Archive for Settembre 2010

03 Set 2010

Matinella, ancora una lite tra extracomunitari.

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di GERARDO PICILLI
Matinella. E’ l’ennesima lite che i cittadini di Matinella si trovano, impotenti, ad assistere. L’ennesima lite tra extracomunitari le cui motivazioni sono ancora ignote. Pare, un regolamento di conti.

Spranghe di ferro, catene, bottiglie rotte, queste le armi che hanno usato a più riprese due individui extracomunitari contro un loro connazionale.

Erano le 18.30, in viale Italia – in pieno centro di Matinella (alle spalle della filiale della BCC di Capaccio) ed in un orario di punta – quando paurose urla in lingua straniera hanno attirato l’attenzione dei molti passanti che frequentano le strade del paese. Due giovani a bordo di un’autovettura blu, secondo le testimonianze raccolte tra i numerosissimi presenti, hanno aggredito selvaggiamente un loro connazionale che procedeva a piedi lungo la predetta via cittadina. In un primo momento, preso di sorpresa e attaccato contemporaneamente dai due connazionali infuriati, l’extracomunitario aggredito ha avuto la peggio.

Ma la sua reazione improvvisa e furente, dopo la prima aggressione, ha intimorito i due assalitori che si sono prima rifugiati nella propria auto e poi, per sottrarsi all’ira del connazionale ferito, hanno urtato e danneggiato alcune auto lì in sosta, impegnati in una scomposta e pericolosa fuga in auto! Nonostante tutto, infatti, l’aggredito aveva il tempo e la forza di rialzarsi e fracassare con una spranga di ferro il lunotto posteriore e il parabrezza anteriore dell’auto dei suoi assalitori.

L’aggressione non finiva lì, perché dopo qualche minuto i due assalitori ritornavano a piedi sul luogo “dell’agguato” armati di una spranga di ferro ed una bottiglia rotta: a bordo dell’auto degli assalitori c’era questa volta anche una donna, pare la sorella di uno dei due, la quale, senza alcuna remora per la gravità dei fatti accaduti ed ignorando la presenza dei carabinieri tempestivamente intervenuti sul posto, ha cominciato ad inveire contro gli stessi gendarmi ed i cittadini accorsi perché l’extracomunitario aggredito e ancora sanguinante “pagasse i danni arrecati all’auto”!

Lo scontro si è protratto per lunghi minuti, tenendo in scacco un’intera cittadina (con traffico bloccato!) impaurita che la situazione potesse degenerare. Solo il pronto intervento dei locali Carabinieri guidati dal Comandante Balistreri ha evitato il peggio e tutti i protagonisti dell’angosciosa e squallida vicenda sono stati condotti in caserma.

Il risultato della furibonda aggressione all’extracomunitario è stata presto evidente a tutti: una grossa ferita lacerocontusa alla base della nuca e numerose contusioni, curate immediatamente da un medico albanellese presente nelle vicinanze.

Secondo qualche testimone la vicenda avrebbe avuto inizio la sera precedente, nei pressi della Parrocchia di San Gennaro. Anche in quell’occasione i protagonisti sarebbero stati sempre gli stessi; ed allo stesso modo per evitare il peggio era stato allertato il 112 di Agropoli che tempestivamente era sopraggiunta sul posto con una propria volante riportando la calma. Restano tuttavia sconosciuti i motivi delle due aggressioni.
Come si diceva non è la prima volta che accadono risse del genere in pieno centro e dinanzi ad inermi cittadini, la più recente il giorno 29 agosto, quando protagonisti di una zuffa sono stati questa volta un gruppo di indiani.

Nella memoria dei cittadini albanellesi rimane tuttavia anche il ricordo della terribile aggressione di qualche anno fa quando un cittadino di nazionalità marocchina solo per qualche centimetro non recise la giugulare ad un proprio connazionale in una lite furibonda, il tutto davanti a decine di testimoni.
Tali scontri, i quali avvengono sempre più spesso fra frange marginali ed incontrollate della numerosa comunità di extracomunitari presenti in paese, non fa altro che rallentare la difficile integrazione interraziale che pur tra mille sforzi sta avvenendo ormai da quasi un decennio nel nostro comune.
Tante le famiglie di extracomunitari perfettamente integrate nel contesto sociale ed economico albanellese, ben accette dalla comunità e di vitale importanza per molte aziende agricole locali e non solo.

Ma questi episodi, se non stigmatizzati e puniti a dovere, rischiano, come detto, di rendere ancora più complicato il viaggio di questa faticosa integrazione. Molti i cittadini, infatti, che, ancora scossi per l’evento accaduto in pieno centro urbano e in un orario di massima frequentazione delle strade, hanno alla fine commentato “che qualcuno deve prendere provvedimenti e vigilare sulla pacifica convivenza dell’intera comunità” separando le mele marce dalla maggioranza di quelle persone extracomunitarie che onestamente lavorano nel nostro paese nel rispetto delle norme e del vivere civile.

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03 Set 2010

Altavilla. L’omicidio dell’aitista della Sita, nuovo articolo su “Cronaca Vera” di Massimiliano Lanzotto

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di MASSIMILIANO LANZOTTO

Altavilla Silentina (Salerno). La sera del 20 dicembre 2007, come tutti i giorni, dopo aver concluso il suo turno, Antonio Mottola, 54 anni, autista delle autolinee Sita, parcheggiò il bus nella area di sosta di Campagna (Salerno: ma contrariamente alle sue abitudini, non fece ritorno a casa, in contrada Olivella di Altavilla Silentina. Dopo l’ultima corsa fermò il bus e si mise alla guida della sua automobile. Ma all’altezza di contrada Castelluccio di Altavilla, intorno alle 22, l’auto fu colpita da un proiettile di un fucile da caccia, di quelli usati per abbattere i cinghiali. Il colpo attraversò il portabagagli, il sedile posteriore e raggiunge polmone e cuore. La morte sopraggiunge poco dopo.

A distanza di oltre due anni chi ha sparato quel colpo mortale non è stato mai trovato. Il tribunale di Salerno, in assenza di prove schiaccianti, lo scorso mese di aprile ha deciso di archiviare il caso. La famiglia non si arrende, vuole giustizia e chiede che vengano riaperte le indagini. “Il lavoro investigativo deve proseguire, il caso deve essere riaperto – dice la moglie Paola Vuolo, 44 anni – Qualcuno sa, ma non vuole parlare. Di cosa ha paura. Ci sono tre figli che vogliono conoscere la verità sul destino del padre”. La donna che apprese la notizia della morte telefonando quella notte stessa sul cellulare del marito, nei mesi successivi ha ricevuto anche un avvertimento. Sul parabrezza posteriore dell’auto ha trovato un scritta inequivocabile tracciata nella polvere: “Ti ammazzo”.

Delitto passionale, incidente di caccia, scambio di persona: di ipotesi sul movente dell’omicidio Mottola se ne sono fatte tante. Nessuna, però, che ha portato a un risultato giudiziario certo. I familiari – assistiti dai legali Ezio Catauro e Carmine Gallo – contestano le indagini nell’immediatezza dell’omicidio. “Perché non furono subito attivati dei posti di blocco nella zona, perché non si tenne conto delle telecamere di sorveglianza installate sulla strada provinciale Campagna-Altavilla”, si chiede il primogenito Emilio Mottola, 34 anni. “Mio padre – aggiunge – era una persona mite, ma potrebbe essere successo qualcosa o che abbia preso le parti di qualcuno e si sia trovato impelagato, suo malgrado, in una situazione difficile. Sono certo che ci sono persone che sanno, ma non parlano per qualche ragione. Gli inquirenti devono tenere conto degli indizi emersi in questi due anni e fare luce sui punti oscuri”.

La vita di Antonio Mottola che i passeggeri della tratta Salerno-Campagna chiamavano “Briciola”, è stata passata al setaccio nelle settimane successive all’omicidio. I carabinieri hanno controllato le telefonate fatte e ricevute dalle utenze cellulari e seguito gli ultimi spostamenti della vittima. “Antonio era un lavoratore infaticabile, attaccato alla famiglia e ai figli. – aggiunge la moglie – Aveva l’hobby della caccia che praticava con un gruppo di amici. Per tutti era una persona alla mano che era pronto a farsi in quattro per un amico. La sua disponibilità verso gli altri era incondizionata, non faceva discussioni con nessuno, scivolava su ogni cosa perché era contro i litigi”.

Le amicizie dell’autista Sita è stata passata ai raggi X. Sono state sentite decine di persone informate sui fatti, compresi due sue ex fidanzate, lontane nel tempo. L’inchiesta che ha cambiato tre magistrati, non ha consentito di acquisire elementi sufficienti per ricostruire la vicenda e individuare l’autore del delitto. “Il caso è stato affrontato, fin dall’evento che ha determinato l’omicidio di Antonio Mottola, con troppa superficialità. – dice l’avvocato Carmine Gallo – Abbiamo avuto un’indagine parziale e, forse, poco obiettiva. Troppe insinuazioni e pettegolezzi si sono fatti, senza alcun riscontro oggettivo, che hanno confuso le indagini su un delitto rimasto ad oggi impunito. Non si è soffermati sulle contraddizioni dell’amico, figura enigmatica nell’inchiesta legata alla vittima da una fratellanza viscerale, né sull’ipotesi di un bracconiere. Infatti, la zona teatro dell’omicidio è conosciuta per la caccia al cinghiale: praticata venatoria esercitata da numerosi cacciatori del luogo. Nessuno di loro è stato mai sentito dagli inquirenti”.

Troppi sono gli aspetti e le contraddizioni nell’omicidio di Antonio Mottola che andrebbero riviste e analizzate di nuovo. Il colpo di fucile, calibro 12, ad esempio, sarebbe stato esploso a una distanza di circa 100 metri, non incompatibile con un appostamento utilizzato per la caccia al cinghiale. “Non sappiamo ancora se il colpo è stato esploso mentre l’auto era in movimento e neppure che marcia era inserita. Troppi sono gli aspetti da chiarire per non chiudere frettolosamente il caso come omicidio senza autori – aggiunge l’avvocato Ezio Catauro – Chiediamo che vengano riaperte le indagini sugli aspetti trascurati, di insistere sui punti oscuri della vicenda e sulle contraddizioni emerse nel corso degli interrogatori delle persone informate sui fatti”.

C’è una cognata dell’autista ucciso che rivela di avergli parlato in un sogno. Antonio Mottola l’avrebbe rassicurata: “ non ti preoccupare, a breve sarà scoperto il responsabile del mio assassinio”. E i sogni sono premonitori. Chissà che questo omicidio avvolto nel mistero non vanga chiarito una volta per tutte. Massimiliano Lanzotto

Cronaca Vera – n. 1972 del 23 giugno 2010, pagg. 8 e 9

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01 Set 2010

Vita disperata dell’aspirante giornalista – l’opinione di Matteo Z.

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Aspiranti giornalisti di tutto il mondo unitevi!
di Matteo Z.
Diventare giornalista oggi in Italia è impresa titanica, e quasi sempre ce la si fa solo con le giuste raccomandazioni. Fino a 20-30 anni fa la situazione non era così, i giovani collaboratori che affollavano le redazioni avevano, non la certezza, ma almeno la speranza, di vedersi un giorno assunti. L’abitudine era di passare i pomeriggi in ufficio, dando una mano per le brevi, condurre le inchieste noiose, anche occupando le scrivanie dei redattori di corta (a riposo), in attesa di vedere un giorno la propria posizione regolarizzata. Oggi giorno al collaboratore è stata tolta persino la speranza, le incertezze che sta vivendo il mondo lavorativo in generale nell’ambito del giornalismo si amplificano a dismisura. Fin dal suo primo arrivo in redazione gli sfuma ogni residua illusione, mettendolo al corrente che tutto ciò a cui può aspirare è un gratificante, ma di fatto inutile, tesserino da pubblicista. I redattori professionisti spesso gelosi dei loro privilegi, preferiscono lavorare in 4 per 15 ore al giorni piuttosto che in 8 per un orario più normale. Se il collaboratore si aspetta premi e ricompense rimarrà presto deluso, anzi gli si fa intendere che deve essere lui a baciare i piedi ai redattori perché gli fanno la grazia di farlo sedere per qualche ora in una redazione angusta e polverosa. Eppure i collaboratori sono necessari, specialmente nei piccoli fogli di provincia, infatti coprono un raggio che altrimenti non potrebbe mai essere coperto da coloro di ruolo, l’importante è che non abbiano mai modo di capirlo, guai se cominciassero a pretendere rispetto, sarebbe la fine del collaudato modo di lavorare tanto caro agli editori: “assumine 3 o 4 e sfruttane 100”. La miopia imprenditoriale degli editori spesso lascia esterrefatti. Basterebbe regolarizzare qualche collaboratore per vendere un maggiore numero di copie, e quindi recuperare con ampio guadagno la spesa dello stipendio in più da pagare. Il vero problema è che in Italia non esistono lauree che davvero sappiano formare la figura del giornalista.

Negli Usa la laurea in giornalismo esiste e chi la consegue con voti brillanti ha la concreta possibilità di trovare lavoro (lavoro! non collaborazione!) in redazioni prestigiose, il Wall Street Journal o il New York Times, per decenni hanno selezionato brillanti laureati che sono ora firme di fama internazionale. Anche chi non ottiene il massimo dei voti o ha il rendimento scadente può comunque trovare posto in testate di minor livello. In Italia i master in giornalismo sono incredibilmente onerosi ma una volta diplomatisi si è nelle condizioni di partenza: quelle di disoccupati che possono sperare solo di divenire buoni pubblicisti; non parliamo poi della laurea in Scienze della Comunicazione, che col giornalismo ha ormai poco o nulla a che vedere ed è poco apprezzata anche dal mondo dell’editoria. Ma d’altronde in Italia chi mai potrebbe avere interesse a formare una classe di giornalisti forte, seria, che possa fare il proprio lavoro senza l’assillo della scarsa retribuzione? Certamente non i politici, che anzi non fanno che additare come eversivi i pochi elementi che tra mille difficoltà, minacce e pressioni ancora si sforzano di tenere la schiena dritta. Certamente non l’editoria, ormai totalmente autoreferenziale e pronta a muoversi solo in difesa dei propri interessi e per la quale la posizione di un collaboratore, ma spesso anche di un giornalista vale meno di zero. Marco Travaglio, nel suo libro “La Scomparsa dei Fatti” annota che “se negli altri paesi il giornalismo è il cane da guardia del potere in Italia è il cane da compagnia o da riporto”. Ed è esattamente questo che si vuole creare: una classe di cani da compagnia.

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luca agosto 31, 2010 alle 21:59
La cosa che mi fa incazzare è che l’Ordine dei Giornalisti si fregiava di lottare contro la legge bavaglio sapendo benissimo di rappresentare una cerchia di eletti. Per rinfrescarci la memoria: l’ordine è stato istituito da un certo Mussolini, giornalista anch’esso che scriveva per il periodico comunista l’Avanti.

Pettirosso incazzato agosto 31, 2010 alle 22:06
E vogliamo parlare della deontologia??? Tante belle parole prive di sanzioni in caso non vengano rispettate. Senza parole. E’ più giornalista un Fede che da via il culo o tanti giovani giornalisti che dei valori intonsi?

Alessandro agosto 31, 2010 alle 22:13
Forse alcune scelte degli editori sono dovute alla linea editoriale e alla sicurezza di vendere un numero sicuro di copie contro il rischio di avere un’impronta più marcata che può portare alla perdita di lettori. Leggendo determinate notizie di portata nazionale ho notato come le grosse testate sono molto più imbrigliate, sicuramente hanno delle pressioni dietro che impediscono di pubblicare cose che quelle più piccole possono trattare. Non so quale sia il futuro della stampa. Se ci troviamo a parlarne è perchè ne siamo appassionati e nutriamo profondo rispetto per la professione. Ma i tempi si evolvono, maturano. Una volta c’erano i fax ora posso vedere in tempo reale le foto scattate da un aereo della Nasa che studia un ciclone. Il futuro passa da internet che ha già pronta una nutrita schiera di cittadini “giornalisti” pronti a farsi sentire.

Giggi agosto 31, 2010 alle 22:20
Gianni Lannes ha dovuto fondare un quotidiano online (Italia Terra Nostra) per continuare a pubblicare le sue inchieste sui rifiuti tossici e le navi dei veleni.

Giovanni Farzati settembre 1, 2010 alle 11:56
ho passato una vita nei giornali, ma non mi sono mai lasciato sfruttare, ho 53 anni, non ho mai ninseguito il tesserino, non serve, di fatto decide chi dirige il giornale chi far scrivere e chi no, puoi essere anche un pulizer, l’analisi del mondo giornalistico è precisa, veritiera, ai tempi che collaboravo per un diffuso quotidiano campano (niente nomi) esisetva, per superare il fatto che i giornali non pagavano i pezzi, una sorta di vendita del pezzo a degli interessati, politici che voleva interviste, pittori, un libro presentato, così vecchi cronisti e giovani cronisti facevano mazzetta. Poi il web, e la carta serve e non serve, nessuno può fare la vice grossa, anche se le imprese editoriali, basta un redattore intelligente e può avere articoli di prima mano in tutti i modi possibili.

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