Archive for Marzo 2015

30 Mar 2015

Il donchisciotte amato dalla gente, Il ricordo di Vincenzo Lettieri, interprete autentico della fase eroica del giornalismo cilentano

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Cominciò scrivendo del cimitero della sua Angellara senza una vera strada, di uomini che portavano al cimitero i morti in spalla faticando non poco e magari pure bestemmiandoli. Poi passò a chiedere l’illuminazione della galleria di Pattano. Migliaia di articoli pubblicati soprattutto in un giornale che viveva delle piccole offerte dei suoi lettori e dove riversava parte del suo stipendio di finanziere prima e di pensionato dopo. Gli inizi sono negli anni Cinquanta del secolo scorso. Vincenzo Lettieri, il decano dei giornalisti cilentani, è morto nei giorni scorsi all’età di novantacinque anni. Straordinarie le sue battaglie per il riscatto civile del Cilento, per la realizzazione delle infrastrutture necessarie per modernizzarlo. Io ho appreso la notizia dall’ingegnere Giuseppe De Vita, seconda professione, poeta. Peppino mi ha stimolato a ricordare quest’uomo. Poi, rovistando nella mia memoria, ho scoperto di dovergli qualcosa. “Chi era Vincenzo Lettieri? Un puro. Un innamorato della nostra terra: Il Cilento. Era un visionario e nella sua visione c’era un Cilento, più buono, più giusto, più pulito, più umano e con i cilentani più attenti a preservare le bellezze della natura che il buon Dio ha concesso alla nostra terra”. Parole di De Vita, scritte a caldo su facebook. La battaglia per un Cilento più moderno, Lettieri aveva cominciato a combatterla già dai primi anni cinquanta, attraverso le pagine di quotidiani come il Corriere della Sera e il Mattino di cui fu collaboratore, e attraverso lo storico giornale ” l’Appennino” che fondò nel 1963. Su quel giornale dove ho scritto anch’io, ed erano le prime cose che pubblicavo. Avevo allora un’idea corsara e romantica del giornalismo e mi dedicai a un’inchiesta sulla prostituzione nella Piana del Sele, fenomeno che allora, nei primi anni Ottanta, era tutto “indigeno”. E altre cosarelle, sullo stesso genere. Lui non mi conosceva, gli articoli glieli spedivo per la posta ordinaria. Una collaborazione assai breve visto che già ero preso dalla voglia di approdare sui giornali salernitani. Quel primo apprendistato mi diede però sicurezza. In tempi di ideologie ancora salde lui – uomo di destra – non si fece problema con un giovincello ispirato ai principi della sinistra saccente imperante al tempo. L’Appennino rappresentò una coraggiosa esperienza. Fu un giornale che più di mezzo secolo fa cominciò a informare i cittadini di un territorio ancora in buona parte alle prese con i problemi dell’analfabetismo e legato per la quasi totalità, all’agricoltura e dove in molti sceglievano l’emigrazione per trovare lavoro. “L’Appennino non era solo un periodico d’informazione, era la voce del Cilento. In esse Vincenzo Lettieri manifestava i disagi, i problemi di un’intera popolazione, e combatteva le battaglie per il compimento delle infrastrutture necessarie alla dignità di un territorio mortificato dall’atavico ritardo rispetto ad altre realtà. Lo faceva – come ha ricordato Antonio Pesca – in maniera libera. Non aveva sponsor o finanziatori. Si autofinanziava, con i soldi che provenivano dagli unici padroni che riconosceva e provvedeva a servire: I lettori”. Collaborava, tra gli altri, anche con l’emittente televisiva vallese Retesette, fin dalla sua nascita. Praticamente un Don Chisciotte, come lo definisce l’amico poeta Omar Pirrera, siculo-cilentano che vive a Vallo della Lucania. L’ingegnere Giuseppe De Vita ci ha fornito questo ritratto poetico, uscito dalla penna di Pirrera, e ci ha invitato a volerlo riprodurre, seppure in parte. Dice il poeta rivolto a Lettieri: “Tu sei l’erede di quel macilento /Cavaliere spagnolo ancora in lotta con i mulini a vento. /Per lancia adoperi una penna non addottorata, ma per campo di battaglia un foglio bianco chiamato “Appennino”, per Ronzinante una malinconica Wolkswagen. / Tutta una vita spesa a colmare la tua fame di sapere comprando quintali di libri, mentre i grossi addottorati papponi compravano tonnellate di carne, di pesce, di pasta; esausti dal ridere nel vederti combattere contro i nuovi mulini elettronici”. Vincenzo Lettieri come Giuseppe Ripa, a prezzo di sacrifici oggi inimmaginabili, hanno conferito nobiltà a un giornalismo inteso come missione civile senza compromessi, che noi oggi stiamo svilendo a mera attività di pubbliche relazioni al servizio di chi può. Un’altra cosa. Misera e assai poco nobile. Uno che somiglia a Vincenzo Lettieri, ma con mezzo secolo in meno di età, è Giovanni Farzati, da Perdifumo, di Lettieri ne scrisse così poco dopo il suo 90° compleanno: “La popolazione del Cilento ricorderà sempre le battaglie di Vincenzo Lettieri, classe 1918. Strade rotte, frane, cimiteri e gallerie. Le persone gli vogliono bene. Una delle sue efficaci campagne stampa riguardò l’illuminazione della galleria di Pattano di Vallo, con decine di articoli. Vincenzo Lettieri, stampa a proprie spese il giornale periodico da lui fondato, L’Appennino di Vallo. Il primo articolo del Vincenzo Lettieri giornalista risale al 1954, riguardava Angellara, il suo paese, raccontava del cimitero del posto senza strada; di uomini che portavano i morti in spalla faticando non poco e magari pure bestemmiando. Da allora Vincenzo Lettieri ha raccontato il Cilento su Corriere della Sera, Roma, Mattino; nel 1964 ha fondato l’Appennino, palestra di tanti giornalisti, pagandolo con la pensione; l’ultimo numero, il primo del corrente anno, è uscito una ventina di giorni fa, ricco di notizie, curiosità. La dottrina giornalista e di vita di Vincenzo Lettieri sta racchiusa in una frase: “essere sempre vicini al cuore della gente”. L’ultimo pensiero è di De Vita: “Caro Vincenzo nel mondo dei giusti, dei buoni dove sei ci sarà qualche tronco d’albero, qualche palo della luce dove affiggere il tuo foglio: “l’Appennino”. Continua a farlo, ti prego”. Addio vecchio giornalista interprete di una missione che non è quella di “leccare” questo o quel potente ma di far sibilare le frustate e, così, farsi amare e sostenere della gente. Io sono tra coloro che ti ammirerà sempre per esserci riuscito e qualcosa da te pensa di aver appreso e portato avanti. Almeno così ho creduto.
Oreste Mottola
orestemottola@gmail.com

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20 Mar 2015

Franco Alfieri impone ad Agropoli una nuova classe dirigente. Dopo la Capozzolo in Parlamento, Coppola sindaco. Segue Benevento alla Provincia.

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Adamo Coppola, dalla Casa Bianca al posto di Franco Alfieri alla casa rosa

Dopo Alfieri ecco Adamo Coppola sindaco. Era la soluzione più naturale impostasi sul campo, che contiene in sé anche un salto generazionale. Negli anni si è imposto come braccio destro del primo cittadino e punto di forza del locale circolo del Partito Democratico, risultando il consigliere più votato alle ultime consultazioni. Adamo Coppola ha quarantadue anni, natali – casuali – a Polla. L’unico difetto che gli amici gli riconoscono è quello di non saper ballare. Poi viene quel “Patto Magna Grecia” che ancora non riesce a decollare. Il nuovo sindaco è cresciuto alla “Casa Bianca” non quella dove non si decidono i destini del mondo ma quella di Fuonti, il ristorante di famiglia, con papà Franco e mamma Carola in cucina, e i figli Adamo, Antonio e Domenico in sala. E d’estate qui si balla. Adamo, preso dallo studio e poi dai libri mastri e dalle partite doppie non imparerà mai a volteggiare. Per il resto in giro su Adamo Coppola, vicesindaco, alle Politiche economiche e finanziarie, con delega al bilancio, tributi, patrimonio, è un lungo elenco di pregi e complimenti che il tv maker Gianni Petrizzo ha raccolto in un video ancora oggi visibile su youtube. Si va dalla sua passione politica “d’altri tempi”, “cordiale”, “generoso” “disponibile”, “non si secca mai”, “dà sempre risposte intelligenti”. Una giovane donna racconta dell’interessamento di Adamo alle sue disavventure con l’ascensore, per dire dell’empatia naturale del politico con il prossimo. Perfino il dissacrante Umberto Anaclerico, da poco promosso da Alessandro Siani sul proscenio cinematografico che conta, commenta: “Ma Adamo nu stia a Casa Bianca? E’ ‘ghiuto a u comune? C’aggia rice, è bravo, simpatico e soprattutto tiene ‘na bella salute… che è un bell’augurio anche per tutti noi. Sta bene lui, starà bene tutta la città”. Franco Alfieri simpaticamente lo chiama “Il venerabile”, per via dell’aria tra il boy scout e il parroco simpatico e giovane, quasi in odore di santità, di Coppola. Che si racconta così: “Sono un imprenditore. Avrei voluto fare il commercialista ma sto sempre sul municipio. Mi occupo delle entrate. Di farle affluire e di ripartirle bene”. Un altro racconta degli occhi aperti che tiene quando gira per Agropoli: “appena vede una cosa che non va ecco che telefona a chi di dovere”. A inventarlo alla politica fu l’ebolitano Antonio Cuomo. Almeno “Tonino” così rivendica. Tutti e due stavano a destra, allora. Nella prima fase dell’attività amministrativa non sono stati tutti e rose e fiori per Coppola. Il bilancio, i conti in rosso fronteggiati anche grazie ai condoni, una lotta serrata all’evasione e soprattutto andando a raccogliere il frutto degli oneri di urbanizzazione di cui il comune di Agropoli aveva bisogno e non erano stati pagati. Dal 10 aprile 2015 il film di Coppola lo vedrà protagonista e resterà in sella fino alle prossime elezioni della primavera 2016. “Non possiamo permetterci l’arrivo di un commissario che avrebbe fermato tutte le attività. L’escamotage serve per continuare a lavorare e fornire servizi ai nostri cittadini. Ho vissuto con Franco Alfieri in questi ultimi otto anni e ogni attimo della crescita della città. Nella direzione da lui tracciata mi muoverò, sicuro che è quella giusta e tutto proseguirà in maniera ottimale. Proseguirà poi la crescita della città e la politica degli investimenti con il completamento delle opere iniziate”. Coppola non è questo punto per una designazione dinastica. Alle finanze del primo quinquennio di Alfieri alle elezioni comunali ha stravolto gli equilibri riuscendo a prendere quasi mille voti personali, un record. Grandi capacità manageriali ma anche grande competenza nel far quadrare un bilancio di per se molto delicato. Dopo l’elezione a sorpresa di Sabrina Capozzoli, scelta da Franco Alfieri creando non pochi mal di pancia su consiglieri e assessori, e dopo l’indicazione di Coppola come suo successore, c’è già anche il nome del candidato alla provincia individuato nell’emergente e giovane Eugenio Benevento. Alfieri vuol dimostrare di riuscire anche nell’impresa nella quale altri hanno sempre fallito: creare una classe dirigente capace di dare continuità a un’esperienza politica significativa.

Oreste Mottola
orestemottola@gmailcom

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15 Mar 2015

Luci ed ombre della ricostruzione. “Una città del Sele” è il sogno di D’Ambrisi

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di ORESTE MOTTOLA orestemottola@gmail.com

Qui “Carni no strane”, è scritto proprio così, l’insegna nuovissima della macelleria all’ingresso del centro cittadino parla da sola. Benvenuti a Colliano, qui dove uno scrittore come Massimo Grillandi ci “cacciò” la trama per uno dei suoi racconti più suggestivi, quello del dottor Andrea, ma oggi nessuno lo ricorda. Qui ganno avuto i batali Beniamino De Vecchis ordinario all’università la Sapienza di Roma, Pietro Capasso giudice alla corte Costituzionale e Sottosegretario all’ Agricoltura. E … dulcis in fundo, Vito Borriello segretario particolare di Achille Starace, il gerarca delle coreografie delle grandi adunate fasciste. A Colliano ci siamo arrivati due giorni dopo che Francesca, una ragazza del paese, dopo una nottata di tormenti, ha deciso di non presentarsi alla celebrazione del matrimonio lasciando di stucco un paio di paesi (c’è anche quello dell’ex sposo) e scatenando così la stampa provinciale. Questi sono paesi dei quali i quotidiani provinciali parlano solo per tragedie o farse. La storia del matrimonio mancato è tragedia per chi l’ha vissuta da protagonista e farsa per chi è corso a giocarsi i numeri al lotto.
Tartufi e zampogne
Colliano è il paese dei tartufi e dei ciaramellari. Produce l’agnello più saporito, gli ottimi caciocavalli del brigante e salumi fatti in casa e sopraffini. Dove il farmacista si chiama Amato Grisi ed è il maggiore studioso della storia della Valle del Sele ed il tabaccaio è Carlo Fumo, cesellatore di belle storie di vita collianesi su ” Il Saggio “. Il santo protettore è San Leone, e così tanti hanno questo nome. Troppi, ed è così che abbondano le varianti sul tema. Leone, detto Lilino, Napoliello, 73 anni, è stato insegnante elementare pur avendo una laurea in lingue presa all’Orientale. Negli anni Cinquanta scriveva le lettere di presentazione ai compaesani che volevano emigrare in Francia o in Svizzera. Un industriale parigino, quando seppe, da un suo operaio collianese, del caso di questo professore che assisteva chi andava in cerca di un avvenire migliore, volle conoscerlo, così come la figlia, che volle anche sposarselo.
Paese di individualisti
“Questo è un paese di individualisti. E’ la nostra condanna. “, dice mentre esce dal bar. Leone Tartaglia è “Leo” per gli amici ed ha buttato il sangue per dare un’utilità ad palazzetto dello sport costruito coi fondi della ricostruzione… in un bosco. Ha sempre un sorriso sincero stampato sulle labbra, non nasconde l’amarezza. “Non ho ricevuto aiuti. Il campo di calcio, il tennis, sono disseminati in altre parti del paese. Così non si va avanti. A 22 anni prese la valigia e se nandò a Genova. Nei fine settimana tornava a Colliano e con le sue mani si costruì la casa. Con i suoi risparmi, non con i soldi del terremoto”. Gerardo Strollo di professione fa il veterinario ma “l’animale” che più l’appassiona è il suo paese. Ha valorizzato quant’altri mai il tartufo, organizzando perfino una mostra mercato – nazionale ed una rivista quadrimestrale: “La via del tartufo”. “Dalle 15 alle 20 famiglie vivono agiatamente di questa attività”.

Il ratto delle Sabine. Il preside Adriano D’Ambrisi, figlio di falegname e laurea in matematica, guarda ad Oliveto Citra e, scherzando ma mica tanto, vagheggia una sorta di moderno “ratto delle Sabine”. “Gli olivetano ci sanno fare. Grandi commercianti, eccezionali lavoratori, sanno anche mettersi assieme”. Il professore Napoliello, “il parigino”, tira fuori un recente reportage di “Unico” sul paese vicino dove era stata affacciata la tesi dell’esistenza di un rapporto tra sviluppo dell’economia e diffusione del protestantesimo. “Osservazione acuta, è proprio così”. Grazie, professore. Andrea Goffredo, un altro insegnante, recrimina sulle classi dirigenti del passato: “Ci hanno abituato alla divisione degli uni contro gli altri”, dice. Luciano Fasano parla di effetto “Cinecittà” della ricostruzione che tanto si allontana dalla piazza principale e più diventa approssimativa. Franco Annunziata è un ingegnere: “Le nostre campagne sono state polverizzate dalla possibilità data a chi non era lavoratore della terra di potervi trasferire la propria abitazione”. Mauro Iannarella da poche settimane è stato eletto presidente della Pro Loco: “Oggi facciamo i conti con venti anni di ricostruzione sbagliata che ha tolto l’anima a questo paese”. A parlare, in questa domenica mattina collianese, è l’intellettualità paesana: “Siamo emarginati. La classe politica non ci ascolta”, dice D’Ambrisi.

Ricostruzione da 50 milioni a testa. “E’ stato stimato che la ricostruzione a Colliano è costata 200 miliardi, 50 milioni per abitanti. Non lo dico io, lo ha scritto Il Corriere della sera”, sospira Luciano Fasano. Un altro choc. Eppure il post terremoto di Colliano è portato ad esempio, ed è preceduto solo da Valva per aver rispettato il paese originario. “Sono stati venduti a 1000 lire i nostri coppi che stavano sui tetti e sostuiti con materiali scadenti che costano un decimo. Sono spariti – dice ancora – anche i portali. Rubati o venduti a niente “. Coi fondi del Pit Antica Volcei sta per essere recuperato Palazzo Borriello, al “Chiazzillo” o “Riccio”, come i collianesi chiamavano questa piazza. Ottima iniziativa, ma dopo un quarto di secolo della costruzione nobiliare rimangono solo le mura. Così come all’imponente palazzo Augusto , a ridosso della chiesa madre. “Adagiata come in una conca, immersa fino alla gola tra i castagni e gli ulivi, fusa in un groviglio di case e strade, dove tutto finisce poi per fare da ornamento…”., così la racconta Carmine Manzi. Che continua: “Colliano è adagiato sui monti che sono alla sinistra del Sele: a prima vista dà l’impressione di essere un paese depresso e di starsene un po’ in disparte, quasi sonnacchioso; poi te lo vedi dinnanzi con la estesa zona dei suoi boschi e con tutte le altre tipiche caratteristiche dei comuni montani, una vegetazione fitta ed in alcune parti quasi selvaggia ed inesplorata, gli ulivi pressochè centenerai, le viti, i castagni, le case sparse ed a gruppi, dello stesso colore…”.

Visita a Collianello. Il 10 luglio l’attiva Pro Loco ridarà vita a Collianello con un maxi concerto di musica etnica che sposerà taranta e zampogna. “Case abbracciate alla stessa roccia, dai tufi che rivelano spesso le crepe del tempo e dove anche il selciato sembra conservare le impronte di quelli che furono i suoi primi abitatori”, scrive Manzi ed una visita veloce ci rivela un mondo primigenio, fatato, con pochi abitanti (poco più di trecento) con alcuni di loro ancora dediti ai vecchi mestieri. E’ per Gerardo e Luciano il paesello dei loro nonni, conoscono i vicoli perchè ci venivano a giocare da bambini. “Gli uomini? Sono alla Scara. Carosano le pecore”, dice l’anziana che si affaccia all’uscio e riconosce il gruppo. Decine di giovani visitatori si aggirano curiosi. “Quasi vent’anni di promozione saranno pure serviti a qualcosa”, si schernisce Gerardo Strollo.

L’imprenditorialità con le risorse locali. Torniamo al capoluogo: Colliano. Le novità sono nella crescita di nuove attività imprenditoriali che chiudono con la “bolla” dei soldi facili che giravano attorno alla ricostruzione. Un esempio è il “Panificio Biscottificio Pasticceria” di Erminia Gugliucciello, che ha come slogan “Il buon pane cotto a legna”, con il marito della proprietaria che dapprima ha fatto l’imprenditore edile e poi si è inventato questo panificio artigianale che, in poco più di un decennio, ha imposto all’attenzione provinciale “il pane di Colliano” e presso il punto vendita offre anche una ricca gamma di dolci e pizze di tutti i tipi. La conduzione è tutta familiare e il preside D’Ambrisi addita proprio questa azienda come esempio dello sviluppo che può arrivare solo dall’intelligente valorizzazione delle risorse locali. Lo stesso avviene per le macellerie e per i tre caseifici che puntano tutti sulla ricotta e sul caciocavallo di Colliano e sul latte delle 23 mila pecore che ancora popolano la zona dell’Alto Sele e del Tanagro. Le tradizioni ritornano prepotenti sulla scena. Antonio Tateo racconta con delle belle fotografie dei Russo e degli Strollo che costruiscono zampogne e ciaramelle e le relative “ance” indispensabili per emettere i suoni, i “tuoni” come dicono gli zampognari. Lo stesso fanno Giuseppe Carbone , Rocco Iannarella e Carmine Di Lione.

Da quel 23 novembre di trent’anni fa tutto è cambiato. Il punto di svolta, benedetto o maledetto, secondo i punti di vista rimane il terremoto, qui non fece solo tre morti e distrusse le case:”Da quel momento ci si è immessi in un mondo nuovo, tutto è trasformato e molte cose non sono state dimenticate”, sottolinea Grisi. A partire dalla rivoluzione di 4500 persone che fino a 25 anni fa vivevano addossate le une all’altra ed ora si sono disperse in un territorio di 53 Kmq. “Chi abita vicino a Oliveto, Contursi, Palomonte ha ormai troncato i rapporti col vecchio centro”, dice Luciano Fasano. “Sono rimasti gli anziani. Le classi di mezzo, che erano bambini durante il terremoto , se ne sono andati – aggiunge – nelle nuove contrade”. E’ questa nuova realtà che spinge Adriano D’Ambrisi, Angelo Di Guida e Andrea Goffredo a cominciare ad “accarezzare” l’idea di spingere sempre più l’acceleratore sull’idea di una vera e propria “città dell’Alto Sele”. Non potendo attuare lo “scambio” di dna con gli olivetani, potrebbe essere una via d’uscita dalle angustie di una comunità che ha storia, risorse naturali e sapori da vendere ma lamenta “la capacità di fare sistema”. E’ la vera dannazione meridionale.

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11 Mar 2015

Altavilla, le nuove forme del Ponte sul Calore non piacciono agli abitanti

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Oreste Mottola
A inaugurarlo, il 24 gennaio del 1934, venne Umberto, allora principe di Napoli. Il Mattino del tempo gli dedicò un’intera pagina. Era un vanto della tecnica costruttiva del tempo quel Ponte Canale sul Calore Salernitano. Insieme alla diga di sbarramento del Sele, a Castrullo, dove oggi è l’oasi del Wwf, rappresentava uno lo snodo che sollevava l’acqua che attraverso i canali arrivava fino a Paestum. Sopra correva la strada, “già larga come una corsia di quell’autostrada che nessuno di noi aveva ancora visto”, dice Alfredo, anziano contadino della zona. Un’opera importante perché serviva per collegare velocemente le pianure di Altavilla e Capaccio con Serre e poi Eboli, quel Ponte Canale su Calore Salernitano. Fu un’opera ingegneristicamente molto ardita: Le spallette laterali racconta Rosario Messone, ingegnere e storico furono utilizzate sia per fungere da travi per il ponte che per appoggiarvi il canale principale della bonifica. Le arcate sottostanti, a ellisse, richiesero abilità costruttive non comuni. Le difficoltà aumentavano perché era utilizzato, e in maniera massiccia, per la prima volta il cemento armato. Le stesse maestranze utilizzate erano quasi tutte settentrionali, in particolare venete ed emiliane.
Nove anni dopo ebbe il primo affronto. I tedeschi, dopo lo sbarco angloamericano a Paestum dell8 settembre 1943, nel ricongiungersi verso l’armata di Kesselring che risaliva dalla Calabria e dopo aver dato filo da torcere agli americani proprio sulla collina di Altavilla, ne fecero saltare l’ultimo tratto. E fu allora, nella successiva ricostruzione, che una brutta ringhierina di ferro prese il posto dei tratti dell’originario muretto protettivo distrutti dai tedeschi.
La vita prosegue. Intorno al ponte nasce una piccola borgata, che si chiamerà proprio “Ponte Calore”, caratterizzata da una discreta vivacità di piccole attività economiche, due caseifici e un piccolo supermercato che fa da punto di riferimento, superando lo stesso confine amministrativo fra i comuni di Altavilla e Serre. Del Ponte ne scrive anche Piero Chiara, quando, nel 1967, ambienta in queste zone il suo “Il Balordo”, dal quale sarà tratto uno sceneggiato televisivo interpretato da Tino Buazzelli.
Poi un bel giorno ecco comparire un cantiere, a cura dell’assessorato provinciale ai lavori pubblici, che gli abitanti sottovalutano perché pensano che servirà per rinforzare Il ponte. Ed ecco quindi comparire quelle “fasce”, guard rail rinforzati, molto visibili, dall’esterno, che cambiano completamente la percezione visiva dell’opera.
“E’ come se, senza il tuo permesso, venissero a cambiarti il colore esterno della tua casa”, dice Umberto Peduto, il proprietario del supermarket.
A CAPO DELLA PROTESTA
Trent’anni fa venne da queste parti da cacciatore in cerca di quaglie e folaghe. Il fucile lo depose quasi subito, colpito dalla dolcezza di quest’ambiente. C’è rimasto da zelante ecologista ed ha voluto costruirsi proprio qui, a Ponte Calore d’Altavilla, la sua casa. Per Antonio Accardi, ginecologo di Scafati e primario ospedaliero, questo per anni è stato il ritiro dei fine settimana. Dopo la pensione e una sfortunata campagna elettorale da candidato sindaco per Forza Italia nella città d’origine, arriva la decisione di considerarsi un altavillese a “tempo pieno”.
E’ stato lui a raccogliere le firme sotto alla petizione scritta per protestare per i lavori di ristrutturazione del Ponte sul fiume Calore. “Nessuno osa mettere in discussione le necessarie esigenze di sicurezza” commenta ma l’intervento poteva essere pensato meglio e realizzato senza alterare l’estetica di un’opera che è un vero e proprio monumento di tecnica e di storia”. Ora si aspetta un incontro con l’assessore provinciale Franco Alfieri. “Il cantiere non ha nemmeno un cartello, non sappiamo quindi cosa vorranno ancora realizzare”, aggiunge Accardi.
“In settant’anni nel fiume non è mai caduto nessuno, mi diceva ieri un contadino”, racconta. Sono troppo anonime e visivamente invasive quelle balaustre d’acciaio zincato che stanno mettendo. Si poteva e doveva tener conto della valenza storica del manufatto. Io mi faccio interprete di chi pensa di aver avuto distrutto un capitolo della propria storia”.

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05 Mar 2015

Uccisione barbara di animali selvatici nel Cilento? Casi isolati…

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CILENTANI BARBARI UCCISORI DI SELVATICI? RISTABILIAMO LA VERITA’

Cilentani barbari uccisori di animali selvatici? Si tratta di fatti isolati, non collegabili tra loro, e farne il simbolo di una Vandea contro il Parco significa nobilitarli e favorire l’effetto emulazione. A Sanza, popolo dove è ancora viva una tradizione bovara è evidente la simbologia forse diretta a chi, magari in divisa, tenta di far rispettare norme e leggi. Il Cilento interno non è il Far West e gli interessi non sono rilevanti. I boschi che si potrebbero tagliare sono di proprietà o demaniale o dei comuni. Le stesse imprese boschive sono poche. I cinghiali che distruggono orti, vigneti e uliveti? Oltre mille selecontrollori – cacciatori autorizzati – è l’esercito che il Parco sta per mandare all’assalto dei feroci suini selvatici. Si tratta di cacciatori, gente che da vent’anni non va a caccia nel territorio di casa perché la legge sul Parco mette a bando l’attività venatoria, e di operai forestali che hanno una media di almeno dieci mensilità di stipendi arretrati. Il cinghiale alimenta già oggi un’economia parallela con fornitura di carne – senza controllo sanitario – a ristoranti e agriturismo. Dare le mani libere a tanta gente vuol dire liberalizzare di fatti il settore. Lo stesso movimento dei “Briganti del Parco” non ha reali basi di massa ma è animato da una serie di sindaci, dirigenti di associazioni venatorie in cerca di visibilità che così ritrovano un loro protagonismo politico contro un ente che ha una dirigenza appannata dal fatto che il commissario Troiano è alla fine del suo mandato e il “pilota automatico” che governa gli uffici centrali di Vallo della Lucania all’esterno mostra una serie di “fatti propri” che irritano l’opinione pubblica. Troppe inutili ricerche con questa o quella cattedra universitaria. Troppi soldi in comunicazione. Peccati comunque veniali e soggetti a discrezionalità. In prima fila restano le guardie forestali che ogni giorno reprimono caccia abusiva, tagli non autorizzati di boschi e aperture di piccole discariche. Loro sì che sono esposti a piccole vendette di ogni tipo. Però non trasformiamo degli idioti in moderni briganti con dietro il consenso popolare.

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05 Mar 2015

LIBERTÀ D’INFORMAZIONE FORMAZIONE. QUERELE INTIMIDATORIE.

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DOMANDE E RISPOSTE CON L’AVV. DI PIETRO

di Redazione 4 marzo 2015 07:00 | Nessun commento
L’avvocato Andrea Di Pietro
L’avvocato Andrea Di Pietro
L’intervista. La rivalsa dell’editore. La controdenuncia per calunnia. La diffida a rimuovere un articolo. I quesiti più interessanti posti il 6/2/2015 durante il corso di aggiornamento di Ossigeno

Riproponiamo in sintesi i quesiti più interessanti a cui ha risposto l’avvocato Andrea Di Pietro, esperto di diritto dell’informazione e responsabile legale di Ossigeno, durante il corso di aggiornamento professionale organizzato dall’Osservatorio, il 6 febbraio 2015 a Roma, presso la Sala Tobagi della F.N.S.I., sul tema. “Querele intimidatorie e minacce. Come prevenirle”.

Quali azioni legali può intraprendere chi si ritiene diffamato da un articolo?

La persona che si ritiene offesa può presentare una querela per diffamazione a mezzo stampa. Nel caso in cui il Pubblico Ministero chieda il rinvio a giudizio per il giornalista e il Giudice dell’Udienza Preliminare (GUP) lo convalidi, si avvierà di conseguenza un procedimento penale. Contestualmente alla querela, la persona offesa può intraprendere separatamente contro il giornalista una causa civile per chiedere un risarcimento del danno. Inoltre, può presentare un esposto al Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti per chiedere che sia comminata al cronista una sanzione disciplinare.

Un fenomeno a cui stiamo assistendo, e che un tempo non si verificava, è che l’editore condannato a pagare un risarcimento promuova un’azione di rivalsa nei confronti del giornalista: com’è possibile che ciò accada?

C’è alla base di questo problema un “peccato originale”: nel nostro Ordinamento Penale il reato di diffamazione è punito esclusivamente a titolo di dolo generico (coscienza e volontà dell’offensività dello scritto), ovvero a titolo di dolo eventuale (accettazione indifferente dell’offensività dello scritto). Ciò comporta che la posizione giuridica del giornalista rispetto al reato di diffamazione a mezzo stampa è sempre a titolo di dolo. Questa impostazione produce questa situazione: il giornalista che ha sbagliato in buona fede viene condannato comunque a titolo di dolo eventuale, in quanto colposamente ha omesso di controllare le sue fonti, accettando con indifferenza che dalla sua negligenza possano derivare effetti diffamatori.

Ma il punto è il seguente: se la diffamazione è dolosa, il giornalista non può avere una copertura assicurativa. Inoltre l’editore ha la facoltà di rivalersi sul giornalista, poiché il codice civile stabilisce che il datore di lavoro risponde in sede civile dei fatti colposi del dipendente, non dolosi. Così l’editore può rivalersi nei confronti del giornalista.

Ma il dolo, anche eventuale, non deve essere dimostrato? E quando si discute una causa in sede di giudizio, su quali basi si avverte il dolo?

In un processo per diffamazione il fatto oggetto di contestazione è l’articolo stesso. Il dolo si dimostra tale se la difesa del giornalista non riesce a provare che egli abbia posto in essere, sulle fonti e sui documenti, tutti i controlli necessari e possibili per fargli ritenere vero in via almeno putativa il fatto che racconta. Se il giornalista non ha controllato le fonti con scrupolo, il giudice si convince che egli abbia accettato il rischio che dal suo articolo scaturisca la diffamazione. In questo caso si parla di dolo eventuale.

Siccome, a causa della concorrenza fra le varie testate, i tempi per la verifica e la pubblicazione delle notizie sono ormai strettissimi, il giornalista potrebbe difendersi spiegando che nella sua redazione gli facevano pressione per pubblicare al più presto quella notizia?

È raro che un giornalista si difenda con questo argomento. Se lo facesse scaricherebbe la responsabilità sul suo direttore. È però evidente che questi problemi esistono e le normative vigenti, che come la sentenza Decalogo prescrivono attente verifiche e controlli, non tengono in considerazione la frenesia che si vive nelle redazioni.

Quando intervistiamo qualcuno che rilascia affermazioni offensive o dannose nei confronti di un’altra persona, e noi da intervistatori non possiamo sapere se ciò che afferma l’intervistato è vero o falso, come ci dobbiamo comportare?

Al riguardo si è instaurato un orientamento prevalente della giurisprudenza. Se si pubblica un’intervista scritta senza nessuna forma di manipolazione e nessuna deformazione delle domande, e nella quale i personaggi coinvolti sono di rilievo pubblico, il giornalista in sostanza fa da registratore e ha il dovere di riportare ciò che dice l’intervistato. Nell’intervista scritta però gli insulti gratuiti dell’intervistato vanno sempre eliminati. In una trasmissione radiofonica o televisiva in diretta, ovviamente, ciò non è possibile, ma il giornalista ha l’obbligo di prendere le distanze dalle frasi offensive dell’intervistato appena si accorge che nelle sue affermazioni ci può essere diffamazione. Inoltre, in tutti i casi, sia nell’intervista scritta sia in quella in diretta, se l’intervistato dice qualcosa di palesemente falso, il giornalista deve prendere le distanze, non può fare da cassa di risonanza. E’ sempre difficile stabilire se ciò che dice l’intervistato per quanto offensivo sia o meno di interesse pubblico, ma un giornalista se ne ha il tempo deve sempre controllare ciò che dice l’intervistato prima di renderlo pubblico.

È possibile rivalersi su chi querela ingiustamente?

Solo se il GUP proscioglie il giornalista con la formula “il fatto non sussiste” e riconosce una colpa grave al querelante, cioè riconosce che la sua querela era temeraria, può condannarlo al ristoro delle spese sostenute e al risarcimento del danno. Solo quando è chiaro che il querelante lo ha accusato di falso pur sapendo che il fatto contestato era vero, il giornalista può reagire con una denuncia per calunnia, perché la querela è stata presentata in malafede, essendo consapevoli della insussistenza dell’accusa. I casi in cui si può reagire alla querela con una denuncia per calunnia sono rari. In genere la querela viene presentata da chi si ritiene davvero diffamato.

Cosa conviene fare quando si riceve la diffida ad eliminare un certo contenuto giornalistico?

La diffida non è vincolante. È come lanciare un guanto di sfida. Se il giornalista è sicuro di ciò che ha pubblicato ed è disposto ad accettare il rischio di una denuncia per diffamazione, può rifiutare di eliminare il proprio lavoro: lascia il rete quel contenuto e accetta le conseguenze. L’unica richiesta vincolante di rimuovere un contenuto è l’ordine del Pubblico Ministero che emana un decreto. Di solito quando si riceve una diffida non conviene rimuovere l’articolo, perché tanto la querela di solito arriva lo stesso. Quando un contenuto giornalistico è stato pubblicato, il reato ormai è stato consumato, anche se la pubblicazione è durata solo mezz’ora. Rimuovere l’articolo non elimina gli effetti del reato e allora, a quel punto, tanto vale lasciarlo. Se invece la diffida appare infondata e intimidatoria, il giornalista può rispondere con una denuncia per minacce.

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05 Mar 2015

Viaggio dentro i misteri di Valle della Masseria

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di ORESTE MOTTOLA

1/Continua

[2007 - non ripubblicabile]

Quattrocento pecore morirono e molti vitelli nacquero deformi nei dintorni della località Pagliarone, a meno di mezzo chilometro da Valle della Masseria. Il gregge aveva brucato l’erba sbagliata dall’identica della provenienza del foraggio dato alle mucche. “Solo nell’ultimo anno, da queste parti, c’è stato un aumento di 35 casi di neoplasie”, è la denuncia della dottoressa Ida Passannanti. “A Serre poi, mai visti poi tanti tumori al pancreas ed al colon”, continua. La grande paura di Serre parte da qui. Nonostante questo all’inizio di marzo di quest’anno venne fuori il comitato popolare “Orione” che in una lettera mandata a Bertolaso proponeva di “vendere” i terreni di Valle della Masseria al Commissariato per l’emergenza rifiuti in cambio di lauti indennizzi. Si tentava così di “monetizzare” il disagio, di spezzare la resistenza della popolazione all’incipiente arrivo della discarica. A portare avanti la politica della “mano tesa” era una nota famiglia d’imprenditori del posto, da tempo impegnati in commesse di lavoro per conto del Dipartimento della Protezione Civile, diretto com’è noto da Guido Bertolaso, per il quale riparano, rigenerano e rimessano ingenti quantità di roulotte. Un altro componente della famiglia, la “pecora nera”, è andato più avanti diventando più volte oggetto di cronaca per i traffici delle ecomafie fino a, era il 6 giugno dell’anno scorso, a rimediare un arresto nell’ambito dell’operazione “Rabbit” condotta dai carabinieri e che ha stroncato un traffico di rifiuti tossici dalla Puglia alla Campania. Questa è la “contraddizione in seno al popolo”, avrebbe commentato Lenin o Mao. Ma siamo a Serre e l’incidente ci scappa la mattina del 12 maggio scorso, quando è appena terminata la più “pesante” delle cariche di poliziotti e carabinieri contro i manifestanti, con tre di loro spediti all’ospedale, ma dopo una strana attesa di più di un’ora per via di ambulanze che non riuscivano ad arrivare, da una casa vicina al teatro degli scontri, “dagli amici di Bertolaso” si ordinano pasticcini e spumante. Le donne del presidio buttano tutto per aria ed il commesso della pasticceria è costretto a darsela a gambe levate per evitare il peggio.

ORIONE. Finì poi che molte delle firme sotto il documento furono successivamente ritirate dagli interessati che affermarono pubblicamente di essere stati indotti in errore o sottoposti ad un velato ricatto. La storia è meglio farla iniziare ad Angelo Frattini, sostituto procuratore di Salerno, che il 19/5/1999 così la va a raccontare alla commissione bicamerale d’indagine sui rifiuti in Campania: “…Nel comune di Serre dove una società denominata Ecologia, che aveva per oggetto sociale il recupero di questi rifiuti per utilizzarli come riempimento dei manti stradali (questa è oggi la scusa normale per queste schifezze, consentitemi il termine), trascurando però il fatto che ciò potrebbe avvenire solo a determinate condizioni, aveva scavato una fossa profonda 60-70 metri e larga circa 100 dove abbiamo scoperto che scaricavano questi sacconi di scorie delle industrie metallurgiche, sollevando peraltro polveroni enormi. Questo disastro ambientale per fortuna è stato bloccato…”. Pagliarone è a meno di un chilometro da Valle della Masseria. Meno di dieci anni fa qui, con la scusa di avviare un allevamento di lombrichi, decine di tonnellate di ossido di alluminio e di altri rifiuti speciali vennero interrati in grandi buche scavate nel suolo. Il terreno dove quest’operazione fu portata avanti era di proprietà di chi? Ma di Nicola Mennella. Sì, l’arrestato nell’operazione Rabbit. Così come è di suoi parenti l’azienda in rapporti d’affari, e quindi di evidente sudditanza psicologica, con la struttura diretta da Bertolaso. Pochi passaggi di proprietà e siamo di nuovo sul fondo della cava di Valle della Masseria. Gran parte di questi terreni erano una volta erano di proprietà di questa stessa famiglia. Li vendettero alla Rdb, poi diventata Fantini, e poi c’è un’altra porzione che passa alla Sipla di Padula. Anche altri contadini vendettero ed in cambio ebbero anche un posto di lavoro presso la Rdb di Campagna.

Alla fabbrica che sforna mattoni ci restò molti anni, Mennella. Poi, via verso una carriera imprenditoriale. Era il 28 giugno del 2007 quando finisce in manette. Lo accusano di traffico illecito di rifiuti e disastro ambientale. Il 57enne imprenditore, messo poi agli arresti domiciliari, preferisce lasciare l’abitazione di San Cipriano Picentino e si fa trasferire a Serre. La casa di famiglia è di proprio al crocicchio che porta a Valle della Masseria, dove per sei, sette mesi stazionano i suoi compaesani che protestano. Lui ha altre cose alle quali pensare. L’operazione “Rabbit” è partita dalla Puglia perché in quella regione Nicola Mennella aveva a che fare con uno stabilimento di smaltimento di fanghi di depurazione industriale. L’azienda ubicata a Foggia, destinata ufficialmente alla produzione di concime organico (compost) veniva in realtà utilizzata per smaltire ingenti quantitativi di rifiuti speciali pericolosi da tutta Italia. Questi rifiuti, secondo i carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico pugliese, senza alcun trattamento, venivano riversati direttamente nei terreni agricoli con notevoli danni all’ambiente e gravi rischi per la salute dei cittadini. Insomma era ricascato nei suoi vecchi traffici. E, soprattutto, non simpatizzava né con il battagliero sindaco Cornetta né con il “Serre per la vita”. I pasticcini e lo spumante fatti arrivare la mattina del 12 maggio li aveva ordinati lui?

La delibera regionale per la cava

Sono quattro mesi che si sa che Bertolaso vuole riempire di rifiuti Valle della Masseria. Lo sa non solo l’Italia intera ma anche il mondo per via di un contestato tour di giornalisti stranieri. E la giunta regionale della Campania che fa? Autorizza la riapertura della vecchia cava d’argilla di Valle della Masseria. L’autorizzazione regionale del 7 marzo scorso, delibera n.323 della giunta regionale, concede 35 mila metri cubi alla società Terrecotte, una controllata della Rdb Fantini, pur in presenza di fenomeni franosi evidenziati dalle relazioni tecniche regionali. L’ok di Napoli costituisce poi una variante al piano regionale delle cave. “Sono quarant’anni che fanno scempio della zona, ora vanno fermati perché non ci stiamo a deflettere di un millimetro sulla linea di sviluppo esclusivamente naturalistica della zona”, ribadisce Chiaviello, esponente del comitato popolare. “Ci insospettisce fortemente la sequenza temporale della concessione ed il fatto che senza dare neanche una badilata al terreno questi imprenditori potranno chiedere allo Stato – conclude Chiaviello – diversi milioni di euro di risarcimento e guadagnare dalla tragedia che invece toccherà a tutti noi”. La titolarità della licenza è della società “Terrecotte”, che fa parte del gruppo “Fantini & Scianatico”, uno dei colossi italiani nella costruzione dei laterizi. L’azienda ha stabilimenti in tutta Europa e – è la sua tesi ufficiale- ha bisogno di avere le cave di argilla vicino ai suoi stabilimenti e non butta all’aria lo stabilimento di Campagna e quello dell’Alto Sele per il modesto indennizzo che gli potrebbe arrivare da Serre per la cessione del sito di Valle della Masseria. Il teorema che parte oggi da Serre è semplice ma tutto da dimostrare: «Chi, se non qualcuno che è stato da queste parti per anni, ha potuto pilotare gli atti del commissariato per l’emergenza rifiuti fino a pilotarli giusto al centro di Valle della Masseria?». Perché è stata autorizzata la riapertura di una cava quando non ne ricorrevano più i presupposti? Domande su domande, che contribuiscono ad aumentare la diffidenza della gente. Il teorema che parte da Serre è semplice ma tutto da dimostrare: “Chi, se non qualcuno che è stato da queste parti per anni, ha potuto pilotare gli atti del commissariato per l’emergenza rifiuti fino a pilotarli giusto al centro di Valle della Masseria? Perché è stata autorizzata la riapertura di una cava quando non ne ricorrevano più i presupposti?” Domande su domande, che contribuiscono ad aumentare la diffidenza della gente. Ora Bassolino però fa di più, si va a costituire in giudizio contro il comune di Serre.

Il caso De Biasio
«De Biasio? Era il padrone e gestore di Basso dell’Olmo. Teneva lui le chiavi…». La ricordano ancora a Campagna quell’assemblea pubblica durante la quale Gaetano De Simone lo definì “soggetto non affidabile” e Carlo De Biasio, visibilmente offeso raccolse teatralmente le carte si alzò e se ne andò. Carlo De Biasio, il vice di Bertolaso arrestato a Caserta, seguì passo passo tutta la vicenda che portò all’apertura della discarica che, dall’altra parte della riva del Sele, vedono soprattutto per la vistosa copertura verde e sentono per le esalazioni dei rifiuti stoccati. «Nella maggior parte degli incontri pubblici era De Biasio a relazionare – ricorda De Simone – e subito ci apparve come il vero uomo forte di Catenacci». Quando cominciarono i lavori per trasformare in discarica la cava di Basso dell’Olmo, fu lo stesso De Biasio a lasciare i panni del burocrate per trasformarsi in tecnico fino ad assumere la direzione tecnica dei lavori. «Fu la nostra interfaccia per ogni cosa. Per entrare a Basso dell’Olmo occorreva chiedere il permesso a lui», ricorda il sindaco Biagio Luongo. Anche allora il fondo argilloso non bastò a ridurre a zero l’impatto nel sottosuolo. Il telone che era stato messo a mo’ di tappeto impermeabilizzante si spezzò in diversi punti. Era la pressione dei rifiuti depositati a far affiorare i massi che, ovviamente, laceravano il telone che così ha lasciato passare enormi quantità di percolato che poi hanno proseguito il loro corso andando a finire direttamente nel letto del Sele. Dopo Basso dell’Olmo comincia il lago di accumulo delle acque della diga di Castrullo.

“L’avevamo pure detto a Bertolaso”

Quando Bertolaso va ad incontrare la popolazione di Serre, il sindaco di Serre e i consiglieri comunale d’opposizione scelgono, negli attimi che precedono l’incontro riservato nella stanza della giunta comunale, di chiedere a Bertolaso lumi su questa storia e s’impegnano fra di loro a non renderlo noto subito per evitare di evitare altra benzina sul fuoco. “Che problema c’è, io li esproprio”, risponde un disarmante Bertolaso. «Il fatto più strano è che nessuna comunicazione di questo tipo è giunta agli uffici municipali», è l’unico commento che fa il sindaco Palmiro Cornetta. E la concessione regionale non contiene i necessari pareri sulla franosità e sul rischio idrogeologico messo in evidenza dalla autorità di bacino sul Sele. «Passeremo questa informazione all’autorità giudiziaria», ribadiscono a Serre. E si prova a quantificare l’importo dell’esproprio che dovrà essere pagato per interrompere per sempre quest’attività: più di 10 milioni di euro. Cornetta non usa mezzi termini: “Ho capito da tempo che c’e’ un disegno criminoso dietro l’indicazione per realizzare la discarica a Serre. “Mi risulta – ha spiegato Cornetta – che ci siano stati strani movimenti di compravendita di terreni in quella zona”.

L’azienda si difende
“Nessun mistero, sono solo normali operazioni di ristrutturazioni fra aziende dello stesso gruppo”, fanno sapere da Terlizzi, sede centrale dell’azienda di laterizi. “La nostra richiesta di riprendere le attività di estrazione nella cava di Valle della Masseria, che è una cava attiva, è stata formulata il 19 ottobre del 2006, quando non c’era nessuna avvisaglia di ciò che successivamente è avvenuto. Il 7 marzo scorso l’amministrazione regionale ne ha concluso semplicemente l’iter”. Dalla proprietà di “Terrecotte”, società appartenente al gruppo pugliese Fantini e Scianatico, leader italiano nella produzione di laterizi, ci tengono a far sapere che dall’eventuale discarica da aprire a Serre, loro non ricaverebbero vantaggi ma solo seri problemi. Il non poter più attingere argilla da Valle della Masseria andrebbe ad interrompere il rifornimento della materia prima verso gli stabilimenti di lavorazione di Contursi ed Oliveto Citra, che attualmente danno lavoro ad 80 dipendenti. “A Valle della Masseria da più di quarant’anni, ancor prima dell’istituzione dell’oasi Wwf, sono in azione queste cave che hanno fatto lavorare tanta gente che così ha evitato di emigrare”, dice il geologo Antonino Mennella.

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04 Mar 2015

1979. Quando De Luca si fece arrestare a Persano. Leonardo Sciascia, e Caldoro padre presero le sue difese. Fu un’azione in difesa dell’altavillese Antonio Di Masi

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di ORESTE MOTTOLA
A chiedere lo sgombero sbrigativo fu l’allora comandante del presidio militare di Persano che trovò ascolto nei vertici della magistratura salernitana che chiamò il battaglione dei carabinieri «Lametia». C’era da fermare sul nascere una trattativa che proprio in quei giorni stava inclinando su di un piano pericoloso di “scambio” di altri territori a favore del ministero della Difesa che si stava orientando a lasciare Persano. A spingere in questa direzione erano i vertici di quella regione Campania che poi furono ammazzati dalle Brigate Rosse: Amato e Delcogliano. Lo scandalo erano 1600 ettari, tra i più fertili della piana del Sele ma usati solo dai militari per le esercitazioni e venduti a prezzi di favore ad alcuni “amici” per il foraggio, il pascolo delle greggi ed il taglio dei boschi. Alla testa dei contadini di Persano c’è un manipolo di giovani ed agguerriti dirigenti comunisti. Oggi il nome che spicca è quello di De Luca. L’unico ancora in servizio permanente effettivo. Quando si parla delle inchieste che lo coinvolgono si dice orgoglioso. «Ho 35 anni di lotte civili, di quelle contro la camorra nell’agro nocerino e della notte in passata in carcere, a Persano». Alt, un passo indietro. Innanzitutto era la caserma dei carabinieri di Borgo Carillia, ad Altavilla Silentina. A dirigerla è un maresciallo lucano, di Tursi il paese di Albino Pierro, e si chiama Francesco D’Errico. Per due anni stette fianco a fianco dei contadini. “Ero il padre, il loro fratello maggiore. Li consigliavo per il meglio. E fino a quel giorno era andato tutto liscio”, dice oggi. Di Fragella, “don Vito” come lo ribattezza Carlo Franco, allora inviato di punta del “Mattino”, il leader contadino, è rimasto amico nei decenni successivi. L’epoca? Mese più mese meno, si torna ad oltre trent’anni fa. È il 7 novembre del 1979 quando una carica preceduta da tre squilli di tromba travolge i contadini di Serre che rivendicavano le terre della base militare di Persano, nel salernitano. “Erano entrati dentro all’area militare, con i trattori, per 50 metri”, fu la versione ufficiale. Una scusa, per due anni poco ci era mancato che si andasse ad arare pure nel cortile della caserma Cucci. È l’ultima delle lotte romantiche contadine che infiammarono il Sud in quegli anni. In un’Italia nel pieno degli anni di piombo, delle stragi e dello scontro di piazza permanente, a Persano agli scontri, all’unico ferito, si arriverà solo il 7 novembre del 1979 quando il controllo dell’ordine pubblico passa al colonello Lancieri Galasso. Le quattro persone che decidono di farsi arrestare (tra le quali c’è Vincenzo De Luca) lo fanno per solidarietà verso un compagno (è Mario Tarallo, il fratello di Giuseppe, l’ex presidente del Parco del Cilento) fermato per aver fatto “scappare” il ferito verso una macchina privata che lo porta all’ospedale. Antonio Di Masi, coltivatore di Falagato di Altavilla, in seguito fondatore della locale sagra del fusillo, ha ricevuto una manganellata sulla testa ed ha il sangue che gli cola copioso. L’ufficiale dei carabinieri vede la situazione sfuggirgli di mano. “Mario Tarallo faceva allontanare il ferito a bordo di un’auto privata. All’invito rivoltogli di fornire le proprie generalità, il Tarallo si rifiutava, per cui l’ufficiale lo faceva salire su di un automezzo militare”. Sullo stesso automezzo salgono Paolo Nicchia, allora segretario salernitano del Pci, Giovanni Zeno, responsabile della Camera del lavoro e due giovani dirigenti del Pci di Salerno: Vincenzo Aita, poi assessore regionale all’agricoltura in quota Bassolino ed infine eurodeputato, e, appunto, Vincenzo De Luca. Ci sono anche Mario De Biase ed Elio Barba: “A noi due ci fecero scendere a colpi di calcio del fucile, forse sembravamo troppo giovani”, racconta l’ex sindaco di Salerno. Ironia della sorte, a presentare un’interrogazione parlamentare per chiedere conto di quei quattro arresti è una pattuglia di deputati socialisti. Primo firmatario Antonio Caldoro, padre di Stefano, attuale governatore Pdl a palazzo Santa Lucia. Caldoro senior, Carmelo Conte e Nicola Trotta chiedono all’allora ministro dell’Interno Rognoni «come siano stati possibili e quali i responsabili degli atti di violenza contro i lavoratori e i dirigenti politici». Il governo è un tricolore Dc, Pli e Psdi, il premier è Francesco Cossiga e la discussione su quegli arresti infiamma l’Aula il 9 novembre, due giorni dopo gli scontri e gli arresti. Con i socialisti una pattuglia del Pci guidata da Abdon Alinovi, Peppino Amarante e Giorgio Napolitano oltre a una giovanissima Emma Bonino e allo scrittore Leonardo Sciascia. Tutti chiedono conto di quei quattro arresti. Il sottosegretario Americo Petrucci apre i lavori, risponde ed esprime «il rammarico del governo per i fatti accaduti». Ma nega sdegnosamente gli arresti. «Aita, De Luca, Nicchia e Zeno – ribatte l’esponente del governo – sono stati solamente identificati e si sono allontanati dalla caserma dopo aver presentato una denuncia-esposto contro i militari per i presunti abusi. Nessun fermo e nessun arresto». Dai banchi dell’opposizione partono fischi e contestazioni. «Come si allontanavano? Allora sono scappati?», dicono i comunisti. Il sottosegretario tergiversa, parte un balletto di numeri. Ma per quanto tempo sono rimasti in caserma Nicchia, Aita, Zeno e De Luca? Due ore e mezza come sostiene il sottosegretario oppure oltre dieci come attaccano socialisti e comunisti? De Luca parla di una notte intera. L’allora maresciallo D’Errico, in caserma trova un telegramma e deve rientrare a Tursi per un lutto familiare. “Probabilmente non fu una notte e non furono poche ore”, racconta oggi. “I miei carabinieri mi raccontarono delle discussioni politiche tra questi giovanotti ed i nostri ufficiali. Nulla di più”.

Oreste Mottola

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