piano in dotazione alla ?Zanotti Bianco? fu gravemente danneggiato da un ?allagamento? provocato manomettendo l?intero impianto idrico. ?Gli addetti comunali sono intervenuti subito. Tutti i danni sono stati riparati. L?anno scolastico comincerà regolarmente?, garantisce Enrica Paolino. Ora si aspetta che qualcuno dei vandali, protagonista del blitz ? bravata sia corso a vantarsi tra gli amici. ?Chi sa parli?, è l?appello della direttrice Paolino. ?La comunità non può pagare per questi scellerati. Che danneggiano soprattutto bambini e ragazzi, ai loro arriva un messaggio estremamente distorto?. Da alcuni genitori invece c?è un?appello pressante all?assessore comunale alla pubblica istruzione, Sergio Butrico: ?Quello che è accaduto alla scuola di Torre ? Licinella era ampiamente prevedibile. Quella scuola era alla mercè dei malintenzionati. Davanti non ha nemmeno un cartello d?indicazione. Perfino il cancello è facilmente scavalcabile?.

Oreste Mottola

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31 Ago 2005

Giuseppe "Pinangelo" Francione da Roccadaspide a sindaco nel Varesotto

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Dal Calore al Varesotto il sindaco di lungo corso

Porto Ceresio, in provincia di Varese, sul lago di Lugano, dista poco meno di mille chilometri da Salerno; è al con fine con la Svizzera dove la giurisdizione dell’acqua è “loro”, la terra, nel versante a sud è italiana.
Sindaco di questa cittadina, ininterrottamente dal 1992, è Giuseppe Arancione, nato a Roccadaspide, e residente al nord dal 1978: «Roccadaspide senza l’apostrofo, finalmente! sospira E’ da lì che sono partito ed è lì che ho intenzione di ritornare per godermi la pensione con mia moglie, Ricciarda Bramanti, lombarda, ma innamorata come me del Cilento e delle montagne dell’interno, gli Albumi, la Val Calore».
Giuseppe Francione, grazie alle sue doti professionali di segretario generale, 35 anni di attività, è stato sempre rieletto. La gente gli riconosce doti professionali, morali e un raro equilibrio tra autorevolezza ed attenzione all’esigenze della gente: «La passeggiata del Lungolago, è una delle sue realizzazioni più importanti per il futuro sviluppo turistico della cittadina», racconta) Raffaele Cicccarino, altro salernitano, nato a San Nicola di Centola, residente qui dal 1973, con la moglie Elvianna Tricoli e i figli Carlo Alberto e Federico.
«Amo questa cittadina dice il sindaco che mi ha accolto con rispetto; qui sono nati i miei due figli Giandomenico, e Francesca. Ma è a Roccadaspide che ho le mie radici». Poi il discorso, tra le rive del lungo lago, la villa splendida del dottor Kaiser, uno dei dirigenti della Sauber, scuderia di Formula l, la casa dell’ex soprintendente al teatro La Scala, Carlo Fontana ed il Municipio, scivola sugli amici Gennaro Mucciolo, oggi vicepresidente della Regione Campania, Peppino Accarino, colonnello dell’esercito, già comandante del Distretto Militare di Salerno e Antonio Romano, segretario generale della Provincia di Salerno «con cui ho mosso i primi passi a Roma. Sono loro i miei più cari amici», aggiunge il sindaco con un velo di nostalgia.
Poi, immancabile, il discorso cade sull’olio e sul vino di cui Roccadaspide mena vanto: «Ha un grado neutro di acidità e un sapore gustoso. Ma per il vino, oltre alle cantine di Castel San Lorenzo, c’è posto per i gusti di mia moglie, originaria dell’Oltrepo pavese».

Marcello Napoli
Tratto da ?Il Mattino? del 31 agosto 2005

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30 Ago 2005

Roccadaspide, c?è una nuova giornalista è Francesca Pazzanese

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Adesso ha anche il ?timbro? dell?ufficialità stabilita dall?Ordine dei Giornalista ma la nostra Francesca Pazzanese cronista vera lo è da diversi anni. Ha cominciato occupandosi di sport in un quotidiano provinciale per successivamente spostarsi a raccontare, per il ?Valcalore? prima e poi per ?Unico? i piccoli e grandi avvenimenti di Roccadaspide e della Valle del Calore. Il suo è un riferirsi alla professione ?vecchio stile? senza mai confondere ?l?andare, vedere, raccontare? con la pratica della pubblicità e delle pubbliche relazioni. Dietro ad un articolo di Francesca Pazzanese c?è solo il fatto, nella sua essenza. Auguri a Francesca dall?intera redazione del giornale, da Oreste Mottola e Bartolo Scandizzo coi quali ha lavorato in questi ultimi anni, dai tanti estimatori del suo giornalismo onesto ed imparziale.

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26 Ago 2005

Salerno. Arrestato Giovanni Avallone, spacciava droga a Matierno

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[26 agosto 2005]

Gli Agenti della Squadra Mobile della Questura, ieri alle ore 18.30, in Via Carlo De Caro a Salerno, hanno tratto in arresto AVALLONE Giovanni, residente a Salerno di anni 21, in flagranza di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti.
Gli uomini della Squadra Mobile, accortisi di una fiorente attività di spaccio di droga in località Matierno, hanno effettuato specifici servizi d?osservazione ed appostamenti per cogliere nella flagranza del reato l?Avallone; ieri pomeriggio i Poliziotti hanno bloccato lo spacciatore che, nonostante il tentativo di disfarsi della sostanza stupefacente, è stato trovato in possesso di 8 involucri di cellophane, contenenti marijuana.
Gli Agenti hanno sequestrato la droga e la somma di 100 ?, in possesso dell?Avallone, probabile provento dell?illecita attività; espletate le formalità di rito l?arrestato è stato condotto presso la Casa Circondariale di Fuorni e posto a disposizione dell?Autorità Giudiziaria.

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23 Ago 2005

Vincenzo Carrozza, il primo altavillese che apparve in Tv…

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Vincenzo Carrozza è stato il primo altavillese ad apparire in tv. Eravamo alla fine degli anni Cinquanta, ai tempi della televisione con l’unico canale in bianco e nero Rai. E per “vedersi”, Vincenzo Carrozza, dovette andare a Matinella, da certi Cerruti. A Monterotondo, nella campagna romana, nel primo campionato italiano di motoaratura arrivò secondo per quel suo trattore inglese, marca Ferguson. Quelli della giuria gli dissero “Uè Carrò…, voi siete il migliore, ma qui deve vincere la Fiat”. Ma dall’anno dopo si dovettero arrendere. Si affermò dalla gara provinciale di Paestum fino alla finale europea di Parigi. Vincenzo CaITOzza, classe 1919, il motore lo ha amato fin da quando, a poco più di 15 anni, soffiò il posto a Gennano Morra come aiutante di Luigi Cennamo, proprietario di trattori e di trebbie che da Quercioni arrivava nel Vallo di Diano, fino a San Rufo. Poi venne la guerra e Vincenzo Carrozza, finì a guidare camion nel deserto libico. Fatto prigioniero dagli inglesi ad El Alamein, per cinque anni guidò i trattori di una fabbrica di sali e concimi lassù a Stafford, vicino ad Edimburgo.
Nel dopoguerra, tornato a casa,fu assunto subito dalla Cu.ma, un ‘azienda che lavorava per conto terzi. Veniva da Verona ed era tra i più noti agricoltori della Piana del Sete, Renzo Braggio. A Fiocche allevava bufale nelle terre che aveva preso in fitto da don Ciccio Farina.

Oreste Mottola
oreste@unicosettimamale.it

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19 Ago 2005

Profilo di Padre Antonio Polito, il missionario

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Che avrebbe fatto il missionario lo decise da bambino ascoltando i racconti di don Antonio Cortazzo al Seminario di Altavilla Antonio Polito all’ età di 74 anni può ben dire di aver concretamente realizzato il suo progetto di vita. E’ stato sacerdote, missionario, insegnante, scrittore e giornalista operando nelle zone più impervie e difficili del Brasile e dell’ Argentina E sono tante le attività di cui è tuttora responsabile.
Oggi a sentir nominare ltambè ed ltaparica, cittadine dello stato brasiliano di Bahia, si pensa subito al turismo ed alla samba Ma non erano affatto dei posti allegri quando vi arrivò, più di mezzo secolo fa, il missionario altavillese Antonio Polito. Ed il suo volto placido di uomo operoso e paci oso si illumina quando racconta della difficile lotta intrapresa mezzo secolo fa contro la Mafia brasiliana, che, significativamente, si chiamava “impresa della morte”, con le sole armi della cultura e della fede, e dell’azione per redimere interi quartieri dalla piaga della prostituzione, dando da mangiare e portando a scuola i figli delle prostitute. O dei rapporti difficili con i padroni delle grandi fazendas.
Vi ha fondato molte scuole e con suor Walkiria Alves de Amorim ha dato vita alla Congregazione delle Suore Volontarie del Cristo Re. Sono davvero multiformi le attività che fanno capo al vocazionista altavillese Padre Antonio Polito. il sacerdote è nato 68 anni fa a Cerrocupo di Altavilla Silentina, figlio di Carmine Polito e di Anna Di Venuta. Nel nostro paese ha frequentato le scuole elementari e quando, nel 1941, i Vocazionisti di don Giorgio Mele aprirono il Seminario, lui fu tra i primi a frequentarlo. E vi veniva a parlare di infedeli da convertire il prete albanellese don Antonio Cortazzo.
Questo fece scattare la “molla” nel giovane altavillese che ebbe poi modo di approfondire l’argomento con l’appassionata lettura di libri e periodici d’argomento missionario. Intanto, al paese, si consumano i drammi legati allo sbarco Alleato del 1943 ed alla furibonda resistenza dei tedeschi. Seppelliti i morti e rimarginate le ferite la vita ricominciava per tutti. Per Antonio Polito il primo dopoguerra fu scandito dalle tappe per arrivare ad indossare l’abito sacerdotale: il Ginnasio, il noviziato, la teologia Nel 1950 viene consacrato sacerdote. Tre anni dopo riesce a concretizzare il sogno di andare missionario: la destinazione è per una località compresa nel golfo di Bahia E’ Itambè. Vi arriva perché un giovane funzionario del “Banco do Brasil” si è reso conto che per l’opera di “civilizzazione” della zona in cui è intento c’è assolutamente bisogno della presenza della Chiesa Qui la vita umana contava poco, cosi come le leggi, e la gente era abituata a farsi giustizia da sola Con la parola d’ordine: “Non ammazzate” partì la a prima azione di P. Antonio con una vigorosa campagna di stampa sui giornali locali come Voz de Itaparica e Voz do povo, contro questa sorta di legge del taglione che imperava. Ed erano soprattutto i sicari dei grandi fazenderos a dettare legge in una comunità locale dove vivevano mischiati discendenti di portoghesi, africani, indios ed alcune famiglie genovesi. I coraggiosi Vocazionisti intrapresero cosi una delle loro prime azioni missionarie, anche perché i Salesiani interpellati per prima non se r erano sentita di intervenire in una realtà cosi difficile.
Ma il lavoro di P. Antonio e dei suoi collaboratori diede i suoi frutti: venne costruita una scuola dalle elemèntari alle superiori che arrivò ad avere 600 alunni, si edificò una bella chiesa e l’ambiente locale venne così civilizzato che la polizia adesso gira disarmata. Dai ragazzi educati dai Vocazionisti proviene anche gran parte di quella che è oggi la classe dirigente dello stato: sono deputati, dirigenti di banche, medici e grandi commercianti.
A ltambè don Antonio è stato, contemporaneamente, parroco, direttore di collegio, insegnante di matematica. Vi edificò la Chiesa della Madonna della Grazia. Dopo più di vent’anni di attività missionarie a padre Antonio vengono affidate anche le attività ecclesiali di un’altra città: Vittoria de Conquista. Qui, oltre a fare il parroco, svolge anche importanti incarichi di responsabilità in seno alla ConferenZA dei Vescovi del Brasile.
Nel 1983 P. Antonio decide che è arrivato il momento per andare a svolgere in Africa la sua attività missionaria. Ha già la valigia pronta, quando gli arriva “l’ordine” di recarsi in Argentina, a S. Juan, per occuparsi della vasta realtà delle Ande argentine. Mentre è qui l’altitudine gli gioca un brutto scherzo aggravandogli alcuni problemi cardiaci. La salute gli impone quindi di far ritorno ad ltambè dove ha ripreso a svolgere le sue consuete attività.
GLI ALTAVILLESI A SAN PAOLO DEL BRASILE
Un punto di riferimento degli altavillesi di San Paolo era Francesco Di Venuta, che aveva messo su un’agenzia che procacciava lavoro ai camionisti, mentre i Capopizza facevano i sarti e don Felice Buonafine gestiva un’officina meccanica. Uno dei Suozzo suonava il clarinetto alla tv brasiliana. I Marra avevano iniziato una promettente attività industriale nel settore tessile. In quella piccola comunità si distingueva Andrea Di Masi, self made man dalla personalità poliedrica ed originale, commerciante all’ingrosso di pellami e pastore avventista, emigrato a S. Paolo del Brasile dal 1925.
Gli altavillesi conobbero quest’ultimo quando egli tornato nella Cerrocupo dell’appena iniziato secondo dopoguerra benestante, avvezzo a vivere in con dizioni agiate, si fece notare per il modo originale con cui poneva rimedio all’assenza delle comodità e degli agi che lo circondavano a S. Paolo. Così, ad esempio per ovviare alla mancanza di acqua corrente in casa e alla possibilità di fare la doccia giornaliera cui era abitato, si lavava ripetutamente nel vallone della Chianca, con grande scandalo dei tanti che ritenevano disdicevoli e superflue le sue manie di pulizia.

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19 Ago 2005

Ezio Marra, ecco un altavillese di successo

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Avvocato di grido, docente universitario, ex alto funzionario della città megalopoli (dieci milioni d?abitanti) di San Paolo del Brasile, presidente dell’Ordine degli Avvocati della città-satellite di Vila Prudente, 800.000 abitanti. Sono questi i traguardi toccati da un altavillese dalla viva intelligenza e dalla volontà di ferro. Perché tale é Ezio Marra, 55 anni e 3 figli.
Era un freddo novembre del 1956 quando per la famiglia del sarto Rodolfo Marra, “Fufuccio” per tutti, arrivò il triste momento di lasciare un’ Altavilla che ancora si leccava le ferite della guerra e offriva più miseria che speranze ai suoi figli. Se n?andarono in tanti, verso la Germania e la Svizzera, ma anche verso Brasile, Argentina, Venezuela e Stati Uniti. “Era l’alba. Il giorno della partenza era arrivato. Piangevano tutti. lo mi fermai verso Cerrelli e mi misi a guardare per l’ultima volta la collina sulla quale sorge il paese. Ed ebbi l’impressione che quelle case e quei campanili mi dicessero ‘va, fatti onore, ed un giorno ritornerai’. Mio padre aveva programmato un ritorno entro 4 o 5 anni. Ed invece è morto in Brasile”. Quando racconta questa partenza, le parole dell’avvocato Ezio Marra, dall’eloquio sempre sicuro, ironico ed attento, escono a fatica. E’ il sentimento che prevale. In una parola: si commuove. Racconterà poi la moglie Elza Machado, una simpatica brasiliana che capisce benissimo il nostro dialetto, che non sono state più di due/tre le occasioni in cui ha visto Ezio con il groppo alla gola. E lui ogni volta che ha potuto è tornato in Italia e tutte le volte che ripartiva arrivato a Cerrelli si fermava con una scusa e per qualche attimo contemplava il paese. “Ed ogni volta Altavilla mi diceva: ‘tornerai’ “. Quando se ne andò Ezio Marra aveva quattordici anni. Con Arduino Senatore sono quasi coetanei ricordano personaggi e situazioni dei vicoli del centro storico altavillese quando vedeva per ogni portone un sarto, un calzolaio, un barbiere, una latteria…E la frutta di una proprietà di Don Ferdinando Napolitano che a loro ragazzini faceva particolarmente gola.
Poi l’arrivo a San Paolo. E qui il racconto di Ezio Marra ci riporta alla cruda realtà vissuta da tanti nostri connazionali che non sono riusciti a far fortuna. “Abbiamo lavorato tutti , facendo le cose più umili e per più di dieci anni, prima di riuscire ad impiantare un piccolo maglificio che diventerà sempre più grande e che sarà la “fortuna” della nostra famiglia”. Sa di epopea il racconto della fortunosa prima grande fornitura che i Marra riescono ad acquisire da un ebreo che aveva avuta salva la vita grazie ad un italiano durante le persecuzioni nazifasciste e che voleva così sdebitarsi. E grazie al duro lavoro di tutti i componenti della famiglia Marra il maglificio ingrana e diventa una media azienda. Ma Ezio non si sentiva realizzato e, alternandolo con il lavoro, ricomincia a studiare. Frequenta di nuovo le scuole medie, le superiori e l’Università. Arriva la sospirata laurea in Giurisprudenza. La carriera di Ezio Marra conosce un inizio faticoso in uno studio legale e commerciale ma le grandi qualità del nostro concittadino vengono subito a galla e diventa così un apprezzato civilista. Poi arriva la nomina a Procuratore capo dello Stato di San Paolo e l’insegnamento di “Procèdura civile” in una delle Università più prestigiose del Brasile: quella Pontificia.

Oreste Mottola
oreste@unicosettimanale.it

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17 Ago 2005

Incidente a Battipaglia, quattro i morti. L’autista del camion è altavillese

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17 AGOSTO – Tre persone sono morte e altre tre sono rimaste ferite nello scontro tra un camion e una autovettura a Battipaglia, nel Salernitano. L’incidente e’ accaduto in contrada Filette. L’autista di un mezzo pesante, A.G. 36 anni di Montecorvino Pugliano (Salerno) ha travolto una Fiat Marea sulla quale viaggiavano sei persone. Nell’impatto violentissimo hanno perso la vita Enrico Rossomando, 40 anni, la moglie Maria Bedata 41 anni e il figlio Marco di 11 anni. Alla guida dell’autovettura vi era il fratello di Enrico, Giovanni Rossomando, 48 anni ricoverato assieme ai due figli di 15 e 17 in prognosi riservata all’ospedale di Battipaglia.

ULTIM’ORA
Salgono a 4 le vittime dell’incidente a Battipaglia
Il 34enne era ricoverato con 2 giovani di 14 e 17 anni
(ANSAweb) – SALERNO, 17 AGO – Sale a quattro vittime il bilancio dell’incidente stradale avvenuto nel Salernitano, a Battipaglia, dove si sono scontrati una autovettura e un camion in contrada Filette: e’ deceduto infatti anche Giovanni Rossomando, di 34 anni. Rossomando era stato ricoverato insieme a due ragazzi di 14 e 17 anni nell’ospedale di Battipaglia; i due giovanissimi, che contrariamente a quanto si era appreso non sono figli dell’uomo, restano in prognosi riservata.

L’autista del mezzo pesante è A.G., 35 anni, di Altavilla Silentina. Secondo una prima ricostruzione dei fatti l’autista del camion ad un incrocio non avrebbe rispettato il segnale di “dare precedenza” travolgendo così in pieno l’autovettura.

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17 Ago 2005

Giovanni Rocco, "sagrestano maggiore" di Altavilla Silentina

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Il bello di un paese/ comunità è anche questo. Per essere benevolmente ricordati non occorre aver necessariamente fondato fabbriche, scritto libri, fatto imprese mirabili o calcato la scena politica. La nostra storia è fatta anche di vicende umane “minime” che, tuttavia, costituivano e costituiscono la vera anima del paese. Accade così di ritrovare nella memoria collettiva il ricordo di persone che sono poi diventate archetipi. A chi, ad Altavilla, non è capitato di sentirsi dire “somigli a Giovanni Rocco” solo per un innocente distintivo appuntato all’occhiello?
C”era una volta un simpatico ed innocuo vecchio ragazzo che si aggirava per i negozi, le cantine (oggi soppiantate da anonimi bar) della vecchia Altavilla. Il primo a raccontarlo e ad evocarlo è stato il prof. Renato Aymone, docente universitario e critico letterario d’origine altavillese (figlio della mai dimenticata dottoressa Belmonte). Lo presenta così: “Del messo infernale Giovanni Rocco aveva l’aspetto ed insieme il temperamento. Un berretto a visiera con la scritta “Sagrestano Maggiore” su una canuta e scarruffata capigliatura gli dava ufficialità. Baffoni, barba lunga; tranquillo ma scorbutico, rincorreva con oscene invettive, scagliando pietre, i monelli che spesso lo tormentavano”.
La vita di Giovanni Rocco cominciò subito in salita. Lui era ancora in fasce ed il padre se n?andò in America e da quel momento se ne persero completa mente le tracce. Giovanni crebbe da solo con la mamma. E maturò un tale debito con la vita che non riuscì mai a colmare. Non si sposò e visse libero e spensierato
in un paese che tra Fascismo, Guerra e Ricostruzione si trasformò in maniera tumultuosa. Morì intorno alla metà degli anni Sessanta e tutto il paese lo pianse come un parente stretto. E sono in tanti ad avere ancora nelle orecchie la sua esclamazione preferita: “A faccia ri uagliuni”, dove si allude al suo stato di scapolo. ‘Uaglione”, nel dialetto altavillese si riferisce al giovane che non si è ancora accasato. Perché il nostro Giovanni Rocco si sentì sempre giovane. Un ragazzo. In un ideale “Amarcord” altavillese di un nostrano Federico Fellini avrebbe certamente un posto di primo piano, a fianco di don Ulderico Buonafine, naturalmente.
Ed è per questo che Padre Candido Gallo nelle sue “Novelle dell’ Acquafetente “, suggestivo viaggio/sogno nell’ Altavilla di quegli anni, gli ha dedicato un’intera pagina. Lo ricorda così: “Era personaggio di colore di grande notorietà in paese a quei tempi, servizievole e balordo, e dotato di grande forza; amava le medaglie e s’adornava la giaccona, tutta sbrendoli, di patacche che sembravano un medagliere. “Medaglie al merito”, si diceva, di non so quale ordine cavalleresco, cui anche il berretto con visiera rigida ascriveva. Annunciava anche la morte della gente. “Giuà, chi è muort ? ” scendevano tutti per strada a domandare quando egli attraversava il paese, in lungo ed in largo, suonando il campanello ai tempi in cui non v’era altro mezzo d’informazione per notizie del genere”.
Racconta ancora Renato Aymone: “Giovanni Rocco me lo penso sui prati d’asfodelo inseguire un branco di scugnizzi, presente come il selvaggio cacciatore Orione che seguita in questi territori a rincorrere le sue prede. Oppure accudire i cani di Proserpina, la triste regina dell’ Ade”. Aymone si riferisce agli scherzi che i ragazzacci dell’epoca facevano al buon Giovanni Rocco. Il più celebre è quello dell’inchiostro. Ai tempi di quando la Bic non andava ancora per la maggiore e si scriveva con il pennino e calamaio, Giovanni Rocco era stato incaricato del trasporto di un?enorme cassa d?inchiostro per conto del Comune (che era allora nel Centro Storico) che poi l’avrebbe distribuita ai vari scolari del paese. E vedendolo avanzare curvo sotto il peso e a passetti decisi ma attenti alcuni monelli presero a spinger/o e a sfotterlo come al solito. Lui protestò debolmente ma avvertì che se la cassa cadeva avrebbe inguaiato tutta via Municipio. Non lo credettero e continuarono a spintonarlo fino a quando cadde con la cassa che portava che andò in frantumi e l’inchiostro, a rivoli arrivò fino a Piazza Antico Sedile. Ma lui non si arrabbiava affatto, tranne durante la Festa della Madonna del Carmine, quando agli scherzi ed ai lazzi rispondeva semplicemente: “Lassate stà u ‘sacrestano maggiore: tene a festa n’cuoddo”.
La sua vita era scandita dagli orari della vezzosa “Cristalliera”, la “station wagon” che i Belmonte rivestirono di legno e vetri e che per decenni sbuffando e sobbalzando sulle buche delle strade sterrate collegava il paese con la stazione d?Albanella. All’andata con i giovani che prendevano il treno per andare a fare il soldato o per emigrare ed al ritorno pochi viaggiatori ma con il sacco della Posta. Al capolinea della Fratta si faceva trovare Giovanni Rocco che afferrava il baule con le lettere ed i pacchi (che, spesso, pesava più di un quintale) e tutto di un fiato /o portava all’ufficio postale di Piazza Antico Sedile. E la mattina era sempre lui a portare alla corriera la posta in partenza. Poi ci pensava Giovannino Perito, il postino del paese, a distribuire quelle lettere che venivano dal fronte prima della Guerra e poi dell’emigrazione e che cominciavano invariabilmente ?Cara moglie, ti faccio sapere??. Ma i telegrammi no. C?era Giovanni Rocco. Dopo aver portato i sacchi ai negozi andava dal direttore dell’ufficio postale, Antonio Cennamo Mazzaccara, che gli consegnava i telegrammi da por tare alla gente di Altavilla. Si rimetteva in cammino non senza aver sostato nelle cantine di Peppe Di Matteo e Paolo Molinara per trangugiare il consueto bicchiere di vino, che gli veniva sempre generosa mente offerto da qualcuno.
A tal proposito racconta ancora Padre Candido “Beveva, eccome, ma il bere gli dava forza e asciugava il sudore quando trasportava sulla ricurva schiena enormi pesi e casse voluminose dalla piazza grande, per viuzze e strettule , ai magazzini disseminati dappertutto nel paese”. La merce allora giungeva in Piazza Castello a bordo di pesanti carri, trainati da muli e cavalli… e lì sostava per lo smistamento. Giuseppe Gallo, Fiorentino Iorio, Vincenzo Bassi e Biagio Jannuzzi, che tornavano da Salerno con i pesanti carichi di pasta e farina, di ferramenta e baccalà, di zolfo e verderame per le viti e quant’altro poteva occorrere per la vita della comunità cittadina. Erano mitiche quelle figure di carrettieri e utili per la vita del paese, e quando giungevano in piazza, dopo aver dimezzato il troppo pesante carico sul Ponte Canale, prima della ripida salita sotto il Muraglione, costituivano il fatto nuovo nei sonnacchiosi pomeriggi paesani.
Le strettule di Via Municipio e Via Solimene, anguste e ripide, che appena consentivano il passaggio di un asino con sporte non permettevano, infatti, di fare arrivare la merce fin a Piazza Antico Sedile, dove allora era il centro del paese. E qui, ancora una volta, scattava l’intervento di Giovanni Rocco. I suoi “datori di lavoro” erano Gaetano Guerra, il mugnaio don Ulderico Buonafine, Silvio e Placido Guerra, Alessandro Belmonte … Non aveva tariffe e voleva essere pagato con quelle monete che si sceglieva lui stesso tra quelle più nuove di conio e lucide e mai, a memoria d’uomo, volle toccare delle banconote di carta. E quei soldi venivano riposti (con nastri, medaglie e mostrine) nel suo baule che custodiva gelosamente. Qualche lira la dava volentieri però per Renato, Gerardo, Ennio ed Annamaria, i bambini di sua nipote Annunziata Di Stefano…

Oreste Mottola
oreste@unicosettimanale.it

DA CONSULTARE:
l Renato Aymone “Tra lampi e suoni” in a cura di Oreste Mottola, “La collina degli Ulivi”, 1992, Altavilla Silentina
2 Padre Candido Gallo Le novelle dell’ Acquafetente, 1993, Ed. Storie del Parco, Altavilla Silentina (Sa)

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