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16 Apr 2012

La storia del capocameriere italiano del Savoy di Londra che nel 1941 sabotò l’acquedotto del Sele

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Il 10 febbraio del 1941 era nel commando inglese che a Calitri fece saltare un importante dell’acquedotto del Sele.  Prima di ogni azione, Picchi si preoccupa di far allontanare dalle zone pericolose i contadini che vi abitano. “Di morire non mi importa gran cosa” s’intitolerà la sua biografia. E’ la sintesi felice della vita Fortunato Picchi che di mestiere era vice responsabile dei banchetti al Savoy. Quello di Londra, ovviamente, durante gli anni Trenta. Partecipo’, con i parà inglesi, al sabotaggio della condotta del fiume Sele, altezza Fortunato Picchi nato nel 1896 in una frazione di Carmignano (allora in provincia di Firenze, ora di Prato). Ebbe un ruolo di primo piano nell’operazione “Colossus”. Il Colosso sarebbe il canale principale dell’Acquedotto Pugliese, che rifornisce d’acqua la Puglia, con i porti e le installazioni militari di Bari, Brindisi e Taranto, quest’ultima base principale della Marina italiana.  L’obiettivo è di interrompere le forniture idriche ad alcuni milioni di abitanti, in una vasta zona d’Italia che, in quel momento, è base di imbarco e rifornimento per le truppe destinate al fronte greco-albanese. In tal modo gli inglesi vogliono dimostrare di poter colpire nel modo più inatteso, a migliaia di miglia dai loro confini, demoralizzando e allarmando la popolazione e i militari italiani. Si trattò della prima incursione di truppe speciali per eseguire sabotaggi e fiaccare il morale del nemico: l’obiettivo era l’acquedotto pugliese, opera d’ingegneria piuttosto celebrata all’epoca, ultimata nel 1929, che portava a 260 Comuni le acque del fiume. Gli inglesi decisero di far saltare un ponte-canale sul torrente Tragino, nel comune di Calitri, in Irpinia, provincia di Avellino. Abbatterlo voleva dire lasciare mezza Puglia senz’acqua per un mese. Il 10 febbraio 1941 aerei decollati da Malta paracadutarono 35 uomini divisi in tre gruppi, ciascuno dotato di un interprete. Oltre a Picchi c’erano un ufficiale britannico che conosceva la nostra lingua e un soldato di origine italiana, Nicol Nastri, ma cittadino inglese, il cui cognome venne per prudenza anagrammato in Tristan. Il ponte fu danneggiato, ma non abbastanza: i pilastri erano di calcestruzzo e non di mattoni come credevano gli incursori, molto esplosivo andò perduto, i danni furono limitati. Poi i tre gruppi in cui si erano divisi i militari per cercare di arrivare alla foce del Sele vennero catturati, sostanzialmente dalle popolazioni locali. In un solo caso ci fu un conflitto a fuoco, con due italiani morti e gli inglesi sottratti al linciaggio grazie all’arrivo precipitoso dei carabinieri. Picchi, secondo l’inchiesta del tribunale speciale, si prodigò per evitare vittime, ma questo non gli salvò la vita. Il suo inglese non era perfetto, la fittizia identità francese che gli era stata data non resse all’interrogatorio, lui preferì ammettere tutto e affrontare la sorte. Il 5 aprile fu condannato come cittadino italiano che aveva «prestato servizio… nelle forze armate dello Stato inglese in guerra con lo Stato italiano», all’alba del 6 venne fucilato a Forte Bravetta. La sua vita è narrata nel libro: “Di morire non m’importa gran cosa. Fortunato Picchi e l’operazione Colossus”, edizioni “Pentalinea”:  Era proprio il libro che avrebbe voluto scrivere Franco Lucentini (malato di cancro, morì suicida a Torino nel 2002), che ne aveva parlato più volte con Carlo Fruttero e col fratello Mauro. Non solo: in polemica con Galli Della Loggia, il famoso romanziere (che studente universitario era finito in carcere per antifascismo), aveva scritto, come ricorda Carlo Onofrio Gori: “…chiudo con un pensiero alla memoria di … Picchi… I giornali italiani ne dettero l’annuncio in quattro righe e nessuno di poi ne parlò più. Il suo nome non compare in nessuna delle storie della Resistenza (c’è nell’Enciclopedia delle edizioni “La Pietra”, n.d.r). Sarebbe forse ora di ricordarsene e di portare qualche fiore sulla sua tomba…”. Nel novembre 1915, Fortunato era partito per combattere, nella Prima guerra mondiale, sul fronte macedone “con fedeltà ed onore”. Nel 1921, nuova partenza dal Pratese, questa volta per l’Inghilterra, dove il giovane trova lavoro come cameriere al “Savoy” e dove diventa, in breve, vice direttore di sala del lussuoso albergo londinese. Nel 1940 Picchi aderisce al “Free Italy Movement”, un’associazione di antifascisti italiani; ciò non gli eviterà (quando l’Italia entra nel secondo conflitto mondiale), l’internamento sull’isola di Man. Quando, di lì a poco, potrebbe tornare liberamente al suo ben remunerato lavoro, chiede di potersi battere contro il fascismo. Gli inglesi lo arruolano nei pionieri del Genio, ma Picchi, nonostante non sia più giovanissimo, chiede e ottiene di entrare nei paracadutisti. Sottoposto a un durissimo addestramento, entra nei reparti speciali dell’Esercito britannico e il 10 febbraio 1941 è paracadutato, con un gruppo di sabotatori inglesi, nell’Italia meridionale.

Oreste Mottola

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