Archive for Marzo 2012

27 Mar 2012

Piccirillo, il trattorista altavillese

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Grande trattorista contoterzista o rivenditore di pneumatici? Aratore o trebbiatore? Antonio Di Verniere, recentemente scomparso a quasi novant’anni ci teneva a ricordare altri suoi record: sessanta uova fresche bevute per scommessa in poco più o meno di un’ora; l’essere riuscito a entrare in Svizzera legalmente ma senza documenti e la partecipazione alla seconda guerra mondiale senza sparare un colpo. E i primi mestieri svolti da bambino, a Persano: dallo “sciolaciaule” all’acquaiuolo. A seguire i suoi meriti nel campo della meccanica agricola, dove fu un innovatore, e la capacità di tenere buoni rapporti con tutti, dispensando parole dolci, e poi i cinque figli tutti colti, con laurea, ma rigorosamente alla mano. Non aveva le ipocrisie del commerciante nato, zi’ ‘Ntonio Piccirillo nato nel 1922, nell’anno della marcia su Roma. Nell’Altavilla del secondo dopoguerra era uno che, semplicemente era ben disposto verso tutti, e dalla sua libretta piena di carte, sciorinava tessere del Pci e della Dc, dell’Azione Cattolica e della Cgil. Poiché a nessuno voleva dispiacere. Primo passo indietro: perché l’abbiamo sempre chiamato Piccirillo, tanto che molti hanno sempre ignorato che avesse un cognome diverso da Piccirillo? Tutto comincia da Persano, l’attuale zona militare, dove il nostro trascorre la sua infanzia, libero e felice. Ci arriva per i meriti di guerra e politici del padre. Le elementari le ha frequentate su al paese in collina e sulle sue pagelle, lo ricorda spesso ai nipoti, c’era sempre scritto un giudizio assai lusinghiero: “lodevole”. A zi’ ‘Ntonio sarebbe piaciuto continuare gli studi, ma nell’Altavilla degli anni Trenta questa possibilità era appannaggio solo di poche famiglie. Approda così a Persano, dove il padre ha un impiego. E comincia la sua carriera. A 10 anni il piccolo Antonio è “sciolaciaule”, vale a dire addetto a spaventare quegli uccelli, le ghiandaie, della famiglia dei corvidi, che depredavano le grandi coltivazioni di frumento e foraggi che alimentavano le scelte mandrie dei cavalli. Solo l’anno dopo è già promosso “acquaiuolo”, ovvero trasportatore d’acqua per le centinaia di braccianti e mandriani dell’allora tenuta reale. C’è un gruppo nutrito di giovani donne al lavoro, sono le “jevulese”, le ebolitane, che si distinguono per l’orgoglio nel loro lavoro e anche per modi comportamentali chele nostre compaesane non si permettevano. Per loro è subito “chillu bellu picciririllo”, sia per l’età che per l’altezza. Da qui “Piccirillo”. A 17 anni, zi’ ‘Ntonio è a Roma, studente al Centro per la meccanica agraria delle Capannelle, dove la parte pratica è preponderante. Poteva restare alle dipendenze statali a Persano, ma scelse la libertà di non stare sotto un padrone, seppure statale. In mezzo c’è la guerra, anche Antonio deve partire, ma riesce – non si sa come – a esercitare il suo pacifismo, quello che rimarrà sempre il tratto fondamentale del suo stile di vita. L’armistizio dell’8 settembre del 1943 lo coglie nei dintorni di San Marino e dalla repubblica del Titano comincerà la lunga marcia a piedi. Da sbandato, così come venivano chiamati i nostri soldati che semplicemente scelsero individualmente di mettere fine alla loro partecipazione a una guerra che non avevano mai sentito come propria. I tedeschi e i fascisti lo arrestarono e stavano per fucilarlo dopo avergli anche fatto scavare la fossa. Ma accadde qualcosa, forse un agguato dei partigiani, e lui riuscì a scappare. Tornato al paese cominciò la vita che aveva sempre sognato: padrone dei suoi mezzi di lavoro, un dipendente Alfredo “il salariato”, terre da arare e grano da trebbiare. Per oltre 40 anni ha trebbiato il frumento di Polla, ospite dell’aia della famiglia Sasso, e sempre dimenticandosi di avvertire che a Caggiano non avrebbe più fatto in tempo a passare. Il figlio Germano, il geologo, ci riassume la sua filosofia di vita: ”Quando era periodo di lavoro intenso (aratura o trebbiatura) la sera a casa era assediato da tantissime persone ognuna con le sue esigenze e che pretendeva le prestazioni di mio padre per il giorno dopo; lui era quasi costretto a promettere a tutti di andare per l’indomani e quando restava finalmente solo, si affacciava sulla porta, guardava il cielo e diceva “ah! si chiuvesse nu poco”; in questo modo la pioggia avrebbe messo tutti d’accordo. Allo stesso modo quando era assillato da tanti impegni dopo una giornata di duro lavoro senza respiro, era convinto che bisognasse staccare la spina e riposare, sentenziando “dimane juorno luce”; vale a dire dormiamoci sopra, domani al far del giorno di vedrà come affrontare nuovamente i problemi”. Va ricordato il suo talento nella meccanica che si esprimeva nei miglioramenti alle funzionalità che apportava e che – senza nulla pretendere – faceva presente alle varie case costruttrici. Infatti, da Landini, a Reggio Emilia, o alla Laverda, nel bergamasco, era di casa e vi trascorreva lunghi periodi. “Partiva, in treno, e non avvertiva sul ritorno, anche perché mica li programmava quei viaggi”, ricorda Germano. Un genio, per tanti aspetti diversi, che non ha mai messo l’aspetto commerciale in testa alla sua azione. Ritirato dall’attività professionale non tanto a causa dell’età che si faceva più avanzata ma perché il mondo agricolo nel quale era cresciuto, dove la parola data contava più di una firma, stava radicalmente cambiando. Zì ‘ntonio mai aveva rinunciato alla sua bonomia e simpatia e durante le gite dei soci della Bcc Altavilla lui era l’animatore quasi ufficiale. Al suo funerale questi racconti passavano di bocca in bocca e lui sembrava comparire ora di qua e ora di là, come lo è già nella letteratura altavillese, dove è nelle pagine di padre Candido Gallo, Franco Di Venuta e Rosario Messone.

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24 Mar 2012

Un breve filmato sull’ultimo numero del settimanale UNICO

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http://cilentoworld.com/index.php?option=com_hwdvideoshare&task=viewvideo&Itemid=57&video_id=603

 

Buona visione!

 

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19 Mar 2012

Sull’erba del vicino… a proposito degli ultimi episodi altavillesi

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di Oreste Mottola

Non sarà facile dimenticarci di questi tempi odierni. Plaudiamo all’annuncio del numero delle bufale che sta superando quello degli umani abitatori ma ci costerniamo per i conti in rosso delle nostre aziende agricole. La nostra Banca di credito cooperativo è sempre in ambasce ma la discussione – scontro interno si è placata ed è diventata ovattata.  La nostra quiete, quella della quale insieme con la mozzarella e l’aria buona della collina, andavamo così orgogliosi non c’è più. Per la verità da diversi anni questo paese mostrava segni d’inquietudine ma per ogni cosa c’era una giustificazione e si tirava avanti.  Con un “vabbuò” e un’alzata di spalle.  Un omicidio ancora avvolto nel mistero, qualche desaparecido sì o forse no, piazze dove c’è chi vede lo spaccio e chi solo ubriachi o giovani sbandati.  Nelle operazioni di polizia e carabinieri sullo spaccio all’ingrosso più di un nome di un paesano vi ricorre. Solite storie del chi vede il bicchiere mezzo e mezzo vuoto, tra gli apocalittici e gli integrati, tra quelli di sopra e quelli di sotto. Niente di nuovo. Poi accade il botto. Un padre e una madre arrestati e sui quali va un’accusa infamante: una storia di violenze su una ragazza, la figlia, con il padre responsabile e la mamma muta e acquiescente testimone. C’è Albino che un giorno va a fare una scenata sul municipio che solo per poco, e grazie alla prontezza dei nostri carabinieri, non si trasforma in una tragedia. Due storie che più altre costringono a chiedersi qual è il male oscuro di questi tempi così tesi. Sì, le altre storie anch’esse conosciute da tutti ma mormorate badando a non farsi sentire, possiamo pure considerarle il necessario dazio alla “civiltà”. Troppe famiglie giovani sfasciate, droghe leggere a go a go,  l’alcol a fiumi e le macchinette mangiasoldi che buttano sul lastrico. Altavilla è in Italia, confina nei fatti anche se non amministrativamente con le grosse e inquiete cittadine della Piana del Sele. Dulcis in fundo, c’è anche qualche episodio – che andrebbe adeguatamente illuminato – di investimento immobiliare della criminalità organizzata.  Di fronte a questo evidente serio choc sociale a nessuno è consentito voltarsi dall’altra parte.  Guai a dire se la veda il sindaco, ci pensi il prete, i marescialli dei carabinieri e i vigili urbani, finanche “il giornalista” e gli insegnanti. C’è una piccola parte che tocca a tutti e l’asticella dell’etica dev’essere più alta per ognuno, dai consiglieri comunali ai gestori dei bar. Questo è il senso dell’appello che si appresta a lanciare il nostro parroco, don Costantino Liberti, e che coinvolgerà tutti i protagonisti di questo nostro paese.  Rispondiamo, è per il nostro bene.

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15 Mar 2012

Roscigno e dintorni… di Eliana Petrizzi

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Roscigno e altro

 

di eliana petrizzi

“Terracarne”: parola di amore, dolore e fatica; definizione perfetta del legame che prova solo una madre verso un figlio, o un figlio verso la sua terra. E’ il titolo dell’intenso libro di Franco Arminio, edito da Mondadori, del suo “viaggio nei paesi invisibili e nei paesi giganti” d’Italia. Un libro in cui la scrittura si fa transito pacato, innamorato e sgomento in una micro-realtà che tanto più racconta quanto più scompare. Un libro che ho letto in preda ad una commozione indefinibile, ed in cui ho ritrovato l’arreso incanto di tanti miei peregrinaggi nei borghi moribondi o defunti del Sud.

Ero stata a Roscigno il primo Novembre di un anno fa, e ci torno oggi, come richiamata dalle pagine di Arminio a continuare il mio viaggio.

Roscigno è uno di quei paesi che raggiungi in due ore e visiti in venti minuti. Ma anche uno di quelli in cui il tragitto è parte integrante della méta. Oggi, per esempio, ho osservato per la prima volta le ghiandaie, uccelli visti finora solo impagliati sulla libreria di mio padre.

La Salerno-Reggio Calabria è vuota. Così, in breve tempo, raggiungo un paesaggio che si fa presto Lucania: basso, quasi fiammingo, fatto di silenzi, poiane, prati e grano, con cieli alti davanti e, di lato, la maestà selvatica delle montagne. Ogni tanto, ecco i veri tesori del demanio, non meno importanti di un museo o di un parco archeologico: piccole case abbandonate, casolari, antichi rifugi di contadini e pastori,  vuoti e come riassorbiti dalla vegetazione. Alla mia sinistra, un pendio roccioso coperto d’ulivi. Dalle mie parti, un albero vuoto si chiama paesaggio; un albero col frutto, proprietà privata. Qui non c’è differenza. In Lucania, la mia famiglia possiede quindici piante di ulivo. Non le possiamo espiantare e nessuno le vuole comprare. Anche a regalarle, dicono che non vale la pena pagare i soldi del notaio. Le olive non si raccolgono perché non conviene. Se le vedi e ti fermi a raccoglierle, non viene nessuno a reclamarle.  Nascono e muoiono, come gli insetti, come le pietre; senza testimoni.

In cima alle montagne, ecco arroccati piccoli paesi quasi del tutto disabitati. Le case restano raccolte nella pronuncia ferma di colori che sembrano sorti direttamente dalla pietra, fatti della stessa fibra dei tronchi, dello stesso incarnato della paglia e dell’argilla. Sono case in coro, in cui ogni colore chiede il permesso a quello accanto, come a quello del paesaggio intorno e del cielo. Qui i bianchi e gli azzurri non sono quelli del Salento o della Costiera; sono bianchi a voce bassa, che hanno sempre un po’ paura del tempo che cambia all’improvviso, del sereno che dura poco. A valle, gli anziani che un tempo abitavano quei borghi, trascinati dai figli e dai nipoti, vivono oggi in costruzioni sparse alla rinfusa: piccole, colorate, orrende; immagine di un presente fatto di afasie urbanistiche e solitudine. Nei paraggi, vedo aree di campo come arredate da un ciclone;  trattori, rimorchi, cataste di legna, teli di plastica ed utensili sparsi senza criterio per ettari. Ma la nostalgia non serve. Quegli anziani, oggi, le case che tanto affascinano i turisti, non le vogliono più sentire nemmeno nominare. A loro ricordano solo una vita fatta di miseria, di stanze buie un po’ cucina e un po’ stalla, fredde e strette, in cui le cose da fare non consentivano  di accorgersi, per esempio, della grazia di un otre o di un piatto rammendato. Le cose servivano e basta; non si potevano pulire più di tanto e dovevano durare il più a lungo possibile. Chi le abitava, aveva ricevuto poco e dato ancora meno. La carezza, il bacio scambiati il giorno del matrimonio, bastavano a tirare avanti una vita intera. Poi, solo figli e fatica. Il contadino che cinquant’anni fa curava gli ulivi ora liberi dal giogo del raccolto, su quella roccia saliva col mulo e con le mani; del paesaggio intorno forse non si era mai neppure accorto, spianato da una fatica che la sera lo predisponeva solo alla cena, al silenzio, ai no, e di notte a cercare, più che la moglie, le figlie. E’ stato proprio chi abitava queste case a volersene scendere al paese nuovo, in costruzioni che finalmente avevano un bagno, una doccia, luce ed acqua calda, stanze grandi e balconi. Sono stati loro a volere l’infisso in alluminio dorato, perché faceva pensare che il riscatto era finalmente avvenuto. Loro a volere gli intonaci con gli effetti a stucco veneziano, i nani in giardino, le copie di Veneri greco-romane vicino alle fontane, e le statue di Cristo e Padre Pio dappertutto. Di questi nuovi edifici, sono piene le poche città che incontro; piaghe da decubito, accozzaglia di antico e moderno in cui il presente resta accanto al passato senza mai un saluto, mai un inchino al vecchio. In questi luoghi, come in tutti le cittadine del Sud, più si costruisce e meno c’è da vedere. Sono luoghi sgrammaticati in cui ogni costruzione, più o meno inutile o spropositata all’uso, oscilla tra il rigore neo fascista e l’algore cimiteriale. Sono, in fondo, città-eufemismo; ex paesi-spazzino che si fanno chiamare “operatore ambientale”, ex paesi-pastore diventati “imprenditore agricolo”. Poche aperture; ogni spazio disponibile resta devoto ora al muro di cinta, ora al deposito, ora al truogolo. Prova inconfutabile, se mai ve ne fosse bisogno, di una miseria non più economica, amministrativa, culturale, ma semplicemente umana. Eppure, sarebbe forse il caso di essere più indulgenti col disordine. In molte famiglie capita un nonno saggio, lavoratore, d’intelletto fine, che ha un nipote scemo, superficiale e sciatto. Eppure il sangue è lo stesso, stessa è la storia che continua, anche se con una gamba in meno, o con scarpe poco adatte al cammino. Non è infatti da escludere che, se i nostri nonni avessero conosciuto prima l’enorme varietà di offerta concessa dal benessere, forse anche loro, già cent’ anni fa, avrebbero edificato costruzioni oscene e presuntuose come quelle dei figli e dei nipoti.

Ora, piuttosto, conta uscire da qui, riprendere il largo verso il terreno sgombro. Incontro altri paesi abbandonati, quasi sempre a picco su un dirupo. Le case mostrano l’orbita vuota delle finestre. I tetti e i muri, come strisce di feltro adagiate all’orizzonte, hanno il grigio calmo e severo delle cose che non tornano.

Arrivo a Roscigno. Il clima è quello giusto per visitare posti come questo: coperto, tiepido, immobile. Il vecchio borgo è un agglomerato circolare di case diroccate, oggi adibite a ricovero per mucche e vitelli. In quella che una volta era una cucina, è stata fissata la ringhiera di un balcone; dietro, tre maiali. Un museo della vita contadina, chiuso. Nel prato accanto alla fontana, un  tronco svuotato al centro giace accasciato a ridosso di pochi muri  di cui sono rimasti solo le pietre e i balconi, col legno degli infissi sbiancato e fibroso come le ossa, oramai, di chi vi abitava. Nella piazza, si è cercato di ricostruire qualche abitazione nel rispetto dei materiali di un tempo. Ma questa è una pietra senza rughe e senza sale che non interessa a nessuno.

I pochi visitatori vengono qui apposta per visitare il più nulla, il mai più. Roscigno è un paese senza tacchi. E’ una vecchia che ha fatto i suoi anni e che non vuole viverne altri. Qui si vengono a guardare le gambe spezzate dei solai, le cataste di vecchie mattonelle come un mucchio di scarpe in guerra, la finestra sventrata che si apre su un paesaggio fatto solo di distanze e di ulivi, la manopola di porcellana rimasta attaccata al muro, le ossa di un cane, i cocci di un piatto. Si viene a passeggiare lungo vicoli diventati col tempo torrenti di un’erba che non perde la sua incandescenza nemmeno nell’uggia di novembre.

In questo borgo non vive nessuno, a parte il signor Giuseppe, un vecchio che avevo notato accanto alla fontana al mio arrivo ma che poi era sparito, e che mi aveva colpito per il suo aspetto garibaldino; pipa, cappello, barba, una camicia bianca, pantaloni e gilet in feltro nero.  Lo ritrovo poco dopo, di nuovo accanto alla fontana. Gli chiedo come mai il museo è chiuso, se è lui il custode. Mi risponde che non è il custode, ma un “libero abusivo autorizzato”, e che quindi sì, il museo lo apre lui. Prima però, vuole che visiti la sua casa. Nelle sue stanze, tutto l’essenziale è rimasto come prima che il cuore del paese si arrestasse: uno sgabello per la mungitura, un camino con la bocca in pietra ed una pentola in rame piena di riso al pomodoro. Sulle mensole di legno: otri, fiaschi, tegami, utensili, cesti pieni di frutta secca. Appesi in alto, grappoli di agli e di peperoncino, un caciocavallo, due salami. Accanto alla cucina, un soggiorno con un giaciglio sistemato a terra, una credenza con vecchi piatti accatastati, lampade ad olio in terracotta, una damigiana per il vino accanto a tre paia di scarpe in cuoio. E poi un lungo tavolo interamente coperto da libri, cartoline, e dalle centinaia di fotografie che i visitatori gli hanno scattato e da più parti spedito. Giuseppe mi mostra con orgoglio un libro con dedica a penna, scritto dall’Onorevole Gasparri che è originario di Roscigno e di cui, quand’era muratore, Giuseppe aveva curato le proprietà in paese. Mi fa vedere il calendario che un fotografo tedesco ha realizzato con le sue foto. Accetta con piacere che lo fotografi anch’io. Non sorride e non è serio. Si mette in posa, ma non guarda mai l’obiettivo. Anche se glie lo chiedo, lui d’istinto alza la testa, la pipa in bocca, e fissa un punto lontano ben oltre l’orizzonte.

Gli  domando se vengono molti turisti. Giuseppe sorride e, roteando la mano in aria dice: “ Turisti, parola grossa!”. Io, invece, sono arrivata a Roscigno proprio per il passaparola di molti che, attratti dal turismo nei paesi fantasma, vi sono stati e tornati. Giuseppe mi racconta che qualche mese fa un giornalista di Repubblica è andato ad intervistarlo ed ha scritto un articolo su di lui. Da qui, uno dietro l’altro, sono arrivati Studio Aperto, Rai Tre, la Rai di Napoli, poi quella di Roma, Canale Cinque e Magaldi. Dice che l’aveva persino chiamato Frizzi per i “Soliti Ignoti”, che gli pagavano tutte le spese, ma che a lui non glie ne fregava niente di andare a Roma solo per ventiquattro ore; che stava bene dove sta e che Frizzi, se voleva, scendeva lui.

Giuseppe sa della sua somiglianza con Garibaldi e un po’ ci marcia, ma si affretta a precisare  che non ne è affatto contento, perché se “ a-ssurd”- non dice al Sud, e non per sbaglio- le cose non funzionano, è colpa di Garibaldi e del Vaticano, e che per questo, in segno di contestazione, è diventato cattolico “protestante”.

L’orario è cambiato e fa buio presto. Gli chiedo l’indirizzo per spedirgli la foto. Giuseppe mi regala un libro sulle bellezze della Campania. Scritto a penna sul frontespizio, il suo nome, l’indirizzo e quello del suo fan club su Facebook.

Sulla via del ritorno, decido di fermarmi a visitare Corleto Monforte. Mi era piaciuta, passando all’andata, la visione di un paese rimasto ancora abbastanza in confidenza col proprio passato. Sono le sei di sera. E’ festa:  la gente è  in chiesa o a casa.  Prima però, mi fermo al bar per un caffè, nella parte nuova di Corleto. Un giovane gioca con rabbia ad una macchinetta del Super Mario Game. Un signore sui sessant’anni poggiato al bancone, chiede un bicchierino di VOV. All’interno, dietro una cortina di patatine e cioccolate, c’è una sala con pochi tavoli. Sedute, due coppie di giovani: una chatta su Twitter da un portatile, l’altra gioca a dama. Su una parete, mi colpisce la riproduzione in resina gialla di un bassorilievo greco-romano, circondato da una cornice di lampadine blu elettrico. In fondo alla sala, un tavolo da biliardo completamente vuoto, davanti ad una finestra che non inquadra altro che montagne, lievi come garze, dall’indaco al blu oceano della sera; senza case, senza strade. In piazza, alcuni signori giocano a carte sui tavolini del circolo, spostati sul marciapiede di fronte. Chiedo conferma dell’esistenza di  una parte vecchia da visitare. Si fa avanti uno di loro. Mi spiega che visitare qui vuol dire fare un giro perché non c’è niente da vedere. Devo svoltare a destra e salire. Chiedo dove: a destra, a sinistra? E lui: “Salite a fiducia”.

Lasciata la fontana del Municipio, entro nel ventre del paese, felice come una piccola tartaruga che incontra finalmente il mare. I vicoli sono deserti. Qui c’è posto solo per finestre chiuse illuminate dal raggio radente delle lampade. Qualche geco sui muri, un cortile con un nespolo maestoso al centro, un antico pozzo, piccoli recinti con galline e conigli. Cani randagi e cani in catena acquattati accanto agli orti, dal pigro latrato che non mi dissuade dal procedere. Poco prima, avevo chiesto alla signora del bar se è contenta di vivere in un luogo di pace come questo. Mi ha risposto che non lo sa, che questi paesi, visto uno, sono tutti uguali. Non è vero. Io, per esempio, ero certa che il posto più taciturno del Sud fosse il paese di mio padre, in Lucania. E invece nemmeno lì ho ascoltato un silenzio duraturo come questo. In un’ora di passeggiata, gli unici rumori che ho sentito sono stati, in sequenza: il giro di una chiave nella toppa di una porta, un bidone posato a terra, il mormorio vellutato della preghiera dalla chiesa col portale aperto. E poi grilli, tanti, come ad agosto. Ovunque, un odore profondo di terra e  di fuoco che arde tra le pietre.

Mi è parso di fare un lungo giro, ma ho presto rincontrato il nespolo e il cane, la fontana del Comune, e due sedie vuote  in mezzo alla strada, con una cassetta di cipolle e una di broccoli sedute sopra.

Mi fermo su uno scalino e penso che il vero talento di un paese come questo è di non averne in fondo alcuno. Non è un posto buono per viverci, ma non abbastanza da lasciarti andare. Va a pezzi e ti addolori. Funziona e ti annoi. Fanno bene allora questi vecchi a non desiderare più niente. A valle, in cima, nei campi, nelle strade, nelle piazze, l’onestà del vuoto è radicale. Non è come dalle mie di parti dove i paesi, troppo vicini alle città, stanno comodi nel loro belletto da cafoni vestiti a festa, fieri del parente altolocato che possono raggiungere in dieci minuti d’autostrada. Non è come a Corleto, che se sei vecchio e ti sei rotto una gamba, a casa resti e a casa muori. Qui le strade sono solo in salita  o in discesa, con le pietre lucidate dallo struscio di secoli, senza parapetti né corrimano. E’ un posto in cui chi è partito da giovane per lavorare non vuole più tornare. Non è più neanche  il luogo della maldicenza e dell’invidia. Da queste parti l’istante non fugge; manca. Per questo, le poche volte che succede qualcosa, se ne parla per giorni. Si può discutere per una settimana intera della gallina di zia Maria uccisa da una volpe, o dal topo entrato in casa del prete. La notizia  si interpreta, si personalizza di casa in casa, si ricicla in tutte le versioni possibili. Un po’come in  tempi di carestia, quando non c’era niente da mangiare e si inventavano mille ricette con le bucce delle patate. Gli anziani che abitano  questi  paesi, in fondo, non hanno storie da raccontare e non ne vogliono sentire. Non parlano più nemmeno dei sindaci che, appena eletti, si preoccupano solo di mettere le fioriere ai balconi e i sampietrini sulle strade. A loro interessa l’ufficio postale, la farmacia, almeno un pronto soccorso, il dottore reperibile h24, la panchina ed un loculo assicurato. Non glie ne frega niente della nuova insegna del fornaio da cui si affaccia Hello Kitty; anzi, meglio che non c’è più quella scritta a pennello con la vernice rossa sulla pietra cruda dell’arco, che a loro ricorda solo un tempo di sacrifici e miseria. A loro piace stare a casa. Si lamentano di non essere mai stati lì, di non aver mai visto questo o quello, ma se provi a proporgli una gita, ecco un’improvvisa recrudescenza anche delle malattie che non hanno. Vogliono stare da soli, senza nemmeno le badanti, a guardare Frizzi e Conti. Alcuni di questi anziani sono capaci di trascorrere su una panchina anche dodici ore al giorno. Il bar al mattino non ha ancora aperto, e loro sono già lì immobili, a fissare il sole che gira, la stagione che passa. Puoi passargli accanto come vicino ad un mazzetto di ciclamini o di funghi nel bosco. Guardano l’orologio solo se devono prendere una medicina. Se escono in piazza, non si accorgono dei turisti. Non hanno voglia di abiti diversi, di facce nuove. Qui non si prende il numero delle presenze, non si firmano quaderni d’ingresso, quelli che ai funerali servono alla famiglia del defunto per vedere chi è venuto e chi no, per poi restituire la visita. Questi paesi sono morti che non si ricambiano..

Eppure tutto questo è parte di una bellezza piena di grazia.

Presi dalla bulimia della corsa, noi abitanti delle città iberniamo la data di scadenza di ogni cosa. Immaturi per gli addii, buoni solo ai rinvii. Questi paesi, al contrario, hanno la dignità di una resa che non pretende rivincite né rappresaglie. Sono un corpo nudo che vuole solo tornare terra. Forse nemmeno Corleto  vuole più essere abitato. Vuole solo che si faccia con lui come con un amico lontano: fermarsi e parlargli gentilmente, almeno una volta.

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15 Mar 2012

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15 Mar 2012

Un territorio all’asta! Il sito di Carditello è solo l’ anteprima

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Il giorno 15 marzo il Real sito di Carditello andrà all’asta. La cifra è abbordabile: 15 milioni di euro. Per i camorristi in giacca e cravatta, per i palazzinari che hanno annientato la penisola, è abbordabile. Non lo è per la politica delle “grandi opere”, della TAV che tutto cancella e delle cattedrali inutili presso il morente paesello.

 

Per chi ha soldi che puzzano da riciclare è un occasione imperdibile per un grande rito di “purificazione” che include in un colpo solo, oltre ai soldi sporchi, la possibilità di prendere possesso del cuore del paesaggio rurale di Terra di Lavoro.

Il giudice ha respinto il ricorso che poteva invalidare la procedura dell’asta. Il sindaco di San Tammaro ha deciso di protestare con lo sciopero della fame. La rete è stracarica di petizioni, articoli, commenti, proclami, buone intenzioni, sogni e illusioni di un popolo che si ribella e che chiede risposte, prese di posizione a difesa del sito da parte delle istituzioni.

La Regione Campania di tutto questo clamore non sa che farsene. Tace. Il presidente Caldoro e i suoi amministratori, persi nelle loro stanze, non vedono e non dicono. Lasciano il corpo di questa terra senza ossigeno; lasciano morire la bellezza come muore un dio che non ha più fedeli, sacrificato dalla storia, per far posto al demone che vuol fare del paesaggio solo una discarica di rifiuti e simulacri, capannoni vuoti e gente vuota.

La storia non è maestra, ma gli uomini del presente sarebbero comunque dei cattivi allievi.

I burocrati hanno deciso che terra di lavoro sarà l’epicentro di un territorio in cui nel futuro prossimo prolificheranno strani umanoidi senza occhi, senza anima, capaci solo di ingoiare e vomitare. L’anima per loro è solo una protesi pubblicitaria.

Il giorno 15 andrà all’asta il real sito di Carditello; il paesaggio rurale con tutte le sue chiesine di campagna, i percorrimenti tracciati in epoca romana per la centuriazione, le case rurali che costellano il territorio.

Il nostro è un paese messo all’asta! Carditello è solo l’anteprima di una storia che renderà la nostra penisola sempre più povera, sempre più preda dei mariuoli di ogni ordine e grado. Una penisola dell’eterno carnevale. Dove ogni maschera sarà presa per vera, e avrà luce e voce tutto l’anno, per poter imbrogliare meglio, per meglio confondere e depistare.

L’Italia è chiusa in un cenotafio barocco disegnato da un improbabile Vanna Marchi dell’architettura. Il suo corpo sarà introvabile. Gli sciacalli non saranno mai sazi e appagati.

Antonio D’Agostino

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14 Mar 2012

ex Parmalat, il direttore Marino fa il punto della situazione

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non pensavo che questa  iniziativa della Banca sulla ex-parmalat avesse una eco così significativa. In allegato vi mando una serie di articoli di giormnali pubblicati in questi giorni. Voglio di nuovo sollecitare la vostra attenzione sui due aspetti importanti di questa iniziativa: 1) rimettere in esercizio una vecchia struttura; 2) farlo con una iniziativa societaria a partecipazione diffusa per dare a molti la possibilità di fare ciò che signolarmente non potrebbero fare.
Le cifre indicate nella “manifestazione di interesse” possono anche essere cambiate nella prima riunione che andremo a fare. Probabilmente, per assecondare ancora di più il criterio della partecipazione diffusa, si può evitare di versare la quota iniziale di euro 5.000 e puntare tutto sui versamenti mensili, magari allungando il periodo dei versamenti da 24 a 36 mesi. L’importante è che passi il concetto di “fare qualcosa insieme” cioè che non siano sempre i grossi capitalisti a decidere ma che si raccolga un grosso capitale con la compartecipazione di molti. Questa è l’innovazione che vogliamo e possiamo introdurre.
Stanno arrivando in questi giorni molte adesioni all’iniziativa. Si tratta per lo più di  piccole imprese che vogliono giocare questa nuova carta. 
Abbiamo tutto il tempo per organizzarci perchè di certo non risponderemo alla prima asta, fissata per metà aprile prossimo.
Molto probabilmente faremo una prima riunione per fine mese. Nel frattempo fate pervenire liberamente le vostre “manifestazioni di interesse”. Con essa non assumete nessun impegno; sarete solo destinatari di un invito per una riunione in cui sarà approfondito l’argomento.
In allegato troverete sia la mia prima lettera che annunciava  l’iniziativa,  sia il modulo per la “manifestazione d’interesse”. Vi invito a leggerle entrambe con la dovuta attenzione… Se vogliamo guardare al futuro con un occhio diverso non possiamo esimerci dal partecipare ad iniziative innovative come questa…
Non fare domani ciò che puoi fare oggi! Cordiali saluti.
                                        Antonio Marino 
                                        Direttore Generale BCC Aquara 

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13 Mar 2012

BCC Aquara. Marino lancia l’operazione Parmalat

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PARTE L’OPERAZIONE PARMALAT

Lo diciamo sempre; a volte esageriamo, a volte diciamo la verità, ma certamente ci proviamo sempre ad essere differenti. Siamo differenti perchè siamo aperti anche il sabato, siamo differenti perchè eroghiamo ancora credito mentre molte banche hanno chiuso i rubinetti, siamo differenti perchè abbiamo i tassi migliori, siamo differenti perchè siamo presenti, il più delle volte, nei piccoli paesi dove le grosse banche non ci sono, siamo differenti perchè siamo una cooperativa e non abbiamo l’assillo del dividendo da distribuire…

Eppure non ci basta! Vogliamo essere differenti anche nell’ampliare le nostre iniziative oltre la pura intermediazione bancaria.

In tal senso, il Consiglio di Amministrazione della Banca, nella sua ultima riunione, su mia proposta, ha deliberato di proporre ai nostri soci e clienti una iniziativa molto innovativa. Vogliamo proporvi di costituire una società con una larga base sociale (siamo pur sempre per cultura cooperatori e non speculatori) che possa acquisire un bene che è sul mercato e che può essere valorizzato anche per trarne un profitto. Vogliamo proporvi di rilevare l’area ex-parmalat a Capaccio, sulla Statale 18, attraverso un piano finanziario non molto oneroso che troverete dettagliato nell’allegata “manifestazione di interesse” che vi invito a leggere con grande attenzione.

Questo bene è stato posto all’asta dal Tribunale di Salerno (vedi allegati). E’ un’area che potrebbe avere molte destinazioni imprenditoriali ma che se resta così in quello stato comatoso, è solo un danno ambientale. Proponiamo di farlo attraverso una società a partecipazione diffusa perchè vogliamo dare la possibilità a molti di fare ciò che singolarmente (forse) non potrebbero fare. Sono pochi, infatti, quelli che hanno la forza di comprare oggi quel bene. Ma noi, per cultura e per missione istituzionale, vogliamo dare a molti la possibilità di cimentarsi in una avventura imprenditoriale che diversamente non potrebbero mai intraprendere. Questo è lo spirito che ci ha guidato nel varo di questa iniziativa e questo è lo spirito che vorremmo che prevalesse nel prosieguo dell’iniziativa stessa.

Ma c’è di più! Vogliamo, con questa iniziativa, tentare di dare una risposta collettiva ai problemi individuali. Insieme, si acquista più consapevolezza, più coraggio, più voglia di fare, più spirito di iniziativa, più condivisione delle problematiche, ma anche più diffusione della cultura di impresa e più diffusione della voglia di intraprendere. Questa nostra iniziativa, perciò, se anche si rivelasse solo un sasso buttato nello stagno… sarà, a nostro avviso, comunque utile. Con questo spirito, vi invito a leggere con attenzione l’allegato modulo di “manifestazione di interesse” e di volercelo eventualmente restituire, esclusivamente a mezzo di posta elettronica.

Chi vorrà, potrà anche inoltrarlo ad altre persone di sua conoscenza che potrebbero essere interessate all’iniziativa. E’ del tutto evidente che la Banca farà poi un pre-esame delle risposte pervenute per selezionare quelle più realistiche e compatibili con l’iniziativa. Infine, è nostra intenzione porre in essere la seguente tempistica: per metà marzo chiudere la sottoscrizione delle manifestazioni di interesse, per il 20 marzo tenere la prima riunione degli interessati, per l’inizio di aprile costituire la società.

Antonio Marino – Direttore BCC di Aquara

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13 Mar 2012

A Napoli una mostra ricorda la scomparsa di Maurizio Mottola

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Si è svolta lunedì 12 marzo 2012, presso Club del Benessere di Napoli, la cerimonia laica di saluto a Maurizio Mottola, scomparso martedì 22 febbraio. Nell’anniversario del 61esimo compleanno è stata allestita la mostra dello psichiatra e psicoterapeuta napoletano dal titolo Arte Accaduta – produzioni artistiche scaturite dall’interazione con il computer

“Mottola – spiegano il critico d’arte Maurizio Vitiello e l’artista partenopea Adriana Del Vento invitati a curare l’inaugurazione – ci aveva coinvolto nella realizzazione della mostra due mesi prima della sua tragica scomparsa e così abbiamo deciso, di comune accordo con i familiari Claudia, Marcello e Marianna di realizzarla nell’ambito di una più ampia commemorazione”.

Una cerimonia laica all’insegna della cultura buddista, la cui colonna sonora sono state delle suggestive musiche tibetane che, attraverso il susseguirsi di interventi di parenti, amici e colleghi, hanno reso omaggio alla vita di Mottola. “Maurizio – raccontano i familiari – era da anni impegnato in iniziative a favore dei diritti civili e per la libertà di scelta come superamento della cultura dominante la quale tende a trasformare i diritti dei cittadini in obblighi, ostacolando la qualità di crescita dell’individuo.

Aveva quindi trovato, negli insegnamenti del maestro indiano Osho Rajneesh, un’originale sintesi tra Oriente e Occidente e nelle tecniche di meditazione un potente strumento di consapevolezza”. Una vita ricca di avvenimenti di un uomo vulcanico e pieno di idee, il più delle volte portate a compimento, come quando riuscì a portare a Napoli, presso l’Università Popolare, il primo corso di “Pratiche di Meditazione e Trattamenti Psicocorporei”.Nato a Napoli nel marzo del 1951, dopo essersi laureatosi giovanissimo in Medicina e Chirurgia, Maurizio Mottola svolse una brillante carriera all’interno del servizio sanitario nazionale come psichiatra e psicoterapeuta, fino a diventare dirigente medico di psichiatria all’ASL Napoli 1, presso l’Unità Operativa di Psicologia Clinica e dell’Età Evolutiva. Tale competenza lo portò, dall’ottobre 2000 al maggio 2009, ad essere componente della Commissione per la valutazione dell’idoneità delle scuole di formazione in psicoterapia del Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca, realizzando nove anni di presenza ininterrotta e partecipando ad oltre ottanta riunioni.

La sua esperienza sul campo lo portò in diverse occasioni, l’ultima durante 2004, ad essere docente invitato alla Cattedra di Psichiatria della II° Università degli Studi di Napoli dove tenne i corsi in “Legislazione psichiatrica ed organizzazione dipartimentale dei servizi psichiatrici” e “Legislazione psichiatrica e normativa sulla psicoterapia”.

Sempre senza disdegnare le sue passioni: la politica da un lato e l’arte dall’altro. arte accaduta 1.jpg “Sin dal 1973 fu impegnato come militante politico nel movimento radicale” racconta Giuseppe Rippa, ex-segretario del Partito Radicale, direttore di Quaderni Radicali e di Nuova Agenzia Radicale per le quali Maurizio Mottola collaborò come giornalista per tutto il corso della sua vita.

“Più volte candidato alle elezioni nella lista Pannella e nella lista Bonino, Mottola si legò alle iniziative radicali in favore dei diritti civili e per la libertà di scelta, con particolare attenzione per i temi del divorzio, opponendosi al referendum che ne chiedeva l’abolizione, per la depenalizzazione del reato di aborto, prima attraverso il libro Verso l’aborto non chirurgico e poi con la formazione dell’Associazione per l’aborto farmacologico, ponendo rilievo sull’interruzione volontaria della gravidanza attraverso l’aborto farmacologico tramite RU486”.

In quanto psichiatra, fu rilevante il suo impegno per l’abrogazione della legge manicomiale del 1904 che non s’interruppe con il successo per l’approvazione della legge 180/1978 di riforma psichiatrica. Infatti, in tutti i lustri successivi, Maurizio Mottola promosse ed organizzò convegni e dibattiti sul tema dell’applicazione e della valutazione di proposte di modifica della legge 180/1978 di riforma psichiatrica, sottolineando come “l’approvazione della legge 180 aveva evitato sia il referendum promosso dal Partito Radicale che l’ampio confronto nel paese sul tema della follia, che suscita ancora oggi una profonda paura, seconda unicamente alla paura della morte”.

La mostra ha presentato 20 produzioni artistiche di Mottola, quelle scaturite dall’interazione con il computer tra il 2007 e il 2011, nate per errore e trasformate in arte. “Anche qui governa la logica orientale -spiega Del Vento mentre sfoglia il comunicato stampa già preparato da Mottola- infatti mentre la nostra tradizione occidentale si basa sull’assunto poetico del fare partendo sempre da un’intenzione e da un’abilità operativa, l’approccio Zen di Maurizio lo aveva portato a non effettuare nessun intervento facendo nascere un’arte accaduta.

Tutto questo per spiegarci che l’uomo può intervenire efficacemente sulla realtà, ma alla fine è la realtà che accade come risultante di un intreccio di forze il cui senso di svolgimento è cognitivamente inafferrabile nella sua complessità”. Al di là delle intenzioni dell’autore di produrre opere d’arte attraverso un processo soggettivo di attribuzione di senso, tutta la commemorazione sembra scaturire da una metafora di equilibrio che rende omaggio al concetto Zen di “impermanenza”, in cui tutto diviene e continuamente si trasforma, evidenziando il ciclo vitale della nascita, della durata e della morte, che oltre gli esseri umani riguarda l’intero universo in continua trasformazione.

MARCELLO MOTTOLA

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