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08 Nov 2010

Appunti per un’ipotesi di storia delle donne di Altavilla Silentina

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L’altra Altavilla: donne tra storia, letteratura e folclore
Altavilla è un paese tradizionalmente matriarcale. La storia delle donne protagoniste comincia da lontano. Da quelle nostre antenate che fortunosamente scampate alla strage ordinata, del 1246, da Federico di Svevia, e che ripopolarono il paese dopo che i maschi – uomini: e bambini – furono tutti passati per le armi. Ci volle allora davvero una gran forza per far ripartire la vita nel nostro paese e – probabilmente – da quella terribile prova viene la straordinaria forza e tenacia delle nostre donne.
Molto spazio hanno avuto le nostre donne anche nella letteratura: dalla Sofia che incanta il giovane seminarista Antonio Bennato alla bella bionda adolescente che strega il maturo don Aurelio Pipino, mentre appaiono tranquille, assennate e gran lavoratrici le donne de “Le novelle dell’Acquafetente”. Le contemporanee sono invece le vere protagoniste dei romanzi di Francesco Di Venuta.
Un’aura romantica hanno conservato Mariangela Cantalupo che nel 1799 sposerà un ufficiale francese facendo tre giri intorno all’Albero della Libertà nell’allora Largo del Castello, ma si ignora come sia proseguita la liason quando il graduato dovette lasciare il paese, e poi la “briganta ” Francesca Cerniello che – oltre ad esserne stata l’amante – sarà anche il vero “uomo forte” della banda di Gaetano Tranchella.
Dopo la storia delle donne diventa un fatto più corale e meno individualistico. S’intreccerà con la prima guerra mondiale e gli inizi dell’emigrazione verso l’America, eventi che proietteranno le donne altavillesi sempre più verso il mondo del lavoro per sostituire gli uomini assenti. Con il fascismo sono di nuovo risospinte verso il tradizionale ruolo di “produttrici di figli” ed arriverà poi la tragedia dell’ultimo conflitto con il suo corollario di figli, mariti e fidanzati stroncati dalla follia bellica e – nel settembre del 1943 – i tristi bombardamenti su Altavilla con donne, bambini ed anziani uccisi dalle bombe.
Le donne, nel secondo dopoguerra, avranno un ruolo di primo piano nelle fabbriche locali, nel tabacchificio ed al conservificio di Borgo Carillia. Ma qualche anno prima è una giovane altavillese tra le prime ad infrangere il tabù che vedeva le donne escluse dalla professione medica. E’ la dottoressa Vittoria Belmonte, madre del docente universitario Renato Aymone. Sarà anche lei la prima donna ad affacciarsi – sfortunatamente – sulla scena della vita politica locale. Tenterà infatti, nel 1948, con la lista del Mulino, d’infrangere il duopolio tra Mottola e Galardi. Di lì a qualche decennio, grazie ai sacrifici dell’emigrazione e ad una situazione sociale più aperta, anche ad Altavilla le donne conquistano posizioni nel mondo della scuola e della società nel suo complesso. Un nome su tutte: Carmela Di Agresti, che diventa dapprima docente ordinario presso l’Università di Bari e poi preside di una Facoltà della Lumsa di Roma.
Francesca e gli altri, i briganti altavillesi
FRANCESCA CERNIELLO di Carmine, d’Altavilla. ventottenne, contadina, era l’amante di Tranchella. La Cerniello, detta Francesca “di Costa”, forse per la zona del paese, dove sin dal settembre del 1863 seguì il Tranchella e già il 13 dello stesso mese, nel bosco di Persano prese parte attiva ad uno scontro con un drappello di fanteria e con militi della Guardia Nazionale d’Altavilla: alla prima scarica di fucileria, segui uno scontro a corpo a corpo, con i calci delle pistole e dei fucili. Le grida ed i lamenti dei feriti riempivano l’aria di quella limpida giornata settembrina. Dopo il primo scontro, i briganti si dileguarono nel folto della boscaglia, come nebbia al mattino con la forza pubblica non riuscì più a rintracciarli.
Nel giugno del 1864 la Cerniello custodì persone danarose di Altavilla che erano state sequestrate e per le quali aspettavano che fosse pagata la taglia per il rilascio. Era una donna molto ben voluta da Tranchella. di cui godeva la massima fiducia e simpatia. Era rispettata e temuta dai briganti, i quali la consideravano la loro padrona. Una volta “non contenta dei molti doni che il Tranchella le faceva, tra i quali v’era una collana d’oro che una famiglia dovette mandare ai briganti per ottenere la liberazione di un sequestrato, essa mandò a dire alla moglie di questi che voleva anche la collana d’oro che portava la signora di Antonio Marruso, pur essa di Altavilla”. La Cerniello stette con la banda per ben quindici mesi e non si allontanò se non quando fu ucciso il Tranchella. Incinta di lui dette alla luce una bambina che volle chiamare Gaetana. Dopo l’uccisione del capobanda, essa si presentò alle Autorità spontaneamente; di questo suo comportamento, assieme al fatto di “esser si data al malfare spinta alla miseria in cui versava” ne tennero conto i giudici nel processo a suo carico. Durante la sua prigionia nel carcere penale dell’Ambrogiana cooperò con le Autorità, fornendo nomi e suggerimenti per far luce su alcuni fatti d’armi accaduti e per far assicurare alla giustizia gli altri delinquenti e i loro complici che erano ancora in libertà. La presenza di donne era la particolarità della banda Tranchella. Entusiaste dell’audacia con cui compiva le scorrerie e le azioni brigantesche, divenivano, poi le amanti dei suoi componenti. Seguivano i loro uomini nelle escursioni criminose, armate di tutto punto come gli altri della banda, vestite da uomini, per essere più libere nei loro movimenti. Ben presto si conquistarono una fama non inferiore a quella dei loro amanti, dai quali ricevevano istruzioni e diretti ve per diventare delle autentiche brigantesse, degne di rispetto e di terrore.
A vent’anni di lavori forzati furono condannate le altavillesi Giuseppa Cantalupo, Giuseppa e Carminella Arietta, le quali furono sorprese il 17 ottobre del 1863 mentre si recavano nel bosco di Persano, portando limoni, prugne, mele ed altro al capobanda ammalato Tranchella, avendone avuto incarico il giorno precedente. Queste donne erano, secondo quanto risulta dagli atti processuali, dedite alla prostituzione ed erano state viste più volte da Marchese Giovanni in “epoca non ben precisata dello scorso mese unite a sei briganti che erano sortiti dal bosco di Persano e che al punto, detto Pilato, avevano predato un montone, e che quindi insieme alle dette donne rientravano nel Bosco, traducendo l’animale predato, per banchettare dopo averlo cucinato”. A Persano furono arrestate e poi condotte nel comune di Altavilla. In seguito ad una perquisizione nelle loro case, vi furono rinvenute due lettere inviate alla Cantalupo da Gennaro Rubbino, soldato sbandato, che aveva già fatto parte di una comitiva armata che infestava il territorio di Altavilla nel 1861 e che si trovava allora nelle carceri. Anna Maria Polito, fu Gaetano, contadina, condannata per “esser si prestata non solo a soddisfare i loro piaceri carnali, ma eziandio a cucire, rattoppare e lavare loro la biancheria”. Fu condannata a cinque anni di reclusione perchè i giudici considerarono che a “tale mestiere infame fu quasi indotta dai mali trattamenti del marito e dalla miseria in cui versava”.
LA “MALA” NOMEA DELLO SCIVOLIATURO. Un tempo Altavilla Silentina era un paese soprannominato “lo scivoliaturo” sia per l’accidentata conformazione urbanistica ed alti metrica del suo centro antico che per alludere ad una supposta e tutta da dimostrare abitudine alla trasgressione – nei tempi andati – in fatto d’amore delle sue giovani donne. Quel che oggi resta di questo pregiudizio sono due filastrocche che dimostrano cose diverse. La prima è diffusa nel Cilento interno (sconosciuta ad Altavilla) e dice: “Me sò partuto apposta ra la Puglia, Pè me veni a nzurà a l’Autavilla. ‘Nzinga arrivato ‘nge fici ‘na imbroglia, I ‘mbrugliai la mamma cò tutta la figlia. Te preo bella mia nun te fa ‘mbrug1iare, Ca l’uomini sò tutti ‘ngannaturi”.
La strofetta fa pensare alla generosità delle nostre donne che capitolano davanti “all’erba più verde del giardino del vicino sconosciuto” che ad altro. La poesiola vorrebbe dimostrare che sono sempliciotte, fino al punto di farsi imbrogliare a due…l’esperta madre e la giovane figlia!
Le altavillesi si riscattano poi con un canto del Sette – Ottocento, arrivato fino a noi grazie al libro del 1898 dei fratelli Ferrara e che veniva cantato dalle nostre donne mentre lavoravano nei campi.
“Oh uocchi niuri, core di diamante, Nun ti pozzo luvare da sta mente; lli nimici tuoi ni ricino tante! E vonno ca ti lasso ntortamente. I prego Diu e tutte l’aute sante, ca resse lume a tutta chesta gente. Quannu ti vego, mi scappa lu chiantu. Lu sape st’arma mia che pena sente. ” E sono sempre i Ferrara a descrivercele, fin de siecIe, ad Ottocento tramontante come: “piuttosto economiche, laboriose, religiose fino alla superstizione ed eminentemente gelose del proprio onore, ma piace loro di abbigliarsi caricandosi di gingilli d’oro e di corallo, e hanno il peccatuccio di essere molto ciarliere”.

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