Archive for Maggio 2012

30 Mag 2012

Paestum, Masseria Eliseo di Gian Ettore Bellelli

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Paestum, Masseria Eliseo di Gian Ettore Bellelli

30 maggio 2012

1

Masseria Eliseo

Gian Ettore Bellelli

Capaccio Scalo – Paestum
Via Eliseo
Contatti: Ernesto Massimino Bellelli – Tel. e fax 0828/723313; tel. 0828/723634; 335/6674200-6642739
www.masseriaeliseo.it

Paestum è l’unico luogo che consente di fare turismo tra caseifici. Una spinta motivazionale accentuata dalla presenza dei templi, uno straordinario parco archeologico unico al mondo con un museo imperdibile.
La cura e l’attenzione al particolare è data dal fatto che la zootecnia è stata sempre prerogativa di casati aristocratici o di latifondisti che hanno conservato questa attività per fare reddito invece di cedere alla speculazione edilizia.
L’area dopo Battiglia, sino al Cilento, offre dunque in done una rete di bei caseifici, stupende masserie, ricca gastrononia (di terra, di mare, di collina) segnata dalla biodiversità.

Masseria Eliseo, la sala

Gian Ettore Bellelli è il rampollo di una di queste casate, figlio del Barone Bellelli. La sua attività principale è l’allevamento delle bufale ma, sull’esempio della madre Cecilia Baratta Bellelli, ha creato questa bella Masseria dove trascorrere una giornata.
Più o meno quello che abbiamo fatto noi con l’ultimo freddo in una bellissima domenica nel corso della quale si è parlato delle libro Ricette del Cilento.

Masseria Eliseo

Masseria Eliseo, la sala

Una sala bellissima, ampio spazio all’aperto anche per cerimonie.
Naturalmente, per godere di questo spazio dovete prenotare.

Masseria Eliseo

Masseria Eliseo, le bufale

Masseria Eliseo, le bufale

Masseria Eliseo, i cavalli di razza persana

Masseria Eliseo, i cavalli di razza persana

Masseria Eliseo, oche e galline

Masseria Eliseo, le caprette

Masseria Eliseo, la piana

Masseria Eliseo

Masseria Eliseo

Masseria Eliseo: mozzarella nella mortedda, capicollo, prosciutto e pizza di scarola

Masseria Eliseo, minestra maritata

Masseria Eliseo, il pane

Masseria Eliseo, Il Vino

Masseria Eliseo, il peperoncino forte

Masseria Eliseo, i fusilli e la cotica

Masseria Eliseo: capretto, patata e broccoli

Masseria Eliseo, tagliata di bufalo

Masseria Eliseo: scauratielli e dolci cilentani

Masseria Eliseo, dolci con i fichi

Il centenario del Rotary di Paestum

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22 Mag 2012

“Speleologia a Scuola sugli Alburni”

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Si è concluso il progetto didattico sul fenomeno carsico del Massiccio degli Alburni che ha
permesso a 45 ragazzi della Scuola Secondaria di 1° grado dell’Istituto Comprensivo di Ottati, di
osservare il proprio territorio sotto la “luce” della Speleologia prima in classe con una lezione
teorica e poi sul campo con l’escursione.
Il progetto, proposto dal Gruppo Puglia Grotte e dal Gruppo Speleo Alpinistico Vallo di Diano con
il patrocinio delle Federazioni Speleologiche Pugliese e Campana, grazie alla sensibilità del
Dirigente Scolastico Dott. Michele Di Filippo che ha subito manifestato parere positivo, si è ben
inserito all’interno degli approfondimenti dedicati all’ambiente in seno ad un articolato ed
interessante percorso già intrapreso dal gruppo docente dell’Istituto.
L’escursione di oggi 12 maggio ha consentito agli studenti di entrare in diretto contatto con gli
argomenti trattati in aula, dalle rocce calcaree, alla loro stratificazione, alle faglie, ai punti idrovori
dove le acque si ingrottano per percorrere i misteriosi fiumi dell’ipogeo, ai portali delle grotte
spesso spettacolari e suggestivi e al buio delle stesse indossando il casco protettivo ed entrando nel
cavernone della Grotta dei Vitelli. Si è parlato della storia della speleologia, dei primi esploratori del
massiccio e del perché gli Speleologi ancora studiano queste montagne. Accompagnati dalla Vice
Preside Prof. Giuseppina Di Filippo, dalla docente referente Prof. Assunta Bamonte e della Prof.
Maria Giardullo, si è trascorsa bella e soleggiata mattinata immersi tra il verde e le rocce di questo
magnifico quanto complesso geo-ecosistema degli Alburni.
Hanno accompagnato i ragazzi: Giampaolo Pinto del Gruppo Puglia Grotte, Francesco Catuogno e
Maria Avitabile del Gruppo Speleo CAI Napoli, Giuseppe Paladino e Laura De Nitto del Gruppo
Speleo Alpinistico Vallo di Diano.

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15 Mag 2012

Il capo sulla neve – Liriche della Resistenza” di Alfonso Gatto, con la prefazione di Andrea Camilleri

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Martedì 15 maggio alle ore 21.00 presso la ” Casa della Cultura” di Milano in via Borgogna, 3 si terrà la presentazione della raccolta “Il capo sulla neve – Liriche della Resistenza” di Alfonso Gatto, con la prefazione di Andrea Camilleri.
Il capo sulla neve – Liriche della Resistenza è una delle opere più importanti di Alfonso Gatto. Un’ antologia che raccoglie, tra gli altri, due risultati di irripetibile levatura quali “A mio padre” e “Per i martiri di piazzale Loreto”, forse le poesie più note dell’autore salernitano. Il quaderno primigenio costava duecento lire ed era il numero due di “Milano sera”, un importante quotidiano diretto da Corrado de Vita, all’interno recava una prefazione di Massimo Bontempelli ed una premessa di Gatto stesso. La riedizione 2012, allega una straordinaria prefazione di Andrea Camilleri ed una lettera di Italo Calvino ad Alfonso Gatto in quarta. A impreziosire la raccolta una copertina di Tanino LIberatore, visionario disegnatore, tra gli inventori delle nuove immagini e delle nuove narrazioni a cavallo degli anni ’70 e ’80.
Parteciperanno Maurizio Cucchi, tra i più importanti ed autorevoli critici letterari italiani; Gianni Mura, giornalista e scrittore, già prefatore della raccolta “La palla al balzo” di Alfonso Gatto nel 2006, ora anche direttore della rivista “E”, mensile di Emergency. L’attore Bebo Storti, infine, leggerà alcune liriche dedicate alla città di Milano e alla Resistenza milanese. Interverranno inoltre Giorgio Ubaldi, nipote di Eugenio Curiel, medaglia d’oro della Resistenza e compagno di Gatto, e Filippo Trotta, responsabile della Fondazione Alfonso Gatto organizzatore, con Casa della Cultura, della serata oltre che curatore dell’opera.

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11 Mag 2012

Parlami d’amore ragù, il viaggio storico-gastronomico tra memoria e identità

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Parlami d’amore ragù, il viaggio storico – gastronomico di Rocco Moliterni tra memoria e identità raccontanto in un libro edito da Mondadori.

Può mai parlare d’amore il ragù? E perché mai i calamari hanno ormai le tasche piene? Come in un’inchiesta a ritroso le ipotesi e gli indizi sul tavolo sono molti. La cucina italiana, si sa, è ricca di inganni o meglio di sorprese. Lo sa bene Rocco Moliterni – giornalista e responsabile della rubrica Il Bello & il Buono della Stampa– autore di questo libro dal sapore spiccatamente risorgimentale e che dal Risorgimento parte per ricordarci, sul filo dell’ironia e dei ricordi, che l’Unità d’Italia è stata in realtà una bella frittata e che – dopo un secolo e mezzo dall’epopea risorgimentale – una cucina italiana non esiste ancora e, forse, non è mai esistita.

Esiste piuttosto una cucina degli italiani, così diversi nel loro modo di percepire la propria identità e i colori della vita di ogni giorno. Stando ai sondaggi per il 150° anniversario dell’Unità nazionale, due italiani su tre sono orgogliosi di essere tali, quando si tratta di spiegare perché, tutto si fa più complicato. Non abbiamo però per fortuna alcun dubbio, dal nord al sud che il rosso nel tricolore della nostra bandiera sia quello del pomodoro.

Forse questo libro che parla di ricette di una volta, di odori e di sapori che non ricordiamo più, può aiutare a chiarirci le idee. In un mondo che va sempre di fretta e dove la cucina è molto di moda, c’è finalmente una voce che va fuori dal coro e che riesce a parlare di cibo senza prendersi troppo sul serio con leggerezza e semplicità, soprattutto, attraverso uno sguardo autentico e originale.

Parlami d’amore ragù è un viaggio tra la storia patria, i ricordi e le memorie care dell’infanzia. Così se non conosciamo quali piatti hanno fatto l’Italia negli ultimi 150 anni, potrebbe interessarci sapere che l’allegra finanziera (piatto povero della cucina contadina piemontese) piaceva molto a Cavour, il più gourmet dei personaggi storici ritratti da Moliterni o che la celebre tarantella ‘O Guarracino potrebbe diventare un manifesto di Slow Fish. E cosa dire poi di Mazzini? A un certo punto della sua vita si è trovato a fare import-export di prodotti italiani a Londra, mettendo davvero in pratica quella che da sempre è la nostra arte di arrangiarsi.

E allora cos’altro è il ragù, verrebbe da chiedersi, oltre ad essere il titolo di questo libro? Un rito prima di tutto che bisogna provare a fare almeno una volta nella vita. Un rito che parla di noi, di sentimenti e di affetti familiari. Un rito che ha trovato posto anche nel teatro di Eduardo De Filippo, che questo ragù amatissimo lo ha letteralmente messo in scena nella bella commedia Sabato, domenica e lunedì, cucinandolo però con un piccolo accorgimento: per fare arrivare l’odore fino all’ultimo spettatore aveva fatto mettere dietro le pentole dei ventilatori che soffiavano verso la platea.

Allora non rimane altro che leggere senza più chiederci perché – come ha scritto Leonardo Sciascia – gli italiani così ossessivamente si interrogano, si ritraggono, si autoritraggono nella consapevolezza che non è colpa dello specchio se i loro nasi sono storti. Rispondere a questa domanda è, infatti, praticamente impossibile.

Ne riparliamo tra altri 150 anni con l’augurio di non trovarci ancora divisi tra chi inneggia senza un perché alla buona cucina e ai musei a cielo aperto e chi invece, come Rocco Moliterni, si impegna con intelligenza ed equilibrio a demolire gli stereotipi di una Italia troppo spesso giudicata ingiustamente immatura e provinciale.

Prezzo del libro: 16 euro

Rosa Russo

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11 Mag 2012

Le vestigia della Magna Grecia vennero riscoperte alla fine del ’700. E un posto nell’isola colpì tutti

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l luogo

Solitario e imponente:
da Goethe a Gropius l’attrazione fatale
per il tempio di Segesta

 

Per quanto incredibile possa sembrare, le vestigia della Magna Grecia, con i suoi templi che nemmeno nella Grecia stessa sono così ben conservati, hanno cominciato ad essere esplorate soltanto verso la fine del Settecento. Erano sotto gli occhi di tutti, ma nessuno le vedeva. La loro «scoperta» si deve alla moda del Grand Tour, le cui mete principali erano Roma e Napoli. Difficilmente i viaggiatori si spingevano nelle regioni più a sud – Calabria, Puglia e Sicilia – faticose da raggiungere attraverso strade disagevoli e territori abitati da popolazioni sospettose. Solo in pochi, e fra questi Goethe, arrivavano fino alla Sicilia, ma finalmente i templi dorici di Paestum, Siracusa, Agrigento e Segesta cominciarono ad essere studiati.

Tuttavia, soltanto Paestum divenne a un certo punto meta quasi obbligatoria e dei suoi templi circolavano le incisioni di Piranesi, le tele dello Joli, gli acquerelli di Giovanni Battista Lusieri. Per le rovine più a Sud le testimonianze visive continuavano ad essere rare. Certo nell’Ottocento le visite degli artisti si moltiplicarono, come dimostrano per esempio i lavori di Thomas Cole, ma fino a tutto il XVIII secolo esistevano poco più dei disegni seicenteschi di Schellinks sulla Calabria, le illustrazioni per il Voyage pittoresque dell’Abbé de Saint-Non oppure le vedute pugliesi, molisane e abruzzesi di Ducros. L’unico «reportage» sistematico, grazie alla committenza reale, era la serie dei Porti del Regno e dei Siti Reali dipinti di Jakob Philipp Hackert. Costui, fra i più eccelsi vedutisti, nel 1777 accompagnò l’antiquario, connoisseur e collezionista Richard Payne Knight, assieme a Charles Gore, in un viaggio attraverso la Sicilia imbarcandosi a Napoli e facendo tappa a Paestum, a Palinuro e alle Eolie per sbarcare infine a Milazzo.

 

Nella veduta ottocentesca di Segesta di Thomas Cole il fascino dei luoghi per gli artisti del tempo (nel dipinto il pittore al lavoro)

Trentanove disegni di Gore e Hackert sono oggi conservati al British Museume fra essi c’è un acquerello di Gore, ricco mercante dello Yorkshire, disegnatore dilettante e collezionista, che riproduce il tempio della Concordia di Agrigento prima del restauro del 1788.

Anche di Hackert abbiamo un acquerello che mostra il tempio di Segesta poco prima dei restauri eseguiti fra il 1779 e il 1781 sotto Ferdinando I di Borbone. Fino ad allora era rimasto quasi sconosciuto anche se la sua localizzazione era avvenuta nel XVI secolo ad opera del domenicano Tommaso Fazello che, girando a dorso del suo mulo guidato dai testi di Tucidide, Polibio, Strabone e degli altri classici che potevano metterlo sulle tracce, identificò, pare, l’80 per cento delle antiche città siciliane.

 

Un gruppo di visitatori di oggi e «l’abbraccio» di un turista a una colonna del tempio dorico innalzato tra il 430 e il 420 a.C. in stile dorico

Poco prima di Goethe, aveva visitato Segesta anche il più noto viaggiatore francese in Sicilia nel Settecento, Jean-Pierre Houël, il quale, in un passaggio dei suoi quattro volumi di viaggio, scriveva: «Via via che mi avvicinavo, cresceva il fascino che aveva su di me l’aspetto imponente dell’edificio. Isolato sulla collina, circondato da una campagna deserta, la nobile semplicità dell’architettura viene maggiormente valorizzata».

Chi è stato a Segesta sa quanto quelle emozioni siano ancora oggi le stesse. E la conferma che non siano solo «romanticherie», arriva da Walter Gropius, l’architetto tedesco protagonista del Movimento Moderno e fondatore del Bauhaus, che nel 1967 visitò Segesta lasciando scritto: «I Greci avevano veramente capito le leggi dell’armonia. Questo tempo felice dell’architettura greca, da Paestum fino alla Sicilia, è uno dei più alti, forse il più alto tempo dell’architettura; e posso ben dirlo io, dall’alto dei miei 84 anni di età».

Francesca Bonazzoli

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11 Mag 2012

Centenaria di Agropoli destina un regalo speciale al sindaco Alfieri

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Agropoli, regalo speciale per il sindaco Franco Alfieri

Agropoli, regalo speciale per il sindaco Franco Alfieri

ore 13:14 -

Una sciarpa e una grande bandiera tricolore realizzate a maglia. E’ il dono che Nunzia De Gennaro, quasi centenaria, ha destinato a Franco Alfieri, da pochi giorni rieletto sindaco della città di Agropoli. I regali sono stati consegnati al primo cittadino agropolese personalmente dalla signora che ha così voluto omaggiare, in modo tutto personale, il successo di Alfieri alle ultime elezioni amministrative. Lo ha fatto alla presenza dei suoi parenti presso l’abitazione di Viale Lazio.

«E’ il regalo più bello che potevo ricevere – il commento del sindaco Franco Alfieri – Mi ha emozionato tantissimo. E’ la testimonianza di affetto più bella, perchè va al di là degli aspetti amministrativi o politici. Dopo il grande successo elettorale, questo è uno di quei momenti che riempiono di orgoglio, soprattutto chi ha responsabilità quotidiane sul benessere della comunità. Ringrazio la signora Nunzia, che ha personalmente realizzato la sciarpa e la bandiera che custodirò con gelosia. Alle tante persone come la signora Nunzia della nostra città è rivolto il mio pensiero e quello dell’intera amministrazione. E’ a loro che continueremo a dedicare molta parte della nostra azione amministrativa».

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11 Mag 2012

GARANTITO IGP. Un Fiano cilentano e niente bufale. Da Stio a Pagano…

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di LUCIANO PIGNATARO.
Il Pian di Stio 2011 è fatto da un allevatore e imbottigliato in curiosi recipienti da mezzo litro. Ma non è per questo che si fa preferire. Luciano se lo beve sulla pasta con i piselli e lo aggrega alla nostra cambusa…

Uva: fiano.
Fascia di prezzo: da 5 a 10 euro la bottiglia da mezzo litro.
Fermentazione e maturazione: acciaio.
Vista: 5/5. Naso 22/30. Palato: 24/30. Non omologazione 30/35
Il Fiano più a Sud della Campania: nasce in un paese che si chiama Stio a 450 metri di altezza, nel cuore del Parco Nazionale del Cilento da agricoltura biologica.
E’ da questa proprietà, nella quale oltre alla vigna ci sono il bosco, la coltura delle patate e dei fagioli, l’ortofrutta e gli olivi, che è partita l’avventura di Peppino Pagano, imprenditore di successo del settore alberghiero che ha avuto la fortuna di un figlio capace di prendere il suo posto che gli consente di dedicarsi alle cose che gli piacciono: l’agricoltura ecocompatibile e l’allevamento delle bufale.
Così la cantina è vicina al vigneto terrazzato da cui si vede anche Capri: allevamento e produzione di concime. Una filosofia di vita da cui ripartire.
E’ un Sud poco conosciuto, meraviglioso all’ombra dei templi. Sono di parte, lo confesso, perché di origine cilentana, quando il vino è sospensione del tempo.
Questo bianco è verticale, fresco, sapido, essenziale ed austero, non è gonfio di frutta come spesso accade ai Fiano prodotti fuori dall’Irpinia. L’ennesima dimostrazione delle potenzialità di uno dei vitigni bianchi più importanti d’italia.
Lo beviamo sulla pasta con i piselli, piatto di stagione, in questa curiosa mezza bottiglia da mezzo litro, e ce lo godiamo inserendolo d’autorità nella cambusa di Garantito Igp.
Sede a Giungano (Sa). Sede legale a Stio Cilento, Contrada Zerrilli.
Tel. 0828.1990900. www.sansalvatore1988.it.
Enologo: Riccardo Cotarella
Ettari: 16,50 vitati.
Bottiglie prodotte: 70.000. Vitigni: fiano, falanghina, aglianico.

Questo articolo esce in contemporanea su:

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11 Mag 2012

Paestum. Niente è come (H)era – di Fernando Bello

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- di Fernando Bello -

All’attenzione di Oreste Mottola

Gentile Collega,
Mi chiamo Sara Bello e Le scrivo in qualità di Caporedattore Centro Italia della testata Arte a Arti Magazine, come può leggere in calce.
Avendo preso visione del Suo bel blog sul territorio salernitano, siamo lieti che un nostro articolo (http://www.artearti.net/magazine/articolo/paestum-niente-e-come-hera) venga apprezzato e pertanto divulgato su altre fonti, in particolare su quelle che puntano a rilanciare cultura e territorio. Tuttavia, allo stato attuale (http://mottolaoreste.blog.tiscali.it/2012/05/11/paestum-niente-e-come-hera-di-fernando-bello/?doing_wp_cron), esso risulta incompleto, soprattutto in merito alla provenienza e alle immagini dello stesso.
Pertanto, a nome della Redazione, La invito a esplicitare testata, data di pubblicazione, link originale e relativi crediti fotografici, come si confà alla deontologia giornalistica.
Confidando in un Suo favorevole riscontro, Le porgo cordiali saluti.

Presso la spiaggia del golfo di Salerno, 18 miglia a scirocco di questa città, seggono le mura ed i templi di Pesto, già Posidonia o città di Nettuno, città antichissima, celebre un tempo per le sue rose che due volte all’anno fiorivano, pel riso del suo cielo e pel tepore de’suoi verni che vi traeva a villeggiarvi i doviziosi a’tempi di Roma imperiale. Chi innalzò quelle poderose colonne e que’ superbi architravi su cui tanti secoli sono trapassati e tanti possono trapassare ancora se la mano dell’uomo non li rovescia?”

Così scriveva il Mazzocchi in una raccolta enciclopedica e scenografica nel 1836.
In quasi 180 anni, molte cose sono cambiate, ma l’emozione di tornare in “Paestum” resta la stessa.
Tempio di Nettuno (o Heraion II), Paestum
Anche se “la mano dell’uomo” tante cose buone ha fatto, altrettanto cose cattive si vedono effettuate.
Come si può, tanto per fare un esempio, tagliare a metà un bellissimo Anfiteatro Greco, per costruirvi sopra una strada? Solo la scellerata ignoranza di alcuni può tanto scempio nei confronti dell’arte e della cultura. Oppure la continua profanazione delle tombe, con vendite private per trenta denari, e tanti “Tesori” di cui Paestum (forse) non potrà mai fare sfoggio. Tantissimi sono i reperti clandestini in giro per il mondo, non apprezzati per la loro straordinaria storia. Un conoscente mi raccontava di aver visto reperti pestani negli Stati Uniti, in un normalissimo negozio, e non erano certo souvenirs del posto.
Questa mia irritazione è dovuta anche al fatto che io amo questa città, e non vederla nel suo splendore mi amareggia.

Molti hanno scritto di Paestum, e molti ne scriveranno ancora, quindi non posso né paragonarmi a storici, né sostituirmi a loro, ma a differenza di molti, scrivo con partecipato impulso sentimentale, perché figlio di questa terra.
Paestum è senza dubbio un misto tra mito e storia. Il geografo Strabone ci narra che Giasone, guidando gli Argonauti che percorrevano i mari in cerca di avventure, sostò alle foci del fiume Sele e qui fondò il santuario in onore di Hera Tessala, che già Omero ricordava come loro protettrice.
Ma al di là della leggenda c’è la storia, e spesso il mito è la versione ed interpretazione poeticadi antichi fatti sfocati per la lontananza, ma pur sempre con un fondo di verità.
Ma la storia ci racconta ben altro, ma soprattutto va ben oltre.
La leggenda delle origini e della fondazione della città è piuttosto complessa e dà luogo tuttora a discusse interpretazioni basate sulle poche notizie in nostro possesso.
Coignet, Veduta del Tempio di Nettuno al tramonto
Già in Età Paleolitica, al di là del fiume, nella parte sinistra della Piana del Sele (oggi Piana di Paestum), erano affiorati reperti di nuclei preistorici, e quindi Paestum era centro abitato già in Età Eneolitica fino all’Età del Ferro e del Bronzo. In seguito la fertilità, la grandezza, la foce del fiume ricco di acque e il facile e sicuro approdo delle navi fecero della piana una delle principali tappe del Mediterraneo già nel II millennio a.C., un tramite tra l’Oriente e l’Occidente, favorendone la fioritura.
Verso la metà del VII secolo a.C. la città di Sibari, che nella Magna Grecia aveva una posizione di predominio economico e commerciale sul Mar Tirreno, creò alcune stazioni commerciali, la più settentrionale delle quali alla foce del fiume Sele e fondarono un santuario in onore di Hera. Lo sviluppo economico dovuto alla presenza sibaritica e i transiti commerciali con popolazioni anche interne fecero sì che Paestum divenisse un polo di attrazione, con conseguente fenomeno di urbanizzazione.

In breve si formò una vera e propria città che i greci chiamarono Poseidonia. Il periodo di maggior splendore Paestum l’ebbe tra il 560 e il 440 a.C. e fu proprio in quel tempo che la città si arricchì di monumenti come la Basilica (550 a.C.), il Tempio di Cerere (500 a.C.), ed il Tempio di Nettuno (450 a.C.), il più bello, il meglio conservato, l’esempio più alto di architettura greca in Occidente.
Nella sua inarrestabile espansione, Roma non poteva non volgere lo sguardo alla Magna Grecia, e fu così che la sottrasse alla confederazione lucana fondandovi una colonia di diritto latino che chiamò Paestum, nome con il quale ancora oggi conosciamo questo luogo.
I rapporti tra le due città furono sempre molto stretti. Roma si limitò a chiedere alla sua colonia navi e marinai in caso di bisogno. E da parte sua, Paestum non venne mai meno ai legami che la stringevano all’Urbe: gli aiuti che mise a disposizione ebbero un ruolo fondamentale durante la Prima e la Seconda Guerra Punica. Fornì navi cariche di grano ai romani assediati da Annibale entro le mura di Taranto.
Paestum fu una delle poche città ad avere il consenso romano di coniare una moneta propria, di bronzo, con la leggenda P.S.S.C. (Paesti Signatum Senatus Consulto).
La Piana di Paestum con vista su Capo di Fiume
Ma come il tutto non dura, anche Paestum si avviò inevitabilmente al declino. Nello scorcio del I secolo a.C. e nella prima metà del I secolo d.C., quando ancora imperversava il benessere, si cominciò ad accusare un inconveniente che avrebbe provocato una grave crisi di decadenza ed il conseguente abbandono della città. E’ ancora Strabone che ci dice che un fiume che scorreva vicino alla città (oggi Salso) rese il territorio poco salutare, sino a formare una palude. Questo e altri fiumi della pianura dovettero risentire in modo molto grave della graduale distruzione degli alberi dei monti interni, disboscamento che cominciò in età romana quando la necessità di allestire una flotta militare e poi commerciale spinse Roma a tagliare i pini lucani, utilizzati per la costruzione delle navi.

Sia o no stata questa la causa del ristagno delle acque nella pianura, è certo che il Salso cominciò ad invadere le campagne ed anche la città. I pestani cercarono di innalzare le quote delle strade, le soglie di accesso alle case, intrapresero opere di canalizzazione; tuttavia il fenomeno fu inarrestabile, aggravato dal fatto che queste acque, essendo molto ricche di sostanze calcaree, via via che allagavano depositavano sedimenti tali per cui si creava una incrostazione dello spessore anche di mezzo metro. L’allagamento si estese sempre di più, restringendo l’area abitabile. Le sorti di Paestum erano ormai segnate, anche perché la città fu tagliata fuori dalle grandi rotte commerciali. Ben presto gli abitanti, costretti dalle acque stagnanti, abbandonarono la città per insediarsi sui pendii dei monti, fondando l’attuale Capaccio (Caput Aquae).
Per secoli si perse il ricordo di questa città, si ignorarono i Templi.
Solo nel Seicento, negli studi storici napoletani, cominciò ad apparire di nuovo il nome di Paestum. Diffondendosi la conoscenza di questa antica città, Carlo III, sovrano napoletano, fece costruire una nuova strada che attraversava tutta la pianura. Verso la metà del Settecento esplose l’interesse per questo luogo suscitando la curiosità e per certi versi la scoperta dell’architettura dorica.
Tomba del Tuffatore,  lastra di copertura
Questa città ormai richiamava l’attenzione di studiosi e artisti, primo fra tutti Goethe, che nel silenzio dei luoghi e lo squallore della piana, ebbe forse il più impressionante incontro con l’antico. Con Goethe nacque l’ideale  romantico di Paestum. Molti viaggiatori fecero dei Templi una meta sognata, i colori cangianti delle Colonne del Tempio di Nettuno, alla luce del sole al tramonto, costituivano un ricordo indelebile del loro viaggio. Si rinnovò il mito delle rose di Paestum, quelle rose ricordate da Virgilio, da Ovidio e Propezio. E come non citare Marziale, che le associava alle labbra purpuree delle fanciulle, e infine il Tasso, memore del “suol che abbonda di vermiglie rose”.
Ma non solo poeti. Nella seconda metà del Settecento Paestum ha ispirato disegnatori e incisori, basta ricordare il Piranesi con la sua splendida serie di incisioni.
Giovanni Battista Piranesi, Veduta dell'interno del pronao del Tempio di Nettuno di Paestum

Poi di corsa arriviamo ai giorni nostri. Oggi Paestum è sicuramente mèta di molti visitatori, di ogni ceto sociale, per ogni tipo di interesse. C’è una spiaggia bellissima, c’è il “giglio di Paestum” che ha pensato bene di nascere solo in questa località, un’agricoltura fiorente, allevamenti di bufale che sembrano nate per gli amanti della mozzarella e dei formaggi, hotel da due a cinque stelle, per tutte le tasche, con una ospitalità quasi perfetta.

Nelle notti di maggio non si riesce a distinguere dove finisce il cielo e dove inizia la terra, talmente numerose sono le “matacatasce” (lucciole) che illuminano questo posto. Ricordo che la stagione balneare iniziava a maggio e finiva ad ottobre, ma oggi sembra che il ”clima“ stia cambiando. L’uomo non ha la possibilità di vincere la natura, può solo salvaguardare i resti che essa gli concede. Paestum, la Piana degli Dei, è la testimonianza tangibile di un passato che ha contribuito a decretare il nostro presente, la nostra cultura, sarebbe uno scellerato errore dimenticarci di questo. A volte corriamo il rischio che correre troppo in fretta dietro al “progresso” ci faccia mettere da parte l’importanza della tutela dei nostri beni artistici; questa città è patrimonio dell’umanità intera, ci è stata affidata dai nostri avi, noi siamo solo i custodi e sacerdoti dei nostri Templi. Conservando il nostro passato conserveremo le basi per costruire il nostro futuro e il futuro delle generazioni che verranno.
D’altronde non è un caso che un tempo Paestum fosse la residenza degli Dei.

E’ come se un dio, qui, avesse costruito con enormi blocchi di pietra la sua casa
(Friedrich Nietsche)

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