Archive for Aprile 2015

27 Apr 2015

“Briganti del Parco” riuniti a Roscigno. Pronta un’altra raccolta di firme contro i dirigenti dell’area protetta.

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Roscigno, quasi disertato il raduno dei “Briganti del Parco del Cilento”

“I briganti” discutono di cosa farsene un Parco, quello che, secondo loro, sta “facendo morire” l’intero Cilento. Lo fanno a Roscigno, in piazza, una domenica mattina con i primi tepori primaverili che invitano a andare altrove. Trenta, quaranta persone raccolgono l’invito. Il comprensorio di 81 comuni che vive più o meno le ambasce delle aree interne meridionali. L’associazione da poco formata tenta di contrapporsi a un ente che si sta sempre più chiudendo in se stesso e che questo gruppo sta chiamando a un nuovo protagonismo. In bene o in male non c’è che questione che oggi sorga tra Paestum e Sapri che non ci si chieda “dove sono e cosa facciano” Amilcare Troiano e Angelo De Vita, commissario e direttore dell’area protetta. C’è chi storce il naso ma tra il nulla o meglio il solito di faccendieri e affaristi e i “Briganti”, le simpatie sono tutte a favore dei secondi. Di una recente fallita riunione di sindaci ieri non sarebbe importato a nessuno ora è reperibile sul web e viene analizzata peggio di una partita di cartello della squadra di calcio del cuore. Tra gli “antipatizzanti” c’è anche Domenico Cavallo, già operatore culturale e, seppure in fieri, anche turistico. Cavallo la prende alla lontana: ”I briganti nella storia Italiana? Fu vera ribellione? Roscigno sotto la bandiera dei Briganti, un sindaco e il centesimo comitato pseudo popolare …affronta temi di estrema serietà con lo strumento sbagliato”. Sulla sponda opposta è Pino Palmieri, sì il sindaco; “Incontro costruttivo. Sono intervenuti amministratori dei territori di tutto il Parco. Tante cose dette, ma tantissime da fare. Inizieremo, come proposto dal consigliere comunale di Polla avv. Fortunato D’Arista, alla raccolta firme in tutte le piazze dei comuni del Parco. Speriamo che a differenza dei tanti sindaci assenti all’incontro, i cittadini aderiscano in massa”. Prima di andare a cena arriva Antonio Radano, il sindaco di Stella, si era perso tra un crinale e una vallata del Parco. Poco prima di andare a pranzo c’è un battibecco che coinvolge Bartolo Scandizzo, direttore di “Unico”, notorio ultras del trio Troiano – De Vita – Matera.

IL DIBATTITO. “Avevo fatto pulire un po’ l’argine di un mio vigneto a S. Angelo a Fasanella quando vidi arrivare la Forestale. Accusarono me e chi aveva materialmente fatto il lavoro di aver anche rimosso una rara specie di roverella. Subito acchiappai due verbali e migliaia di euro di multa! Passano i cinghiali nello stesso vigneto e mangiano l’uva quasi matura. Gli stessi forestali vanno a contare i chicchi d’uva sopravvissuti per farmi assegnare l’indennizzo che mai supera i cinquanta euro…”. Francesco Ricco, è un avvocato attempato ritrova la sua gioventù quando può tornare all’antico mestiere dei suoi avi. Che è impedito dalla voracità dei cinghiali, e dall’ottusità della burocrazia arrivata a seguito dell’istituzione del parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Ed eccolo a fondare il comitato delle “Vittime” dell’area protetta ed essere qui, qui a Roscigno, all’ombra del monumento ai Caduti, a testimoniare l’adesione alla giornata di lotta indetta dai “Briganti del Parco”, l’associazione guidata dall’avvocato Marcello Di Manna, che vorrebbe restringere il Parco Nazionale alle sole aree demaniali, liberando quindi i terreni dei privati da ogni forma di tutela di tipo naturalistico. Gli organizzatori della giornata non nascondono la loro delusione di fronte ai pochi convenuti. Pochi i sindaci, insensibile la popolazione. Lo stesso risultato realizzato da Legambiente che all’inizio di aprile chiamò a radunarsi per l’obiettivo opposto, a favore della dirigenza del Parco. Pino Palmieri, primo cittadino di Roscigno: “I sindaci vanno a Vallo della Lucania e ognuno di loro vuol mungere un po’ la mammella dell’Ente. Incassato il loro risultato si ritirano in buon ordine. E difendono il bidone vuoto e bucato…”. D’Alessandro, di Magliano Vetere: “L’idea di protezione della natura è sacrosanta, la gestione è scandalosa”. A Roscigno si entra con una strada inaugurata il 24 febbraio del 2012, rifacimento dell’unica strada che unisce a Bellosguardo. Non ancora completata. La terra continua a muoversi. L’impresa c.v.r. , sovrintesa dagli ingegneri Di Feo e Scaramella, no. Un bel po’ di attività economiche non sanno a quale santo votarsi. La collina di S. Andrea, sbriciolatasi nel 2010, non è stata messa in sicurezza. Lo sbocco verso il vallo di Diano o il vicino paese di Sacco è sempre a rischio dell’ennesima caduta massi. Questo è ciò che avviene in una realtà piccola. C’era una volta e, per la verità, ancora c’è il parco nazionale del Cilento, Diano e Alburni. C’è scritto sui rari cartelli che si affacciano sulle strade, spesso interrotte da una frana. C’è con 80 paesi e 181 mila ettari di natura dove sorgono ancora uliveti e vigneti di agricoltori anziani ma che non ci stanno a regalare ai cinghiali i frutti del loro lavoro.

Oreste Mottola

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15 Apr 2015

LA GUERRA TRA LA BANDA GIALLA E QUELLA NERA note sulla tradizione musicale di Altavilla Silentina

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INTRODUZIONE – Il carattere degli abitanti

Sul carattere degli altavillesi “silentini”

La maggior parte dei paesi interni cilentani sono dominati dal criterio dell’uniformità. Spesso hanno anche pochi cognomi. C’è dove si producono solo i fagioli e si cucinano solo le castagne, dove sono stati tutti briganti o carabinieri, dove gli abitanti hanno, fateci caso, le stesse “facies”: segno di uno scarso scambio di patrimonio genetico. In altri paesi, soprattutto in quelli di mare o spiaccicati accanto alle vecchie vie storiche, c’è tutto e il contrario di tutto. Il sangue si è abbondantemente mischiato per tutta una serie di ragioni che non è il caso d’indagare: guerre, immigrazioni, pellegrinaggi, tanto per fare un elenco. Il mio paese, Altavilla Silentina, sta tra i secondi. E se ne vanta. Perché non è sul mare e non ci passavano le strade consolari romane. Ed ancora oggi una misconosciuta strada che porta a Castelcivita e a Roccadaspide è affogata dagli scalini e dai balconi di via Borgo S. Martino. Un bus, di quelli a due piani non ci passa. Altavilla caput mundi! () Ci fu un tempo che vide gli etruschi a Pontecagnano ed in tutto il Picentino, i greci d’Occidente tra Paestum e Velia con i lucani appostati e guardinghi sugli Alburni: Altavilla è lì, a poche decine di chilometri di distanza da tutti questi luoghi. Perfettamente equidistante. Sì, da tutti abbiamo preso ed a tutti abbiamo dato. Anche ai pirati berberi che sovente, e prepotenti, ci fecero visita. Molti di noi potrebbero facilmente andare nel Maghreb e confondersi coi locali. Sorridete pure, siamo un paese aperto: il centro antico non è chiuso tra le gole di un’inaccessibile montagna ma ci s’arriva risalendo le giogaie di dolci colline. E quando la Piana del Sele era malsana per i miasmi della palude e la malaria non perdonava, quassù qualcuno (non tutti, per la verità) si godeva la vita. Questo raccontano le tante storie del Castello dove i discendenti dell’abate Ciccio Solimena vissero, o meglio se la spassarono, per oltre due secoli. Tutti quelli che passavano per la pubblica via dovevano ossequiare i signori e le cose migliori andavano a loro. I furbissimi briganti che stavano dentro al vicino bosco di Persano, una specie di Supramonte salernitano di quei tempi, sulla collina altavillese ci venivano perché avevano gli appoggi di tante donne – vivandiere. Si confina con Persano con un lungo tratto del bello e pescoso fiume Calore. I re qui erano di casa. Carlo III, Francesco e Ferdinando di Borbone amavano venirci a caccia. Goethe ci venne e ne scrisse. Hackert la dipinse. Fu culla dell’allevamento della razza equina omonima che trionfò in diverse Olimpiadi ed oggi è sede della Brigata Garibaldi: una delle più “operative” unità dell’Esercito italiano. È il passato con le sue luci (poche) e le tante ombre. Ancora: altri hanno avuto le industrie con i soldi dello stato? Noi di Altavilla, oltre alle regolamentari tre torri, sul gonfalone comunale abbiamo, virtualmente, i caseifici che sfornano la mozzarella più buona del salernitano. Un successo costruito, in meno di un decennio, da allevatori oggi diventati industriali. Torna il tema di un’Altavilla Silentina doppia o una e trina: divisa tra una Piana del Sele alla quale appartiene per l’agricoltura avanzata ed un’imprenditoria vivace, ed un territorio collinare che è cilentano per tante consonanze, non secondaria quella musicale. C’è l’Altavilla Silentina dell’appartenenza religiosa raccontata dalle oltre trentacinque chiese ma anche da un non troppo passato “culto” massonico dalle atmosfere sulfuree.

1 – ALTAVILLA NELLA LETTERATURA
Il paese ha sempre stimolato i romanzieri. Piero Chiara si ispira proprio alla vicenda dei confinati politici ad Altavilla. Nel 1967 pubblica un romanzo, Il Balordo (Mondadori), che vince il Premio Bagutta. Il protagonista di questo splendido romanzo di Piero Chiara, il “Balordo” del titolo, è il musicista Anselmo Bordigoni, o Bordìga, un uomo candido e grosso — alto quasi due metri e con la faccia larga «quanto il tronco di un robusto bambino di cinque anni» — che vive come un fungo in un paese affacciato su un lago ai piedi delle Alpi. La totale apatia nella quale questa sorta di Gargantua ottusamente assente ha sempre vissuto viene però improvvisamente interrotta, ai tempi del fascismo, da una denuncia per malcostume che lo costringe al confino ad Altavilla Silentina. Qui, divenuto famoso per la sua musica, sarà costretto a seguire gli Alleati nella loro risalita della Penisola, punteggiando il suo cammino di improbabili trionfi, fino a ritrovare il paese dal quale era stato cacciato, dove verrà accolto in trionfo come perseguitato politico ed eroe di guerra, diventando il promotore — naturalmente involontario — di un magnifico esperimento di democrazia diretta. La sua avventura diventa così favolosa, ai limiti del grottesco, fino a riflettere l’ignominia e l’innocenza di un mondo avviato, di balordaggine in balordaggine, a consumare in modo sempre più dissennato sentimenti e valori. Il libro è ancora in vendita negli Oscar Mondadori e costa 7.80€. Segue Antonio Bennato con “Ho tirato i santi giù dal cielo”, edito da sempre da Mondadori, ha raccontato le storie del seminario e poi è seguita la saga dei racconti, editi da Moby Dick, di Francesco Di Venuta. Dall’esordio de “Il Fuoco della Malannata” all’ultima opera: “Torrida Festa”, un giallo ambientato durante la più lunga delle giornate che vive Altavilla: la festa di S. Antonio.

2 – “PAESE DI CANTI E SUONI”

“Altavilla, paese di canti e suoni” era la canzone che Alessandro Di Vernieri aveva scritto alla fine degli anni Cinquanta insieme con il veterinario Giuseppe Sacco e che è diventato l’inno della comunità. Questione seria, questa della musica, nel centro silentino. La prima banda è datata 1876, ma fu con il maestro Raffaele Suozzo che l’attività bandistica coinvolse l’intero paese. “Verdi” e “Rossini” furono gli emblemi delle due fazioni paesane. Proprio nella banda di Suozzo, Alessandro Di Verniere si forma in gran parte da autodidatta e ne è il capobanda. Lo strumento che sceglie è il clarinetto. Durante la seconda guerra mondiale è ufficiale di complemento e suona nella banda militare. Nel paese dei canti e suoni la musica è un’epopea che incuriosisce finanche il romanziere Piero Chiara che ne prende a piene mani e nel libro “Il Balordo”, “la guerra della banda gialla e della banda nera” è uno dei perni de “Il Balordo” che poi diventerà, nel 1978, uno sceneggiato televisivo con protagonista Tino Buazzelli. Di Vernieri ha sviluppato un’azione di alfabetizzazione musicale che solo nei decenni successivi darà i suoi frutti. “Mette lo strumento in mano”, come si dice, a tantissimi ragazzi e loro impartisce i primi rudimenti musicali. Se tanti giovani si sono diplomati al conservatorio, insegnano e vivono di musica, lo devono a lui, commerciante di professione, musicista autodidatta.

3 – LA STORIA DELLE BANDE MUSICALI.

Ad Altavilla la banda è stata fondata nel 1874, quando si formò un corpo musicale di 40 giovani elementi che in breve, secondo le cronache del tempo, fecero dei notevoli progressi nell’arte bandistica. Poi, per l’ondata dell’emigrazione verso l’America di fine secolo, le prime guerre coloniali in Africa, l’irrequietezza dei giovani, ci fu un momento di crisi, superato definitivamente nel 1896. Negli anni successivi la banda ha seguito di pari passo la vita del paese, chiudendo gli strumenti durante le guerre e riprendendo a suonare subito dopo.
Dal 1925 al 1927 Altavilla avrà addirittura una sua orchestra Filarmonica. Romeo Califano, Armido Iorio e Ferdinando Napolitano ne erano i direttori. La componevano: i mandolinisti Romualdo Guerra, Francesco Iorio, Giacomino Baione, Luigi Senatore ed un Cammarano, le chitarre erano di Filippo Contini, Ulderico Buonafine e Giovanni Guerra al violino Giovanni e Mario Cennamo ed un giovanissimo Giuseppe Bracco, il clarinetto era di Vito Guerra con Oreste Carrozza, Amato Mazzeo e Francesco Lettieri. Le prove si tenevano nel Parco “Foresta” e venivano allestite delle vere e proprie operette.
Che le bande musicali di Altavilla Silentina siano state spesso due o nessuna è un fatto che si è verificato più di una volta. Tanto, che quando Piero Chiara ha voluto regalarci l’ambientazione di un suo romanzo, ”la guerra della banda gialla e della banda nera” è uno dei perni della sua rivisitazione romanzata di alcuni aspetti della storia altavillese.
La “banda gialla” e la “banda nera” sono un fenomeno da collocare durante gli anni Venti. Negli anni Trenta c’è un solo complesso bandistico in azione ed è diretto dal maestro Raffaele Suozzo. Schierava i tromboni di Antonio Giordano, Guglielmo Di Agresti e Nicola Guerra, la tromba di Carlo Baldo, il flicornino di Diamante Marra, il clarinetto di Pasquale Di Lucia. Sono vari gli aneddoti che si raccontano su di Suozzo. Era capace di macinare nottate e nottate senza dormire per trascrivere il”marciabile’: dalle opere e dagli inni militari ed adattarlo ai vari strumentisti della sua banda. Non esistendo fotocopiatrici egli doveva ricopiare a mano per decine di volte le varie partiture. Aveva la musica nel sangue e le uniche distrazioni che si concedeva erano una partita a carte nel “sali e tabacchi” di Lisandro Belmonte, che allora fungeva anche da caffè con don Aurelio Pipino, Arturo Ferrara ed il dottor Amedeo Molinara. Perfezionista: s’accorse una volta che il repertorio lirico della sua banda zoppicava, oltre a Verdi, Rossini, Donizetti, Bizet, Mascagni e Souppè mancava dell’apporto di Puccini e della sua Tosca. Già pregustando il figurone che avrebbero fatto in estate alla festa di S. Antonio con la partitura alla mano (aggiustata e studiata su misura per ogni strumento della sua banda) arriva speranzoso nella sala musica al Borgo S. Martino dove si concertava. Si sbraccia a spiegare. Prende anche qualche strumento e suona lui stesso molte parti. Non ci fu niente da fare, il livello di preparazione musicale medio era quello che era, e dopo vari tentativi di esecuzione il maestro Suozzo dal podio prese la partitura e la scaraventò nell’ angolo più lontano dello stanzone. Poi s’accasciò su di una sedia, con le mani nei capelli: avvilito come non mai. Per lunghissimi minuti nessuno osò fiatare. Poi un suo vigoroso “Perdinci”, rabbiosamente ringhiato aumentò ancora di più la tensione. Quella Tosca non era cosa alla portata della sua “Verdi”. E non se ne parlò più.

5 – DALL’ AURORA VERSO LE DUE BANDE
Poi venne la guerra con il suo codazzo di morte e distruzioni. Ad Altavilla infierì più di altre parti. I bombardamenti furono l’accompagnamento di mesi e mesi e per tutti. Quando finì l’imperativo di far ricominciare la vita contagiò tutti. I Mottola misero su il “Cinema del Castello” ed il maestro Suozzo convinse molti a togliere la polvere dagli strumenti musicali. Si trovò una sala prove a via Borgo S. Martino, in una casa messa a disposizione da Carlo Brunetti. Ma la guerra e l’emigrazione avevano fatto dei vuoti spaventosi nelle fila dei vecchi musicanti. Urgeva rivolgersi ai più giovani. E qui il maestro Suozzo sviluppa un’azione di alfabetizzazione musicale che solo nei decenni successivi darà i suoi frutti: “mette lo strumento in mano”, come si dice, a tantissimi ragazzi e loro impartisce i primi rudimenti musicali. Nei primi anni del dopoguerra l’attività musicale era abbastanza in sordina: qualche festa patronale ed un funerale. Solo l’autorità del maestro Suozzo continuava a restare intatta.
Intorno al 1950 ci furono due fatti nuovi che coinvolsero quello che si stava affermando come l’astro nascente della scena musicale altavillese. Antonio Di Matteo, questo era il suo nome, aveva superato il vecchio maestro Suozzo anche perchè si era diplomato in “strumentazione per bande”.
Provetto fisarmonicista, con il fratello Mario alla tromba, Nicola Mazzei, Francesco Lettieri e Nicola Guerra dapprima dette vita all’orchestra” Aurora” che furoreggiava nei matrimoni dell’epoca. Fu una novità per Altavilla. A grandi folate arrivava aria nuova. Che fu vera tempesta nella banda del maestro Suozzo. Di lì a poco anche l’organizzazione della banda venne messa in discussione. Anche al giovane Alessandro Di Vemiere, che già aveva i galloni di capobanda, viene chiesto di farsi da parte e cedere il posto al vecchio Carlo Baldo, uomo di fiducia di Antonio Di Matteo, che chiese di affiancarsi nella direzione a Suozzo. Scoppia una vera e propria battaglia della musica ad Altavilla e nonostante i tentativi di mediazione non c’è niente da fare: è la scissione.
I fedeli al maestro Suozzo, con un’uniforme grigia e col bavero verde, issano le insegne di Giuseppe Verdi. Con Carlo Brunetti, Vincenzo Bassi ed Ezio Cimino si dotano di un comitato che sosterrà lo sforzo organizzativo della banda. Con Antonio Di Matteo va l’esperto Carlo Baldo a fare il capobanda ed il nerbo della “Rossini”, dalla divisa color cachi, col bavero di velluto marrone) è rappresentato da Mario, Nunziante, Alfredo e Roberto Di Matteo.
L’aquarese Gino Inglese (flicornino) insieme al giovanissimo Virgilio Di Mari (flicorno tenore) sono gli assi della “Rossini”. Ma la “voce” e la tecnica del clarinetto sta incantano tutti: Germano Petraglia se ne andrà a S. Remo a far apprezzare la sua arte nella banda municipale. Le due bande divennero subito quella di “sotto” e quella di “ngoppa” per via del fatto che la “Rossini” provava davanti a S. Antonino e i Di Matteo erano di Via Portanova. La “Verdi” invece raccoglieva più elementi della Piazza e Via Roma e provava al Borgo San Martino. E tra i ragazzi dell’epoca infuriavano le battaglie tra “gallucci e matuonzi”

7 – PADRE CANDIDO GALLO NELLE “NOVELLE DELL ‘ACQUAFETENTE” .

“Sui silenzi assolati dei pomeriggi estivi si spandeva aIl’infinito l’eco della tromba, di clarini e di sassofoni di promettenti musicanti in erba, i quali s’addestravano per uscire a suonare nella banda musicale, che dirigeva con passione il maestro Raffaele Suozzo. Orgogliosi e invidiati, berretto d’ordinanza in testa e divisa regolamentare con mostrine e alamari, i giovani bandisti, dopo mesi di scuola e di concerti, “uscivano a suonare” per la festa di S. Antonio o del Carmine; ed erano ammirati. A sera, poi, la moda al gran completo, con rinforzo di cornetta, che veniva da Controne, si esibiva eseguendo opere verdiane con ‘canzoniere napoletano’ di prammatica. Non c’era cassa armonica, e la banda suonava sul terreno battuto della pialla, alla luce di quelle vivide fiammelle ad acetilene, che davano sul blu. Sarti, ciabattini e figari, da buoni intenditori, canticchiavano sottovoce, guardandosi attorno per essere ammirati. Ed emettevano alla fine insindacabili giudizi”.
La rivalità arrivava a tal punto che durante le feste le bande suonavano un giorno una e la serata dopo l’altra. Anche i pezzi suonati erano diversi: in una le opere più significative della banda “ Rossini” che avevano nella Gazza Ladra e nel Barbiere di Siviglia la massima espressione, l’altra le musiche di Verdi soprattutto La Traviata e Il Trovatore. Diverse, sia nella foggia che nel colore, naturalmente le divise, rigidamente di color verde quella del maestro Suozzo. Legate alle due bande due scuole di musica, il serbatoio a cui attingere per nuovi suonatori. L’arrivo dell’esordiente nella banda era una vera e propria festa. Mancando di suonatori di alcuni strumenti, si attingeva a suonatori dei paesi vicini, specialmente di Controne. Non si disdegnava di inserire qualche ottimo elemento proveniente da altri paesi per accrescerne il prestigio .

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8- IL “BUONCAZZONE”
L’albero, al quale si riferivano antiche leggende, veniva chiamato il Buon Cazzone, e la denominazione era tanto antica e radicata negli altavillesi che nessuno, nemmeno i parroci, poterono mai trovarvi rimedio. Si può dire che erano tali l’imponenza, la fama e la serietà dell’albero, che si era perso il significato del nome, il quale fini con lo scomparire dagli usi comuni ingiuriosi e scherzevoli, per rimanere, senza sospetto di equivoco, come unico appellativo della grande pianta.
Man mano che la gente del paese usciva quella mattina dalle case e vedeva il Bordigoni seduto sotto il Buon Cazzone, si rendeva conto che finalmente era arrivato l’uomo che poteva stargli a pari. Vicino al suo tronco il corpo del Bordigoni non sfigurava, anzi prendeva proporzione e stabiliva un rapporto intermedio tra gli uomini di taglia normale e quel colosso della natura che aveva lasciato le foreste, dove non gli sarebbe mai riuscito un simile sviluppo, per venire tra la gente a godere di un’ammirazione e di un’autorità che avevano finito col trasformarsi in affetto. Tanto che mai vi era stato infisso un chiodo, neppure per i festoni della processione durante la festa dell’Addolorata; e una volta che un merciaio ambulante stava piantandovi un gancio, scoppiò una mezza sommossa e l’imprudente venne cacciato dal paese. (pp. 81-2, Oscar Mondadori 1972)

Ninuccio Di Matteo e gli altri – un contributo di Carmine Senatore
La prima esperienza musicale di Luigi nacque sollecitata dalla competizione di due bande musicali.
Ninuccio Di Matteo era riuscito a diplomarsi al conservatorio, grazie alla sua ferma e ferrea volontà.Una volta diplomato, volle realizzare quello che era stato sempre il suo sogno : formare una banda comunale.
Il paese era diviso in due fazioni, facenti capo a due quartieri. Era ovvio che una volta formata una banda ne nascesse un’altra nell’altro quartiere. Ovviamente gli abitanti delle rispettive fazioni parteggiavano per l’una o l’altra parte.
Ogni abitante si sentiva in diritto di partecipare: fu costruita per i più promettenti una scuola di musica, la partecipazione alle prove dei concerti era un obbligo.Io,che facevo parte del quartiere di Ninuccio , partecipavo ai concerti della banda “Rossini” ( così venne denominata) quasi ogni sera.
Dall’altra parte si rispondeva con le stesse armi. La banda “Verdi” era diretta da Don Raffaele , non diplomato, ma un ottimo conoscitore della musica: l’organista della chiesa del Carmine. Era un tipo burbero , pronto a rimproverare i suoi allievi anche per piccole mancanze.
Ogni banda aveva il suo repertorio. L’una evitava le composizioni di un artista e l’altra quelle dell’altra.
I pezzi forti erano la “Gazza ladra” e “Il Barbiere di Siviglia”, mentre “ La traviata” e “ Il Trovatore” quelli dell’altra.
Durante le feste, una sera suonava una banda e la sera dopo l’altra.
Una volta fui preso dal mio sarto,tifoso dell’altra banda, e messo con la testa in un bidone pieno d’acqua e mi minacciò di immergermi se non avesse gridato “ Viva Verdi”.
Io resistetti,e ovviamente il sarto desistette dal suo proposito.
Scuola di musica e banda musicale finirono quando Ninuccio vinse un concorso di direttore di una banda comunale in un paese del nord.
Com’era da aspettarsi lo scioglimento della banda Rossini porto al rapido declino della “Verdi”,i cui dissidi interni portarono in breve tempo al suo rapido sciogliersi.
Questa esperienza portò tutti i giovani del paese ad interessarsi di musica lirica e sinfonica. Anch’io , quando le condizioni economiche glielo permisero, comprò i suoi primi dischi di musica classica. Ricoirdo ancora il primo disco che comprai:era la sinfonia n.40 in sol minore di Mozart,. Il suo tono drammatico,ansioso e febbrile, contrasta talmente con l’atmosfera generalmente serena , obiettiva, a volte turbata nel profondo ma sempre calma in superficie, che ascoltatore ne rimane immediatamente colpito ed i suoi occhi scorgono segreti che le parole non possono esprimere.
I ricordi della sua fanciullezza, l’ascolto per radio delle romanze, mi avevano reso permeabile all’amore per la musica.Avevo imparato che la musica non si impara sui libri, ma ascoltandola. Ascoltandola con attenzione e con amore.Molte melodie, che forse ad un primo ascolto, possono esserci parse inconsuete lontane, riascoltate più volte divengono, insieme con le altre che già si amano,familiari ed amiche.Ogni composizione musicale presuppone in se stesa un atto generativo e volontario come avviene per la progettazione e la costruzione di un edificio, per la pittura, un monumento, un romanzo o un poema Ascoltare un’opera di Beethoven, leggerela Divina Commedia, ammirare un quadro di Tintoretto sono atti che si eguagliano, essendo gli uni e gli altri, facenti parte dello stesso mondo culturale, sintesi di intuizione fantastica e di consapevolezza logica. L’uomo con la musica è capace di esprimere il mistero, il dolore e la bellezza della vita. Ascoltare musica significa viverla attentamente ed intimamente e coltivarla nei silenzi della propria anima.

Tra atmosfere alla Baricco e uno Sturzo vero: ALFRED DI LASCIA

Il prof. Alfred Di lascia, figlio di genitori italiani originari di Altavilla Silentina, nato a Chelsea nel Massachussetts nel 1924, ordinario di storia della Filosofia al Manhattan College di New York, è considerato uno dei maggiori studiosi stranieri del pensiero di don Luigi Sturzo.
Come segretario del gruppo “People and Liberty” ebbe modo di conoscere il sacerdote calatino durante il suo esilio americano e di farne conoscere la figura e il pensiero negli USA.
Seguì alla Fordham University le lezioni sulla sociologia sturziana di Robert Pollock e fu in contatto con i maggiori studiosi americani e italiani di Sturzo tra cui Robert M. Mac Iver, Felice Battaglia e Gabriele De Rosa.
Il prof. Alfred Di lascia ha studiato i più impegnativi testi teorici di Luigi Sturzo, per parecchi anni ha scavato con tenacia e passione tra le carte lasciate dal sacerdote e sociologo calatino. E’ stato più volte in Italia, a Roma presso l’Istituto Luigi Sturzo per utilizzare soprattutto il carteggio fra Luigi e il fratello Mario Vescovo di Piazza Armerina che è una fonte preziosa e fondamentale per conoscere la genesi del pensiero sturziano, a Caltagirone e a Piazza Armerina per conoscere i luoghi in cui si sono formati i due fratelli e farsi un’idea più precisa della loro personalità e per consultare due periodici introvabili in altre città: la “Croce di Costantino” diretta dal giovane don Luigi Sturzo e la “Rivista di autoformazione” pubblicata da mons. Mario Sturzo dal 1927 al 1930.
Ha pubblicato nel 1981 la notevole opera “Filosofia e storia in Luigi Sturzo”, vincitrice del Concorso internazionale indetto dall’Istituto Luigi Sturzo di Roma, in cui ha mostrato con larga informazione e vivo senso critico come i principi che ispirano l’azione politica di Sturzo si presentano organizzati e strutturati in un compiuto sistema. Di Lascia ha dimostrato come Sturzo fu, oltre che un politico di razza e un originale sociologo, anche un filosofo e un teologo influenzato dal pensiero di autori come Agostino, Vico, Leibniz e Blondel e che va compreso nella prospettiva più ampia della filosofia europea e della cultura internazionale.
Di Lascia con le sue ricerche ha colmato una lacuna che aiuta a comprendere meglio il patrimonio culturale del nostro Paese tra il dissolversi del positivismo ottocentesco, l’idealismo di Croce e di Gentile e le varie correnti dello spiritualismo cristiano.
Nel congresso Internazionale di studi tenutosi a Bologna nel 1989 su “Luigi Sturzo e la democrazia europea” ha tenuto una apprezzata relazione su “Luigi Sturzo nella cultura degli Stati Uniti”. Ha partecipato come relatore alla “Cattedra Sturzo” di Caltagirone e continua a diffondere il pensiero sturziano negli USA e in Italia.
IL PADRE ANTONIO DI LASCIA
Antonio Di Lascia (1884 – 1967), quando parti da Altavilla per l’America era solo un giovanissimo emigrante in cerca di fortuna. Uno dei tanti. Figlio della panettiera Carmela Tedesco, dal paese natio s’era portato appresso la passione per la musica e per il flauto e niente più. La traversata oltreoceano gli trasmise quella passione per il mare che lo portò ad arruolarsi nella Marina americana. Qui aiutato agli inizi da una zia diventò un capo orchestrale e sulle navi con stelle e strisce di “zio Sam” girò tutto il mondo e si soffermò soprattutto nei mari tra Cuba e le Filippine. Con la divisa, il flauto e la bacchetta da direttore. Più volte ebbe modo di suonare anche nelle orchestre dirette dal celebre maestro Arturo Toscanini. Acquistò anche la nazionalità americana.

Al contrario del protagonista di “Novecento”, il romanzo di Alessandro Baricco incentrato su di un orchestrale marittimo che si rifiuta ostinatamente di scendere dalla sua nave, Antonio Di Lascia, dal 1935, collocato in pensione, scelse di tornare ad Altavilla, anche per far studiare in Italia i suoi due figli. Quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale non ebbe dubbi: corse al Liceo Tasso di Salerno e, con mezzi di fortuna, riportò Alfredo e Giovanni in America.

Ebbe una vita che solo un grande scrittore come Ernest Hemingway avrebbe saputo raccontare adeguatamente: dal ponte delle sue navi ha visto scorrere tantissima vita, con la sua quotidianità e le sue grandezze, le meschinità ed i suoi eroismi. Le immense distese americane si alternano ai paesaggi africani, le dolci ed avventurose notti di Cuba lasciano il posto alle asprezze di guerra. E non ebbe mai paura delle tempeste: amava dire infatti che, per lui, quello era il momento giusto per radersi!

Fu spesso al centro di magiche feste dove eleganti ufficiali di marina con le loro mostrine d’oro accompagnavano nelle danze signore fascinose dagli eleganti alberi da sera luccicanti, cariche di gioielli e di voglia di vivere. Ed il “via col vento” era dato proprio dalle note dell’orchestra diretta dal maestro Antonio Di Lascia. Ha fornito la colonna sonora di storie d’amore che potevano entrare e ben figurare anche nelle trame dei romanzi di Scott Fitzgerald come di un bel film hollywoodiano. “Mr. Antonio” padroneggiavano tutti i generi musicali: dal jazz al fox trot, agli inni ed alle marce di prammatica.

Per gli altavillesi fu sempre “il professore americano” e la sua figura dal portamento distinto e sempre elegante mente vestita, nonostante il carattere allegro e gioviale fu sempre guardata con rispetto e timore. Pochi erano i suoi amici il medico don Amedeo Molinara, i tabaccai Alessandro ed Eduardo Belmonte ed il noleggiatore Cesare Suozzo. Tornato ad Altavilla una prima volta dopo la fine della prima Guerra Mondiale era già un affermato musicista se ne andò subito perchè capì che gli orizzonti del paese erano ancora molto ristretti. il professore Di Lascia s’ invaghisce di una ragazza altavillese di “buona famiglia” come allora si diceva Letizia Napolitano e succede che mentre suona l’Ave Maria nella chiesa del Carmine gli accade di incrociare il suo sguardo … e si emoziona talmente tanto da smettere di suonare per lunghi attimi. Che romantica dichiarazione d’amore!

Accade però che nell’Altavilla di quegli anni al figlio della panettiera non fosse possibile sperare di poter sposare una giovane possidente. Tornato in America, Antonio Di Lascia si sposa subito con una giovane napoletana: Concetta Di Poto. Dal 1935 agli inizi della Guerra visse tra Italia e Stati. Da maggio ad agosto era qui con le famiglie del colonnello Gallo e di don Ciccio Mottola tra coloro che si potevano permettere una spartana baracca sulle spiagge di Paestum. I suoi figli Alfredo e Giovanni erano già dei provetti nuotatori e sbalordivano tutti con le loro prodezze natatorie. I ragazzi studiarono dapprima al Collegio Convitto “Le Querce” di Firenze e poi s’iscrissero al Tasso di Salerno. Poi la guerra e la fuga in America. Qui Giovanni ed Alfredo proseguono gli studi e si affermano nelle rispettive attività professionali.

Così Bruno Mazzeo, su “Il Mattino” del 2 maggio del 1967, ne racconta la sua tragica fine, provocato dalle esalazioni della stufa elettrica : “Il professore!. Così lo chiamavano tutti dopo essere stato per circa un cinquantennio in America (…). Inutili si erano rivelati i reiterati inviti dei suoi figli (…) per riportarlo in seno alle loro famiglie. Sordo alle resistenze non aveva saputo resistere al prepotente richiamo del suo caro paese. Antonio Di Lascia era nato ad Altavilla Silentina nel 1881. Era stato il primo flauto al Teatro Metropolitan di New York e successivamente maestro direttore della banda musicale della Marina Militare statunitense. (…) Era venuto a godersi la sua pensione nell’accogliente quiete del suo paese natio, lasciando i figli ottimi professionisti in America, che molto spesso venivano a trovarlo”.

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05 Apr 2015

Le guide del “68″ rocchese? Furono Franco D’Angelo e il dottore Mauro! L’avv. Capo precisa…

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non Le nascondo che sono rimasto piuttosto meravigliato nel leggere
l’articolo “quando a Roccadaspide ci fu il sesantotto” apparso su Unico
n.21 a firma di Francesca Pazzanese. Le dico subito che il mio stupore
non è addebitabile alla brava autrice del pezzo, quanto piuttosto al
contenuto delle dichiarazioni rese dagli intervistati a propostito
degli scioperi organizzati dagli studenti del Liceo Scientifico di
Rocca a metà degli anni ’70.
A tale riguardo occorre precisare che quanto riferito all’amico avv.
prof. Michele Gorga è -non solo- inesatto e lacunoso quanto -
soprattutto- proveniente da una fonte che ha avuto un ruolo solo nella
fase “successiva” agli scioperi ovvero in una fase edulcorata, priva
di forza e fantasia, così come imposto dgli istituiti organi previsti
dai “decreti delegati”.
Ad ogni buono conto, va detto che non si ebbe alcun intervento dei
Carabinieri nè tale Frunzo da Albanella o D’Urso da Sant’Angelo possono
essere annoverati tra i promotori di alcunchè.
Sarebbe stato il caso, invece, di intervistare altri protagonisti
dei “fatti”, come l’avv. Franco D’Angelo o il cardiologo Franco Mauro o
qualche altro ancora, che alle entusiasmanti assemblee di quei mesi
hanno realmente partecipato, guidando la protesta studentesca montante
con echi, effetti e coinvolgimento emotivo mai più raggiunti dalle
nostre parti.
Divertente, mi è parso quanto affermato dal Presidente Scorziello il
quale, saggiamente, si è limitato ad una nota di colore. Discorso a
parte merita l’avv. Nicola Di Dario. Egli per noi studenti, all’epoca
dei fatti, rappresentava il “potere costituito”, o meglio, la risposta
dei benpensanti alle intemperanze del nostro movimento
studentesco…….e come tale coerentemente ebbe a comportarsi. Qualche
altro professore, meno lealmente, si servì di noi. All’avv. Di Dario,
seppure ci fronteggiammo, da opposte barricate, va tributato da parte
mia, il rispetto e la stima di sempre.
firmato: avv. Pasquale Capo

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05 Apr 2015

QUANDO A ROCCA CI FU IL “SESSANTOTTO”.

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Quel 7 in condotta a Luigi Scorziello

Cortei, occupazione, carosello automobilistico e ragazzi sospesi. Fu un vero e proprio ’68 per la Valle del Calore, la serie di scioperi che gli studenti del liceo scientifico “Parmenide”, di Roccadaspide, effettuarono verso la fine della prima metà degli anni ’70. Rivendicavano, tra le altre cose, una sede unica per la scuola le cui prime classi erano dislocate alla Via Chiaie e le successive vicino alla chiesa della Natività. Altro motivo di “rivolta”: maggiori diritti nell’organizzare gli scioperi e fare assemblee. In quegli anni, infatti, i ragazzi e le famiglie, erano entrati a far parte, rispettivamente, dei consigli direttivi e d’istituto della scuola. Poi una motivazione di carattere nazionale: lo spostamento della Fiat da Battipaglia ad Avellino. «Furono anni particolari poiché in tutte le scuole d’Italia c’era un fermento studentesco e lo stesso avvenne a Rocca, esordisce l’avvocato rocchese Nicola Di Dario, allora professore di storia e filosofia. Lo sciopero durò 15 giorni ed i ragazzi chiedevano, tra l’altro, l’uso dei locali per le assemblee. Noi professori fummo accusati di non intervenire a riguardo anche dal vice pretore Agostino Stromillo. Ed, infine, per evitare il 7 in condotta finale, i ragazzi furono sospesi a turno, 5 alla volta per classe. Poi ci fu un altro sciopero e altre ribellioni che furono bloccati anche con l’intervento del maresciallo di Sant’Angelo a Fasanella e di Matinella. Lo sciopero servì per rinnovare la scuola dalla troppa autorità del preside e degli insegnanti». Il liceo contava allora circa 600 studenti provenienti da tutta la Valle del Calore. Ed i promotori dello sciopero furono tre, tra cui l’avv. Michele Gorga di Roccadaspide. «Con me c’erano Frunzo di Albanella e D’Urso di Sant’Angelo a Fasanella, afferma l’avvocato. Fu l’anno scolastico 75/76 ed ero nel consiglio direttivo del liceo. Ci battevamo per l’affermazione dei diritti per studenti e genitori alla gestione della scuola, sanciti dai decreti delegati appena emanati. Come il diritto all’assemblea, ai trasporti, alla mensa. Poi organizzammo dei comizi a cui parteciparono i sindaci del comprensorio. Appoggiammo, anche, la protesta del trasferimento della Fiat da Battipaglia ad Avellino con un carosello automobilistico. E fummo sospesi a turno». Ci fu anche un giorno di occupazione «Della sede distaccata del liceo a Chiaie di cui richiedevamo una struttura unificata, alla preside Pecoraro – Gallotta, a quella centrale per maggiori spazi, continua Gorga. Eravamo una generazione di protesta a cavallo tra il ‘68 ed il ‘78, troppo giovani per il primo periodo e troppo vecchi per il secondo, ma che, però, ha anticipato le riforme della scuola». Altro studente del periodo, Luigi Scorziello, presidente della Bcc di Aquara. «Ci fu una serie di scioperi, e c’era Peduto come preside, esordisce Scorziello. Si è scioperato per settimane intere e per motivi differenti. C’è stato un periodo che si protestava contro la scuola fatiscente, poi ognuno trovava le sue motivazioni tenendo anche conto dei fatti nazionali avvenuti in un periodo di grande fermento. Nessuno entrava a scuola, intervennero carabinieri e genitori, ed il primo trimestre presi 7 in condotta che, poi, mi fu tolto e non fui bocciato». Naturalmente, i racconti dei protagonisti potrebbero risultare imprecisi per il tempo trascorso. Ma tutti concordano sul fatto che lo sciopero della Valle del Calore abbia contribuito a garantire maggiori diritti agli studenti. Magari con un po’ di nostalgia…

Francesca Pazzanese

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05 Apr 2015

Quando anche noi fummo giovani liceali a Roccadaspide in tempi che poi giudicammo formidabili

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La triste scomparsa di Graziano Trapani ha costretto molti di noi a tornare con la mente negli anni che ci videro essere giovani liceali a Roccadaspide. Una certa storiografia giudicò poi quegli anni “formidabili”. Noi, francamente, non ce ne accorgemmo. Di seguito potete leggere un primo scritto sull’argomento, nato da circostanze fortuite (due segretari comunali che s’incontrano in provincia di Brescia e scoprono di essere originari della Valle del Calore). L’autrice è GERARDINA NIGRO, da ALBANELLA. Aggiungeremo presto altri scritti rievocativi.

E’ interessante anche la circostanza che con tua sorella abbiamo condiviso parte del periodo del liceo scientifico a Roccadaspide, tre anni visto che lei è del 62, anche se non ci ricordiamo; per la verità io non avevo estese conoscenze al di fuori della mia classe, anche se ovviamente l’ambiente di Rocca non era grande e quindi ci si vedeva tutti, però se non ci sono stati contatti diretti diventa difficile a distanza di tanti anni ricordarsi tutte le persone viste e soprattutto ricordarsi i nomi. Inoltre a quei tempi, non so adesso, i primi due anni si facevano alla succursale (edificio nella parte bassa del paese, separato da quello centrale) e quindi questo creava un certo distacco fra le prime classi e quelle dal terzo anno in poi; quando tua sorella era al primo anno, io ero già al terzo e quindi frequentavamo in due sedi diverse , quando lei è arrivata in centrale al terzo anno, io ero all’ultimo anno e quindi abbiamo frequentato nello stesso edificio solo per un anno. Comunque allora ero, immodestamente, un pò conosciuta nell’ambiente perchè ero brava a scuola (molto più di quanto lo sia adesso come segretario) .
Se tua sorella stava nella sez. B come me , ha avuto come insegnante il famoso Prof. Luciano Castellani di Storia e filosofia (era temuto da tutti anche se affascinava tutti) , ma comunque l’avrà conosciuto di fama; nel periodo pasquale del 2008 ha festaggiato 40 anni di insegnamento ed il suo pensionamento, ero giù ho saputo dell’evento e sono andata ad Agropoli (dove risiedeva ed insegnava da alcuni anni) nel teatro si è incontrato con tutti i suoi ex allievi, non so se era presente anche tua sorella a tale evento (qualche suo ex allievo è venuto anche dall’estero) ; l’hanno intervistato anche alla radio RTL .
Così pure è bello che tu sia venuto tante volte ad Albanella in occasione di Santa Sofia e mi dispiace per la perdita di tua nonna, ho visto la tua poesia sul sito di Oreste Mottola; perchè a questo punto mi è venuta voglia di andare a vedere un pò di cose. Entrambe le mie bisnonne, da parte di mamma, si chiamavano Sofia ed anche una sorella di mamma .
Sono contenta anche del fatto che tu abbia ideato il concorso letterario al tuo paese e così pure mi complimento per la denominazione : un Sacco di versi è proprio carino (però potevate abbondare un pò con i fusilli, solo due chili mi sembrano pochini … !). Se riesco ti farò avere qualche libro del poeta Alfredo Di Marco, l’ultima volta che li ho cercati non ho trovato, edizione esaurita e la famiglia dopo la sua morte non ha fatto ristampe; purtroppo quelli che avevo io li ho regalati nel tempo, sono riuscita a riprocurarmene solo uno grazie al prof. Marabello di Albanella che era un suo amico. Se non riesco a trovare qualche libro, ti invierò qualche fotocopia dal mio, che comunque non contiene le sue poesie più belle.
Quando ero ragazza mi piaceva scrivere, ho cominciato con il giornalino del paese, c’è stato un momento in cui ho pensato di fare la scrittrice , ho vinto anche un concorso provinciale a Salerno (facevo il terzo liceo); soprattutto il mio professore d’italiano in quarta liceo mi spronava su questa strada, riteneva che avessi delle qualità in tal senso; nei compiti d’italiano metteva sempre una traccia di fantasia, per darmi la possibilità di scrivere un piccolo racconto, che creavo nelle due ore concesse per il tema. Avevo inviato anche dei racconti a Mondadori, mi avevano fatto anche una bella (in parte) recensione , apprezzavano molto la mia scrittura, meno la capacità narrativa; in quel periodo mi arrivavano inviti di partecipazione da vari concorsi letterari (credo che si scambino gli archivi), ad un concorso (Tolentino terme) mi avevano proposto di pubblicare all’interno di un’antologia di scritti scelti , ma dovevo acquistare cinque copie (ho rifiutato perchè avevo pensato che fosse una tecnica per vendere i lbri … ho capito dopo che invece è una cosa normale). A quei tempi mi risultava semplice scrivere in forma suggestiva su qualsiasi argomento, adesso quella capacità evocativa emerge poche volte in momenti di grazia e mi dispiace.

Per quanto concerne Oreste Mottola, se non si ricorda di me, avevo in classe due suoi compaesani : Franco Morroni e Raffele Di Feo, anche con loro non ci vediamo da tanto tempo.
Nella mia classe c’erano anche persone di Roscigno (Marisa e Rosalia Resciniti erano cugine e Grazia di cui adesso mi sfugge il cognome); Bellosguardo (Maria Troncone) ; Aquara (Sandro Sorgente; Rosanna Martucci se non sbaglio comune) ; Sant’Angelo (Michele Reina); Felitto (Rosario Bamonte) ; Castel San Lorenzo (Cerolla Anella, Grazia Rizzo, Rosa Pesce, Maria Pannuto, Gianluigi Peduto , Pecoraro Rosario).

Insomma è stato bello sentirti e ripercorrere con la memoria antiche strade, anche se a quei tempi non sopportavo di fare il liceo a Roccadaspide, non per la scuola, mi soffocava quel paese, lo trovavo angusto già nella sua conformazione geografica ( e lo era , mi dispiace dirlo, anche se nella sua estensione culturale… da non riferire ai Rocchesi) poi nel tempo della memoria tutto si aggiusta.

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    Sono nato ad Altavilla Silentina, ridente località collinare tra Paestum ed Eboli. L'unico prodotto tipico conosciuto è la mozzarella... e gli altavillesi.
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    Lavoro, seriamente però, alla redazione del settimanale "Unico" e sono corrispondente de "Il Mattino". Unica professione: giornalista, "sempre meglio che lavorare".
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    Rispondo, quando ne ho voglia, ai telefoni : 0828 720114 (Redazione) e 338 4624615 (senza esagerare).


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