Archive for Gennaio 2011

31 Gen 2011

ALTAVILLA. Echi e storie dal paese dove, da sempre e segretamente, comandano le donne

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orestemottola@gmail.com

1799: “Le donne altavillesi presto si armarono di roncole, schidioni , scuri e mortai”, narrano le cronache, ed andarono a combattere contro la banda sanfedista che voleva prendere il paese dalla parte del bosco “Foresta”. Il resto della storia viene raccontato ogni anno da una bella rievocazione storica (l’unica operazione culturale seria che è ascrivibile all’amministrazione comunale uscente). Sì, perché Altavilla (che, detto incidentalmente, è il mio borgo natale) è un paese tradizionalmente matriarcale. La storia delle donne protagoniste comincia ancora da più lontano. Da quelle antenate che fortunosamente scampate alla strage ordinata, del 1246, da Federico di Svevia, e che ripopolarono il paese dopo che i maschi – uomini: e bambini – furono tutti passati per le armi. Ci volle allora davvero una gran forza per far ripartire la vita nel nostro paese e – probabilmente – da quella terribile prova viene la straordinaria forza e tenacia delle nostre donne. Molto spazio hanno avuto le nostre donne anche nella letteratura: dalla Sofia che incanta il giovane seminarista Antonio Bennato alla bella bionda adolescente che strega il maturo don Aurelio Pipino, mentre appaiono tranquille, assennate e gran lavoratrici le donne de “Le novelle dell’Acquafetente”. Le contemporanee sono invece le vere protagoniste dei romanzi di Francesco Di Venuta. Un’aura romantica hanno conservato Mariangela Cantalupo che nel 1799 sposerà un ufficiale francese facendo tre giri intorno all’Albero della Libertà nell’allora Largo del Castello, ma si ignora come sia proseguita la liason quando il graduato dovette lasciare il paese, e poi la “briganta ” Francesca Cerniello che – oltre ad esserne stata l’amante – sarà anche il vero “uomo forte” della banda di Gaetano Tranchella.
Dopo la storia delle donne diventa un fatto più corale e meno individualistico. S’intreccerà con la prima guerra mondiale e gli inizi dell’emigrazione verso l’America, eventi che proietteranno le donne altavillesi sempre più verso il mondo del lavoro per sostituire gli uomini assenti. Con il fascismo sono di nuovo risospinte verso il tradizionale ruolo di “produttrici di figli” ed arriverà poi la tragedia dell’ultimo conflitto con il suo corollario di figli, mariti e fidanzati stroncati dalla follia bellica e – nel settembre del 1943 – i tristi bombardamenti su Altavilla con donne, bambini ed anziani uccisi dalle bombe.
Le donne, nel secondo dopoguerra, avranno un ruolo di primo piano nelle fabbriche locali, nel tabacchificio ed al conservificio di Borgo Carillia. Ma qualche anno prima è una giovane altavillese tra le prime ad infrangere il tabù che vedeva le donne escluse dalla professione medica. E’ la dottoressa Vittoria Belmonte, madre del docente universitario Renato Aymone. Sarà anche lei la prima donna ad affacciarsi – sfortunatamente – sulla scena della vita politica locale. Tenterà infatti, nel 1948, con la lista del Mulino, d’infrangere il duopolio tra Mottola e Galardi. Di lì a qualche decennio, grazie ai sacrifici dell’emigrazione e ad una situazione sociale più aperta, anche ad Altavilla le donne conquistano posizioni nel mondo della scuola e della società nel suo complesso. Un nome su tutte: Carmela Di Agresti, che diventa dapprima docente ordinario presso l’Università di Bari e poi preside di una Facoltà della Lumsa di Roma.
LA “MALA” NOMEA DELLO SCIVOLIATURO. Un tempo Altavilla Silentina era un paese soprannominato “lo scivoliaturo” sia per l’accidentata conformazione urbanistica ed alti metrica del suo centro antico che per alludere ad una supposta e tutta da dimostrare abitudine alla trasgressione – nei tempi andati – in fatto d’amore delle sue giovani donne. Quel che oggi resta di questo pregiudizio sono due filastrocche che dimostrano cose diverse. La prima è diffusa nel Cilento interno (sconosciuta ad Altavilla) e dice: “Me sò partuto apposta ra la Puglia, Pè me veni a nzurà a l’Autavilla. ‘Nzinga arrivato ‘nge fici ‘na imbroglia, I ‘mbrugliai la mamma cò tutta la figlia. Te preo bella mia nun te fa ‘mbrug1iare, Ca l’uomini sò tutti ‘ngannaturi”.
La strofetta fa pensare alla generosità delle nostre donne che capitolano davanti “all’erba più verde del giardino del vicino sconosciuto” che ad altro. La poesiola vorrebbe dimostrare che sono sempliciotte, fino al punto di farsi imbrogliare a due…l’esperta madre e la giovane figlia!
Le altavillesi si riscattano poi con un canto del Sette – Ottocento, arrivato fino a noi grazie al libro del 1898 dei fratelli Ferrara e che veniva cantato dalle nostre donne mentre lavoravano nei campi: “Oh uocchi niuri, core di diamante, Nun ti pozzo luvare da sta mente; lli nimici tuoi ni ricino tante! E vonno ca ti lasso ntortamente. I prego Diu e tutte l’aute sante, ca resse lume a tutta chesta gente. Quannu ti vego, mi scappa lu chiantu. Lu sape st’arma mia che pena sente. ” E sono sempre i Ferrara a descrivercele, fin de siecIe, ad Ottocento tramontante come: “piuttosto economiche, laboriose, religiose fino alla superstizione ed eminentemente gelose del proprio onore, ma piace loro di abbigliarsi caricandosi di gingilli d’oro e di corallo, e hanno il peccatuccio di essere molto ciarliere”. Cambiato qualcosa di sostanziale, dopo oltre 110 anni?
Oreste Mottola

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24 Gen 2011

Le rose di Paestum nascevano sui rovi

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L’articolo, in questa versione, è stato pubblicato dal periodico specializzato “Archeonews” e dal settimanale locale “Unico”

di Oreste Mottola
Le rose di Paestum germogliavano da rovi appositamente innestati. “Ipotesi ardita e fascinosa” chiosa Giovanni Guardia, direttore responsabile degli “Annali storici di Principato Citra” la prestigiosa rivista di storia che per prima (nel fascicolo del Tomo 2/2010, anno VIII n.2002) ha reso note le conclusioni alle quali è giunto Fernando La Greca, certosino studioso di storia romana in forza all’università di Salerno. Un’ipotesi che potrebbe continuare ad appartenere alla speculazione intellettuale se Filomena De Felice, esperta d’innesti, che opera nel tempo libero nel suo bel giardino in collina ad Agropoli, a pochi chilometri da Paestum, dove non mancano le siepi di rovi, non avesse avviato degli esperimenti per verificarne la fondatezza dell’ipotesi formulata da La Greca. Il risultato? Una rosa centifoglia, non molto profumata, ma di un colore rosa intenso, ma molto grande. E’ questa la rosa di Paestum? Certo è che c’è il riscontro di fatto a un’ipotesi ancora intellettuale e la risposta all’interrogativo sulla quasi improvvisa sparizione di una varietà di fiore sulla quale l’antica Paestum fondò la sua sussistenza economica. Quella “rosa bifera”, detta così perché fioriva due volte nell’anno, era un ibrido che – se non curato manualmente dal coltivatore – era destinato a ritornare rapidamente allo stato naturale di partenza. Che possa essere andata effettivamente così lo racconta anche “L’affresco con rose” che troviamo a Pompei, nella Casa del bracciale d’oro. Qui la pianta di rosa è sostenuta da una canna, più o meno come i contadini fanno oggi con le coltivazioni di fagioli o di pomodori. La pianta di rovo, abituata ad andare per conto suo, doveva essere necessariamente ordinata così, anche per rendere più facile la raccolta. Di particolare interesse il metodo seguito da La Greca. Il ricercatore ha ripassato tutte le fonti disponibili fino ad avere “l’illuminazione” a partire da un brano di uno scrittore tardo latino: Ennodio: “L’attività operosa dei pestani fece sì che i cespugli spinosi (dumeta) generassero rose, le quali mediante il lavoro germogliano dagli spini come stelle dalla terra”. Ennodio è un personaggio particolare, è vescovo di Pavia al tempo di Teodorico, scrittore di grande erudizione e amante della letteratura pagana. La sua intuizione è stata quella rileggere alla lettera lo scritto di Ennodio sulle rose di Paestum, e non più metaforicamente, e traducendo in modo più preciso dumeta con “cespugli di rovi”. I Pestani non innestavano semplicemente le rose tra di loro, “operazione tutto sommato – scrive La Greca – banale, ma sui rovi, o, se si vuole, su arbusti spinosi della stessa famiglia (rosacee)”. Continua La Greca: “Il colore è di un rosa intenso, e manca il profumo; ancora non siamo in grado di stabilire se sia bifera, per quanto a ottobre abbia messo fuori una nuova gemma con foglioline. Molto dipende anche dal genere di rosa usato come innesto, e bisognerebbe fare numerose prove con rose diverse. Tuttavia pensiamo di essere sulla buona strada, avendo dimostrato che l’innesto della rosa sul rovo è possibile, e valido anche rispetto alle antiche esigenze commerciali, trovando la sua convenienza nella produzione di una rosa di notevole grandezza, bella a vedersi e ricca di petali. Non sarà ancora la rosa Pestana antica, ma almeno pensiamo di aver ritrovato l’antico modo di lavorare Pestano, il particolare labor o industria che diede a questa rosa una fama imperitura”. Fin qui la testimonianza di Fernando La Greca. Sulla questione della “sparizione” di questa rosa così particolare si sono misurati fior di storici e letterati (da Corrado Alvaro a Eugenio Montale) e a noi piace ricordare il grande romanziere Riccardo Bacchelli (sì, quello del “Mulino del Po”) che il 7 ottobre 1927, su “La Stampa” pubblicava il suo elzeviro intitolato “Rose di Pesto” : “Lungo tutta la costa amalfitana ed oltre, in molte regioni del Mezzogiorno, si dicono le rose di Pesto per dir la cosa più olezzante e più colorita. Si vuol che i naviganti le sentano odorare fin in mare, e che siano tanto rosse da parer nere. Eppure, a Pesto, celebrata per le sue rose da Virgilio e da Ovidio e dagli altri poeti latini, rose né rosai non se ne vedono, neppur la minima apparenza. Fioriscono peraltro nella memoria e nella parlata del popolo, e veramente non son morte. La sventura e le rose di Pesto vincono ugualmente l’oblio e la caduta dei secoli”. Dall’oblio ha trovato la via per farle tornare, rileggendo gli antichi scrittori, Fernando La Greca.
LA SCHEDA. Le rose di Paestum erano famose nell’antichità per qualità e profumo. Virgilio, Properzio, Ovidio, Marziale e altri parlavano di rosai coltivati a Paestum. Le caratteristiche tipiche delle rose pestane sono il colore rosso, il profumo ed il fiorire due volte all’anno. Nell’antichità, a partire dal I secolo A.C., a Paestum c’erano ampie distese di colture di rose su terreni fertili che venivano coltivate da persone esperte. Il commercio delle rose era basato probabilmente su rapide navi di trasporto che assicuravano la freschezza di tali fiori. Roma era una delle città che più acquistava rose di Paestum. Le rose erano utilizzate anche per produrre profumi.

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18 Gen 2011

ROCCADASPIDE. I funghi dell’ispettore Cavallo

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ORESTE MOTTOLA

Cavallo, meglio vincente che piazzato ora scopre i funghi
L’ex commissario di polizia dopo la politica scommette sulla micologia

Dalla polizia alla politica e da qui ai funghi.“Sono il primo dei non eletti sia a Capaccio che a Roccadaspide”. Si presenta così Gennaro Cavallo, dottore in scienze politiche e commissario di polizia in pensione. A Capaccio stava con “Nuovo Sud”, la civica che ha eletto Carmine Caramante con Pasquale Marino sindaco. A Roccadaspide sta con Auricchio. Degli anni di piombo italiani si è occupato nel suo lavoro nelle questure di Bolzano, Torino e Reggio Calabria. Negli ultimi 32 anni Gennaro Cavallo è stato in servizio presso la questura di Salerno ed è stato sulle volanti come ha diretto l’ufficio passaporti: ”Sono stato sempre dalla parte del cittadino”, precisa. A lavorare ha cominciato presto e ricorda come, fino a 18 anni, ha fatto il bracciante agricolo e a 12 puliva dalle erbacce l’area archeologica di Paestum. “Per questo che ho sofferto quando ho visto comparire la scritta sulle mura dalle parte di Porta Marina”. Ora a 58 anni, da poco in pensione, come ci racconta Francesca Pazzanese sull’ultimo numero di “Unico” ha deciso darsi ai funghi. Cavallo in politica è presente da oltre vent’anni, già nel 1988 veniva eletto consigliere comunale nella sua Roccadaspide, con la Dc di Matteo Lombardi. Con Giovanni D’Angelo è stato assessore. “Mai avuto tessere di partito in tasca”, precisa. Però si aspetta che l’amministrazione comunale della sua Roccadaspide, lui che è nato e cresciuto a Fonte, lo sostenga. “Ad Auricchio ho portato dei voti che pesavano, nonostante i 17 candidati che tenevo intorno…”, ed è qui che lo vediamo diventare più appassionato. Gennaro Cavallo non è certo l’ultimo arrivato. “Ero il presidente della cooperativa Il Marrone. Ho lavorato per far ottenere il marchio Igp, il bollino blu. Sette camicie abbiamo consumato ma grazie ad Alemanno ministro il risultato è arrivato”. Il commissario Cavallo conosce la materia come pochi. “Sul cibo dei cilentani ho fatto la mia tesi di laurea. E di campanilismo pestano – cilentano io sono malato…”. Gennaro Cavallo è un tipo laconico: “Una parola sbagliata può fare più male di una staffilata”, è il suo motto. Ha le idee chiare, l’ex commissario. Per lo sviluppo di Paestum? “Una facoltà universitaria di archeologia”. Per Castel San Lorenzo? “Un bagno di umiltà di tutti. Per ricercare le vie della rinascita della Cantina”. Per i giovani? “Una battaglia contro il precariato”. Per la sicurezza? “Più agenti, più benzina nelle macchine di servizio, più presidio del territorio”. Ci crede Gennaro Cavallo. Troverà nei boschi i tanti voti necessari per non restare più a bagnomaria nel girone infernale dei primi non eletti. Cavallo, meglio vincente che piazzato

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18 Gen 2011

Un mio vecchio articolo sull’istituto agrario di Eboli

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Il preside dell’istituto tecnico agrario “Giustino Fortunato” di Eboli mette subito le mani in avanti: “Noi partecipiamo con l’università al Programma FIS, forniamo una formazione integrata superiore e col marchio di qualità. Ci sentiamo alla pari coi licei”. Una scuola ricca di storia (110 anni) e tutta protesa nel futuro dell’agricoltura: unica nel suo genere all’interno del salernitano. Accanto Con una propria azienda agricola di 14 ettari e 4 addetti: vi coltivano non solo pesche, albicocche, agrumi ma è usata come aula – laboratorio all’aperto. A frequentare la scuola sono adesso “solo” 250 studenti, ma da quest’anno va registrato un vero e proprio boom di iscritti al primo anno: ben 84. la maggior parte di loro ha origini extra – rurali. A partire dal prossimo anno, “assorbirà” anche l’Istituto del Legno e del Mobile di Campagna, e “gemmerà” una sede a Caselle in Pittari.
L’ENTUSIASMO DEL PRESIDE BARONE. Docenti e personale amministrativo attribuiscono il merito del rilancio all’entusiasmo del capo d’istituto, l’agronomo Raffaele Barone, ebolitano doc: “la mattina arriva per primo. Alle 7 e 45 è già a scuola, e se ne va a pomerigggio inoltrato, spesso è già notte”, raccontano i suoi collaboratori. “Al perito agrario di oggi – dice il preside – dobbiamo essere capaci di dare cognizioni sempre pi- precise affinchè esso diventi la figura chiave dell’agricoltura di questi tempi e del futuro: quella eco – compatibile che limita al massimo l’uso dei concimi e gli antiparassitari di sintesi chimica. Solo così sarà possibile ottenere prodotti di qualità e dai costi competitivi. E per fare questo tutte le nostre energie devono essere sfruttate al meglio”. Da recenti innovazioni didattiche ministeriali sono arrivate nuove materie di studio: geologia e diritto, ma il grosso delle novità è arrivato tutto al seguito di questo preside allegro ed entusiasta. IL PIACERE DI STUDIARE. La scuola è stata rivoltata come un calzino. L’azienda agricola, i laboratori, perfino i bagni e l’aula magna sono stati largamente rinnovati e resi funzionali. “Sì, qui c’è anche il piacere di studiare: un campo di calcetto ed un altro di pallavolo presto si aggiungeranno alla nostra bella palestra”, annuncia il preside. La scuola ebolitana, nell’ambito del programma “Europea”, partecipa allo scambio con il francese Licèe d’Enseignement general e techcnologique agricole di Troyes – Saint Pouange della regione della Champagne – Ardenne, iniziativa che sarà poi estesa a tutti i “Licei Agricoli”, come nel resto d’Europa si chiamano gli istituti tecnici agrari. “Per conto della Regione conduciamo un’ampia sperimentazione sulle pesche e tutte le nettarine. Lavoriamo direttamente sulle liste varietali – dice il prof. Lamberti – ed inoltre abbiamo censito e messo in una apposita collezione, nel laboratorio di entomologia, più di 300 insetti d’interesse agrario”. La biologa Marzia Albano, gestisce il modernissimo laboratorio per la micropropagazione vegetale e lavora alla moltiplicazione della varietà di carciofo “Tonda di Paestum”. Ma ciò che la rende pi- orgogliosa sono le sue colture cellulari in bioreattori di alcune piante officinali dalle quali estrarre alcuni principi attivi utili per le ricerche biotecnologiche. Un’attività di straordinaria avanguardia, che è assai strano trovare in una scuola superiore. “Il nostro impegno è nella riscoperta di alcune tecniche agricole del passato, in particolare sovescio e rotazioni, ma riviste alla luce delle esigenze di oggi – commenta il prof. Alfredo Pisaturo – è il nostro miglior contributo al settore primario della zona”. Dal programma Fesr, ambienti tecnologici per l’innovazione, è appena arrivato il finanziamento per la realizzazione di un oleificio e di una cantina vinicola a scopo didattico: “presto vedrete in giro olio e vino col nostro marchio”, dice orgoglioso il preside. [ORESTE MOTTOLA]

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18 Gen 2011

Un libro per insegnare a parlare nel dialetto degli avi. L’ha scritto la signora Di Lucia

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ORESTE MOTTOLA

E’ scritto interamente nel dialetto di Altavilla Silentina il libro “Quann’era zeca”. Lo ha voluto così, come e più di Camilleri, l’insegnante in pensione Rosaria Di Lucia che da quando ha lasciato la cattedra si è dedicata allo studio del dialetto del paese natio. Per decenni nelle scuole elementari del paese aveva fatto il contrario, convincendo tanti figli di contadini, operai e piccoli artigiani ad aggiungere l’italiano all’unica lingua parlata che era il vernacolo locale. Si tratta di un cilentano d’area lucana ma che risente fortemente dell’influenza salernitana, un mix linguistico estremamente interessante che magari andrebbe studiato in qualche facoltà universitaria. Nessuno finora l’ha fatto e così la pubblicazione di Rosaria Di Lucia sopperisce alla mancanza e può stimolare degli ulteriori studi ai quali offre un vasto campionario di atmosfere e terminologie. “N’accota ri parole ndialetto autavillese” è il dizionario che chiude il volume, un’utilissima raccolta di vocaboli. L’idea nasce da un episodio: “Una volta le mie nipotine, che vivono nel nord Italia, mi chiesero cosa mai avessi detto e che lingua era la mia”. Il volume, di 203 pagine, è fuori commercio per volontà dell’autrice. “E’ il regalo che offro al mio paese, l’omaggio a dei modi di intendere la vita che la cosiddetta modernità ha travolto ed omologato. La struttura dell’opera è originale: fatta di piccoli capitoli di storielle, apologhi e poesie. Il tono è sempre leggero, mai si scade nella pedanteria dei cosiddetti eruditi. E riemerge  dalla memoria la vita della piazza che vedeva tutti convenire nei giorni di festa: “Tengo a mmente ca a rumenica u paiese cangiava faccia. Nisciuno fatiava picchè si ricìa r’a rumenica s’a mangia u riavulo e ca pure Dio quanno criao u munno roppo sei s’arripusao…”. Insomma dal pulpito della scuola elementare Rosaria Di Lucia ha assorbito massime, modi dire e proverbi che ha trascritto avidamente. Qualcosa di simile fa Leonardo Sciascia, sì anche lui è stato maestro, ne “Le parrocchie di Regalpetra”.  La Di Lucia però si tiene lontana dagli stilemi della letteratura impegnata. A lei interessa raccontare la lingua che non c’è più e le atmosfere del paese ancora  non toccato dall’omologazione. Di quando il modo lo si vedeva partendo per il servizio militare e i viaggi di nozze al massimo si spingevano fino a Pompei. Di quando era piccola, quindi “zeca”, questa vivace ragazza nata nel 1924.

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