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28 Feb 2015

IL CILENTO NON E’ IL FAR WEST E QUESTI SONO BRIGANTI IN CERCA DI UN QUARTO D’ORA DI CELEBRITA’

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questa è la dichiarazione che ho rilasciato al “Corriere del Mezzogiorno” che sta conducendo un reportage sui recenti movimenti anti Parco nel Cilento e le uccisioni di animali…

IL CILENTO NON E’ IL FAR WEST E QUESTI SONO BRIGANTI IN CERCA DI UN QUARTO D’ORA DI CELEBRITA’

“Si tratta di fatti isolati, secondo me non collegabili tra loro, e farne il simbolo di una Vandea contro il Parco significa nobilitarli e incentivare l’effetto emulazione. A Sanza, popolo dove è ancora viva una tradizione bovara, hanno esposto un bel paio di corna. Simbologia evidente e forse diretta a chi, magari in divisa, tenta di far rispettare norme e leggi. Il Cilento interno non è il Far West e gli interessi non sono rilevanti. I boschi che si potrebbero tagliare sono di proprietà o demaniale o dei comuni. Le stesse imprese boshive sono poche. I cinghiali che distruggono orti, vigneti e uliveti? Oltre mille selecontrollori – cacciatori autorizzati – è l’esercito che il Parco sta per mandare all’assalto dei feroci suini selvatici. Si tratta di cacciatori, gente che da vent’anni non va a caccia nel territorio di casa perché la legge sul Parco mette a bando l’attività venatoria, e di operai forestali che hanno una media di almeno dieci mensilità di stipendi arretrati. Il cinghiale alimenta già oggi un’economia parallela con fornitura di carne – senza controllo sanitario – a ristoranti e agriturismo. Dare le mani libere a tanta gente vuol dire liberalizzare di fatti il settore. Lo stesso movimento dei “Briganti del Parco” non ha reali basi di massa ma è animato da una serie di sindaci che così ritrovano un loro protagonismo politico contro un ente che ha una dirigenza appannata dal fatto che il commissario Troiano è alla fine del suo mandato e il “pilota automatico” che governa gli uffici centrali di Vallo della Lucania all’esterno mostra una serie di “fatti propri” che irritano l’opinione pubblica. Troppe inutili ricerche con questa o quella cattedra universitaria. Troppi soldi in comunicazione. Peccati comunque veniali e soggetti a discrezionalità. In prima fila restano le guardie forestali che ogni giorno reprimono caccia abusiva, tagli non autorizzati di boschi e aperture di piccole discariche. Loro sì che sono esposti a piccole vendette di ogni tipo. Però non trasformiamo degli idioti in eroi”.

IL CAVALLO DI MONTE SAN GIACOMO

L’uccisione del cavallo a Monte San Giacomo è un grave atto, oltre che un deplorevole crimine contro un animale indifeso
Corri Cavallo, non girarti più indietro,
questa terra pregna di malvagità non ti appartiene,
non è degna della tua grande gloria.

Figlio del vento e della libertà, corri,
scappa da questo inferno,
verdi pascoli e dolci carezze adesso ti aspettano.

Compagno di Dei e di condottieri,
hai fatto di questi dei Cavalieri perché
un cavallo senza uomo è comunque un cavallo,
un cavaliere senza cavallo è soltanto un uomo.

In questa triste vicenda ci sono vari aspetti da considerare. Da una parte c’è il duro lavoro degli agricoltori e di quanti caparbiamente si ostinano a strappare alla terra i frutti che questa offre in cambio di tanti sacrifici e sudore; dall’altra parte ci sono proprietari non solo di cavalli ma anche di bovini e ovini che, attraverso la “politica dell’indifferenza”, lasciano che questi sacrifici vengano calpestati. E così già da diversi anni le produzioni agricole subiscono ingenti danni. E poi c’è un cavallo, indifeso nella sua indole, incustodito dal suo proprietario, ignorato dalle istituzioni.

Un luogo dove ognuno fa ciò che vuole non è un luogo ideale. E così sembra che gli agricoltori non abbiano più il diritto di poter coltivare i propri terreni. Questo non “dall’oggi al domani” ma da anni. Infatti, alcuni anni fa alcuni cittadini di Monte San Giacomo si sono adoperati come volontari del nucleo comunale di Protezione Civile per la rimozione dei fili spinati dai terreni comunali. Tale operazione, connessa al fenomeno del pascolo abusivo, è stata iniziata e mai portata a termine. Pur tuttavia, bisogna esprimere piena solidarietà alle forze dell’ordine, Carabinieri e Corpo Forestale, che con pochi uomini, pochi mezzi e grandi sacrifici fanno il possibile per far rispettare la legalità.

In queste condizioni critiche tutti i sacrifici, anche quelli di coloro i quali si impegnano per lo sviluppo di una agricoltura locale sana, vengono vanificati. L’associazione Codacons, il Comitato Cittadino Spontaneo Monte San Giacomo Libero e lo scrivente in prima persona, per esempio, stanno seguendo l’iter per l’inserimento di alcune eccellenze dell’agricoltura di Monte San Giacomo nell’elenco regionale dei prodotti tradizionali. Così ci si chiede che senso abbia tutto ciò se è a rischio, per quanto detto, la produzione agricola locale.

Nonostante tutto ciò, il sindaco del Comune trova il tempo di definire alcuni suoi concittadini “rivoluzionari in pantofole”. Non è la prima volta che il sindaco si rivolge ai propri concittadini con toni simili. Eppure, alcuni di questi “rivoluzionari” utilizzano i social network per denunciare atti di inciviltà e meriterebbero una diversa considerazione dalle istituzioni. Cosicché, proprio in relazione a questa vicenda, ci si dovrebbe fare tutti un esame di coscienza, chiedendosi:

- tutto questo poteva essere evitato?
- questa situazione e questa esasperazione può continuare ad essere sostenuta?
- è questo il prezzo che si deve pagare?
Dott. Salvatore Gasparro
Responsabile Settore Agricoltura

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25 Feb 2015

La storia della piazza di Altavilla Silentina (altro che luogo senza identità e storia…)

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Uno scandalo altavillese di 80 anni fa. Un monumento per Carmine Perito
di ORESTE MOTTOLA (riproduzione riservata)

Altavilla Silentina in un'immagine del 1953, foto carrozza


pubblicata nel libro “I PAESI DELLE OMBRE”

Furono i nostri “americani”, quasi tutti emigranti di seconda generazione, che cominciavano a “stare bene” nelle varie Lttle Italy a volere un monumento. Ma non uno qualsiasi. “Che ricordi ai posteri il supremo sacrificio dei figli del nostro ameno paesello” (Lettera di Salvatore Perito a Angelo Molinara, del 21 luglio 1922). Avrebbero anche voluto che ad erigerlo fosse lo scultore Carmine Perito, negli Usa diventato anche Peter, gloria degli altavillesi emigrati negli States. Non fu possibile perchè nel 1922 Perito morì all’improvviso. Il fratello Salvatore, così come l’intera colonia degli altavillesi a New York, avrebbero allora gradito che il paese natìo si fosse degnato di onorarlo con un busto da collocare nella nuova Piazza che si stava costruendo. Ma non fu possibile, ad Altavilla, come spesso accade, il suo talento non era riconosciuto. Eppure le sue statue erano in tutta l’America. Nemo propheta in patria Carmine Peter Perito che era nato 18 luglio del 1871. Emigrò giovanissimo in America. Studiò musica per otto anni ma la sua vera inclinazione era la scultura. Realizzò prestigiose opere in tutta l’America. A 30 anni ritornò ad Altavilla per fare tre mesi di servizio di leva e a Milano quattro anni di Accademia di Brera. E’ a lui che i numerosi emigrati altavillesi in America si rivolsero affinchè tornasse in paese per costruire il monumento per onorare i caduti della Grande Guerra. Alla vigilia della partenza, prevista per il 16 dicembre 1920, un’affezione polmonare (la silicosi?) lo tenne per sei mesi a letto e poi lo spense. In Italia tornarono la moglie Gioconda ed il figlio Germano. Il fratello Salvatore, anche per onorarne la memoria, diede impulso alla raccolta dei fondi fra i compaesani. Carmine Perito è l’autore dello splendido portale della chiesa di Montevergine. L’opera rimase incompiuta perchè l’artista avrebbe dovuto riprenderla in occasione del ritorno per la realizzazione del monumento ai caduti. Il fratello, e gli altri emigranti, avrebbero voluto per lui un busto in piazza Castello. Quest’ultima ipotesi fu sempre fieramente avversata dall’allora sindaco, e poi podestà , Francesco Mottola. “La pretesa è un’americanata”, scrive don Ciccio in una nota. Nella vicenda si inserisce poi Donato Galardi, il suo avversario per antonomasia. L’idea iniziale dei nostri emigranti era quella di dotare la nuova Piazza di Altavilla un monumento imponente, di quelle che Peter Carmine Perito aveva realizzato a New Jork, Dallas ed in altre città americane. Per questo la raccolta dei fondi ebbe subito un avvio brillante. Ventiduemilalire furono raccolte subito. Così come i soldi che erano già serviti per dare dignità alla chiesa – capella di Montevergine. “Per i nostri morti”, è la parola d’ordine. Ora però si preparavano a far tornare il loro più illustre rappresentante. Perito però si ammala. Il Comitato continua a lavorare. Però il diavolo ci mette due volte la coda. Duemila le metterà il municipio, e le altre 38 mila? Ventiduemila lire sono state raccolte negli Stati Uniti d’America e già inviate. Altre 16 mila lire dovrebbero arrivare dalla popolazione residente. No, le raccoglieranno ancora gli “esuli” come si definiscono nelle loro lettere, che si sono organizzati in un apposito Comitato. Quei soldi affidati ad Angelo Molinara diedero vita ad una polemica che continuò per oltre un ventennio. Per “metterci una pezza” l’allora podestà Mottola affidò allo scultore napoletano Tello Torelli l’incarico che ha portato all’attuale monumento. Gli emigrati altavillesi a New York ebbero molto a soffrire per questa vicenda. Per loro, in piazza Castello, doveva sorgere una grande scultura (per l’opera del grande Perito, che però mancò nei primi anni Venti) e non una copia di fonderia come poi avvenne. Francesco Mottola trattò assai male gli emigrati “americani”, scegliendo di “coprire” le personalità altavillesi coinvolte nella vicenda. Dagli Usa però non stettero in silenzio e scrissero le ragioni a tutte le autorità dell’epoca. Venne poi la Seconda Guerra e tutto acquietò.

Alla fine del 1920, il 21 dicembre, arriva la lettera del presidente del “Comitato per il monumento ai Caduti in Guerra della Provincia di Salerno”, Enrico Madia, che sollecita il comune “a deliberare una sovvenzione a favore del monumento che si eleverà in questa Città ad imperituro ricordo dei Gloriosi Caduti in Guerra appartenenti a questa provincia”. Così il Comune di Altavilla, guidato da don Ciccio Mottola, può rientrare in un’iniziativa dalla quale era stato quasi estromesso. Qualcosa, a livello locale, comincia a muoversi l’anno dopo. Il 25 giugno Angelo Molinara comunica di aver costituito un comitato “per l’erigendo monumento ai Caduti” e fa istanza al Comune affinchè deliberi “un contributo” per “dare un degno riconoscimento del grande sacrificio dei numerosi Caduti per la patria”. L’appello è raccolto dal consiglio comunale del 17 luglio 1921 dove 9 consiglieri (Francesco Mottola, Federico Pipino, Francesco Carrozza, Michele Caruso, Salvatore Nigro, Angelo Liccardi, Gaetano Cimino e Giuseppe Peduto) esprimono il loro “si” e altri 11 sono stranamente assenti (Ruggiero Mazzaccara, Germano Pipino, Francesco Carrozza, Giuseppe Cennamo, Antonino Marruso, Gennaro Ricci, Antonio Petrosino, Enrico Sassi, Carlo Molinara e Lazzaro Zito). E’ giustificato Lazzaro Zito, poichè è deceduto da poco. Dieci dissenzienti per un monumento ai caduti sono troppi. Qualcosa è accaduto. E non è solo la prima prova della contrapposizione tra “Stella” e “Orologio”. Facciamo un passo indietro. Il Consiglio Comunale delibera di impegnarsi per uno stanziamento di duemila lire, pagabili durante i prossimi due esercizi contabili. La situazione comincia ad imbrogliarsi già alla fine dell’estate, il 26 agosto del 1921, quando il Sottoprefetto di Campagna (che controlla gli atti del municipio) chiede a Francesco Mottola “tutti gli atti compresa la deliberazione di giunta d’urgenza”. In poche parole, c’è stato un ricorso. Vuole vederci chiaro, il funzionario. Un appunto manoscritto di don Ciccio Mottola dà conto del fatto: “sono sorte delle affermazioni su presunti danneggiamenti dal provvedimento di sistemazione della piazza per collocarvi degnamente il monumento ai numerosi caduti di questo comune!”. E’ sempre la penna di Mottola a vergare la domanda che Angelo Molinara inoltra al Ministero della Guerra per avere un cimelio “adeguato all’entità dell’opera per la quale saranno spese quarantamila lire”. Duemila le metterà il municipio, e le altre 38 mila? Ventiduemila lire sono state raccolte negli Stati Uniti d’America e già inviate. Altre 16 mila lire dovrebbero arrivare dalla popolazione residente. No, le raccoglieranno ancora gli “esuli” come si definiscono nelle loro lettere, che si sono organizzati in un apposito Comitato. Ma subito c’è qualcosa che non va: “Comitato protesta energicamente spese incorse senza autorizzazione specifica. Temiamo ostacoli non lievi successo future questue”, scriverà in un allarmato telegramma Salvatore Perito. Il fatto è questo, ed è tutto a carico di Angelo Molinara, il capo del comitato locale pro – monumento. Lo racconta un telegramma spedito dagli emigranti. “Si sta erigendo una murata di sostegno con i fondi a voi affidati”. Il muro è prospiciente a casa Molinara e la notizia arriva subito in America. Gli emigranti sono in allarme e nient’affatto diplomatici: “A noi occorre sapere – scrive Salvatore Perito – la somma totale che trovasi presso di voi, oppure in deposito, presso le Casse di Risparmio: questo ve lo domandiamo, perchè tale rassicurante notizia proveniente direttamente da voi metterà a posto le cose”. C’è il muro davanti alle proprietà Molinara, e passi. No, è tutto un falso. “La colpa è di Salvatore Iorio. E’ lui che ha voluto scrivere al Prefetto, a Mussolini. Ce l’ha con Molinara”, scrive a Mottola Salvatore Perito, il 25 giugno del 1925. Nella contesa poi entra Donato Galardi che così comincia la quarantennale battaglia contro don Ciccio. Ci va cauto Galardi, ma le “carte” ci restituiscono il suo telegramma: “Molinara sottoporrà controversia al Prefetto”, che scatenerà le ire degli emigranti americani. Ma la discussione è anche sul tipo di monumento. E su chi dovrà eseguirlo. Qui la contrapposizione è con il sindaco Mottola. Gli emigranti vogliono che a lavorarci sia Carmine Perito. Dev’essere il monumento ai caduti ma anche l’esaltazione del genio di questo altavillese che si è fatto da solo. Ad Altavilla hanno idee diverse. Vogliono innanzitutto sistemare la piazza, più che a dirlo apertamente lo fanno capire agli esterrefatti “americani”. Nello slargo che unisce le vie che vengono dall’Annunziata, dal Carmine, da S. Sofia e da Porta di Suso ci sono le piante di ulivo, qualche arbusto e tante pietre. Piazza Castello è ancora campagna. Poi, oltre al cimelio chiesto al Ministero della Guerra, ci sarà chi ebbe l’idea di piantarvi un albero (di leccio, di tiglio) per ogni caduto. Il monumento? va bene anche uno “di fonderia”, fatto in serie, si comincia a dire. Perito? Può restarsene in America. Salvatore Perito, presidente del Comitato americano, e fratello di Carmine, se ne accorge e scrive a Mottola: “Avete voluto farci intendere che qualora non accettiamo la vostra soluzione siete liberi di fare erigere il Monumento a modo vostro usufruendo delle nostre 22 mila Lire? speriamo non sia questa la vostra intenzione altrimenti ci obbligherete a prendere le necessarie disposizioni per proteggere gli oblatori delle lire 22 mila, anzi ci permettiamo rispettosamente parlando al signor Sindaco di non toccare o far spendere una sola Lira della somma suddetta eccettuato per lo scopo prefisso”.
Nel 1923 sulla questione non ho trovato carteggi. Vengono solo venduti all’asta otto alberi nello spazio attiguo l’ex chiesa dell’Annunziata (dove c’è l’attuale Municipio). Si aggiudica la gara Samuele Morrone e l’incasso, per 119 lire, va al presidente dellerigendo monumento ai Caduti. Carmine Perito è gravemente ammalato, gli emigrati non sanno cosa fare. Va bene continuare a raccogliere soldi, oppure fermarsi? Il dilemma è presto sciolto. Quel monumento va fatto, anche per onorare Carmine. “Carmine chi?”, avrà detto colui che sarà detto “il Gattopardo altavillese”, restio ad attribuire a colui considerava un onesto artigiano una patente di valore.
1924
Il 15 gennaio del 1924 da New York scrivono Salvatore Perito e Salvatore Monaco. La missiva è indirizzata a: “Illustrissimo signor Sindaco e Comitato Monumento dei Caduti in Guerra di Altavilla Silentina”. Ecco il testo: “Stimatissimi signori. Il sottoscritto, Tesoriere del Comitato in New York e unitamente a molti altri componenti di questo Comitato, sono molto dispiacenti in riguardo alla poca attività mostrata dal comitato di Altavilla per l’erezione del tanto desiderato Monumento, per il quale i nostri compaesani hanno senza indugio contribuito finanziariamente per portare a fine detta opera.
Molte lettere e proposte sono state spedite al Presidente Cav. Dottor Angelo Molinara, senza aversi degnato di dare una risposta di sorta di sorte, sia per che cosa si attende di per fare detta opera, sia per sapere se vi aggrada che questo comitato facesse fare un disegno da Artisti qui residenti, come procurare prezzi della costruzione.
Il 9 ottobre fu spedito al sig. Molinara un piccolo schizzo per il costo del quale, da una ditta in Italia di già sappiamo il probabile costo; bensì come ho detto tale schizzo non fu un regolare disegno; ma, un accenno di ciò che si potrebbe ottenere per il denaro disponibile.
Io in qualità di Tesoriere ho spedito al signor Molinara lire Ventiduemila, ho saputo anche da altri nostri compaesani altre somme sono state spedite, e si spediranno ancora, se possiamo avere quella soddisfazione che a noi ci tocca da poveri emigrati.
Si desidera perciò sapere signor Sindaco di che si tratta per questo silenzio e non curanza, come pure, quanto ha contribuito il popolo di Altavilla; poichè essendo noi i contribuenti principali abbiamo diritto a tutte queste cose, e specialmente vogliamo sapere a mezzo di un disegno bozzetto od altro; che si vuol fare per il denaro disponibile. Sapendo tutto ciò, possiamo da qui fare anche noi passi per ottenere col minimo costo un buon lavoro, e che a ciò voi costà , dovreste associarvi invece di ostacolarci.
Attendiamo da lei Sig. Sindaco di farci consapevole di quanto accennato, sperando che non dobbiamo ricorrere altrove, per creare mali umori che sinceramente vogliamo evitare. Accettate i sinceri saluti. Salvatore Perito S. Monaco”.
Alla lettera sono accluse le note a margine vergate da qualcuno. Forse è don Ciccio. Da queste apprendiamo che “non l’ha ricevuto” per lo schizzo inviato. Il “popolo di Altavilla” ha dato poco più 800 lire e 1800 lire sono state raccolte dai “soldati”. Si precisa pure che le spese per la sistemazione del monumento sulla piazza ammonteranno a 16 mila lire comprensive del contributo comunale.
Intanto il 7 febbraio 1924 il “Comitato” da New York telefrafa: “Comitato forzato rivolgersi autorità desidera urgenti notizie monumento informato Molinara comitato New York ho dato contratto erigere schizzo mandatogli ad ottobre scorso. Firmato COMITATO”.
Il 14 febbraio del 1924 dalla Sottoprefettura di Campagna arriva al Comune un “biglietto urgente di servizio” che comincia a fornirci un’altra chiave di lettura della vicenda. “Vien riferito che codesta Amministrazione Comunale in modo arbitrario avrebbe, in occasione spianamento Piazza Umberto Iø, alterato accesso casa abitazione del signor Beniamino Brunetti, al quale avrebbe causato perciò grave danno. La stessa Amministrazione avrebbe pure, contro volontà del Brunetti, disposto abbattimento di un muro della lunghezza di circa cinque metri.
Prego di fornire al proposito urgenti informazioni, disponendo che entro breve termine sia provveduto al ripristino del turbato possesso dei beni del Brunetti. Avverto che ho gli atti in evidenza”.
Mottola risponde il 20 febbraio del 1924.
Un appunto autografo datato 7 marzo 1924, sempre di Francesco Mottola, forse prima nota di una lettera da spedire agli “americani” specifica come: – Molinara non ha preso alcun impegno per il monumento; – restano ancora a disposizione 17 mila lire; – che è conveniente bandire un pubblico concorso per avere condizioni più vantaggiose.
Ed è su questa “base” che il 20 febbraio del 1924 il sindaco scriverà una lettera a Perito e Monaco. Trascrivo dalla minuta autografa: “La lettera alla quale ho il piacere di rispondere trasuda un pò troppo risentimento verso il presidente del comitato pel monumento ai caduti, risentimento giustificato da supposizioni che individui ed asntipatie locali si siano fatte arrivare finanche a New York con troppe basse insinuazioni. Perciò faccio appello agli alti sensi di patriottismo dei nostri emigranti che con tanto slancio hanno voluto contribuire all’erezione di un monumento – ricordo per quanti immolarono le loro giovani esistenze. Non immaginavamo neppure lontanamente che questo sacrificio potesse costituire un buon pretesto per così meschine volgarità .
C’era una volta la “Fratellanza Silentina”

Furono Germano Di Matteo, Carmine Caruso, Domenico Cantalupo, Biagio Capone e Giovanni Belmonte, a fondare, il 13 maggio del 1888, a New Jork, la prima associazione, o meglio “Società di Mutuo Soccorso” degli altavillesi che avevano preso la via dell’emigrazione. Il notaio Louis Della Rosa scrisse lo statuto del sodalizio che prese anche il nome di “Fratellanza Silentina”. Il gruppo aveva la finalità di fornire assistenza ed istruzione agli associati. Di questo gruppo, a sfondo massonico, farà parte lo scultore Perito (autore di importanti monumenti negli Usa ed in Canada) ed autore del portale della chiesa altavillese di Montevergine. Furono loro a raccogliere i fondi per erigere un degno monumento ai caduti della Grande Guerra. Quei soldi affidati ad Angelo Molinara diedero vita ad una polemica che continuò per oltre un ventennio. Per “metterci una pezza” l’allora podestà Mottola affidò allo scultore napoletano Tello Torelli l’incarico che ha portato all’attuale monumento. Gli emigrati altavillesi a New York ebbero molto a soffrire per questa vicenda. Per loro, in piazza Castello, doveva sorgere una grande scultura (per l’opera del grande Perito, che però mancò nei primi anni Venti) e non una copia di fonderia come poi avvenne. Francesco Mottola trattò assai male gli emigrati “americani”, scegliendo di “coprire” le personalità altavillesi coinvolte nella vicenda. Dagli Usa però non stettero in silenzio e scrissero le ragioni a tutte le autorità dell’epoca. Venne poi la Seconda Guerra e tutto acquietò.

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23 Feb 2015

“Vi racconto che cosa è diventata oggi Matinella” di ANTONELLO PELLEGRINO

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Da Antonello Pellegrino, segretario della sezione di Rifondazione Comunista di Albanella, riceviamo e volentieri pubblichiamo.

“E’ stato sabato sera che dopo l’ennesima domanda rivolta ad un ventenne carico di buona volontà e speranze ho ricevuto una secca e significativa risposta:”Me ne vado in Germania!”. Queste risposte fanno male soprattutto a chi crede ancora che il mio paesello possa un giorno cambiare, trasformarsi. Ho creduto doveroso compiere una veloce analisi di ciò che la mia Matinella è diventata nell’ultimo ventennio. Considerata per anni il volano economico e culturale del Comune di Albanella, come è cambiata sotto la scure della crisi e i colpi affondati da scellerate amministrazioni, cosa è diventata una potenziale frazione di provincia florida e ridente?Si narrava di una Matinella diventata punto di concertazione nevralgico al centro di piccoli comuni limitrofi, nuova linfa sarebbe giunta ad ossigenare i diversi settori del territorio fino al completo decollo di una comunità che si sarebbe distinta per capacità e voglia di crescere. Ma tutto questo non è stato!La situazione attuale è paragonabile sotto alcuni aspetti a quella che si poteva ritrovare nelle vecchie Ghost Town del West Americano, città o villaggi spremuti all’inverosimile per poi essere abbandonati al primo segnale di malato terminale. Oggi le poche attività commerciali che con audacia e coraggio riescono ancora a sopravvivere si alternano alle altre che chiudono i battenti risucchiate da un catastrofico domino economico. Le opportunità di lavoro che puoi ritrovare non sono altro che frutto del sommerso, sottoproletariato adattato a professioni o mestieri di cui non si necessita competenza, di salari di gran lunga discutibili. Una fuga migratoria , non solo giovanile, che si avvicina tantissimo allo spopolamento che ha caratterizzato il Meridione nei primi anni del secolo scorso. Gli anziani costretti a girovagare tra una panchina e a spulciare erbacce da un’aiuola con lo sguardo rivolto a qualche vettura di passaggio. Le avvisaglie e i presupposti di una Città Fantasma ci sono tutti!Ma l’aspetto più inquietante è la completa mancanza di confronto quotidiano tra le persone, l’assenza di un’interazione di idee, di valori e di sociale. L’avvento di Internet, dei Social Network ha rafforzato la disconnessione tra gli individui che fino a 20 anni fa riuscivano ad interagire non solo davanti al bancone di un bar, allo schermo di uno smartphone. Ti guardi bene intorno e ti accorgi che le uniche forme di sottile aggregazione rimaste sono le partite di calcio in TV, le “bollette” della Domenica, qualche birra con gli amici e un post su facebook. Tocchi con mano un tessuto sociale che si è automaticamente conformato alla triste e noiosa realtà che lo circonda, un tessuto comunitario che si è abituato a non avere niente sperimentando nuove forme di autolesionismo. Ma 20 anni fa la mia frazione non era così, in alcuni aspetti riusciva ad autodeterminarsi nei confronti di chi aveva in mente il progetto di creare nuove vittime di un disagio sociale, di chi cercava di instaurare odio tra me ed il mio vicino, di chi spaccava la popolazione.
E’ proprio quella autodeterminazione che può farci riemergere dalle sabbie mobili che hanno invaso le stradine della mia frazione, proprio quella facoltà di scegliere può evitare di farmi ascoltare la stessa frase di quel ventenne che in fondo sabato sera si sentiva anche molto triste!”.

ANTONELLO PELLEGRINO

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17 Feb 2015

Battipaglia e camorra: trent’anni di dominio sulla Piana del Sele di Carmine LANDI

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BATTIPAGLIA. “Battipaglia non è terra di camorra”. Negli ultimi mesi, in città, il ritornello è divenuto un vero e proprio tormentone, un’edulcorata negazione che suona quasi come un azzardato coaching automotivazionale: tra il “non fa male!” di Rocky IV, il discorso di Al Pacino negli spogliatoi di “Ogni maledetta domenica” e il battipagliese “qui non esiste la camorra”, insomma, non c’è alcuna differenza. Anzi, ce n’è una, e neppure di poco conto: nei primi due casi, infatti, il riferimento è alla fervida fantasia di qualche sceneggiatore, mentre in città l’accorato “non sumus” è uno speranzoso tentativo di fuga da un’amarissima realtà.

I tre affiliati al clan De Feo, arrestati all’alba di ieri in seguito ai frequenti tentativi d’estorsione di contributi a beneficio degli “amici carcerati”, dunque, rappresentano gli ennesimi nominativi che vanno ad aggiungersi alla lunghissima sfilza di delinquenti associati alla criminalità organizzata locale; le manette che hanno cinto quei sei polsi testimoniano eloquentemente lo strapotere dei cartelli camorristici in questo lembo di terra che circonda il fiume Sele.

La culla del clan De Feo è la graziosa Bellizzi; il capostipite è Pasquale De Feo, che al momento, dopo aver soggiornato all’interno di numerose carceri italiani, si trova in ergastolo ostativo dietro le sbarre del circondario di Catanzaro; gli anni d’oro sono i fabulous Eighties, quando, dopo essersi intrecciata al cartello Marandino, la famiglia bellizzese s’affilia alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo.

Piana del Sele, pistole, panette, pizzo, prostituzione, patrimonio prorompente, predominio: le “p” dei De Feo sembrano non conoscer sosta, e il clan bellizzese stende la mano sull’intera zona che va dai Picentini al Cilento. Poi, però, le “p” iniziano a divenire avverse: nel picentino arrivano i Pecoraro, guidati da Giovanni, che nella seconda metà degli anni Ottanta iniziano a sottrarre ampie fette di territorio ai De Feo affiliandosi alla Nuova Famiglia, capeggiata da Carmine Alfieri, dopo essersi uniti ai Maiale – il cui capo, Giovanni, nel frattempo, ha abbandonato la NCO per sposare la causa delinquenziale del nuovo boss – che prendono il controllo della zona che va da Eboli al basso Cilento.

Nel napoletano, ‘O professore ‘e Vesuviano e ‘o ntufato iniziano a farsi la guerra; nei territori che circondano Battipaglia, le cosche che si contrappongono in nome dei boss partenopei sono proprio De Feo-Marandino e Pecoraro-Maiale. Nel settembre del 1988, il cartello dei De Feo riesce a far fuori Giovanni Pecoraro: dovrebbe essere il trionfo per il clan di Bellizzi, ma in realtà la famiglia finisce per farsi terra bruciata attorno, finendo decimata per via degli attacchi dei Maiale e di Alfonso Pecoraro – fratello di Giovanni e nuovo boss del clan battipagliese – e delle continue azioni poliziesche dei Carabinieri. E proprio due carabinieri, il 23enne Fortunato Arena e il 29enne Claudio Pezzuto, il 12 febbraio del 1992, finiscono per legare sempiternamente, loro malgrado, il proprio nome alla cosca dei cutoliani bellizzesi: i due militari dell’Arma, infatti, vengono freddati da Carmine De Feo, fratello di Pasquale, e da Carmine D’Alessio; i due tutori della legge avevano chiesto i documenti ai delinquenti durante un posto di blocco a Faiano. Il clan De Feo sale alla ribalta della cronaca nazionale: dopo cinque mesi di latitanza – si fa per dire, dal momento che i due erano rimasti sempre nello stesso appartamento di Calvanico – i due Carmine vengono tratti in arresto; nello stesso anno, Pasquale finisce al 41bis per via dell’assassinio del boss rivale di qualche anno prima. Il potere è completamente nelle mani dei Maiale-Pecoraro.

Per il boss dei De Feo arriva l’ergastolo ostativo; ciononostante, Pasquale continua a tessere le trame della rivalsa, e riesce a timonare ancora la famiglia: che sia in una cella di Sulmona, o di Parma, o di Catanzaro – dove attualmente è rinchiuso – il capoclan attende l’occasione propizia per riprendere il potere tra le mani.

Dopo quasi dieci anni, nel 2001, la chance sembra essere finalmente arrivata: ad aprile, infatti, 15 influenti membri del clan rivale Pecoraro-Renna finiscono dietro le sbarre a seguito di una retata dei carabinieri; Pasquale De Feo, che non ha più alle spalle la NCO, frantumatasi dietro l’avanzare degli Alfieri prima e dei Casalesi poi, approfitta dei contatti intessuti con i potenti ‘ndranghetisti della Locride per far arrivare dal sud-America enormi quantitativi di droga da rivendere nella Valle del Sele: Battipaglia, Bellizzi, Pontecagnano, ma anche Eboli, Capaccio, Agropoli. I sogni di gloria, però, durano poco più di un anno: nell’agosto del 2002, infatti, i fratelli del capoclan, i bellizzesi Antonio e Vito De Feo, il battipagliese Francesco Ingarra (NELLA FOTO) – che ieri è finito ancora una volta in carcere – e il montecorvinese Gerardo Petrillo vengono tratti in arresto dai carabinieri, che in questo modo assicurano alla giustizia la tetrarchia di spicco della cosca.

I De Feo, tuttavia, continuano a dominare la Piana del Sele, e continuano a contendersi il potere con gli eterni nemici, i Pecoraro-Renna: la famiglia trae la maggior parte delle risorse dalla droga – soltanto il 15 gennaio scorso era stato tratto in arresto a Bellizzi, in pieno centro, il pusher 33enne Abramo De Feo – e dalle estorsioni, come testimoniato dai tre arresti di ieri.

Ci sarebbe tanto altro da scrivere, ma le colonne di un quotidiano non consentono di dilungarsi ulteriormente: è solo una microstoria per sommi – quasi radi – capi di un clan che continua a far sentire il suo peso in una città dove “non c’è la camorra”. E dove, ogni anno, è Babbo Natale a portare i doni ai bambini in sella a una slitta volante. E dove, allo scoccar d’ogni mezzanotte, i carri fatati si tramutano in zucche. Zucche vuote?

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16 Feb 2015

FINALMENTE SI SISTEMERÀ LA PIAZZA UMBERTO I Ecco 4 suggerimenti per fare meglio, prima, e spendere meno

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Il progetto approvato dalla Giunta Comunale per la sistemazione di Piazza Umberto I prevede la realizzazione di un parcheggio interrato su via Roma per 10 posti auto e un bagno pubblico all’angolo tra via Roma e la piazza. Inoltre non è prevista una corsia carrabile per le automobili in transito da Via Roma a via Belvedere, né arredi e panchine dal lato della Casa Comunale.

CONSIDERAZIONI
1. Il parcheggio previsto:
a) non risolve le esigenze degli automobilisti perché metterebbe a disposizione solo sette nuovi posti auto (dovendosi sacrificare per la sua realizzazione i tre posti già esistenti)
b) pone problemi di sicurezza e determinerebbe caos nel traffico dal momento che non sono previsti spazi di manovra fuori dalla sede stradale di via Roma;
c) è esteticamente discutibile per il suo impatto architettonico e paesaggistico;
d) è scomodissimo nell’uso, essendo le macchine sistemate in pendenza nel senso della larghezza anziché della lunghezza dell’auto, risultando così non agevole l’uscita soprattutto dal lato destro dell’automobile, e impossibile per le persone anziane o con difficoltà motorie;
e) è un’opera molto costosa con un rapporto costi benefici decisamente inadeguato:
f) causerebbe danni rilevanti all’economia locale per i lunghi tempi di chiusura di Via Roma.
2. Il bagno pubblico di fronte agli esercizi commerciali e nelle immediate vicinanze delle panchine creerebbe una situazione di disagio e di precarietà igienico sanitaria, anche in considerazione del fatto che non ci sono in progetto indicazioni sulla sua manutenzione (un bagno pubblico per essere conservato pulito ed efficiente ha bisogno di continui interventi di igienizzazione, il cui costo dovrebbe essere attentamente preventivato);
3. La mancanza di una corsia per le automobili creerebbe situazioni di confusione e di pericolo nella piazza;
4. Nonostante siano già presenti diverse panchine nella zona della piazza adiacente a via Roma, le persone preferiscono intrattenersi sul lato della casa comunale, a costo di stare in piedi o di sedersi sugli scalini antistanti gli esercizi commerciali, probabilmente per motivi climatici (posizione più riparata dal vento e dal sole) o di direzione dello sguardo (la vista verso l’entrata della piazza rende più piacevole lo stazionamento);

CHIEDIAMO PERCIÒ di apportare 4 semplici modifiche

1. Non realizzare il parcheggio interrato in via Roma e si individuino invece spazi alternativi nelle vicinanze della piazza idonei ad ospitare un sufficiente numero di auto

2. Studiare soluzioni alternative al bagno pubblico

3. Prevedere una corsia carrabile da percorrere a bassissima velocità per le automobili in transito tra Via Roma e Via Belvedere

4. Prevedere arredi e panchine anche sul lato della piazza dov’è ubicata la Casa Comunale.
SEI D’ACCORDO?
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13 Feb 2015

AGROPOLI. Trenta… uova? No, denari…dal blog di VITO RIZZO

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13 feb Trenta… uova o denari?
Il Comune di Agropoli compra l’area naturalistica di Trentova. Prezzo d’occasione 800.000 euro.

Area protetta, patrimonio dell’UNESCO.

Contestualmente il Consiglio Comunale vota la variante allo strumento urbanistico: un progetto di 11 milioni di euro per… bla,bla,bla e la creazione di un campo da golf.

…nell’area naturalistica… un campo da golf… UN CAMPO DA GOLF!!!!!

A parte il verde dei “green”, è notorio che un campo da golf di naturalistico ha poco o niente. In pieno Parco Nazionale, riserva di biosfera, a due passi dalla spettacolare Baia (di Trentova, appunto).

…Mmm…

Trenta… uova? No, denari…

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10 Feb 2015

Agropoli, il porto cerca il rilancio con l’aggiudica del nuovo bando per i servizi interni e una campagna pubblicitaria

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di ORESTE MOTTOLA

Si scrive porto ma si tratta del primo volano dell’economia del Cilento, assicurando oltre cinquecento posti di lavoro, e fino a Sapri non ha eguali. Ha una vocazione turistica ed è meta scelta dal Jet Set internazionale. Nella memoria collettiva ci sono ancora l’arrivo dei due mega yacht Venus ed “A” il ferro da stiro, rispettivamente di Steve Jobs fondatore di Apple e del magnate russo Andrey Melnichenko entrambi disegnati da Philippe Starck. I NUMERI. I numeri il porto di Agropoli li ha. Così come i fondamentali di settore: a quattro passi ha servizi di deposito, alaggio, varo, assistenza tecnica e meccanica, vendita barche, motori e attrezzature. Così come la storia sulla quale evitiamo di trattenerci ancora. Quel che tiene banco è l’oggi. L’infrastruttura è in grande spolvero e fervono le iniziative. C’è in corso il bando per i servizi interni da aggiudicare e un’aggressiva e originale campagna di marketing gestita dall’agenzia “Giannacomunica” vuole imporre il porto agropolese rispetto al pubblico internazionale del settore. AGGANCIATO AL CILENTO. Lo slogan: “Il Porto Turistico di Agropoli. Il tuo Porto nel Cilento” lo lega all’area protetta che fa stare ancora tutti in ambasce. Il bando per i servizi, dei quali si diceva, è appena scaduto e tra qualche mese vedremo l’affidamento e la gestione in subconcessione di unità immobiliari da destinare a servizi turistici e diportistici presso il porto. LIDO AZZURRO, E’ POLEMICA. L’altro capitolo relativo alla polemica per i lavori presso il Lido Azzurro che secondo il geologo Franco Ortolani, l’operatore portuale Michelangelo Mazzillo e l’ingegnere e politico M5s Consolato Caccamo rappresentano un modo surrettizio per ampliare l’area portuale scalda più la tradizionale anima saracena degli agropolesi. Il bando e la campagna pubblicitaria invece vanno a concretamente disegnare quello che è il simbolo della città. In una prossima puntata se ne darà correttamente conto. Ora l’attenzione è sul porto turistico principale. IL FUTURO. Nel dettaglio si tratterà di attivare un pub-ristorante ed un bar presso la palazzina servizi che sorge all’interno dell’area dello scalo marittimo. Spazio poi a botteghe destinate al commercio al dettaglio di natanti e accessori; di articoli sportivi e per la pesca; e ancora commercio al dettaglio di abbigliamento. Prevista anche l’apertura di un laboratorio artigianale di alimenti e commercio al dettaglio di bevande; di botteghe per la vendita al dettaglio di prodotti alimentari tipici locali, un’edicola e oggettistica. Le richieste dovranno sono state già presentate all’Ufficio Protocollo del Comune, scadevano alle ore 13:00 del 30 gennaio 2015. I corrispettivi indicati come base di gara delle rispettive sub concessioni, dovuti per l’intera durata delle stesse, sono fissati tenendo conto dei costi inerenti la costruzione e manutenzione esterna (ordinaria e straordinaria) delle strutture; le competenze tecniche; la pubblicità; il canone della concessione demaniale regionale inerente i primi due anni della stessa concessione (2013-2014); gli oneri tributari con corrispettivi che vanno da 529.570,48 euro fino a 36.499,91 euro. L’aggiudicazione avverrà con procedura aperta mediante il criterio dell’offerta del massimo rialzo sul prezzo posto a base di gara con il contratto che avrà durata fino al 31 marzo 2032. E’ ovvio che le discussioni sulla questione porto in questa fase risentono delle pressioni e aspettative per avere “fette” quanto più possibile migliori all’interno dei vari servizi oggetti di gara. L’AMMINISTRAZIONE COMUNALE SCEGLIE IL PROFILO BASSO. nche per questo al comune di Agropoli fanno sapere che preferiscono, per il momento, tenere un profilo basso e sottrarsi a polemiche, “la fase è oggettivamente delicata” – dicono – con parole e valutazioni che potrebbero prestarsi al sospetto di speculazioni. Oggi il Porto è costituito da n.17 pontili: 9 sono gestiti da privati riuniti in consorzio, 6 dal comune e 2 da associazioni. Il tutto è già dotato di servizi idrici ed elettrici, assistenza all’ormeggio, rifornimento carburante, servizio gru, etc. Va sottolineato come si tratti di una realtà importantissima per l’economica del territorio dallo straordinario potenziale di crescita e occupazione. LA STORIA. Il porto viene costruito nel 1969, data della posa della prima pietra, e nel 1997 viene costituito il consorzio su iniziativa di Giovanni Ruocco, Antonio Ragone e Spera Luisa, insieme a tutti gli altri concessionari: Pasquale Cortucci, Franco Giordano, Antonio Del Core, Massimo Cantalupo, Silvano Landi, Gennaro Montone, SIVI srl, Borrelli e Del Verme, per riunire tutte le realtà portuali e favorire l’indotto dell’area portuale che tra strutture ricettive, imprese di servizi etc. genera occupazione per più di 500 persone. Il Porto di Agropoli oggi è costituito da 16 pontili (9 privati, 5 comunali, 2 di associazioni) 1.200 posti barca e offre servizi idrici ed elettrici assistenza all’ormeggio, rifornimento carburante, servizio gru ed è il primo volano dell’economia di Agropoli. E’ il Porto del Cilento ed il più grande fino a Sud di Sapri. Un attracco sicuro e completo con una genius loci straordinaria, naturale, piena di storia e cultura irriproducibile anche per le strutture più moderne realizzate. E, che non guasta mai, a pochi metri dall’ormeggio si potrà assaporare in bar, ristoranti e pizzerie la cucina che sa di mare con pesce fresco e prodotti tipici secondo le tradizioni locali, vini, pizze e dolci cilentani

1- Continua

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08 Feb 2015

Grandinate e alluvioni di rincari e il contadino capaccese annaspa…

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di ORESTE MOTTOLA

Cammarano, allevatore

Stangata per l’acqua dal consorzio di bonifica di Paestum. Il presidente: “così combattiamo gli sprechi”. Acqua sempre più cara per le imprese agricole e turistiche servite dall’acquedotto del consorzio di bonifica di Paestum e che ricadono nei comuni di Altavilla, Albanella, Capaccio e Agropoli. Per il comparto agricolo il calcolo porta a un 35% di aumenti medi a metro cubo che vanno così da 0,43 a 0,60 euro per metro cubo. Per le utenze “a uso turistico”l’incremento è rilevante: nel 2012 nella prima fascia, fino a un consumo di 300 metri cubi, si pagavano 0,42 euro a metro cubo, quest’anno si pagherà 0,76. Nella seconda fascia, fino a 600 metri si passa da 0,52 euro mc a 1,01 euro. Nella terza fascia oltre 600 mc, il balzo è da 0,68 euro a 1,29. Queste prime cifre fanno capire come gli incrementi più alti dei canoni andranno a colpire le attività che consumano più acqua tra le quali ci sono sicuramente le tante strutture turistiche del litorale di Paestum. “Per le fasce sociali più disagiate sono previste apposite forme di tutela”, ribatte il presidente del consorzio che gestisce l’acquedotto. Nell’occhio del ciclone sono alberghi, camping e lidi. Il consorzio di bonifica chiedeva un acconto, e poi a fine stagione veniva effettuata la lettura del contatore e si pagava il restante. Da quest’anno ci sarà un sistema di pagamento a rate, a partire già da marzo, della somma relativa al consumo previsto (in base ai consumi degli anni passati e comprensiva dell’aumento). Ovviamente, con la crisi in atto è prevedibile un consumo inferiore poiché ci saranno meno turisti. Nel caso in cui si consumerà meno quanto, si dovrà pagare? I soldi pagati in più come verranno restituiti? Per il presidente Vincenzo Fraiese, la questione è infondata: “Le nostre tariffe medie sono inferiori a quelle di altri gestori in provincia di Salerno, e poi chi oggi ci accusa dimentica che gli ultimi aumenti risalivano al 2007 e allora furono di oltre il 40%. Più volte i nostri organi superiori ci hanno tirato le orecchie rimproverandoci una sorta di concorrenza sleale. La verità è che con la rivalutazione dei prezzi delle forniture abbiamo attuato un’intelligente azione di scoraggiamento degli sprechi. L’acqua è un bene scarso, tutti siamo tenuti a risparmiarlo. Per quanto mi riguarda quest’aspetto, è importante quanto tenere in equilibrio il bilancio dell’ente ”

IL RINCARO DEL CARBURANTE AGRICOLO

“Gli agricoltori della Piana del Sele sono in ginocchio. Gli ultimi aumenti hanno fortemente penalizzato anche la nostra categoria, già a rischio collasso, ma le nostre istanze non vengono prese in nessuna considerazione”. A protestare è l’ex consigliere comunale ed imprenditore agricolo, Roberto Voza. “Noi abbiamo subito l’aumento del gasolio. E poi aumenti indiscriminati dei concimi, dei materiali plastici e degli anticrittogamici. Siamo la categoria dei non famosi. Devono intervenire subito e in modo concreto. Tutta la Piana del Sele ormai è in ginocchio da tempo e la situazione è destinata a peggiorare”. ella Piana del Sele, in particolare a Capaccio, il 90% delle aziende agricole è a rischio chiusura. Alcune aziende, infatti, nel corso dell’anno sono state costrette a sospendere l’attività a causa del tracollo finanziario. Imprese sull’orlo del fallimento per la mancata commercializzazione dei prodotti. “Grossisti e supermercati non comprano – evidenzia l’imprenditore agricolo Matteo Franco – ed anche la gente, per il crollo dei consumi, non spende più per l’acquisto di frutta e verdura. Il mercato ortofrutticolo di Capaccio è desolatamente vuoto. Non si riesce neanche a coprire le spese, ciò che produciamo rientra del 40% o al massimo del 50%, ed ora i rincari stanno rovinando tutto. I trasporti costano troppo rispetto al passato quando con facilità riuscivamo a vendere i nostri prodotti al nord Italia”.

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04 Feb 2015

La verità su Ettore Majorana, era vivo tra il ’55 e il ’59 Lo ha accertato la Procura di Roma. La sparizione del geniale fisico teorico nel 1938

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04 Feb 2015

AGROPOLI. LA STORIA. L’incontro ravvicinato tra l’avvocato Vincenzo Pepe e il filosofo dei corsi e ricorsi storici Come Giambattista Vico scrive “Affetti di un disperato” e chiude il suo decennale soggiorno a Vatolla

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AGROPOLI. LA STORIA. L’incontro ravvicinato tra l’avvocato Vincenzo Pepe e il filosofo dei corsi e ricorsi storici
Come Giambattista Vico scrive “Affetti di un disperato” e chiude il suo decennale soggiorno a Vatolla
www.unicosettimanale.it
Passeggiando nelle strade cilentane Vico Giambattista, avvocato e filosofo, scrisse nel 1693“Affetti di un disperato”. Vi resisterà solo un altro anno ancora e poi se ne torna a casa, a Napoli. Il Cilento in sé però colpe non ne aveva. Il dubbio rimaneva e le cose a posto, molto più che Benedetto Croce, le hanno rimesse due avvocati atipici: Gerardo Marotta e Vincenzo Pepe. L’ultimo ci ha messo di più le mani. In mezzo ci sono tre secoli e storie che si rifanno alla velocità dei sogni, alla necessità di pescare il coraggio anche quando avvertono difficoltà che appaiono insormontabili. C’è anche una data: nel 1993, dopo anni di frequentazione dell’Istituto degli studi filosofici, l’avvocato Gerardo Marotta in un pomeriggio di ottobre gli propone di accompagnarlo a Vatolla. Sembra una semplice curiosità cultural – turistica. Pepe, agropolese, ha radici proprio in quella storica frazione di Perdifumo. All’imbrunire entrano nel diroccato Castello De Vargas, dove Giambattista Vico fece da precettore ai figli del marchese Rocca. “Ascolta, avverti la presenza di Vico?”. Insisteva e sfidava l’avvocato Marotta. “Riuscì a trasmettermi un’emozione unica. E subito – racconta Pepe – dopo venne la proposta: di fare il presidente della Fondazione, restaurare gli ambienti, però non solo da un punto di vista architettonico, ma restituire il vissuto che vi rappresenta. Quasi ebbi paura, poi mi lanciai nell’impresa”. Nel 1999 nasce la Fondazione Vico, con un museo dedicato al filosofo, dove vi ha sede la Biblioteca del Parco Nazionale del Cilento-Vallo di Diano, e 20 mila studenti arrivano ogni anno da tutto il mondo. «Proprio lui Vico, che diceva che nei momenti di confusione è importante ritrovare il fondamento, ovvero la memoria. Solo così possiamo rivolgerci al futuro, creare sviluppo: a partire dalla tradizione». Ora torniamo sulle tracce del filosofo. Dal 1686, diciottenne, Giambattista Vico trascorse nove anni a Vatolla, piccolo centro all’interno del Cilento. Quattrocento abitanti appena, diciotto chilometri nell’entroterra di Agropoli. Era il precettore dei figli del maggiorente locale, Domenico Rocca. Era stato il fratello del feudatario, Girolamo, vescovo di Ischia, a indicarlo come possibile insegnante. Il prelato conobbe Vico per caso, in una biblioteca di Napoli. Colpito dalla viva intelligenza e dalla cultura assai precoce, gli affidò la formazione dei nipoti. Vico apprezzò la permanenza: la famiglia era nobile e dotata di vasta libreria, in più l’aria di montagna molto salubre, era l’ ideale per la tisi che da un po’ lo tormentava. Un legame speciale, dunque. Le grandi lapidi murate sulla facciata del castello, al colto e all’inclita raccontano che ci visse, dal 1686 al 1695, il grande pensatore napoletano. Arrivò che non era neanche un paglietta fatto ma un avvocatino, uno dei tanti, senza soldi e pure mezzo tisico. Lo portò un vescovo – colpito dal sapere e dalla sua seriosità e austerità – che cercava un precettore per i quattro figli di suo fratello che abitavano ai confini del mondo. A Vatolla. Vico più che far studiare i nipoti del prelato, studiava lui. I libri li prendeva nella biblioteca del vicino convento della Pietà e andava a leggerseli all’ombra del grande ulivo che è ancora lì. Scandagliava i labirinti del pensiero e cercava risposte alle solite domande difficili. A Giulia Rocca, la bella allieva di cui era segretamente innamorato, dedicava versi difficili che lei diceva di non capire. “Non fu solo “L’aria purissima” di Vatolla che guarì i tuoi polmoni malati. “La Scienza Nuova”, il monumento del tuo pensiero, nacque sotto la spinta dell’amore per la bella guagliona cilentana. Quando Giulia andò via, sposando un giovane rampollo di Omignano, tosto a soldi terre e animali, tu filosofo alla pari parco mangiare spartano alloggio e paga di pochi soldi ci rimanesti male male. Te ne tornasti a Napoli, dove le “Giulie”, erano tante di più. Nelle storie di Giambattista Vico una sera ci entro anch’io. Non mi ricordo più il fatto come fu. Lo scherzo credo che me l’abbia fatto Mnemosine. Mi ritrovo perso nei discorsi e ni versi declamati all’interno di una mesta cerimonia alla quale anche il vostro cronista assiste. Accanto c’è la nuova biblioteca vichiana, è nei pressi che sosto a lungo, m’immedesimo perché anch’io ho vissuto per decenni, “in un castello ai confini del mondo”, nella mia Altavilla – Macondo. Dalla sala principale ecco che mi chiamano in scena, e “esco” dal mio film. Davanti al microfono enuncio un discorso di ringraziamento, poche frasi, per “il premio” che mi davano. Corsi e ricorsi storici: solo io, Giulia Rocca e Giambattista Vico sapevamo a cosa si era rimuginato nella lunga serata al Castello Vargas!. “Più che un itinerario turistico – spiega Vincenzo Pepe – io definirei Vatolla un’oasi di filosofia, esempio unico in Italia di valorizzazione di cultura e ambiente. Passeggiando in queste strade Vico scrisse nel 1693 “Affetti di un disperato”, sull’amore non corrisposto per Giulia, figlia del marchese Rocca”.

ORESTE MOTTOLA
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    Sono nato ad Altavilla Silentina, ridente località collinare tra Paestum ed Eboli. L'unico prodotto tipico conosciuto è la mozzarella... e gli altavillesi.
    Sono il direttore responsabile dei periodici: "La collina degli ulivi" e "Archeonews".
    Lavoro, seriamente però, alla redazione del settimanale "Unico" e sono corrispondente de "Il Mattino". Unica professione: giornalista, "sempre meglio che lavorare".
    Mi cerchi? Sono spesso reperibile presso la redazione di "Unico", al centro commerciale di Paestum (al semaforo della zona dei più conosciuti alberghi pestani: Ariston, Cerere, Delfa, ecc...). Il mare è a poche centinaia di metri... ma io amo la montagna.
    Rispondo, quando ne ho voglia, ai telefoni : 0828 720114 (Redazione) e 338 4624615 (senza esagerare).


    “Non sono più un ragazzo, sono obbligato a convivere con i segni dell’età perché è fastidioso e disdicevole tingersi i capelli e poi non voglio rinunciare al mio pizzetto sale e pepe”. Così parla di sé Oreste Mottola (qui in un ritratto di Sergio Vecchio) il giornalista che divide il suo impegno professionale fra il quotidiano “Il Mattino”, dove qualche volta è in prima linea, ed il lavoro – molte volte oscuro - di organizzazione e “cucina” redazionale che svolge ad “Unico” dove ha la carica di condirettore. Ad Altavilla ha perso molto tempo utile, più di un decennio, soffermandosi in una militanza politica fine a se stessa, e nella fondazione e gestione di associazioni culturali. Uno dei suoi numeri di cellulare è anche sull’elenco telefonico: “qualche volta lo accendo e leggo i messaggi”, assicura. E’ culturalmente incuriosito dai voltagabbana ma non ama frequentarli, e soprattutto votarli. Ha, finalmente, pubblicato uno dei libri che teneva nel cassetto. Il titolo? "I paesi delle ombre". Per acquistarlo basta telefonare allo 0828 781619 e lasciare l'indirizzo. Ve lo spediranno in contrassegno.
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