Archive for Luglio 2010

28 Lug 2010

Gennaro D’Alessio: latte congelato nella mozzarella di bufala? Se passa questa proposta lascio il consorzio

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Gennaro D’Alessio: latte congelato nella mozzarella di bufala? Se passa questa proposta lascio il consorzio

28 luglio 2010

Gennaro D’Alessio con Bottura a Rivabianca durante il Salone della Mozzarella

“Latte congelato nella mozzarella di bufala? Assolutamente no. Se passa la modifica al disciplinare Dop io lascio il consorzio”
Gennaro D’Alessio del caseificio Rivabianca di Paestum è lapidario e deciso sulla vera questione di cui si discute nella filiera bufalina in questi ultimi mesi. Al confronto, la mozzarella blu è folklore commerciale.

Cerchiamo di capire anzitutto da quale esigenza nasce l’idea di consentire l’uso di latte congelato
Il punto di partenza è il minore consumo di mozzarella in inverno. Non è questione di produzione maggiore di latte, perché ormai tutti gli allevamenti hanno destagionalizzato il parto per avere prodotto sufficente nei mesi estivi. In quelli freddi il consumo cala e il prezzo del latte di bufala registra una perdita di 20 centesimi a litro. Centesimo più centesimo meno. Dunque chi vuole usare latte congelato parte da questi 20 centesimi di guadagno mancato.

Possibile che un prodotto così importante e rappresentativo possa essere distrutto da una visione ragionieristica così meschina?
Ci sono due filosofie che si scontrano da tempo. Quella artigianale che vive la mozzarella come un prodotto di stalla e che già è stata penalizzata da alcune norme europee inutilmente ossessionate dall’igiene e dalla sicurezza. Poi c’è quella industriale che pensa al business immediato, e che vuole un prodotto sempre disponibie quando è richiesto dal mercato.

Ma come avviene lo scongelamento?
Ci sono vari modi, e comunque dovranno essere utilizzati solo centri autorizzati. Una cosa è certa, la tipicità del prodotto andrà a farsi benedire.

L’uso del latte congelato cambia il sapore?
Ovviamente sì. La mozzarella è un po’ come l’olio d’oliva, meno tempo passa dal momento della mungitura alla lavorazione tanto più alta sarà la qualità e la distintività del prodotto. Fare ripartire il latte congelato implica uteriori lavorazioni, serve lo starter

L’uso del latte congelato è consentito dalla legge?
Non se la mozzarella porta il marchio dop

E se il disciplinare dop cambia ammettendo questa deroga?
Già in tempi recenti abbiamo assistitto ad un mutamento in senso estensivo del disciplinare. Se passa la deroga io lascio, è ovvio. Non mi interessa la filosofia di chi vuole realizzare il business immediato senza pensare alle gravi conseguenze, di immagine ma anche commerciali a medio termine, che il prodotto potrà subire.

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26 Lug 2010

Avamposto Calabria: Viaggio nella terra dei giornalisti “infami”

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di Norma Ferrara
Un proiettile calibro 12 che arriva in redazione, un segnale inequivocabile in Calabria, che segna un confine fra il tuo lavoro e la tua vita. A raccontare questa ed altre storie “Avamposto, nella Calabria dei giornalisti infami’, un libro che raccoglie sedici storie di giornalisti minacciati dalla ‘ndrangheta. Non sono eroi, né temerari, sono persone comuni, giornalisti testardi – spesso precari – che si ostinano a fare solo il proprio lavoro. Si chiamano Michele Inserra, Giuseppe Baldessarro, Filippo Cutrupi, Antonino Monteleone, Francesco Mobilio, Alessandro Bozzo, Fabio Pistoia, Agostino Pantano, Agostino D’Urso, Leonardo Rizzo, Giuseppe Baglivo, Antonio Anastasi, Lino Fresca, i cronisti nel mirino. Vite blindate, violate, quelle dei giornalisti minacciati, e delle loro famiglie. Tutto intorno l’aria si fa pesante, e da vittima, talvolta diventi anche colpevole. La tua colpa è quella di essere “’mpamu”, sbirro, così racconta la figlia di uno dei giornalisti minacciati. L’ha saputo a scuola, perchè così i compagni erano soliti chiamare il padre – giornalista.
I due autori di “Avamposto” i giornalisti Roberta Mani e Roberto Rossi, descrivono una realtà che da lontano – come di chiara la Mani – “non pensavamo fosse così pesante”. “Numeri incredibili consegnano alla Calabria il primato negativo del bavaglio a forma di pistola – dichiarano gli autori -. “Una Calabria così vicina – commenta la Mani – eppure così lontana da noi, dal quotidiano, da quello che nel resto del Paese si riesce a sapere”. Diversi gli episodi, le inchieste, gli articoli, i fatti narrati dai giornalisti, spesso legate ad equilibri delicati dell’ala militare sul territorio, altre legate agli affari delle ‘ndrine, altri ancora collegati al livello politico delle rappresentanze locali ed elettorali. Ad accomunarli però e’ la sindrome della trasgressione di una regola non scritta, ma nota a tutti: che certe cose i giornalisti devono fingere di non vederle e che non siano notizie di interesse pubblico. Di questo attacco al sistema democratico, all’articolo 21 della Costituzione, alla libertà d ‘impresa e alla libera espressione del voto, abbiamo parlato con i due giornalisti “inviati” in quello che hanno chiamato l’”Avamposto”, perchè – come dichiarano “è metafora, nemmeno troppo immaginaria, della guerra di posizione. Con alcuni giornalisti, alcuni magistrati, alcuni politici, poca società civile a mantenere alta la guardia attorno alle poche isolate torrette di legalità”.

Un giornalista siciliano e una collega milanese, autori del primo libro che racconta dell’informazione “a rischio” in Calabria. Perché avete scelto questa terra?
Ci siamo ritrovati in Calabria sulla scia di un dato sconcertante. Dall’inizio dell’anno più otto giornalisti sono stati minacciati dalle mafie. Quando abbiamo redatto il rapporto 2010 sui cronisti minacciati nell’ultimo anno, quello per l’0sservatorio “Ossigeno” promosso da Fnsi e Ordine dei giornalisti, abbiamo constatato che era molto alto il numero dei condizionamenti e delle intimidazioni nei confronti dei giornalisti. Così ci siamo recati in Calabria con l’obiettivo di realizzare un documentario, poi ci siamo resi conto che queste storie, avevano dietro un contesto complesso ma estremamente importante, e che andavano raccontate in un libro. Abbiamo scelto di farlo, dunque, non solo per mettere insieme le loro storie, ma per approfondire, per spiegare, i contesti in cui tutto questo si è verificato.

Avamposto è anche un affresco della Calabria degli ultimi anni. Come lavora il mondo dell’informazione in questa terra?
La prima cosa che scopri non appena hai messo piede in Calabria, è che da lontano non hai la dimensione profonda di quello che accade. Io sono un giornalista catanese, conosco bene la realtà siciliana, Roberta Mani è una giornalista del nord, ma lo stupore di scoprire una realtà cosi dura e difficile, è stata simile. La situazione in cui lavorano i colleghi calabresi è molto calda. Molto fisica, le mafie li, le senti sulla pelle. Mentre in altre regioni, parimenti soffocate dal fenomeno mafioso, spesso le intimidazioni arrivano spesso sotto forma di querele, di segnali e minacce, in Calabria i gesti sono ancora più espliciti, ancora più vicini ai giornalisti. Questa è una realtà che non pensavamo di trovare.

A cosa è dovuta questa differenza che assegna alla Calabria la maglia nera fra le regioni “governate” dalla criminalità organizzata?
La differenza è dovuta in parte al panorama informativo che si è sviluppato negli ultimi anni in Calabria. Dopo anni di stallo, oggi in Calabria esistono editori che si prendono la responsabilità di far scrivere certe cose, cosa che, ad esempio, in Sicilia non c’è. Il panorama dinamico e rinnovato ha alimentano una naturale competizione su tutto il territorio. I tre giornali regionali, Gazzetta del Sud, Quotidiano della Calabria, e Calabria Ora, non si dividono aree geografiche, al contrario, da Gioia Tauro a Cosenza, da Catanzaro a Reggio Calabria, si contendono i lettori e le notizie, facendo anche inchiesta. In questa direzione va letto, il numero dei giornalisti minacciati nel panorama dell’informazione calabrese. Nonostante questi dati, però, è la pervasività e la pericolosità della ‘ndrangheta a dare quella condizione di “emergenza” permanente alla situazione di pericolo in cui si vive, facendo informazione (e non solo) in Calabria.

Tanti i giornalisti raccontati nel vostro “Avamposto”, quale caso ti ha colpito di più?
Sono tutte storie difficili, ma se dovessi dirne uno, direi sicuramente la storia del giornalista Michele Inserra, giornalista Quotidiano della Calabria, due intimidazioni in poco tempo. La prima giunse per aver rivelato particolari non noti ai grandi inviati “mordi e fuggi”, sul falso identikit del boss Nirta. Contro di lui c’è in atto un coprifuoco personale che lo tiene a distanza da San luca, gli hanno proprio detto “se entri a San Luca ti finisce male”. La seconda per aver raccontato di Siderno e del territorio in cui da molti anni dominano i Commiso. I boss gli hanno spedito un proiettile calibro 12, lo stesso che uccise il giovane Congiusta, ribellatosi al pagamento del pizzo a Siderno. Il calibro 12 è la firma per gli omicidi di ‘ndrangheta, per dire sei un infame, “parli troppo”. Poi ancora la voce tremante di Michele Albanese, mentre leggeva la lettera ricevuta da un boss della piana, di Rosarno. La lettera che ha toni apparentemente cordiali e moderati, è arrivata dal carcere dove il boss è rinchiuso. Michele ha solo trent’anni ma sa benissimo che di sereno in quella lettera non c’è nulla. Quello è uno dei peggiori avvertimenti in pieno stile mafioso. Ho ancora la sua immagine stampata nella memoria, mentre legge, consapevole, quelle righe a noi che siamo andati ad incontrarlo per raccontare la sua storia.

Michele Inserra, Giuseppe Baldessarro, Filippo Cutrupi, Antonino Monteleone, Francesco Mobilio, Alessandro Bozzo, Fabio Pistoia, Agostino Pantano, Agostino D’Urso, Leonardo Rizzo, Giuseppe Baglivo, Antonio Anastasi, Lino Fresca. Questi i loro nomi. Sanno di essere un unico caso Calabria?
Molti di loro si conoscevano, ma non conoscevano le loro storie. Altri invece non si conoscevano, ma anche loro si sono impressionati di un numero cosi alto. Quello di intrecciare le loro vicende in un unico caso nazionale che riguarda la situazione in Calabria, è ancora, a mio avviso, un percorso da costruire. Questo è anche uno degli obiettivi che con questo libro si vuole raggiungere.

Qual è l’atteggiamento della società civile calabrese, e della politica, rispetto alla realtà in cui opera l’informazione locale?
Questo è uno dei problemi calabresi. C’è una società che in alcune aree è stata creata ad immagine e somiglianza della ‘ndrangheta, fondandola sul bisogno e sui diritti chiesti come favori. Finché non sarà lo Stato a riprendersi lo spazio che è suo, ripristinando la democrazia, la ‘ndrangheta sarà vincente. La società civile, ovviamente non tutta, stenta a prendere coscienza di questa realtà e anche di quella in cui vive l’informazione. Dall’altro lato la stessa politica non indica la strada da seguire alla società civile. Un esempio su tutti è la mancata costituzione di parte civile nell’omicidio di Gianluca Congiusta del Comune di Siderno. Sono già costituiti parte civile, la Provincia e la Regione. L’ avvocato del boss che è accusato dell’omicidio del giovane che si era opposto al pizzo, ricopre anche il ruolo di consulente comunale.

Un potere radicato che sembra arrivare prima e meglio dello Stato nel territorio?
La’ ndrangheta comanda da 150 anni in Calabria. E’, come dire, un potere aristocratico. I sindaci cambiano, i poliziotti cambiano, i magistrati anche, ma loro sono sempre li, da oltre cent’anni. Tutti sanno chi sono i Piromalli, i Molè, tutti conoscono i loro volti. Inoltre da quando l’ingresso ne la “Santa” ha modificato i codici ‘ndranghetistici, i boss possono sedere negli stessi salotti di stimati professionisti, di politici, di magistrati. Un dato che ci ha stupito ad esempio, leggendo le ordinanze di custodia cautelare di alcune inchieste in Calabria, è che la rivelazione di intercettazioni, la fuga di notizie, è responsabile della morte o dell’insabbiamento di molte inchieste, in qualche modo quindi affossate negli stessi palazzi in cui nascono.

E’ un sistema che protegge gli ‘ndranghetisti anche fuori dalla Calabria?
Le ‘ndrine sul piano internazionale hanno credibilità assoluta, perché silenziose, blindate, come dire, sicure. Questa potenza enorme li porta a dialogare con imprese del nord, e del resto del mondo. Ma è sulla Calabria che rimane prioritario il controllo, diciamo “morboso e ossessivo” con il territorio nonostante i suoi interessi enormi nel resto del mondo.
Da Liberainformazioni, 30.06.2010
a 14.41

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23 Lug 2010

Quando le prostitute diventano escort

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Se chiamiamo escort le prostitute
MICHELE SERRA PER LA REPUBBLICA –

Il termine «escort», nelle cronache, viene oramai usato anche per indicare le povere prostitute africane vittime di maniaci, o le schiette puttane di strada. È un po´ come quando panetterie e drogherie diventarono «boutique dello sfilatino» e «non solo sapone». O le indossatrici di qualunque ordine e grado, anche le più ordinarie, diventarono tutte «top model». Accade quando il piccolo borghese prevale sul popolare, se ne vergogna e lo traveste: è la chiave non solo semantica, anche sociale della nostra epoca.
Mansioni e fatica rimangono identici, l´arrabattarsi quotidiano, i soldi duri da guadagnare, le umiliazioni, i sogni andati in fumo. Ma l´eufemismo aiuta a illudersi, e telefonare alla mamma lontana per dirle «faccio la escort» certo è meno penoso che dirle «batto i marciapiedi». Non fosse che questa simulazione di massa copre a stento (sempre più a stento) i più malinconici fallimenti, e le più brutali soggezioni. Chiamare escort le prostitute, «risorse umane» gli impiegati, «manager» certi capiufficio che non decidono nemmeno quando andare in ferie, è una specie di imbroglio terminale, di estremo velario per nascondere la natura bruta dei rapporti sociali. Come tutti i trucchi, non può reggere in eterno.

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23 Lug 2010

Agricoltura addio – Il Sos di Carlo Petrini

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Agricoltura addio?
CARLO PETRINI PER LA REPUBBLICA -

Che cosa si può comprare oggi con 9 centesimi di euro? Non bastano per un sms, forse sono sufficienti per pochi chiodi. Non mi viene in mente molto altro, se non che è il prezzo all’ingrosso di un chilo di carote. Ma è soltanto uno dei tanti esempi possibili se parliamo di cibo. È probabile che i lettori non se ne siano accorti perché a loro costa sempre uguale se non di più, ma i prezzi che spuntano i contadini sono in declino costante da anni. Le aziende agricole producono quasi tutte in perdita e la cosa passa sorprendentemente sotto silenzio. A qualcuno importa ancora della nostra agricoltura?

Dal dopoguerra a oggi il settore non è mai stato così in crisi come adesso: si pensi soltanto che un quintale di grano viene pagato tra i 13 e i 15 euro, a un prezzo decisamente più basso di addirittura vent’anni fa, quando ne costava 25. Solo nell’ultimo quinquennio ha perso il 30% circa. E nel mezzo c’è stata l’inflazione dei costi di produzione: come rilevano le associazioni di categoria, oggi produrre un ettaro di grano a un contadino costa 900 euro, mentre ciò che ne ricava sono 600 euro. Sfido chiunque a non farsi passare la voglia di lavorare a queste condizioni. Tutti i settori vivono questa crisi: le stalle di bovini e suini stanno subendo una vera e propria ecatombe. Solo nel settore lattiero-caseario siamo passati da più di 180 mila stalle nell’89 alle attuali 43 mila circa. Il prezzo medio dei suini, al chilo, nel 1990 era di 1,2 euro, nel 2009 è lo stesso.

Siamo arrivati al punto che andrebbe bene il commercio equo e solidale per i nostri contadini, e non per quelli dei Paesi poveri. Secondo dati ufficiali, nel 2009 i prezzi all’ingrosso sono diminuiti rispetto all’anno precedente del 71% per le carote, del 53% per le pesche, del 30% il grano, del 30% il latte, del 19% l’uva e il trend quest’anno non sembra migliorare, anzi. Una volta i contadini dicevano che il riso era l’unico prodotto che dava loro una certa sicurezza, perché anche se tutto andava male un minimo di guadagno lo offriva sempre. Beh, neanche il riso si salva, se nell’ottobre 2009 costava quasi 50 euro al quintale e oggi arriva a 30.

Un disastro di proporzioni mai viste, ma forse se ne stanno accorgendo soltanto i contadini, sempre più disperati. Perché a noi la carota pagata 9 centesimi ai contadini continua a costare un euro al chilo, con l’incredibile ricarico del 1100 per cento. Il latte, pagato la miseria di 30 centesimi al litro, lo compriamo a più di un euro e le pesche, che al chilo valgono più o meno come un litro di latte, ci costano invece quasi due euro. È pazzesco, eppure è la norma e non fa più notizia. E non sono cose congiunturali: sono strutturali. La nostra agricoltura è ancora per fortuna fatta di tante aziende medio-piccole, e questa è sempre stata la nostra vera forza. Diversità, radicamento sul territorio che ha fruttato anche in termini di bellezza relativa della nostra nazione, la capacità di preservare la biodiversità che è anche espressione culturale, di un’evoluzione lenta e attenta, principale risultato del nostro “adattarci localmente”. Ma queste aziende medio-piccole hanno il futuro segnato se non ci saranno cambiamenti forti, con la capacità di guardare al lungo periodo. La nostra agricoltura per quanto originale nel contesto europeo non è immune dai processi di industrializzazione, centralizzazione e ancora di più concentrazione che hanno investito le agricolture dei Paesi del Nord Europa, della Francia, della Gran Bretagna, sul modello di ciò che è avvenuto negli Stati Uniti: è l’idea che si possa produrre cibo senza contadini. Tanto il cibo lo si fa viaggiare; tanto bastano pochi addetti che si trasformano in operai a cottimo per le grandi industrie o le catene di distribuzione.

Abbiamo una delle agricolture anagraficamente più vecchie d’Europa. Abbiamo un contadino giovane, sotto i 35 anni, ogni 12,5 agricoltori con più di 65 anni. Niente di paragonabile a Francia e Germania, dove lo stesso rapporto scende rispettivamente a 1,5 e 0,8. Significa che in Germania ci sono più persone in agricoltura con meno di 35 anni che con più di 65. E se non bastano gli anziani, arrivano gli immigrati, che visto l’andazzo non è poi tanto sconveniente sfruttare anche in maniera violenta. L’altro giorno ero a Zibello, cittadina diventata marchio internazionale di qualità per via del culatello. Sulle panchine del paese ho visto delle donne con il sari indiano. «Gli indiani riescono a sopportare la vita grama dei nostri vecchi» mi è stato detto quando ho chiesto perché erano lì.
Chi altri vuole sopportare questa vita grama? Nessuno, e il problema è proprio quello. Come si fa a vivere se il cibo viene pagato così poco? Se le campagne non hanno più uomini e donne che le popolano e le mantengono vive? Sotto lo scintillìo degli scaffali nei nostri luoghi di spesa spesso c’è un commercio che tende ad avere le stesse caratteristiche di quello nei Paesi in via di sviluppo: sfruttamento, intermediari che fanno il bello e il cattivo tempo, infiltrazioni della malavita che fa viaggiare i prodotti a puro scopo speculativo, contadini che alla fine si riducono in miseria e devono mollare. È la faccia triste del progresso, il risultato cui tutte le agricolture “moderne” e “competitive” saranno destinate se non ci si rende conto che il lavoro contadino va riconosciuto, rispettato, premiato, incentivato, protetto, portato in palmo di mano come base profonda e intelligente della nostra società. Forse ci vogliono meno industrie e più persone nelle campagne. I fanatici del Pil questo non lo capiscono, bollano come “poesia” la vendita diretta (in costante crescita), i mercati dei contadini, la piccola produzione che non è in grado di far viaggiare merci per tutto il mondo ma riesce bene a coprire il fabbisogno dei mercati locali. Senza contadini sparirà anche il “made in Italy” agro-alimentare: non basteranno le industrie a spacciare una menzogna, ovvero prodotti sempre più finti, di peggiore qualità, sempre più omologati su un livello medio-basso. E la colpa sarà di tutti, la colpa è già di tutti.

I commercianti: sette gruppi di grande distribuzione si spartiscono il 98% del loro mercato. I ricarichi tra il prezzo finale e il prezzo di origine sono altissimi. Questi soggetti sono i più potenti, più forti delle multinazionali delle sementi, perché con quest’oligopolio sono in grado di condizionare qualità, caratteristiche, prezzi alla produzione. Se “mangiare è un atto agricolo” – e dobbiamo prenderne tutti coscienza – anche distribuire è diventato un atto agricolo, ma in negativo: quando il prodotto non ha le caratteristiche richieste non viene ritirato, e la leva del poter decidere i prezzi è micidiale. In questo modo si orienta l’agricoltura, s’instaura un meccanismo che fa tendere alle grandi concentrazioni, che per questi gruppi sono più facili da gestire. Non voglio prendermela troppo con la grande distribuzione perché concorre a questa situazione insieme a tutti gli altri soggetti coinvolti nei processi del cibo, ma il principale gruppo operante in Italia era nato nel secolo scorso per difendere i diritti dei più deboli, per rendere il cibo accessibile ad ampie fasce di popolazione. Ancora oggi punta molto sui diritti del consumatore nelle sue pubblicità, e gli va riconosciuto che molti passi avanti in questo senso sono stati fatti, ma voglio far notare che il lavoro svolto a favore dei contadini non viene sufficientemente comunicato e, aggiungo, deve essere implementato. Parlo della Coop perché ritengo sia un soggetto forte in grado di sviluppare una trasformazione virtuosa. Quando mio nonno, socialista, macchinista ferroviere, nel lontano 1920 costituiva con altri “compagni” la cooperativa di consumo di Bra, la sua città, aveva chiare le finalità solidaristiche di questa istituzione. Rivitalizzare oggi queste finalità significa costruire un nuovo patto tra contadini e cittadini, rafforzare l’informazione, la tracciabilità dei prodotti, l’educazione alimentare, sostenere l’agricoltura locale e la stagionalità dei prodotti. A coloro che mi dicono che questo già avviene dico che non è sufficiente. A coloro che mi dicono che non è sostenibile dal punto di vista finanziario dico che è l’unica politica in grado di rilanciare la Coop in un contesto di grande crisi.

Ma è facile dare la colpa agli altri, piuttosto rendiamoci conto che neanche noi siamo esenti da responsabilità. Quando leggo che, a fronte del problema delle mozzarelle blu che sono spuntate come puffi un paio di settimane fa, ci sono state reazioni “possibiliste” dei consumatori («Io le compro lo stesso, perché costano pochissimo, poi al massimo se vedo che sono blu le butto via») mi rendo conto che siamo vicini a un punto di non ritorno. Conta soltanto più il prezzo, pretendiamo prezzi così bassi che non possiamo neanche più lamentarci se la qualità è scadente. Al massimo si spreca, si butta via. Del resto, la qualità neanche la sappiamo più riconoscere. Insorgiamo per le zucchine a sei o sette euro d’inverno quando non ci rendiamo conto che è folle chiedere le zucchine d’inverno. Adesso che sono in stagione, per la cronaca, costano un euro o poco più. Se noi per primi, come consumatori, piccoli ingranaggi indispensabili al sistema, non cominciamo a renderci conto che il cibo va pagato il giusto, che ha valore e non soltanto prezzo, che dobbiamo aiutare i contadini perché “mangiare è un atto agricolo”, allora non cambierà mai niente, e la nostra agricoltura morirà seriale, finta e omologata come in tanti altri Paesi del mondo che hanno già commesso questi errori. Vedi gli Stati Uniti, dove non a caso si sta assistendo a un vero e proprio rinascimento guidato dai foodies, persone che hanno a cuore il loro cibo e quello dei loro figli, si riforniscono nei mercati contadini, sviluppano reti di vendita diretta su internet, invogliano una nuova generazione di giovani a diventare contadini o chef che fanno del locale e dell’ecosostenibilità delle bandiere da apporre su cucine strepitose.

Mi chiedo quando avremo una politica agroalimentare degna di questo nome, che educhi i cittadini a scelte responsabili, sostenibili e piacevoli, che dia una mano a quei contadini che producono in maniera corretta per il loro e il nostro bene. Non vedo segnali forti né al governo né all’opposizione. Per anni gli agricoltori sono stati assistiti con sussidi a pioggia, depauperando così il loro modo di produrre e fare impresa, e oggi sono isolati e gabbati. Dobbiamo aspettare anche noi che la buona agricoltura ci muoia tra le braccia? Perché nessuno scende in piazza per difendere i contadini? Ci vuole un rinascimento che non guardi solo al Pil, che vada al di là degli interessi di categoria sussidiati per mantenere in vita un’agricoltura che, se non è già morta, è destinata a farlo presto. Un rinascimento che, credetemi, non è poesia come molti invasati del Pil sostengono. È un rinascimento che parte dall’agricoltura ma non è soltanto agricolo. È di vera civiltà.

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23 Lug 2010

Terroni – il libro di Pino Aprile – assolutamente da leggere

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Terroni
GIORGIO DELL’ARTI PER IL FATTO QUOTIDIANO -

Gran turco «Queste Camere rappresentano l’Italia come io rappresento il Gran Turco» (Massimo d’Azeglio).

Massacri Tra i villaggi e i paesi messi a ferro a fuoco dai nordisti alla conquista del Sud: Nicosia, Biancavilla, Leonforte, Racalmuto, Niscemi, Trecastagni, San Filippo d’Agira, Castiglione, Noto, Regalpetra, Gaeta (fossa comune con duemila cadaveri), Gioia del Colle (150 morti), Vieste (decine di giustiziati, tra cui l’arciprete, quattro canonici, il capitano della Guardia nazionale, 21 militi), Montecillone, Isernia (1.245 massacrati, il triplo delle Fosse Ardeatine), Auletta, Pietrelcina, Paduli, Nola, Scurcola, Teramo, Casamari, Montefalcione «parte scannati, parte sepolti nelle rovine, o arsi dalle fiamme; e il rimanente che potè sottrarsi all’eccidio è costretto a vagare qua e là».

Oltraggi Garibaldi nel 1868: «Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosì colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio».

Miseria «Da un giorno all’altro nelle Due Sicilie le tante aziende che lavorano per lo Stato perdono le commesse. Tutte al Nord, dai cannoni alle matite. Le fabbriche coinvolte chiudono e si spara sui dipendenti che protestano, dall’acciaio alla zecca, cantieristica, edilizia, abbigliamento (divise), ferrovie. Un’ondata di fallimenti e di ristrutturazioni getta nella miseria decine di migliaia di lavoratori; moltissimi industriali e commercianti convertono le loro fortune da capitale di rischio, investimenti, a rendite, per metterle al sicuro. Ma “le rovinose e reiterate alienazioni di rendita napoletana effettuate dalle due prime luogotenenze ne fecero precipitare la quotazione da 108-113 fino a 75, fra l’allarme e la disperazione dei risparmiatori meridionali” (Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità)».

Corda La Gazzetta del Popolo di Torino suggerì a un certo punto che per risparmiare sarebbe stato meglio «non solamente fucilare, ma impiccare, poiché la stessa corda può servire per molti altri».

Patagonia Il ministro degli Esteri Menabrea intavolò seriamente trattative per avere un pezzo di terra in Patagonia dove deportare i meridionali. Oppure nel Borneo, in Tunisia, in Eritrea, nel Mar Rosso (l’isola di Socotra), in Mozambico, in Angola, sulla costa est dell’Australia, nell’arcipelago delle Nicobare (Oceano indiano) o a Timor, a Goa, a Macao. Cadorna garantì agli inglesi che la concessione di un’ampia regione in una terra desolata non mirava allo «stabilimento di una colonia» permanente, facendo intendere che i deportati, giorno per giorno, sarebbero stati eliminati.

Mirino «Italiani del Nord e del Sud si conobbero guardandosi attraverso il mirino del fucile» (Salvatore Scarpino).

Differenze L’idea che, essendo così grande oggi il divario tra Nord e Sud, doveva essere ancora più grande al momento dell’Unità è completamente sbagliata. Vittorio Daniele e Paolo Malanima, autori de Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia. 1861-2004: «l’Italia era allora un paese povero e quando questo accade non c’è possibilità di grandi differenze tra una zona e l’altra. Si ragiona così: stabilito il limite di povertà intorno a 800-900 di una moneta immaginaria, l’Italia era prossima a quella quota, con circa 1.300. In tali condizioni si sta più o meno sulla stessa barca. Il divario cominciò a manifestarsi tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta dell’Ottocento. Fu contemporaneo cioè alla nascita della questione meridionale. I divari regionali, assai modesti nell’immediato periodo post-unitario, aumentano nettamente per quasi un secolo, riducendosi solo nei due decenni dopo la Seconda guerra mondiale (gli anni della Cassa del Mezzogiorno)».

Umberto «L’uccisione di Umberto I è salutata con manifestazioni popolari di giubilo tra gli emigrati italiani all’estero».

Notizie tratte da Pino Aprile Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali. Piemme € 17.50.

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