Archive for Maggio 2013

31 Mag 2013

Mangiare e bere come gli antichi pestani. Singolare esperimento di un’associazione di Agropoli che ha coinvolto alcune aziende

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di Oreste Mottola orestemottola@gmail.com

Mangiare e bere come gli antichi pestani. Così ecco a voi il vino Rosatum, che associa le gustose proprietà del tradizionale aglianico lucano all’aroma delle rose pestane. Lo ha riprodotto Polito, aziernda vinicola di Agropoli, che medita di metterlo in vendita. Il passato torna sotto forma di sapori e piatti. Ed è proprio nella cittadina cilentana che il Panvino di Ercole, la Focaccia Romana, il Pane di San Paolo e il Vino alle rose (Rosatum) è possibile trovarli cercando nei posti giusti: un gruppo di pizzerie e panifici selezionati dall’Associazione Culturale Acropolis “Piero Cantalupo”. “Le fonti non sono avare di informazioni, e per quanto riguarda i piatti omerici, tutti noi abbiamo riconosciuto, nelle carni arrostite negli accampamenti sotto Troia, o nelle sale che ospitavano gli insaziabili Proci di Itaca, l’isola di Ulisse, una nostra familiare grigliata fuori porta, racconta Fabio Astone, di giorno vigile urbano ad Agropoli e fuori dall’orario di lavoro appassionato ricercatore di archeogastronomia. Perché così si potrebbe definire questo suo scavo ricette ed ingredienti dell’antichità. “Non sempre chiare sono le quantità degli ingredienti, ed a volte gli stessi appaiono improbabili se non inverosimili”, aggiunge. Si ritiene che, sulla base di piatti noti, gli scrittori antichi, fra tutti il romano Apicio, avessero fantasiosamente aggiunto ed ecceduto quasi a voler dare l’idea di una cucina ricca e raffinata, specchio della civiltà che essi contribuivano a celebrare. “Cucinare alla Scapece, vuol dire ispirarsi direttamente ad Apicio. Ex Apicio, da Apicio, alla Scapece”, è la battuta dell’agronomo – colto Raffaele Barone, preside dell’istituto tecnico agrario di Eboli. Ma cosa mangiavano gli antichi pestani? “Le stoviglie, le posate, i residui biologici vegetali ed animali, le raffigurazioni, i vari tipi di coltivazione e di allevamento, l’osservazione statistica e comparativa dei dati antropologici forniti dai reperti umani, hanno confermato l’idea di una cucina molto legata a quella tradizionale, la cosiddetta “cucina della nonna”, la cucina nota come ” mediterranea”. Insomma la cucina della quale poi si è innamorato il celebre nutrizionista americano Ancel Keys.

L’Associazione Culturale Acropolis “Piero Cantalupo”,in collaborazione con il Centro di Promozione Culturale per il Cilento ha promosso, presso alcuni imprenditori del settore, la creazione di prodotti e pietanze originali, preparate utilizzando ingredienti già presenti nel territorio di Agropoli in epoca classica, onde riscoprire i sapori più antichi della tradizione culinaria. Il riconoscimento ottenuto ha gratificato la paziente attività di ricerca e individuazione degli antichi ingredienti utilizzati in epoca classica nel territorio di Agropoli, nonché il lavoro degli imprenditori che hanno saputo realizzare in maniera eccellente le varie specialità gastronomiche.

Il Pane di San Paolo del Panificio “Forno Antico” ha creato un tipo di pane nel quale le farine di ceci, di farro, di grano insieme ad olio extra-vergine, olive, acqua di fonte, sale del Tirreno e lievito naturale tradizionale, si fondono. E proprio con questo “compagno” dal cuore caldo si è voluto richiamare alla memoria la breve permanenza di San Paolo ad Agropoli nel suo viaggio verso Roma.

La Focaccia Romana. La curiosità e la conoscenza diretta degli antichi prodotti che ancora si coltivano delle campagne di Agropoli, hanno spinto il giovane ed intraprendente titolare della Pizzeria “Il Mascalzone” alla preparazione della “Focaccia Romana”. Si tratta di una vera e propria focaccia ottenuta con farro e ceci. Il ripieno ha un gusto forte tipico della cucina romana e caratterizzato dalla presenza della pancetta di suino, dal formaggio di capra e dalle cipolle, cibo abituale dei legionari romani. La forma della focaccia richiama quella della ruota di un carro ed è l’omaggio al più classico dei Romani, il viaggiatore, che era solito fermarsi sulle vie consolari per consumare il pasto nelle tipiche taverne collegate alle stazioni di cambio dei cavalli.

Il Panvino di Ercole. La pasticceria greca e quella romana erano particolari, legate ai prodotti naturali e al ciclo delle stagioni. L’osservazione del persistere delle colture tradizionali nel territorio di Agropoli, ha spinto il capostipite della “Pasticceria Carmen” a ritrovare il gusto dei dolci greci e romani, utilizzando gli ingredienti antichi. Così è nato il “Panvino di Ercole”, torta caratterizzata da un sapore arcaico, ricco di note naturali dovute al sapiente dosaggio di fichi, miele, vino, latte, uova ed altri ingredienti legati alla pasticceria di età classica. Provare il “Panvino” è come fare un breve, intenso viaggio nel passato e ritrovare una parte della nostra memoria attraverso il più esigente dei sensi: il palato.

Per chiudere: il vino “Rosatum”, l’Aglianico alle rose. Nell’antichità molti erano i vini pregiati. I Romani in particolare ne conoscevano ogni segreto, e li facevano arrivare sulle loro tavole anche da migliaia di chilometri. Spesso si abbinavano al nettare dell’uva altri prodotti naturali, per rendere il vino fragrante, profumato, leggero, digeribile, gradevole al palato. Nel nostro territorio, quello dell’antica Paestum, famosa anche per la produzione di rose rosse, profumate e bifere, che fiorivano due volte all’anno, il vino era abbinato proprio ai petali di rosa, e si aveva così il vino di rose o Rosatum, vera e propria ambrosia divina, gradevolissimo da sorseggiare, con proprietà medicinali. Ai nostri giorni, ad Agropoli, l’ “Azienda Polito” ha voluto rinnovare questa tradizione dimenticata, producendo il vino Rosatum, che associa le gustose proprietà del tradizionale aglianico lucano all’aroma delle rose pestane. Bere un bicchiere di Rosatum è un’esperienza straordinaria, che ci coinvolge con il profumo, il gusto, il sapore, e ci riporta agli antichi tempi quando dèi ed eroi bevevano insieme.

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31 Mag 2013

Sele: la moderna guerra per la sua acqua. E il fiume è sempre più muto…

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Montagne piovose e nevose, immerse in boschi sterminati ci regalano le chiare, fresche e dolci acque del fiume Sele. Ad Acqua delle Brecce ed al Cerasuolo vengono fuori qualcosa come 4000 litri d’acqua il secondo. Ci sono, o per meglio dire, c’erano, le sorgenti Senerchiella e del Cantariello. Quell’acqua raggiunge 260 comuni. Posto sia vero come: ”Altissima quaeque fluma minimo sono labi”, più i fiumi sono profondi, con minore rumore scorrono, così come dice l’adagio classico, bisogna dire che il Sele è ormai muto. E’ un fiume della memoria. Di acqua, verso valle, non ne scorre più. E quando l’acqua è poca non ne risentono solo le povere “papere”, che continuano a non galleggiare. Presso Caposele è ancora attiva una peschiera, ultima struttura sopravvissuta di una tradizionale attività d’allevamento ittico, che, nel secolo scorso, era diffusa in tutta la Valle. Non c’è acqua a sufficienza? Languono le attività umane, tutte, che dal consumo dell’acqua traggono motivo d’esistenza. Storie annose. Già all’inizio del Novecento l’acqua del Sele tutto è già deviata verso la Puglia, poi l’acqua se ne va verso le città della costa salernitana. Il resto lo fa la siccità, ormai endemica e frutto delle modificazioni climatiche, che ha ridotto del 40% la portata delle acque che cominciano già a raccogliersi tra i due colli del Montagnone di Nusco, ma diventa quello che è presso la ricca sorgente del Paflagone, presso Caposele. Le esigenze, dell’agricoltura della Piana del Sele, come delle zone turistiche litoranee, nell’ultimo decennio, sono cresciute a dismisura. “E l’Alta Valle del Sele muore di sete”, denuncia Lello Gaudiosi, elegante pittore – professore, quasi un dandy inglese, presidente dell’Associazione “Amici del Sele”. I conti sono facili da fare. Quattromila litri al secondo li preleva l’Acquedotto Pugliese, che non rispetta l’obbligo del rilascio in alveo di 500 litri ed ha elaborato un progetto per portare in Puglia altri 9000 litri. Altri duemila litri, nella zona di Quaglietta, li canalizza l’Asis, già Acquedotto del Calore e Montestella, tanto quanto, nei periodi di siccità, è la portata delle sorgenti captate. Ci sono poi i fabbisogni degli stabilimenti termali di Contursi. I disagi, oltre che nella zona alta della provincia, si avvertono già a Persano. Alla traversa della diga i Consorzi di Bonifica in Sinistra e Destra Sele, concessionari di una portata di 14, 5 metri cubi il secondo, si devono accontentare di meno della metà. “Che senso ha- continua Gaudiosi – mandare d’estate l’acqua pregiata della sorgente del Cantariello alla costa cilentana? I villeggianti la usano per sciacquarsi dopo il bagno a mare. Gaudiosi era tra quelli che voleva che i cilentani usassero l’acqua dell’Alento. Gaudiosi non si arrende. E’ andato a trattare finanche con la Regione Puglia. Da solo non può fare niente. “Napoli beve con le acque che vengono dal Molise e dal Lazio. Gli conviene lasciare ai pugliesi il Sele e la diga di Campolattaro. “Ignoramus et ignorabimus”, non sappiamo e non sapremo mai se questo patto scellerato sia o più o meno in corso. Quel che sappiamo è che l’assalto generalizzato alle acque del Sele produce una produce una profonda alterazione del regime idrologico dell’intero bacino che, nell’Alto e Medio Sele, determina la perdita delle caratteristiche di corso d’acqua perenne”, dice.  La soluzione è semplice da enunciare, più difficile da praticare. Dal “consumo” dell’acqua si dovrà passare all’uso, da regolare con un vero e proprio “contratto” così come propone Concetta Mattia, consigliera comunale di Caposele.

Oreste Mottola  orestemottola@gmail.com

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31 Mag 2013

I nostri “russi bianchi” – storia di una colonia di militari – lavoratori a Persano (1917-1953)

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Ricordi di Antonino Gallotta raccolti e sollecitati da Oreste Mottola 

Un gruppo di russi negli anni del Fascismo lavorò a Persano nell’azienda statale che allevava i celeberrimi cavalli omonimi e curava i rifornimenti alimentari dell’Esercito, i formaggi in particolar modo. Il loro ricordo è ben impresso in chi ha vissuto tra il Sele e il Calore prima che tutta l’area fosse definitivamente militarizzata. ” Essi erano quattro: Matteo, Simone, Pietro, Giovanni. I cognomi li ricordo, ma sicuramente storpiati. Per esempio, Simone si chiamava per cognome Sci Scin. Matteo di cognome Isaef. Il governo italiano di allora accolse questi signori che cercavano di sfuggire alla repressione comunista”. A raccontare è Antonino Gallotta, ora storico del cavallo Persano dopo una vita da tecnico siderurgico in giro per il mondo. Arrivarono qui per via dei “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”, come scrisse John Reed e della relativa Rivoluzione d’Ottobre che insieme con gli sconquassi della prima Guerra Mondiale e i prodromi dei fascismi dalla Russia riversò in Occidente un’enorme massa di persone desiderosa di fuggire agli orrori della Guerra Civile e alle repressioni da parte del bolscevismo vincente. La stima parla di due milioni di persone. Tradizionalmente questa emigrazione, seguita alla rivoluzione, prende il nome di ‘bianca’, dal nome dell’esercito contrapposto all’Armata Rossa. Molti di loro scelsero di rifugiarsi in Campania. Capri e Ischia, la città di Napoli, e la Costiera furono i posti preferiti, anche in virtù di antichi rapporti che già vi intrattenevano i vecchi esuli antizaristi e comunisti. Lenin e Gorky a Capri, Bakunin a Napoli, e poi i tanti ballerini e musicisti legati all’isolotto de “Li Galli”, sono i capitoli più conosciuti anche al largo pubblico. A complicare ulteriormente le cose venne il riconoscimento dell’URSS da parte del Regno d’Italia nel 1924, che diede origine a due Paesi: una Russia ‘nuova’, nell’ambito delle frontiere statali dell’Unione Sovietica, e una Russia ‘vecchia’, che continuava la sua esistenza culturale sotto forma di diaspora e che credeva con fervore in una rivincita. I funzionari dello Stato italiano avevano difficoltà nell’incasellamento degli esuli russi giunti in Italia. Non era chiaro chi fossero i russi ‘bianchi’, chi gli apolidi, perché alcuni russi avessero i passaporti sovietici. Ma veniamo ai russi di casa nostra. A Persano, presso il Centro di Rifornimento Quadrupedi, rimasero dal 1917, data della Rivoluzione comunista, sino al 1952/1953. Esuli ma liberi e con uno stipendio. Prigionieri di una patria che non era disponibile a riprenderseli. “I pochi persanesi rimasti, vecchi come me, alla fine mi hanno convinto – racconta Gallotta – che ne sanno meno di me. Vi affido comunque i miei ricordi, in fede, come li ho vissuti e come li ho percepiti. Matteo con una compagna istriana era sarto rifinito e faceva di preferenza vestizioni per militari di cavalleria. Ha vissuto in una casa nei pressi della struttura per cavalli “Le capanne “, ed ha avuto due figli, miei compagni di gioco a nome Olga e Nino. E’ deceduto alla fine degli anni ’40 e la sua famiglia si trasferì in Sicilia al seguito del nuovo compagno della Signora. Simone ha sposato una ragazza di Eboli e quando andavo a scuola alle medie, conoscevo le figlie. E’ morto alla fine degli anni ’50. Se d’interesse, a Eboli si può cercare di più. Lavorava all’infermeria cavalli ed era un tipo sempre allegro. Pietro e Giovanni vivevano insieme a Persano in una casettina nei pressi del cosiddetto ” giù al quartiere” ove sostavano i cavalli di servizio dei butteri. Pietro faceva il muratore ed è deceduto intorno al 1951. Giovanni, ex colonnello della cavalleria russa, personaggio più di rango anche a vista, si occupava della riparazione delle staccionate, rovinate dai cavalli e dai bovini. Giovanni è stato l’unico a rientrare in Russia, accompagnato all’aeroporto di Roma da Benedetto Cusati, capo della falegnameria del Centro. Sono vivi i ricordi di queste persone, perfettamente integrate nel tessuto sociale dell’epoca. Non hanno mai dato impressione negativa, amichevoli e alacri lavoratori”. Finisce qui l’appunto tratto dalla memoria di Antonino Gallotta. Sarebbe bello incrementarlo con altri ricordi.

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31 Mag 2013

EBOLI/AVERSANA. La nostra storia in mostra in un’azienda agricola

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ORESTE MOTTOLA  orestemottola@gmail.com

Due agricoltori scoprono l’antico porto sul Sele e sul Tusciano e poi antiche terme romane nei loro terreni. Antiche carte topografiche e documenti antichissimi dimostrano la presenza in questa zona di un grosso lago fin dall’anno Mille. E collaborano attivamente per scavarli e renderli fruibili. La loro azienda agricola, il “Feudo di ron Alfrè”, una delle più solide della Piana del Sele, specializzata nell’ortofrutta della IV gamma, ovvero le insalate fresche che già arrivano pronte in tavola in tutta Europa, assorbiva tutte le loro energie. Maurizio e Renato De Filitto vivevano bene così, nella zona tra l’Aversana e la Spineta, ai confini tra Eboli e Battipaglia. La svolta arriva l’11 agosto del 2006 quando lavorando con i trattori s’imbattono in una sorta di rampa di scalo in pietra limitata da una bassa struttura muraria. La curiosità prende il sopravvento così come la sensibilità culturale che li porta a fermare i lavori e a recarsi negli uffici della Soprintendenza per chiedere un sopralluogo. Giuliana Tocco Sciarelli, la funzionaria in carica al tempo, intuisce che in quel luogo ci potrebbe essere qualcosa di scientificamente rilevante e in località Aversana ci va di persona. Si fida di Maurizio e Renato e li sprona a continuare loro nelle attività di scavo. E ci spedisce docenti dell’università e giovani tesisti. Viene così fuori il porto che permette l’ingresso sui due laghi molto pescosi usato per secoli come “campo chiuso” per pescare e vendere, verso Salerno e Napoli, il ben di dio che veniva sia dai fiumi vicini, il Sele ed il Tusciano, ma anche dal mare. Ma non c’è solo il porto, su un’area di circa 30mila mq viene anche alla luce un impianto termale pubblico di epoca romana, ben conservato e con bellissimi mosaici. E’ un piccolo esempio di buona cooperazione tra pubblico e privato ed anche di coinvolgimento attivo dei proprietari dei terreni agricoli dove ci sono dei reperti. Qui, tra la Spineta e l’Aversana, le zone più economicamente interessanti della ricca economia agricola della Piana del Sele, in pochi anni si lavora alacremente al disvelamento e successiva fruizione di una delle più importanti scoperte archeologiche degli ultimi decenni pur all’interno del vasto comprensorio dell’hinterland di Paestum. I ruoli sono ben distinti: Maurizio è l’archeologo, scrittore e storico. Renato è l’agricoltore, l’uomo di macchina della struttura. Maurizio in zona è ritenuto una sorta di Indiana Jones. Autore anche di tre libri ha tenuto incontri con esperti per sopralluoghi in area di scavo e ha raccolto centinaia di cartografie. Col contributo di periti, ingegneri, cartografi, tavolari e disegnatori, ha allestito due mostre tra Eboli e Battipaglia. Lo scorso anno hanno preso vita il volume “I misteri dell’Aversana” e l’allestimento di una mostra cartografica denominata “Le terre tra il Tusciano e il Sele dall’XI al XIX secolo”. Di quest’anno la seconda mostra intitolata come il suo ultimo libro “Tusciano, uomini e terre”, che ha incassato il plauso di studiosi e Sovrintendenza.

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31 Mag 2013

Antiche e moderne suggestioni del fiume Sele. Una storia

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ORESTE MOTTOLA  orestemottola@gmail.com

Mare e fiume, storia e monumenti, archeologia e sapori. La moderna fortuna turistica della Piana del Sele nasce dall’intreccio di questi diversi elementi. Ci fu un tempo, che è durato fino a che non è stata aperta al traffico l’autostrada, che tutte le strade portarono per i contadi sparsi della Piana del Sele. I viaggi erano lunghi e così c’era il tempo di dare uno sguardo qui e là. Così, sia che il re volesse andare a Persano o verso le altri regioni meridionali, o la migliore gioventù italiana ed europea dovesse adempiere al “precetto” di vedere di persona le vestigia classiche della Magna Grecia, era d’obbligo transitare e trattenersi per queste terre. Ai lati di quelle strade si trovavano appostati macilenti bufalari e briganti agguerriti, i primi erano lì solo per vendere, ai viaggiatori nelle carrozze, la “provatura” del formaggio di bufala e guadagnarsi, in modo onesto, qualche soldo. Fu così che teste coronate, cortigiani, mercanti, avventurieri, artisti ed intellettuali di tutta Europa, assaggiarono, innamorandosene, questo strano ed esotico formaggio fresco. Ed è a Battipaglia che c’è il suo primo luogo d’elezione. Il nome della città rimane a lungo legato a questo latticino ed alla stazione ferroviaria che è il punto di snodo per raggiungere tutte le località del sud della provincia salernitana e dell’intero Mezzogiorno. Dopo di che è il fiume Sele a riprendersi la scena. Lungo il suo corso, che permette di passare dal Tirreno all’Adriatico attraverso il valico di Conza e l’immissione della valle dell’Ofanto, vi sono innumerevoli reperti archeologici viva testimonianza di una civilizzazione lunga e travagliata fatta di municipia romani, castelli, ville e masserie. Poeti e storici come Omero, Virgilio, Plinio e Strabone parlano del fiume Sele nei loro scritti. Per chi oggi ha voglia di saperne di più il primo approdo è ad Eboli, dove presso il complesso monumentale “San Francesco” sono ospitati due importanti centri di cultura: il Museo Nazionale della Valle del Sele, ricco di reperti la cui collocazione cronologica va dal periodo eneolitico (facies del Gaudo, XVII – XVI sec. a.C.) con la necropoli di Madonna delle Catene fino al periodo medioevale, attraversando l’età del Bronzo, del Ferro, quella orientale, arcaica, il V sec. a.C. lo straordinariamente ricco IV sec. a.C. e l’età romana; e la a Biblioteca Comunale, dotata di un patrimonio di oltre 4mila volumi con molto spazio alla storia di questi luoghi. Pochi chilometri verso sud ed eccoci sul ponte monumentale vanvitelliano che attraversa ilSele: basta fare attenzione e le strutture di un vecchio attraversamento romano appaiono davanti agli occhi di un turista non distratto. Così come gli straodinari epitaffi che segnavano gli incroci della strada Popilia verso la Calabria e di quella “del grano” in direzione dell’Alto Sele e la Sella di Conza. Sono delle piccole torri con lunghe epigrafi che ad Eboli appare al centro di una trafficatissima rotonda ed a Serre è nascosto dai trattori ed altri mezzi meccanici di un’azienda agricola. Chi cerca trova, ed il tempo perso per questo val bene l’impresa. Identica storia più a sud, a Ponte Barizzo, dove il vecchio “Ponte del Diavolo”, un’ardita campata in mattoni dell’inizio dell’Ottocento, pur messo in pensione dal nuovo ponte in ferro della statale 18, non merita l’attuale oblio e la privatizzazione di fatto operata da pochi. Qui fu l’attracco della scafa con Costabile Carducci, il Che Guevara dei moti cilentani del 1848,  a far da caronte-traghettatore prima di essere contagiato e travolto dai furori rivoluzionari.

 

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23 Mag 2013

Uno scandalo altavillese di 80 anni fa. Quel monumento per Carmine Perito di ORESTE MOTTOLA (riproduzione riservata)

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Furono i nostri “americani”, quasi tutti emigranti di seconda generazione, che cominciavano a “stare bene” nelle varie Lttle Italy a volere un monumento. Ma non uno qualsiasi. “Che ricordi ai posteri il supremo sacrificio dei figli del nostro ameno paesello” (Lettera di Salvatore Perito a Angelo Molinara, del 21 luglio 1922). Avrebbero anche voluto che ad erigerlo fosse lo scultore Carmine Perito, negli Usa diventato anche Peter, gloria degli altavillesi emigrati negli States. Non fu possibile perchè nel 1922 Perito morì all’improvviso. Il fratello Salvatore, così come l’intera colonia degli altavillesi a New York, avrebbero allora gradito che il paese natìo si fosse degnato di onorarlo con un busto da collocare nella nuova Piazza che si stava costruendo. Ma non fu possibile, ad Altavilla, come spesso accade, il suo talento non era riconosciuto. Eppure le sue statue erano in tutta l’America. Nemo propheta in patria Carmine Peter Perito che era nato 18 luglio del 1871. Emigrò giovanissimo in America. Studiò musica per otto anni ma la sua vera inclinazione era la scultura. Realizzò prestigiose opere in tutta l’America. A 30 anni ritornò ad Altavilla per fare tre mesi di servizio di leva e a Milano quattro anni di Accademia di Brera. E’ a lui che i numerosi emigrati altavillesi in America si rivolsero affinchè tornasse in paese per costruire il monumento per onorare i caduti della Grande Guerra. Alla vigilia della partenza, prevista per il 16 dicembre 1920, un’affezione polmonare (la silicosi?) lo tenne per sei mesi a letto e poi lo spense. In Italia tornarono la moglie Gioconda ed il figlio Germano. Il fratello Salvatore, anche per onorarne la memoria, diede impulso alla raccolta dei fondi fra i compaesani. Carmine Perito è l’autore dello splendido portale della chiesa di Montevergine. L’opera rimase incompiuta perchè l’artista avrebbe dovuto riprenderla in occasione del ritorno per la realizzazione del monumento ai caduti. Il fratello, e gli altri emigranti, avrebbero voluto per lui un busto in piazza Castello. Quest’ultima ipotesi fu sempre fieramente avversata dall’allora sindaco, e poi podestà , Francesco Mottola. “La pretesa è un’americanata”, scrive don Ciccio in una nota. Nella vicenda si inserisce poi Donato Galardi, il suo avversario per antonomasia. L’idea iniziale dei nostri emigranti era quella di dotare la nuova Piazza di Altavilla un monumento imponente, di quelle che Peter Carmine Perito aveva realizzato a New Jork, Dallas ed in altre città americane. Per questo la raccolta dei fondi ebbe subito un avvio brillante. Ventiduemilalire furono raccolte subito. Così come i soldi che erano già serviti per dare dignità alla chiesa – capella di Montevergine. “Per i nostri morti”, è la parola d’ordine. Ora però si preparavano a far tornare il loro più illustre rappresentante. Perito però si ammala. Il Comitato continua a lavorare. Però il diavolo ci mette due volte la coda. Duemila le metterà il municipio, e le altre 38 mila? Ventiduemila lire sono state raccolte negli Stati Uniti d’America e già inviate. Altre 16 mila lire dovrebbero arrivare dalla popolazione residente. No, le raccoglieranno ancora gli “esuli” come si definiscono nelle loro lettere, che si sono organizzati in un apposito Comitato. Quei soldi affidati ad Angelo Molinara diedero vita ad una polemica che continuò per oltre un ventennio. Per “metterci una pezza” l’allora podestà Mottola affidò allo scultore napoletano Tello Torelli l’incarico che ha portato all’attuale monumento. Gli emigrati altavillesi a New York ebbero molto a soffrire per questa vicenda. Per loro, in piazza Castello, doveva sorgere una grande scultura (per l’opera del grande Perito, che però mancò nei primi anni Venti) e non una copia di fonderia come poi avvenne. Francesco Mottola trattò assai male gli emigrati “americani”, scegliendo di “coprire” le personalità altavillesi coinvolte nella vicenda. Dagli Usa però non stettero in silenzio e scrissero le ragioni a tutte le autorità dell’epoca. Venne poi la Seconda Guerra e tutto acquietò.

Alla fine del 1920, il 21 dicembre, arriva la lettera del presidente del “Comitato per il monumento ai Caduti in Guerra della Provincia di Salerno”, Enrico Madia, che sollecita il comune “a deliberare una sovvenzione a favore del monumento che si eleverà in questa Città ad imperituro ricordo dei Gloriosi Caduti in Guerra appartenenti a questa provincia”. Così il Comune di Altavilla, guidato da don Ciccio Mottola, può rientrare in un’iniziativa dalla quale era stato quasi estromesso. Qualcosa, a livello locale, comincia a muoversi l’anno dopo. Il 25 giugno Angelo Molinara comunica di aver costituito un comitato “per l’erigendo monumento ai Caduti” e fa istanza al Comune affinchè deliberi “un contributo” per “dare un degno riconoscimento del grande sacrificio dei numerosi Caduti per la patria”. L’appello è raccolto dal consiglio comunale del 17 luglio 1921 dove 9 consiglieri (Francesco Mottola, Federico Pipino, Francesco Carrozza, Michele Caruso, Salvatore Nigro, Angelo Liccardi, Gaetano Cimino e Giuseppe Peduto) esprimono il loro “si” e altri 11 sono stranamente assenti (Ruggiero Mazzaccara, Germano Pipino, Francesco Carrozza, Giuseppe Cennamo, Antonino Marruso, Gennaro Ricci, Antonio Petrosino, Enrico Sassi, Carlo Molinara e Lazzaro Zito). E’ giustificato Lazzaro Zito, poichè è deceduto da poco. Dieci dissenzienti per un monumento ai caduti sono troppi. Qualcosa è accaduto. E non è solo la prima prova della contrapposizione tra “Stella” e “Orologio”. Facciamo un passo indietro. Il Consiglio Comunale delibera di impegnarsi per uno stanziamento di duemila lire, pagabili durante i prossimi due esercizi contabili. La situazione comincia ad imbrogliarsi già alla fine dell’estate, il 26 agosto del 1921, quando il Sottoprefetto di Campagna (che controlla gli atti del municipio) chiede a Francesco Mottola “tutti gli atti compresa la deliberazione di giunta d’urgenza”. In poche parole, c’è stato un ricorso. Vuole vederci chiaro, il funzionario. Un appunto manoscritto di don Ciccio Mottola dà conto del fatto: “sono sorte delle affermazioni su presunti danneggiamenti dal provvedimento di sistemazione della piazza per collocarvi degnamente il monumento ai numerosi caduti di questo comune!”. E’ sempre la penna di Mottola a vergare la domanda che Angelo Molinara inoltra al Ministero della Guerra per avere un cimelio “adeguato all’entità dell’opera per la quale saranno spese quarantamila lire”. Duemila le metterà il municipio, e le altre 38 mila? Ventiduemila lire sono state raccolte negli Stati Uniti d’America e già inviate. Altre 16 mila lire dovrebbero arrivare dalla popolazione residente. No, le raccoglieranno ancora gli “esuli” come si definiscono nelle loro lettere, che si sono organizzati in un apposito Comitato. Ma subito c’è qualcosa che non va: “Comitato protesta energicamente spese incorse senza autorizzazione specifica. Temiamo ostacoli non lievi successo future questue”, scriverà in un allarmato telegramma Salvatore Perito. Il fatto è questo, ed è tutto a carico di Angelo Molinara, il capo del comitato locale pro – monumento. Lo racconta un telegramma spedito dagli emigranti. “Si sta erigendo una murata di sostegno con i fondi a voi affidati”. Il muro è prospiciente a casa Molinara e la notizia arriva subito in America. Gli emigranti sono in allarme e nient’affatto diplomatici: “A noi occorre sapere – scrive Salvatore Perito – la somma totale che trovasi presso di voi, oppure in deposito, presso le Casse di Risparmio: questo ve lo domandiamo, perchè tale rassicurante notizia proveniente direttamente da voi metterà a posto le cose”. C’è il muro davanti alle proprietà Molinara, e passi. No, è tutto un falso. “La colpa è di Salvatore Iorio. E’ lui che ha voluto scrivere al Prefetto, a Mussolini. Ce l’ha con Molinara”, scrive a Mottola Salvatore Perito, il 25 giugno del 1925. Nella contesa poi entra Donato Galardi che così comincia la quarantennale battaglia contro don Ciccio. Ci va cauto Galardi, ma le “carte” ci restituiscono il suo telegramma: “Molinara sottoporrà controversia al Prefetto”, che scatenerà le ire degli emigranti americani. Ma la discussione è anche sul tipo di monumento. E su chi dovrà eseguirlo. Qui la contrapposizione è con il sindaco Mottola. Gli emigranti vogliono che a lavorarci sia Carmine Perito. Dev’essere il monumento ai caduti ma anche l’esaltazione del genio di questo altavillese che si è fatto da solo. Ad Altavilla hanno idee diverse. Vogliono innanzitutto sistemare la piazza, più che a dirlo apertamente lo fanno capire agli esterrefatti “americani”. Nello slargo che unisce le vie che vengono dall’Annunziata, dal Carmine, da S. Sofia e da Porta di Suso ci sono le piante di ulivo, qualche arbusto e tante pietre. Piazza Castello è ancora campagna. Poi, oltre al cimelio chiesto al Ministero della Guerra, ci sarà chi ebbe l’idea di piantarvi un albero (di leccio, di tiglio) per ogni caduto. Il monumento? va bene anche uno “di fonderia”, fatto in serie, si comincia a dire. Perito? Può restarsene in America. Salvatore Perito, presidente del Comitato americano, e fratello di Carmine, se ne accorge e scrive a Mottola: “Avete voluto farci intendere che qualora non accettiamo la vostra soluzione siete liberi di fare erigere il Monumento a modo vostro usufruendo delle nostre 22 mila Lire? speriamo non sia questa la vostra intenzione altrimenti ci obbligherete a prendere le necessarie disposizioni per proteggere gli oblatori delle lire 22 mila, anzi ci permettiamo rispettosamente parlando al signor Sindaco di non toccare o far spendere una sola Lira della somma suddetta eccettuato per lo scopo prefisso”.

Nel 1923 sulla questione non ho trovato carteggi. Vengono solo venduti all’asta otto alberi nello spazio attiguo l’ex chiesa dell’Annunziata (dove c’è l’attuale Municipio). Si aggiudica la gara Samuele Morrone e l’incasso, per 119 lire, va al presidente dellerigendo monumento ai Caduti. Carmine Perito è gravemente ammalato, gli emigrati non sanno cosa fare. Va bene continuare a raccogliere soldi, oppure fermarsi? Il dilemma è presto sciolto. Quel monumento va fatto, anche per onorare Carmine. “Carmine chi?”, avrà detto colui che sarà detto “il Gattopardo altavillese”, restio ad attribuire a colui considerava un onesto artigiano una patente di valore.

1924

Il 15 gennaio del 1924 da New York scrivono Salvatore Perito e Salvatore Monaco. La missiva è indirizzata a: “Illustrissimo signor Sindaco e Comitato Monumento dei Caduti in Guerra di Altavilla Silentina”. Ecco il testo: “Stimatissimi signori. Il sottoscritto, Tesoriere del Comitato in New York e unitamente a molti altri componenti di questo Comitato, sono molto dispiacenti in riguardo alla poca attività mostrata dal comitato di Altavilla per l’erezione del tanto desiderato Monumento, per il quale i nostri compaesani hanno senza indugio contribuito finanziariamente per portare a fine detta opera.

Molte lettere e proposte sono state spedite al Presidente Cav. Dottor Angelo Molinara, senza aversi degnato di dare una risposta di sorta di sorte, sia per che cosa si attende di per fare detta opera, sia per sapere se vi aggrada che questo comitato facesse fare un disegno da Artisti qui residenti, come procurare prezzi della costruzione.

Il 9 ottobre fu spedito al sig. Molinara un piccolo schizzo per il costo del quale, da una ditta in Italia di già sappiamo il probabile costo; bensì come ho detto tale schizzo non fu un regolare disegno; ma, un accenno di ciò che si potrebbe ottenere per il denaro disponibile.

Io in qualità di Tesoriere ho spedito al signor Molinara lire Ventiduemila, ho saputo anche da altri nostri compaesani altre somme sono state spedite, e si spediranno ancora, se possiamo avere quella soddisfazione che a noi ci tocca da poveri emigrati.

Si desidera perciò sapere signor Sindaco di che si tratta per questo silenzio e non curanza, come pure, quanto ha contribuito il popolo di Altavilla; poichè essendo noi i contribuenti principali abbiamo diritto a tutte queste cose, e specialmente vogliamo sapere a mezzo di un disegno bozzetto od altro; che si vuol fare per il denaro disponibile. Sapendo tutto ciò, possiamo da qui fare anche noi passi per ottenere col minimo costo un buon lavoro, e che a ciò voi costà , dovreste associarvi invece di ostacolarci.

Attendiamo da lei Sig. Sindaco di farci consapevole di quanto accennato, sperando che non dobbiamo ricorrere altrove, per creare mali umori che sinceramente vogliamo evitare. Accettate i sinceri saluti. Salvatore Perito S. Monaco”.

Alla lettera sono accluse le note a margine vergate da qualcuno. Forse è don Ciccio. Da queste apprendiamo che “non l’ha ricevuto” per lo schizzo inviato. Il “popolo di Altavilla” ha dato poco più 800 lire e 1800 lire sono state raccolte dai “soldati”. Si precisa pure che le spese per la sistemazione del monumento sulla piazza ammonteranno a 16 mila lire comprensive del contributo comunale.

Intanto il 7 febbraio 1924 il “Comitato” da New York telefrafa: “Comitato forzato rivolgersi autorità desidera urgenti notizie monumento informato Molinara comitato New York ho dato contratto erigere schizzo mandatogli ad ottobre scorso. Firmato COMITATO”.

Il 14 febbraio del 1924 dalla Sottoprefettura di Campagna arriva al Comune un “biglietto urgente di servizio” che comincia a fornirci un’altra chiave di lettura della vicenda. “Vien riferito che codesta Amministrazione Comunale in modo arbitrario avrebbe, in occasione spianamento Piazza Umberto Iø, alterato accesso casa abitazione del signor Beniamino Brunetti, al quale avrebbe causato perciò grave danno. La stessa Amministrazione avrebbe pure, contro volontà del Brunetti, disposto abbattimento di un muro della lunghezza di circa cinque metri.

Prego di fornire al proposito urgenti informazioni, disponendo che entro breve termine sia provveduto al ripristino del turbato possesso dei beni del Brunetti. Avverto che ho gli atti in evidenza”.

Mottola risponde il 20 febbraio del 1924.

Un appunto autografo datato 7 marzo 1924, sempre di Francesco Mottola, forse prima nota di una lettera da spedire agli “americani” specifica come: – Molinara non ha preso alcun impegno per il monumento; – restano ancora a disposizione 17 mila lire; – che è conveniente bandire un pubblico concorso per avere condizioni più vantaggiose.

Ed è su questa “base” che il 20 febbraio del 1924 il sindaco scriverà una lettera a Perito e Monaco. Trascrivo dalla minuta autografa: “La lettera alla quale ho il piacere di rispondere trasuda un pò troppo risentimento verso il presidente del comitato pel monumento ai caduti, risentimento giustificato da supposizioni che individui ed asntipatie locali si siano fatte arrivare finanche a New York con troppe basse insinuazioni. Perciò faccio appello agli alti sensi di patriottismo dei nostri emigranti che con tanto slancio hanno voluto contribuire all’erezione di un monumento – ricordo per quanti immolarono le loro giovani esistenze. Non immaginavamo neppure lontanamente che questo sacrificio potesse costituire un buon pretesto per così meschine volgarità .

C’era una volta la “Fratellanza Silentina”

Furono Germano Di Matteo, Carmine Caruso, Domenico Cantalupo, Biagio Capone e Giovanni Belmonte, a fondare, il 13 maggio del 1888, a New Jork, la prima associazione, o meglio “Società di Mutuo Soccorso” degli altavillesi che avevano preso la via dell’emigrazione. Il notaio Louis Della Rosa scrisse lo statuto del sodalizio che prese anche il nome di “Fratellanza Silentina”. Il gruppo aveva la finalità di fornire assistenza ed istruzione agli associati. Di questo gruppo, a sfondo massonico, farà parte lo scultore Perito (autore di importanti monumenti negli Usa ed in Canada) ed autore del portale della chiesa altavillese di Montevergine. Furono loro a raccogliere i fondi per erigere un degno monumento ai caduti della Grande Guerra. Quei soldi affidati ad Angelo Molinara diedero vita ad una polemica che continuò per oltre un ventennio. Per “metterci una pezza” l’allora podestà Mottola affidò allo scultore napoletano Tello Torelli l’incarico che ha portato all’attuale monumento. Gli emigrati altavillesi a New York ebbero molto a soffrire per questa vicenda. Per loro, in piazza Castello, doveva sorgere una grande scultura (per l’opera del grande Perito, che però mancò nei primi anni Venti) e non una copia di fonderia come poi avvenne. Francesco Mottola trattò assai male gli emigrati “americani”, scegliendo di “coprire” le personalità altavillesi coinvolte nella vicenda. Dagli Usa però non stettero in silenzio e scrissero le ragioni a tutte le autorità dell’epoca. Venne poi la Seconda Guerra e tutto acquietò.

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