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01 Set 2012

Il brigante Tardio un eroe? Riflettete su ciò che combinò a Campora con l’omicidio Feola…

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“Padre Giuseppe Feola deve morire”

“Padre Giuseppe Feola deve morire”
Campora, un film riapre il caso di don Feola il prete ucciso dal brigante Tardio

ORESTE MOTTOLA
Campora, l’omicidio in pubblico, compiuto 150 anni fa,  del monaco Feola da parte dell’avvocato capobrigante Tardio sta per diventare un film. Lo dirigerà Massimo Smuraglia, direttore della scuola di cinema di Prato e figlio del presidente nazionale dell’associazione dei partigiani. Facile prevedere come “il caso Feola” sia destinato a riaprirsi. Innanzitutto perché una parte del suo paese volle o accettò inerte l’uccisione di un uomo quasi in odore di santità. “Tu devi morire perché quest’ordine mi è venuto da Roma”, Tardio così motivò la sua volontà di fucilare padre Feola. Poco prima gli aveva chiesto una cifra enorme, duemila ducati, poi finanche di inneggiare a Francesco II di Borbone, per aver salva la vita. Il cappuccino resiste sprezzante. Tardio getta la maschera e ammette dice che Feola “deve” morire per forza. Punito per il libro scritto contro il potere temporale della Chiesa? Siamo Campora, il 3 giugno del 1863. Era di mercoledì. Il religioso i briganti vanno a prenderlo direttamente casa. In piazza improvvisano una sorta di processo popolare. Sono tranquilli, sanno di controllare tutta l’Alta Valle del Calore. Il Cervati allora era come il Supramonte. A Campora risiedono i migliori tiratori di fucile della zona. I briganti festeggiano per l’intera giornata. Comanda davvero Tardio l’avvocato. E’ stato liberale, per motivi politici si è fatto anche un anno di carcere sotto i Borboni, con l’Unità d’Italia fa domanda come ispettore di polizia e quando, nel 1862 lo accettano, lui è già capobrigante sui suoi monti. Vendette di paese lo avevano travolto e convinto a passare dalla parte opposta. Ha 29 anni, è giovane e  irruente. Vito Antonio Feola è un cattolico liberale e popolare. Con i suoi cinquant’anni ai tempi è un anziano. E’ solo, non ha mai messo nel conto di doversi difendere con le armi. Una bella figura, il cappuccino Feola. Un vero filantropo illuminato: aprì la prima scuola pubblica del Cilento e la società di mutuo soccorso. Coltissimo: traduceva dal latino e dal greco senza l’uso di vocabolari. La Divina Commedia la conosceva a memoria. Un grandissimo oratore: le sue prediche erano impregnate di profonda fede religiosa e di patriottismo. Controcorrente: da prete aveva scritto un libro contro il potere temporale del Papa. Quando era nel suo paese si sentiva protetto. Mai avrebbe immaginato che Tardio era li per lui, chiamato da cittadini della sua  Campora. “Uomini bruti, io vi maledico fino alla settima generazione”, così padre Giuseppe, il suo nome da frate, secondo la versione ancora oggi tramandata a Campora, gridò proprio ai suoi compaesani che vedendolo barcollare gravemente ferito dalle pallottole ne pretesero la morte immediata. L’avvocato brigante inferse un’ultima e decisiva sciabolata. Il sostegno della piazza lo eccitava ancora di più alla ferocia. Quella giornata sembrava cominciata sotto un altro segno. Da una cronaca locale: “I briganti avevano fasce rosse ai cappelli e molti cittadini erano andati loro incontro. Il giorno dell´invasione – come sostenne il giudice Guerriero al processo -, Carlo Veltri e Andrea Perriello andarono incontro alla banda per la strada di Santa Maria e si abbracciarono e si baciarono “in segno di antica amnistia e di vecchia conoscenza”. La banda di Tardio era composta da 33 persone, fu accolta trionfalmente e l´indomani mattina, eccitati dall’eccidio di Feola, conquistati dal fascino brigantesco e antiunitario, circa quaranta cittadini la seguirono”. La maledizione di padre Feola non porterà bene al piccolo esercito dei briganti chiainari: fin dal giorno dopo, a Magliano nuovo, cominciano la serie degli insuccessi che si concludono con la completa disfatta. Tardio quella sera non sa che ha i giorni contati come “condante”. Ferita ancora aperta, questa dell’uccisione di Vito Antonio Feola, nel piccolo ma delizioso paese, più dell’Alto Cilento che della Valle del Calore. Eppure di tempo ne è passato. Questo è l’anno 149, oltre sei generazioni sono passate, un tempo assai lungo nella storia di una comunità.  Quella maledizione tiene sempre banco. “Sono sei generazioni, manca ancora la settima”, spiega Turibbio Feola, il pronipote che ancora oggi custodisce la stanzetta dell’antenato. Campora è “covo di bruti più chè uomini” ci va subito giù il procuratore generale del re presso la Corte di Appello di Napoli durante” durante il processo per quei fatti. Tutta la storia ora si appresta a diventare un film grazie al regista toscano Massimo Smuraglia che di questa strana storia se n’è innamorato grazie ai racconti di un suo vicino di casa, il medico Angelo Galzerano, carattere scoppiettante e natali a Campora. Smuraglia, che dirige la scuola di cinema di Prato intitolata ad Anna Magnani, è anche un appassionato studioso del contributo che il cinema italiano ha fornito nella rappresentazione del Risorgimento. Fin dai tempi del cinema muto. Per giungere a Blasetti e Visconti. Smuraglia fa sul serio con le riprese fissate già dal 21 luglio al 5 agosto, la sceneggiatura già scritta e basata su 43 scene. “Ho bisogno ancora di attori, mandate i vostri curriculum a info@scuoladicinema.org, con una foto e un curriculum”. In paese sono in molti a darsi da fare per trovare i soldi necessari per coprire almeno le spese. Un finanziamento è arrivato già dalla provincia tramite l’assessore Marcello Feola, 2000 euro. Angelo Rizzo, presidente della comunità montana, è anche lui un sostenitore attivo dell’idea da oltre dieci anni. Un atto dovuto da parte di parenti di padre Feola? “Che c’entra – dice Rizzo – gli esperti parlano di historical reenactment e living history come strumenti privilegiato per il lancio turistico di paesi dimenticati e devastati dallo spopolamento e c’è chi si attarda ancora su questo? E se qualche altro mio parente probabilmente fu dall’altra parte. E allora?”. E torniamo a padre Feola. Padre Giuseppe Feola, al secolo Vito Antonio, nacque a Campora il 23 maggio 1813. Fu allievo del Vicario Foraneo di Gioi e di Don Saverio Guida di Stio che ne apprezzarono le eccellenti doti intellettuali e religiose e lo spronarono a proseguire gli studi. Devotissimo di San Francesco d’Assisi, ne studiò le opere che lo corroborarono nella fede e gli aprirono le porte dell´ordine cappuccino, di cui indossò il saio. Si distinse nella dedizione totale al servizio dei poveri che necessitavano di aiuto materiale e spirituale. E di imparare a scrivere e a leggere. Resta il dilemma: le varie ricerche storiografiche pur accurate come quella di Infante non hanno ancora risolto il dilemma sul vero movente dell’omicidio Feola. Lo stesso Tardio dopo la cattura a Roma nel 1870, grazie a una soffiata del compaesano Nicola Mazzei, si difende così: “io non sono colpevole di reati comuni poichè il mio stato, il mio carattere e la mia educazione non potevano mai fare di me un volgare malfattore; io non mi mossi e non agii che con intendimenti e scopi meramente politici; talchè non si potrebbe chiamarmi responsabile di qualsivoglia reato comune che altri avesse per avventura perpetrato a mia insaputa contro la espressiva mia volontà e contro il chiarissimo ed unico scopo per cui la banda era stata da me radunata”. L’autodifesa di Tardio, applicata al caso Feola, allontana i sospetti legati alla richiesta dei duemila ducati di riscatto e rimette in gioco l’ipotesi della vendetta vaticana. La storia la fanno sì i vincitori, ma è pur sempre vero che quella stessa storia può essere riscritta ignorando i fatti ma attraverso lo studio e la passione per la propria terra. E con un film, il con ciak dato dal direttore della scuola di cinema intitolata a Anna Magnani. Per un sano neorealismo in salsa cilentana.      

1 commento:

Anonimo01 agosto 2012 18:42

Il movente dell’omicidio di padre Feola è certamente da ricercare in fatti accaduti, all’epoca, sul Municipio di Campora.
Padre Giuseppe,infatti,a un suo rientro a Campora si accorse di notevoli ammanchi nelle casse comunali e minacciò gli amministratori di rendere pubblica la cosa se non si fosse provveduto a restituire in un breve lasso di tempo il maltolto.
La minaccia del frate era da scongiurare a tutti i costi e qualcuno pensò bene di mettere nelle mani di Tardio la risoluzione del problema.
Le idee politiche del Feola e le sua posizione critica nei confronti della chiesa rappresentarono e rappresentano ancora oggi un valido alibi per il suo assassinio.
Padre Giuseppe Feola per il suo spiccato senso di giustizia e la sua profonda onestà rappresentava un personaggio scomodo anche per molti suoi compaesani amici dei briganti che seppero -al momento dei fatti – terrorizzare gli onesti cittadini che increduli e inerti assistettero al suo efferrato assassinio.
UN ANONIMO CHE CONOSCE BENE I FATTI

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01 Set 2012

Casa Tomasino, da una pianta di patata spunta un pomodorino Cherry

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Casa Tomasino, da una pianta di patata spunta un pomodorino Cherry. Gli esperti: “Può indicare anche una mutazione verso una nuova specie” 

di Oreste Mottola
“Fenomeno interessante, da tenere sotto osservazione. Può riservare sorprese”, dicono gli esperti. La terra dei meloni scomparsi ma da meraviglia del sapore non smette di interessare gli osservatori più attenti delle mutazioni agroambientali. Da una pianta di pomodoro è venuto fuori un frutticino di pomodoro. L’evento è accaduto in località Genzano, ad Altavilla Silentina, presso l’abitazione di Alfredo Tomasino. E’ sua moglie (nella foto) a mostrarcelo. A casa Tomasino pur essendo agricoltori di esperienza è la prima volta che si trovano di fronte ad un fenomeno così evidente. Abbiamo sottoposto il caso a due agronomi che hanno provveduto a trovare la spiegazione scientifica. Ad entrambi abbiamo fatto avere delle foto. L’evento, come sanno gli orticoltori più attenti – infatti, in natura è raro ma non – come vedremo – impossibile. Per Rosa Pepe, che lavora all’Istituto per l’Orticoltura di Pontecagnano – tutto è nella normalità: “Sia le patate che i pomodori appartengono alla famiglie delle solanacee, per cui i veri frutti sono quelli che si ottengono dai fiori che sono piccole infiorescenze apicali, le patate sono falsi frutti. Il pomodorino, riscontrato a casa Tomasino, che si presenta come un picccolo “cherry”, molto rari nelle patate, a volte per combinazioni atmosferiche e pedologici vengono fuori questi frutti. per cui è tutto a posto, anche se è un evento raro che il fiore della patata possa allegare e maturare”. Più sintetico è Antonio Gallo: “Il frutto della foto è sicuramente una bacca di una patata. Ringrazio la signora per la segnalazione suggerendole di tenere sotto osservazione lo sviluppo del frutto in quanto le piante possono dare luogo a mutazioni naturali generando così nuove specie”. Gloriosa è stata infatti la storia del melone dalla scorza nera, il “Gigante di Altavilla”. “I mercanti venivano da Nocera, da Montoro e Roccapiemonte a compraseli. Arrivavano coi loro cavalli e dietro i carri – traini. Giravano per le campagne altavillesi per comprare i migliori esemplari. . Il”Gigante” è ancora nei libri di orticoltura. Di quello che si coltivava in modo solidale, con “vicini e parenti” che si spostavano di campo in campo. Non ci sono più le rose di Paestum e sono scomparsi anche i meloni di Altavilla. Che avevano meno glamour storico e letterario ma erano un trionfo di sapori e lenivano le arsure estive. Oggi però occore fare attenzione Quando, ad agosto, dal fruttivendolo sotto casa come sulla bancarella più improvvisata, troverete scritto “veri, originali meloni di Altavilla”, sappiate che state assistendo ad una piccola truffa. Da più di trent’anni la varietà “Gigante di Altavilla”, dalla scorza nera, con i semi rossi e dalle fette ben disegnate, non è più coltivata. Quei semi oggi hanno un valore attualmente inestimabile. Nei decenni scorsi sono stati molti ad arrovellarsi sul problema. Il problema era proprio in quei semi che non c’erano più. Una biodiversità cancellata. Come è potuto accadere? E’ successo per tante ragioni. I terreni stanchi, i vecchi coltivatori in pensione o emigrati, per l’impianto di nuove colture – prima il tabacco e poi il pomodoro – più convenienti. Per l’aggressione virulenta delle specie ibride di provenienza americana: un vero e proprio inquinamento del nostro patrimonio vegetale. Una serie di fattori combinati hanno distrutto, e in pochi decenni, quello che era il simbolo di questo paese. Del tempo in cui, a Campagna e a Serre, il giorno di Ferragosto alle innamorate si regalava l’anguria di Altavilla. Anche negli altri centri della Piana del Sele e degli Alburni, per onomastici e compleanni, l’omaggio più gradito era proprio quello della “melonessa” altavillese. Era il simbolo dell’amore, della freschezza e dell’amicizia. Per l’ex senatore Gaetano Fasolino diventa urgente delineare un programma di recupero di queste varietà vegetali che hanno fatto la storia dei nostri luoghi. Come? “Mettiamo al lavoro le strutture agricole della Regione”. Non lo si potrà certo vendere a 30 centesimi il chilogrammo se non si può coltivare su di un terreno dove nell’anno precedente ci siano state altre colture. Con l’uso della zappa azionata a mano, meno che mai di trattori e motozappe, e con una presenza sul campo quasi ogni giorno per togliere le erbacce come giavone, sorghetto e la simpatica ma “esigente” erba “vascioledda”.

 

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