Archive for Dicembre 2012

17 Dic 2012

ALTAVILLA. Quell’ex caffè ora bar del “Borgo Antico” con una storia lunga un secolo…

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L’antico Caffè Iorio ora“Borgo Antico”, fu aperto nel 1911. Lo dicono le carte che ha scoperto Giovanna Baione, 27 anni, a meno di tre esami dalla laurea in economia e commercio, alla quale già sarebbe arrivata se non avesse abbracciato la causa di questo vero e proprio luogo dell’anima del cuore di Altavilla. Difficile che un altro Iorio, il celebre Carmine Pascià, del libro di Gian Antonio Stella vi abbia potuto prendere un caffè o assaggiare un bicchiere di vino. Carmine, vent’anni, già sposato con Lorenzina Di Poto e con due figli, lavora con il barone Ricciardi al giù al Barizzo, ed è tra le migliaia di fanti del Regio Esercito che nel biennio 1911-12 s’imbarcano alla volta della costa libica canticchiando ”Tripoli bel suol d’amore”. Il Caffè Iorio diventò subito il centro politico, urbano e morale del paese. Ed anche del gusto, con la pasticceria. Il centro dell’Altavilla popolare era tutto qui: tra il Sieggio, le chiese di San Giuliano, S. Antonino e San Biagio. Municipio, tipografia ed ufficio postale sono ad un tiro di schioppo. L’Altavilla del Castello e di S. Egidio è più periferica. Qui, attorno a don Ulderico Buonafine, sedevano il giornalismo, la legge, l’arte, la politica di un paese che aveva tutta intatta la sua importanza. Ma il nostro interesse muove da quel bar, per quello che oggi è e per quello che ha rappresentato:

IL RACCONTO DI ANTONIETTA BROCCOLI

“La lodevole riapertura del bar- pasticceria Iorio, un tempo rinomato in tutta la provincia, per merito di Luca e Giovanna Baione, ragazzi che – come ci raccontò qualche tempo fa la brava Antonietta Broccoli – si propongono l’irrinunciabile missione di rivitalizzare uno dei più frequentati locali del passato. “Il borgo antico” è ora il nome del locale, come antica e sempre moderna è la voglia di incontrarsi, scambiarsi opinioni, sorseggiare un caffè o gustare un cornetto fragrante con gli amici. Letizia, svago, necessità di chi avverte il bisogno di riversare nell’altro, la propria quotidianità, piacevole o spiacevole che sia o, più semplicemente, pretesto per concedersi una pausa comoda e rassicurante. Ed è lì, in quell’oasi racchiusa e confortata dal tempo, che tutto riprende colore e rinasce per rivivere ogni giorno in un gioco infinito di passi e movenze, di voci e clamori che fanno dell’antico il sempre nuovo e, del suo sapore, il bello che non ti aspetti”. E continuiamola a tenere in funzione questa macchina del tempo che si è messa in moto già con Arnaldo, il figlio di Armido, il primo che ha avuto l’idea di questo recupero che io definisco “filologico”. Con gli antichi mobili, le insegne e le pubblicità d’annata. La prima chiusura è del 1979. Strana data, perché è appena prima dell’evento del terremoto. Il resto della storia è narrata direttamente Giovanna Baione: “Dal 29 maggio dell’anno scorso abbiamo iniziato uno strano percorso che ci ha immersi in una favola che racconta un passato e un presente… questa strana favola è quella del “Il Borgo Antico” un caffè situato nel cuore del centro storico. Nasce come caffè Iorio, dal cognome del fondatore. Tramandato in famiglia fino al 1979. Dopo la seconda Guerra mondiale diventa la pasticceria più rinomata del paese. Frequentata da persone appartenenti a vari ceti sociali diviene un punto d’incontro fondamentale per il paese. Il suo arredamento risale agli inizi del Novecento ed è completamente fatto a mano… le sedie ed i tavolini sono stati costruiti dal fondatore, Armidio Iorio nel 1911. La credenza è stata fatta con le casse della birra poiché in quel tempo era difficile trovare il legno. Questi mobili osservandoli attentamente sembrano prendere una loro vita che lascia trasparire tutta la storia che il legno conserva in seno. L’arredo è arricchito da fotografie d’epoca che ritraggono luoghi e personaggi del paese.

LE FOTO SUL CILENTO ANTICO

Insieme alle foto storiche oggi sono esposte fotografie contemporanee in bianco e nero di Cristian Adami che ripercorrono tratti del Cilento antico. Il pavimento anche egli risalente ai primi del secolo sembra oggi conservare i passi degl’anni passati in un posto così suggestivo che ti fa ritornare indietro di circa 100 anni, tra quelle mura secolari, l’emozione più forte è vivere il quotidiano fatto di persone che con un dolce sorriso raccontano pezzi di vita e di gioventù… persone che hanno vissuto quel posto e che con i loro ricordi ci arricchiscono… ricordi fatti di suoni, parole, odori, e come per magia nelle loro parole si riesce quasi a sentire il profumo di un pizzicocco ( dolce tipico Pasquale di Altavilla) o semplicemente il desiderio che ha un bambino di mangiare una caramella, si percepisce un senso di tristezza di quel tempo dove la povera gente si accontentava del niente… di quel tempo dove la televisione nn c’era e si ci incontrava al bar per parlare, per giocare a carte , per confrontarsi, per stare insieme… ma in un posto così suggestivo si incontrano oggi come ieri ragazzi con la voglia di cambiare il mondo che non si limitano a rimanere chiusi in casa a guardare la tv o navigare in internet ma pretendono un confronto…

IL BORGO ANTICO

Allora ecco che “ il borgo antico” lega passato e futuro con un presente fatto da vecchie e nuove generazioni”. Ed allora, ad un segnale convenuto, riunirsi ancora quei personaggi di un’Altavilla perduta. Scende il sarto Saverio  Reina collezionista accanito di francobolli, con medaglia dell’anno santo 1950 sul portone, Alberto Belmonte, il suonatore di violino e calzolaio ancora attivo, il falegname Alberto Zunno, quelli della cantina Suozzo dove c’è sempre animazione, il vicino municipio con la Stella e l’Orologio, don Ciccio ed il maestro Galardi, l’ufficio postale, la tipografia Cennamo, i negozianti Guerra e “il barone” Don Ezio, il propagandista scientifico. E poi i braccianti, le donne che lavorano al tabacchificio della Saima, perché Carillia ancora non c’era… e sarebbero passati ancora 15 o vent’anni per chiuderlo. I negozi sono tutti aperti e finanche gli artigiani sono tutti al lavoro nelle loro botteghe. Il postino gira per portare le lettere dei tanti emigranti che stanno in Germania, in Svizzerae nel Belgio. Sospirano le vedove bianche. Però c’era vita, batteva il cuore di Altavilla!

 

Oreste Mottola   orestemottola@gmail.com

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14 Dic 2012

Se il nostro comune si vende i terreni di Ferragine

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Ci fu un tempo che gli orgogliosi rappresentanti dei cittadini di Altavilla arrivarono più volte a rischiare l’arresto pur di difendere le prerogative della nostra comunità. Le terre dello Scanno o i confini con Albanella. Ora ne è arrivata un’altra, di classe pseudo dirigente, che non ha paura di vendersi l’argenteria di famiglia pur di conservare dei modestissimi privilegi. Il fatto: il comune di Altavilla Silentina vuole fare cassa ed ha deciso di vendere definitivamente le terre di Ferragine, quasi 16 ettari nel comune di Serre, a ridosso del fiume Calore. Il 18 novembre si terrà già la prima asta, con il sistema delle offerte segrete. Si parte da 3,05 euro al metro quadro, per un totale di 468.919,21 euro. Per partecipare però bisogna aver depositato una somma cauzionale pari al 10%. Il terreno, prevalentemente coltivato a foraggere, compreso nel territorio di Serre (più o meno alla parte opposta del Calore, lato Palata) fa parte del patrimonio disponibile di Altavilla. La sua estensione complessiva è di 15.37.44, superfice nominale. Il terreno, costituente un unico appezzamento, con giacitura piana, ha una configurazione regolare, confini rettilinei che ne permettono la razionale coltivazione con gli attuali mezzi agricoli e viabilità interna costituita da vie sterrate. La vendita potrà avvenire sia per l’intero fondo che per i singoli 7 lotti. Agli attuali affittuari dovrà essere riconosciuto il diritto di prelazione secondo le norme vigenti.  Quello che si riuscì ad evitare dopo la dichiarazione di dissesto del bilancio municipale degli anni Novanta ora sembra che avverrà con la rinuncia a quella proprietà terriera così ricca di storia. Di fronte all’imposizione del re Borbone di annettere lo Scanno alla tenuta di caccia di Persano, nella prima parte dell’Ottocento ci furono sindaci che non ebbero paura di scontrarsi con la potente dinastia e, a rischio dell’arresto più volte minacciato, difesero i nostri diritti collettivi. E fu così che ad un certo punto venne prospettata una soluzione di compromesso: al comune di Altavilla, in cambio della cessione dello Scanno, sarebbero andate numerose proprietà. L’unica che riusciamo a tenerci è Ferragine. Fino al 2012, però. Quello che molti si aspettavano era la definizione di un più ambizioso progetto di sviluppo di quegli appezzamenti di terreno non certo quello di una vendita pura e semplice.

Oreste Mottola    orestemottola@gmail.com

 

 

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14 Dic 2012

ALTAVILLA. Antonio Tedesco, il miglior sindaco dell’ultimo mezzo secolo

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E’ stato il primo presidente della comunità montana del Calore Salernitano. Fu tollerante e lungimirante

Quando arrivò anche ad Altavilla la ventata del Sessantotto ed un bel po’ di ragazzi s’innamorò delle bandiere rosse, i benpensanti locali reagirono spaventati. Nelle famiglie si fece sentire la stretta repressiva ed il conflitto diventò anche politico oltreché generazionale. Il ragionier Antonio tedesco, sindaco dc del paese fin dagli anni ’60, fu allora che passò molte sere in piazza a passeggiare e a discutere con i “contestatori” Walter Taurisano e Renato Fasano. Lui era fatto cosi, non amava lo scontro ma il confronto. Voleva capire.
Un recentissimo sondaggio su Internet (ancora in corso) gli ha ancora riconosciuto la palma di miglior sindaco che Altavilla Silentina abbia mai avuto nell’ultimo mezzo secolo. Chi era Antonio Tedesco? Perché i giovani di oggi, che hanno genitori che forse non fecero nemmeno in tempo a conoscerlo, ne serbano il ricordo? Innanzitutto perché era una persona perbene. Un esempio? Una volta gli proposero la candidatura al Senato e lui rifiutò imbarazzato. “Non è cosa per me”, disse. Ecco, aveva forte il senso dei propri limiti, qualità assai rara tra i politici che abbiamo conosciuto dopo. Ma non avendo una grossa cerchia familiare e non facendo il medico si doveva conquistare con l’impegno amministrativo i voti. E fu lui che portò l’acqua ad Altavilla, cosi come le fognature e la pavimentazione delle vie del centro storico e la costruzione dell’attuale Municipio, opera quest’ultima, che non brilla certo per bellezza architettonica ma è servita per dare una sede più consona all’ente.
Certo, aveva i suoi difetti, infatti era un po’ accentratore e negli interventi nel centro storico non tenne molto in distinzione tra antico e vecchio. Ma quelli che sono venuti dopo di lui hanno consumato veri e propri scempi. E sulle questioni edilizie Tedesco fu figlio dei suoi tempi e non fece la scelta del Piano; Regolatore Generale preferendo accontentarsi di un modesto Piano di Fabbricazione. Sul Comune di Altavilla non giravano certo i miliardi e per poter far arrivare nelle campagne assetate almeno l’autobotte doveva usare i fondi dell’Eca, l’Ente Comunale di Assistenza presieduto da don Domenico Di Paola. ” L’uomo che aveva dominato la scena politica per: più di quindici anni: primo Presidente della Comunità Montana del Calore Salemitano e Vice Presidente del Consorzio Acquedotti, non veniva dall’ Altavilla bene, quella dei nobili natali. Tedesco era figlio di Vito, salumaio, cantiniere e pescatore di trote nel Calore e della serrese Lisetta Passannanti. Per diventare ragioniere studiò per corrispondenza e sostenne l’esame di maturità da privatista. Poi mise su un recapito del Banco di Napoli che si occupava soprattutto di cambiali. A queste attività aggiunse poi un negozio di mobili ed elettrodomestici e la rappresentanza della Varotto Mulini di Varese. E s’identificò cosi tanto con la missione di sindaco che quando nel 1975 perse le elezioni, ne ebbe tanto dispiacere che dopo poco mori. Nella sua mente c’era ancora un vasto programma di opere pubbliche da realizzare. Con Saverio Reina, Sabatino D’Auria, Arturo Mazzei, Antonino Di Matteo e Giovanni Sambroia fu tra i fondatori della Democrazia Cristiana ad Altavilla. Ma la Dc qui cominciò ad imporsi quando i suoi giovani leoni cominciarono a collegarsi con i nuovi capi salemitani e così Peppino Pipolo divenne il fiduciario di Valiante, Arduino Senatore di Scarlato, Oscar Cimino di D’Arezzo. Antonio Tedesco invece aveva buoni rapporti con tutti e preferì coltivare l’amicizia del senatore Indelli, lo storico animatore della battaglia per dare alla provincia di Salerno, l’acqua del fiume Sele. E Altavilla soffriva ancora della cronica mancanza di un allacciamento idrico. L’esordio in politica di Tedesco passò comunque attraverso le storiche fazioni della Stella e dell’Orologio. Lui faceva parte del raggruppamento che faceva capo al professore Donato Galardi e che aveva come avversario il notaio Francesco Mottola, che dal 1911 fino alla seconda metà degli anni ’50 (salvo brevi interruzioni) aveva governato il Comune. Solo il celebre don Ulderico Buonafine una volta s’inventò il terzo incomodo, ma con poca fortuna: la lista del Mulino, che ebbe come capolista una donna, una delle prime laureate in medicina d’Italia, la dottoressa Belmonte, la mamma del docente universitario e poeta Renato Aymone. La lotta politica era allora dominata da una rustica coreografia. Si faceva molto uso di improvvisati cortei e sfilate. E quelle campagne elettorali monopolizzavano l’attenzione di tutti. Gli sfottò si stampavano alla tipografia Cennamo di Piazza Antico Sedile e diventavano volantini che subito vedevano la risposta dei colpiti. Come al ping pong. In questo singolare genere letterario i dominatori indiscussi erano Bruno Mazzeo, Germano Di Lucia e Arnaldo Di Matteo, con quest’ultimo che animava la lista della Campana che raccoglieva la sparuta sinistra altavillese (soprattutto i socialisti di Daniele Guerra) ed i liberali. Ed una volta fu proprio Antonio Tedesco ad attaccare violentemente Daniele Guerra, il leader locale dei socialisti che lui definì uno che “spella, impenna e succhia “, alludendo agli omaggi in uova e polli di contadini e braccianti a chi compilava le loro domande per ottenere l’indennità di disoccupazione agricola. Ma il sindaco sottovalutò la veemente reazione di Esterina, la moglie di Daniele Guerra. Ma tranne che per quest’episodio, i rapporti tra Tedesco e Guerra furono sempre improntati alla correttezza ed alla collaborazione. Il paese, gli interessi di Altavilla, venivano sempre messi sopra a tutto.

Oreste Mottola

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14 Dic 2012

1979. Quando Leonardo Sciascia, e Caldoro padre, presero le difese di Vincenzo De Luca

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1979, si fece “arrestare” a Persano, in un’azione in difesa dell’altavillese Antonio Di Masi

 

 

A chiedere lo sgombero sbrigativo fu l’allora comandante del presidio militare di Persano che trovò ascolto nei vertici della magistratura salernitana che chiamò il battaglione dei carabinieri «Lametia».  C’era da fermare sul nascedre una trattativa che proprio in quei giorni stava inclinando su di un piano pericoloso di “scambio” di altri territori a favore del ministero della Difesa che si stava orientando a lasciare Persano. A spingere in questa direzione erano i vertici di quella regione Campania che poi furono ammazzati dalle Brigate Rosse: Amato e Delcogliano. Lo scandalo erano 1600 ettari, tra i più fertili della piana del Sele ma usati solo dai militari per le esercitazioni e venduti a prezzi di favore ad alcuni “amici” per il foraggio, il pascolo delle greggi ed il taglio dei boschi. Alla testa dei contadini di Persano c’è un manipolo di giovani ed agguerriti dirigenti comunisti. Oggi il nome che spicca è quello di De Luca. L’unico ancora in servizio permanente effettivo. Quando si parla delle inchieste che lo coinvolgono si dice orgoglioso. «Ho 35 anni di lotte civili, di quelle contro la camorra nell’agro nocerino e  della notte in passata in carcere, a Persano». Alt, un passo indietro. Innanzitutto era la caserma dei carabinieri di Borgo Carillia, ad Altavilla Silentina. A dirigerla è un maresciallo lucano, di Tursi il paese di Albino Pierro, e si chiama Francesco D’Errico. Per due anni stette fianco a fianco dei contadini. “Ero il padre, il loro fratello maggiore. Li consigliavo per il meglio. E fino a quel giorno era andato tutto liscio”, dice oggi. Di Fragella, “don Vito” come lo ribattezza Carlo Franco, allora inviato di punta del “Mattino”,  il leader contadino, è rimasto amico nei decenni successivi. L’epoca? Mese più mese meno, si torna a trent’anni fa. È il 7 novembre del 1979 quando una carica preceduta da tre squilli di tromba travolge i contadini di Serre che rivendicavano le terre della base militare di Persano, nel salernitano. “Erano entrati dentro all’area militare, con i trattori,  per 50 metri”, fu la versione ufficiale. Una scusa, per due anni poco ci era mancato che si andasse ad arare pure nel cortile della caserma Cucci. È l’ultima delle lotte romantiche contadine che infiammarono il Sud in quegli anni. In un’Italia nel pieno degli anni di piombo, delle stragi e dello scontro di piazza permanente, a Persano agli scontri, all’unico ferito, si arriverà solo il 7 novembre del 1979 quando il controllo dell’ordine pubblico passa al colonello Lancieri Galasso. Le quattro persone che decidono di farsi arrestare (tra le quali c’è Vincenzo De Luca) lo fanno per solidarietà verso un compagno (è Mario Tarallo, il fratello di Giuseppe, l’ex presidente del Parco del Cilento)  fermato per aver fatto “scappare” il ferito verso una macchina privata che lo porta all’ospedale. Antonio Di Masi, coltivatore di Falagato, in seguito fondatore della locale sagra del fusillo, ha ricevuto una manganellata sulla testa ed ha il sangue che gli cola copioso. L’ufficiale dei carabinieri vede la situazione sfuggirgli di mano. “Mario Tarallo faceva allontanare il ferito a bordo di un’auto privata. All’invito rivoltogli di fornire le proprie generalità, il Tarallo si rifiutava, per cui l’ufficiale lo faceva salire su di un automezzo militare”. Sullo stesso automezzo salgono Paolo Nicchia, allora segretario salernitano del Pci, Giovanni Zeno, responsabile della Camera del lavoro e due giovani dirigenti del Pci di Salerno: Vincenzo Aita, poi assessore regionale all’agricoltura in quota Bassolino ed infine eurodeputato, e, appunto, Vincenzo De Luca. Ci sono anche Mario De Biase ed Elio Barba: “A noi due ci fecero scendere a colpi di calcio del fucile, forse sembravamo troppo giovani”, racconta l’ex sindaco di Salerno.  Ironia della sorte, a presentare un’interrogazione parlamentare per chiedere conto di quei quattro arresti è una pattuglia di deputati socialisti. Primo firmatario Antonio Caldoro, padre di Stefano, attuale candidato Pdl a palazzo Santa Lucia e competitor del democrat Vincenzo De Luca. Caldoro senior, Carmelo Conte e Nicola Trotta chiedono all’allora ministro dell’Interno Rognoni «come siano stati possibili e quali i responsabili degli atti di violenza contro i lavoratori e i dirigenti politici». Il governo è un tricolore Dc, Pli e Psdi, il premier è Francesco Cossiga e la discussione su quegli arresti infiamma l’Aula il 9 novembre, due giorni dopo gli scontri e gli arresti. Con i socialisti una pattuglia del Pci guidata da Abdon Alinovi, Peppino Amarante e Giorgio Napolitano oltre a una giovanissima Emma Bonino (ora candidata nel Lazio) e allo scrittore Leonardo Sciascia. Tutti chiedono conto di quei quattro arresti. Il sottosegretario Americo Petrucci apre i lavori, risponde ed esprime «il rammarico del governo per i fatti accaduti». Ma nega sdegnosamente gli arresti. «Aita, De Luca, Nicchia e Zeno – ribatte l’esponente del governo – sono stati solamente identificati e si sono allontanati dalla caserma dopo aver presentato una denuncia-esposto contro i militari per i presunti abusi. Nessun fermo e nessun arresto». Dai banchi dell’opposizione partono fischi e contestazioni. «Come si allontanavano? Allora sono scappati?», dicono i comunisti. Il sottosegretario tergiversa, parte un balletto di numeri. Ma per quanto tempo sono rimasti in caserma Nicchia, Aita, Zeno e De Luca? Due ore e mezza come sostiene il sottosegretario oppure oltre dieci come attaccano socialisti e comunisti? De Luca parla di una notte intera. L’allora maresciallo D’Errico, in caserma trova un telegramma e deve rientrare a Tursi per un lutto familiare. “Probabilmente non fu una notte e non furono poche ore”, racconta oggi. “I miei carabinieri mi raccontarono delle discussioni politiche tra questi giovanotti ed i nostri ufficiali. Nulla di più”.   Dettagli verrebbe da dire a trent’anni di distanza quando uno contro l’altro, per la Regione, corsi e ricorsi, c’è l’ex giovane dirigente del Pci e il figlio del socialista che tuonò contro il suo arresto.

 

Oreste Mottola  orestemottola@gmail.com

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14 Dic 2012

Vassallo come io l’ho visto. Angelo “u collega” raccontato da chi lo conosceva bene

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Diecimila pagine strappate per cancellare il suo nome. Il fastidio di Cobellis

 

Angelo Vassallo era il tipo che non accettava un caffè per non dover ricambiare neppure il prezzo di una tazzina. Così come non aveva sgomitato perché ci fosse il suo nome sulla guida turistica, che lui nel 2003 aveva ideato e trovato i soldi finanche per i cartelli, mentre nella semplice ristampa, un paio d’anni fa Michele Apolito (presidente) e Giuseppe della Pepa (vice), permisero a un gruppo di operai forestali dell’ente di strappare, da diecimila copie stampate, le due pagine dove doverosamente ricorreva il nome dell’allora presidente che a migliaia di turisti nordeuropei aveva dato gli strumenti e gli stimoli per percorrere i fondovalli dei fiumi e i crinali delle montagne. Giuseppe Cilento, sindaco di San Mauro, ha ancora negli occhi l’amarezza di Angelo che, dopo aver visitato più di un impianto di compostaggio nel nord Italia, si affrettava a dare per telefono consigli a Luigi Cobellis, allora sindaco di Vallo della Lucania, perché si facesse presto e bene. “Ne ‘A… tutto sai tu…” fu la reazione stizzita di Cobellis, ed oggi il compostaggio di Vallo è tristemente bloccato e Cobellis promosso a consigliere regionale della Campania. Di Angelo Vassallo, abbattuto da sette proiettili calibro 9×21, iscritto al Pd, ci resta il ricordo di un amministratore coraggioso, che governava il suo paese di mare con amore e decisione, lo aveva condotto a livelli record nella raccolta differenziata, lo aveva tramutato in uno dei gioielli più preziosi del turismo nazionale, lo aveva protetto dalle mire dei signori del mattone, si svegliava all’alba per andare a controllare se i depuratori funzionavano, era il promotore di un modello di sviluppo che faceva proseliti nel circondario ed era guardato con ammirazione anche fuori regione.

“Cca si te fermi e ci fai caso può sentì ancora o ‘fieto delle tante alici che abbiamo preso”. Chi parla Mario Sodano, 77 anni, pescatore da sempre, sulla piazzetta lungomare di Pioppi. “Angelo per me non è il sindaco. E’ mio fratello, mio nipote e mio figlio. E’ cresciuto con me. ‘Ntonio u cullega, suo padre, era già amico. Mi commuovo al solo nominarlo. Persona seria, gran lavoratore e grande innamorato di questi posti”. La verità, per il momento forse l’ha potuta ascoltare quell’albero di mandorlo sotto il quale, a Cerza Longa di Acciaroli, uno o più sconosciuti, la notte del cinque settembre del 2010, hanno spento l’interruttore della vita ad Angelo Vassallo, sindaco in carica di Pollica. In attesa che gli inquirenti individuino motivazioni e responsabili del gesto noi sottolineiamo i segni delle sue opere e delle sue intuizioni. A cominciare dalla più poetica. Da Galdo, il borgo più lontano dal mare, dove vivono meno di cento persone, aveva ideato un caffè letterario con un emporio e un ambulatorio. Un luogo di incontro, ma anche di servizio per gli anziani. Si è modificata la toponomastica del borgo con la titolazione di ogni vicolo, viuzza, anfratto, fontana, ai più grandi autori viventi, il classico bar sport si è trasformato in un caffè letterario per costruire una città-libro, una biblioteca scolpita sulle pietre del borgo medioevale. “Studiò al seminario il nostro Angelo ma non si fece monaco. Tornò allo spazio da dove era partito da bambino, quella casa che guarda al mare ed oggi al porto tutto nuovo. Alla barca. Diceva come noi: “Albero in terra, accetta accetta”, aggiunge Mario Sodano. Angelo amava il mare e aveva iniziato a rammendare reti quando ancora andava alle scuole elementari. Presto la pesca era diventata il suo lavoro e lui lo adorava. Era bravo e assai capace”. Passiamo da Vincenzo Pagano, è un gastronomo che scrive su scattidigusto.it “Avevo chiesto ad Angelo di andare in barca con lui a ritirare le reti perché dopo tanti anni si era preso un po’ di ferie per ritornare alla sua passione di sempre, il mare, da dove era nato. Lo chiamavano il sindaco-pescatore, all’inizio 15 anni fa quando era stato eletto forse con un’idea un po’ dispregiativa che sottintendeva ma questo dove vuole arrivare. E invece era arrivato, ma non solo lui, tutta una comunità che grazie a molte idee era sempre più conosciuta. Ed eravamo andati a pesca perché il mare esattamente una settimana fa lo aveva permesso. Se non soffri il mal di mare appuntamento alle 6.20 alla lucciola. Si decide al momento. Notte. Ed eravamo andati per mare insieme al suo amico Lello che lo aveva accompagnato per tutta questa estate a prendere le aragoste e gli scorfani per il ristorante che Antonio e Giusy avevano aperto l’anno scorso. Non ci posso pensare. Non ci voglio credere. In barca mi era apparso stanco e anche nei nostri soliti confronti e schermaglie (invariabilmente conclusi con un… “Enzo, che ne vuoi sapé”) era un po’ giù di tono. Ti stai facendo vecchio, ci stiamo facendo vecchi. I parcheggi, la dieta mediterranea, la spiaggia per i cani. Mi aveva guardato e mi aveva detto: il vero problema è che quando questa squadra non ci sarà più tutto finirà perché bisogna lavorare sodo, troppo. Non mi preoccupo, gli avevo risposto, tanto fai il sindaco per i prossimi 100 anni, dove vuoi andare? Ma non aveva riso per mandarmi a quel paese come faceva a volte. E poi avevamo tirato su la prima rete. Due scorfanetti. Dico, me la fai fotografare un’aragosta grande? Ed eravamo andati a tirare la rete profonda. Ed era venuta su con un grande scorfano e un’aragosta e poi altre. Pensavi che saremmo tornati a mani vuote dicevano i suoi occhi e le sue mani intende a liberare le prede. No che non lo pensavo. E mi aveva detto di andare ad assaggiarli la sera da Antonio. Solo pesce fresco ad Acciaroli, avevamo scherzato. Ed era stata una serata piacevole come la mattinata in barca a guardare la costa che era come tanti anni prima. Bella dietro ai grandi yacht che ora attraccavano ad Acciaroli. Un’altra conquista di cui andava fiero”.

La droga. La sua vigilanza attiva sull’argomento è tuttora il maggiore indiziato per trovare l’autore del delitto. Ad Acciaroli una mattina (lui si alzava presto) alla mia domanda proprio sull’uso della droga e della delinquenza, Lui rispose: “E’ come dappertutto, è sotto controllo: solo devo stare attento, non si scherza, ma io sono abituato a lottare, lo vedi? Sono un libero cittadino e per esserlo tutti noi, sindaco o non sindaco, devo fare il mio dovere. Il mio dovere è lottare contro questi infami e non solo contro gli spacciatori”. Chi racconta è Giuseppe Recchia, autore di “Hemingway for Cuba”, il libro che sta diventando film sullo scrittore da Nobel che, forse, passò da queste parti. “Invece ricordo un altro episodio e –racconta ancora Recchia – c’eri anche tu che scrivi questo articolo. Ad una delle serate su Hemingway ci fu un momento in cui per esemplificare un discorso complesso accennai ad un personaggio politico che poteva permettersi tutto anche “le ragazzine” e fui attaccato inopportunamente da un “difensore d’ufficio” di quel politico. Intervenne Angelo per zittirlo a modo suo. E lo zittì energicamente. Vidi la faccia umiliata del poveraccio e nei suoi occhi spenti di cane bastonato si era accesa una luce, una luce di odio profondo. Quel “verme” avrebbe potuto uccidere se ne avesse avuto l’occasione”.

Oreste Mottola

 

 

 

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13 Dic 2012

I rapporti tra i Greci di Paestum e gli etruschi di Pontecagnano

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Gli studi di Tatiana Grimaldi e Fabio Astone premiati dai Rotary della Magna Grecia

 

Oreste Mottola   orestemottola@gmail.com

Lavora da vigile urbano ad Agropoli e poi studia, con profitto, da archeologo. E’ la storia di Fabio Astone, ultima pista da lui seguita – in collaborazione con Fernando Lagreca – è quella delle tradizioni alimentari dei nostri progenitori greci e lucani.  La battipagliese Tatiana Grimaldi è un’appassionata di Etruscologia. Alla loro tesi di laurea è andato il premio internazionale delle colonie Magna Grecia “Arialdo Tarsitano”, giunto alla XXXIX edizione ed indetto dai Rotary dell’Italia meridionale. Il tema di quest’anno è stato: “l’area picentina nell’antichità . Identità storica, patrimonio archeologico, valorizzazione”. La borsa di studio “una tantum” è stata di € 2.000,00 e Astone e Grimandi potranno avere anche la pubblicazione della loto tesi di laurea. E’ quanto ha deciso il comitato scientifico composto da Mario Mello, Luca Cerchiai, Francesco D’Andria, Giovanna de Sensi Sestito e Antonio Garzya, tutti docenti nelle università meridionali.

 

L’indagine di Tatiana Grimaldi è incentrato sulla ricostruzione dei diversi momenti di occupazione antropica nell’Agro Picentino. In particolare, le indagini si sono focalizzate su un segmento territoriale compreso tra il fiume Picentino ed il torrente Frestola, che costituisce l’immediato retroterra della città di Pontecagnano, corrispondente grosso modo all’attuale frazione di Faiano. Il territorio preso in esame, grazie alle sue caratteristiche naturali quali la ricchezza d’acqua e l’ampia presenza di aree boschive, fu scelto quale luogo di insediamento ancor prima della nascita del famoso centro etrusco di Pontecagnano. Le prime attestazioni di un probabile stanziamento sulle colline di Faiano potrebbero risalire, infatti, alla luce dei risultati della ricognizione, all’età del Bronzo Medio, quando, così come in altri siti del comprensorio picentino (Acqua de Pazzi a Salerno, Montevetrano, Serroni di Battipaglia, Loc. Padula e Turmine di Eboli) si prediligono posti d’altura ed arretrati rispetto alla costa, in stretta connessione ai corsi d’acqua. Quando, nel IV secolo a.C., l’intero comprensorio è scenario di un riassetto generale, e l’arrivo della componente italica costringe ad una revisione degli spazi disponibili, anche il territorio di Faiano viene coinvolto in un sistema capillare di occupazione delle campagne, con la nascita di numerose fattorie, in modo del tutto analogo a quanto accade nella vicina Poseidonia-Paestum. Tracce di questo tipo di realtà insediativa sono state rinvenute ad esempio a Torre Morese e Limiti, confermando una tendenza, che si protrarrà fino ed oltre l’avvento della potenza romana, come attestato dai numerosi prediali presenti nella toponomastica locale.

IL LAVORO DI FABIO ASTONE. Dei “Greci e non Greci nel territorio di Poseidonia in età arcaica” si è occupato Fabio Astone. Lo studio dei rapporti tra quella che sarà, dalla fine del VII sec. a.C., la chora di Poseidonia, ed il  territorio a nord del Sele, l’agro Picentino , è stato lo stimolo che ha portato alla redazione di questo lavoro.  Le tradizioni ricordano l’importanza rivestita dal fiume Sele che, oggi come in antico, divide quasi a metà l’omonima  pianura; il confine distingue però, in modo paesaggisticamente non naturale, un ambiente che invece è assolutamente omogeneo.  Appare chiaro quindi che la funzione di limite assunta dal Sele non sia dovuta a fattori geografici; le motivazioni che hanno portato a tale scelta vanno perciò cercate altrove.

Queste ci arrivano direttamente dalle fonti che ricordano la presenza degli Etruschi a nord del Sele; il confine dunque, ebbe una prima genesi di carattere etnico, per assumere, successivamente, un significato prima geografico, e poi anche amministrativo. Basta osservare i reperti, trovati nella futura chora di Poseidonia, e datati al periodo che precede la fondazione della polis, per rendersi conto dei contatti, davvero stringenti, con Pontecagnano. I materiali restituiti dagli scavi rivelano e confermano rapporti che continuano, intensamente, anche dopo la nascita della città greca; i contatti con i centri etruschi a nord del fiume conservano una dinamicità dialettica che permette di meglio interpretare quanto tramandato tradizionalmente e quanto indiziato dai reperti. Il catalogo, davvero provvisorio, dei reperti che attestano la vicinanza, non solo geografica, tra gli Etruschi delle comunità a nord del Sele, e gli Enotri prima ed i Poseidoniati poi, permette nell’insieme, di comprendere meglio l’influenza esercitata dalle comunità tirrene del salernitano; lo dimostrano, ad esempio, lo sviluppo narrativo dei temi  del ciclo arcaico delle metope dell’Heraion o le terrecotte architettoniche di tradizione etrusco-campana provenienti dai santuari urbani; tale  influenza permea fortemente anche l’ambiente nel quale vengono concepite e realizzate le lastre della Tomba del Tuffatore, il cui significato può essere inteso più compiutamente proprio inserendole in tale contesto multiculturale.

E’ probabile che molte risposte ai tanti interrogativi che animano lo studio di questo specifico argomento potranno essere date dalle ricerche in atto a Fratte, a Pontecagnano, nei vari siti presenti nell’area Picentina e dagli scavi dei livelli arcaici di Poseidonia; ma forse,  qualche sorpresa potranno davvero  riservarla le migliaia di reperti provenienti dai vecchi scavi dell’Heraion di foce Sele, custoditi da tempo nei depositi del Museo di Paestum.

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