Archive for Maggio 2010

15 Mag 2010

Quella ragazza salernitana che raccolse l’ultima confidenza di Ettore Majorana in fuga

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di ORESTE MOTTOLA
orestemottola@gmail.com

Una ragazza salernitana fu l’ultima persona a vedere vivo Ettore Majorana. 1938, lo scienziato scomparve da Napoli e lasciò tracce nel Cilento. “Io ne sono sicura, non si è suicidato. Quella mattina mi disse proprio così: ci rivedremo”. 25 marzo 1938: interno dell’Istituto di Fisica dell’Università di Napoli. “Signorina Senatore…”, la chiamò semplicemente così per averne l’attenzione e chiedergli di venire in disparte. Lui è il professore Ettore Majorana, uno dei più giovani docenti, lei è Gilda Senatore, la più bella e vivace delle sue studentesse. Majorana senza entrare nell’aula dov’era la giovane, la invitò a raggiungerlo nel corridoio. Lei pensa ad altro, si alza e va. Si è da tempo accorta della simpatia che nutre per lei il 32enne scienziato. “Tenga queste carte, questi appunti – le disse – poi ne parleremo”. Majorana si allontana subito, nonostante il “Ma professore…” della Senatore e continua a ripetere “Ne parleremo, quando ci vedremo. “. “La Senatore si trova in mano una carpetta di manoscritti. Il racconto lo ha ripetuto alla trasmissione televisiva Voyager, andata in onda poche settimane fa sui Rai Due. In quelle carte c’erano anche le successive due lezioni che il professore doveva tenere. Faceva sempre così, voleva che i suoi studenti fossero messi nelle condizioni di poterlo seguire”, racconta Salvatore Esposito, al quale dobbiamo la ricostruzione della vicenda. Per Erasmo Recami, il principale biografo di Majorana, in quelle carte c’è di più, è l’addio frettoloso. “Li lasciò non a chi rappresentava l’Accademia, ma nelle mani di chi per lui probabilmente rappresentava la vita, la sua attiva e affascinante studentessa”. Gilda Senatore, nata e cresciuta nel salernitano, oggi ha oltre novant’anni, continua a vivere fra Napoli e Capri, e per una vita ha rimproverato al marito, Francesco Cennamo, già allora giovane assistente a Fisica, di aver consegnato quelle carte a Carrelli, il direttore dell’Istituto che le fece involontariamente sparire o non gli attribuì l’importanza che oggi noi gli diamo. Cosa c’è nelle carte di Majorana? C’è l’esposizione, chiara e sintetica, della teoria della relatività speciale, materia che allora non rientrava nei programmi d’insegnamento. Forse anche quella delle particelle elementari. Lo sappiamo perché uno studente, Moreno, conserverà dei dettagliati appunti che poi passa al figlio che li renderà pubblici. Majorana, oltre alla cottarella per la Senatore, vuole bene ai suoi studenti e lo scrive all’amico Giovannino Gentile, il figlio del ministro, al quale dichiarerà d’essere “contento degli studenti, alcuni dei quali sembrano risoluti a prendere la fisica sul serio”. Da quel giorno le tracce di Ettore Majorana si fanno confuse e poi si sfumano in un mistero che è arrivato fino ai giorni nostri. La prima lezione napoletana di Majorana è data 13 gennaio. Per sua espressa richiesta non dovrà avere nessun carattere d’ufficialità, Il Mattino non ne fa parola, contrariamente per quanto avveniva per altri neodocenti, non ci sono ancora gli studenti, ma è una tradizione fredericiana dell’ateneo napoletano, con il nuovo professore che parla ai suoi colleghi ai quali deve dimostrare d’essere meritevole del posto che va ad occupare, c’è anche tutta la sua famiglia nonostante, lui avesse chiesto il contrario. Due giorni dopo Majorana, in Via Tari, ha di fronte gli studenti: quattro ragazze ed un ragazzo, un’eccezione per quei tempi e per di più in un corso di studi scientifici. Sono Nella Altieri, Laura Mercogliano, Nadia Minghetti, Gilda Senatore e Sebastiano Sciuti. Le ragazze, soprannominate “le tre schiave bianche”, avevano soprattutto l’obiettivo di “prendersi l’esame” perché erano quasi tutte “fuori corso”. C’erano anche degli uditori: don Savino Coronato, Cesare Moreno e Mario Cutolo. “Cutolo veniva perché era invaghito di Nadia Minghetti”, racconta la Senatore. Don Coronato poi diventerà il fedele assistente di Renato Caccioppoli. Alla lezione inaugurale il “matematico napoletano” del film di Martone c’era. Majorana è descritto come “vestito di blu”, “dall’aspetto triste e perplesso”, per strada “salutava e rispondeva gentilmente al saluto e, magari timidamente, sorrideva”. Soprattutto Carrelli, si mostrava dispiaciuto dell’esiguo numero di studenti che gli era toccato. Questi, inoltre, non potevano avere l’ausilio di adeguati libri di testo. Majorana si dimostra molto comprensivo. Quando si accorgeva che gli studenti stentavano a seguirlo si fermava e rispiegava lo stesso argomento. Quando prendeva il gesso in mano la sua timidezza scompariva e si trasfigurava, mentre dalla sua mano uscivano con facilità intere, eleganti lavagne di simboli fisici e matematici. Si arriva così velocemente al 25 marzo. Majorana ha già tenuto 21 lezioni. Quel giorno non era prevista nessuna lezione di Fisica teorica. Racconta la Senatore: “Majorana, contrariamente a quanto di solito faceva, venne in Istituto e si trattenne soltanto pochi minuti”. Semplicemente per consegnargli quelle carte. E dopo poche ore va a prendere il piroscafo per Palermo. Dopo quel giorno, e per altri 15, Gilda Senatore si ammala e resta in provincia di Salerno dove risiedeva. Non sono i tempi attuali, e la studentessa non saprà subito della misteriosa scomparsa del giovane professore. Al ritorno non fa parola con nessuno della circostanza di quelle carte avute in consegna. Solo alla fine del 1938, quando la Senatore entrò in stretti rapporti con Francesco Cennamo, assistente di Carrelli, la Senatore gliele fa vedere. Cennamo, all’insaputa della Senatore, li mostra proprio a Carrelli. Quest’ultimo, essendo il consegnatario ufficiale di tutti gli effetti di Majorana non li riconsegnerà più a Cennamo. Si perderanno definitivamente. Torniamo allo svolgimento del corso di Fisica teorica. Le lezioni di Majorana si interrompono giovedì 17 febbraio per poi riprendere martedì 8 marzo con l’introduzione al formalismo della Meccanica Quantistica. Alla base dell’interruzione c’è la festività per il Carnevale (presumibilmente dal 24 febbraio al 2 marzo) e gli avvenimenti che Napoli vive in quel periodo: c’è lo sbarco a Napoli di Bruno Mussolini e dei suoi “sorci verdi”, l’adunanza dei Fasci Universitari e poi, il 2 marzo, la morte di Gabriele D’Annunzio. Poi l’annunciata visita di Hitler. I primi mesi d’insegnamento universitario di Majorana sembrano scorrere tranquilli, senza apparenti impennate. In particolare, non si trovano conferme alla teoria che lo vuole in fuga perché si è scoperto “inadatto” all’insegnamento ed alla struttura universitaria. Lo scossone arriva il 25 marzo sotto forma di una lettera ad Antonio Carrelli: “…Caro Carrelli ho preso una decisione che era ormai inevitabile. Non vi è in essa un solo granello di egoismo, ma mi rendo conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare a te e agli studenti dei quali tutti conserverò un caro ricordo”. Sul tavolo del suo alloggio, presso l’albergo Bologna di via Depretis, da cui esce verso le 17, lascia una busta con l’intestazione “Alla mia famiglia”. Nei giorni precedenti ha ritirato lo stipendio dei suoi primi mesi docenza universitaria e si è procurato il passaporto. C’è un buco di oltre cinque ore, perché il traghetto della Tirrenia salpa alle 22.30. A Palermo prende alloggio in Corso Vittorio Emanuele, al Grand Hotel Sole. Qui scrive un’altra lettera a Carrelli, dove revoca i propositi apparentemente suicidi ed annuncia che l’indomani sarà di nuovo a Napoli. Perchè il giovane professore invece di far ritorno a Roma, dai suoi familiari come faceva di solito, ha voluto recarsi in Sicilia, sua terra d’origine? Ma non nella sua Catania, è restato a Palermo. Con chi ha parlato? Ha visto qualcuno? Doveva regolare dei conti? E’ rimasto sconvolto da qualche avvenimento particolare?

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13 Mag 2010

Piaggine, una stella rossa appare e scompare sul logo del primo maggio. L’ accusa “è apologia delle Br”. La Pro Loco: “è uno dei simboli internazionali dei lavoratori”

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ORESTE MOTTOLA orestemottola@gmail.com

PIAGGINE. Il logo della “Stella Rossa” ha accompagnato il primo maggio di Piaggine. Prima è apparso e poi stato cancellato apponendovi sopra il manifesto che ha pubblicizzato la prima giornata del lavoro celebrata da queste parti come si conviene. Soprattutto del lavoro che non c’è, essendo questa ancora terra d’emigrazione. Ed ecco allora il concerto, a cura di decine di gruppi rock emergenti arrivati da tutta la Campania e il discorso dei sindacalisti. E’stata un successo, malgrado la polemica che ha accompagnato le prime ore della giornata . All’apparire di uno striscione della pro loco, l’associazione organizzatrice, corredato da una fiammante stella rossa, si è scatenata una contesa. “E’ troppo simile a quello delle Brigate Rosse. Se non lo fate sparire immediatamente la manifestazione si ferma”, questo il tenore della reazione “istituzionale”. Argomento delicato da queste parti dove un geologo, nato a Piaggine, figlio di un noto preside, è il marito (estraneo ai fatti contestati alla coniuge) dell’ex brigatista Cinzia Banelli, condannata per la sua partecipazione al gruppo di fuoco che ha portato a termine gli omicidi di Massimo D’Antona e Marco Biagi. La stessa Banelli ha più volte, seppur per qualche giorno, soggiornato nel paese cilentano, in particolare nei primi giorni del 2003 come è risultato dalle tracce del suo telefonino tenuto sotto controllo dagli inquirenti. “Non c’entra niente. A questa storia non ci abbiamo proprio pensato. Smettetela di evocare fantasmi del passato. In realtà sono le paure dei benpensanti del paese che hanno paura dello stimolo al rinnovamento socio-culturale di una semplice associazione turistica. La nostra stella, poi, è di forme più regolari”, dicono i responsabili della Pro Loco. Poi i giovani dell’associazione non rinunciano a precisare, con puntigliosità, quella loro scelta. Nella nostra stella rossa – sostengono – c’è solo una rappresentazione delle cinque dita della mano del lavoratore e dei cinque continenti, che stanno a rappresentare proprio l’unione internazionale dei proletariati. Il più deciso è Francesco Domini, psicologo e socio della pro-loco “Cervati”, non ci sta: “Il nostro logo niente ha a che vedere con quello delle Br. Se questi hanno avuto paura di un simbolo figuratevi di noi”. Poi si concede all’ironia: “Mi raccomando, in commercio c’è una birra con una stella rossa sopra, fate attenzione, non che è illegale?”. La festa, stella o non stella, come è andata? “Ci aspettavamo qualcosa in più dal pubblico dei paesi vicini. Per essere la prima volta va bene così”, dicono all’interno dell’associazione che è guidata da Franco Cinnadaio e dalla vice Rita Nicoletti. Nel consiglio generale ci sono Rino Nese, Patrizia Fiasco, Renata Avigliano, Francesco Domini e Giuseppe Petrone. A Piaggine, il paese dove è nato Carmelo Conte, e a pochi chilometri da Sacco, il piccolo borgo, dove ebbe i natali Filomena Conforti, la mamma del segretario generale della Cgil. Guglielmo Epifani.

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13 Mag 2010

MI scrive il vicesindaco Giardullo

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Articolo di risposta

Ho scritto una lettera aperta ai cittadini, avevo e ho la convinzione che i lettori, non tutti per carità, ma quelli che vivono la realtà altavillese, possano aver compreso i miei intenti.
Non è facile evitare che qualcuno, per così dire, portato per un’analisi sceneggiata e creativa, allestisca un personale teatro di burattini, si balocchi con personaggi e vicende. Si agita, si dimena, fa le vocine e quando esce dal casotto, ansimante e sudaticcio, spera ci sia una folla ad applaudirlo.
Se mancano, misura e cautela, è inevitabile la deviazione interpretativa, la sceneggiata, appunto.
Pretendere di spiegare agli altri, per di più con presuntuosa sicurezza, che l’?interpretazione logica? debba essere la propria, rasenta la saccenteria.
Le analisi proposte sono viziate, preconcette, per nulla serene, sono quelle di chi cerca conferme alle proprie invenzioni, corpi per dei fantasmi, sostanza per delle proiezioni mentali.
Un gioco che sul web finisce per spaventare persino chi lo pratica: spunta il paragone con il ?pizzino?, s’invoca l’intervento delle ?forze di PS?, si teme per la sintassi violata, si auspicano dimissioni, si propone una petizione, …
Ho una certezza: a tanti è arrivato il messaggio giusto, voluto; a pochi è successo di sovraccaricarlo, distorcerlo, brutalizzarlo.
Ma quale animosa risposta, quale reazione scomposta verso il mio gruppo, c’è invece una convinta assunzione di responsabilità: chi ha impegni amministrativi deve prepararsi a scadenze importanti per il nostro paese, i confronti che ci attendono impongono criteri di valutazione rigorosi e meritocratici.
C’è nel mio intervento la volontà di lavorare alla formazione di un’opinione pubblica che abbia concreti elementi di giudizio attraverso cui elaborare il consenso e il sostegno.
Non possiamo sottrarci dal metterci in gioco. Io sento di doverlo fare.
Nella trama dei rapporti tra le parti di un tutto, queste hanno sì le loro specificità, ma qualsiasi definizione è possibile solo ?in relazione?, una cosa è quella che è, perché così la fanno essere anche le altre. Nessuno si mimetizzi o, peggio, si estranei, ognuno svolga consapevolmente il proprio ruolo, senza finzioni, senza alibi. Siamo inseriti in reti complesse, chi pensa di lavorare concentrandosi sul suo orticello, agisce in modo parziale, non tiene in conto logiche più generali.
È questo il senso del mio scritto, se altri fanno letture diverse vuol dire che esso ha avuto il potere terapeutico di scuotere qualche indolente e forse di far affiorare qualche sommozzatore del retro-pensiero.
D’accordo è da sciocchi credere che tutti intendano ogni cosa e allo stesso modo. Un testo ?parla? a livelli diversi, plurimi, il lettore lo filtra attraverso la sua esperienza. Ho fatto le mie valutazioni.
Di sicuro non mi ha guidato un modo falsamente dimesso e sgradevolmente pedagogico di ?spiegare a qualcuno cosa ha voluto dire?.
Non mi stupisce, dunque, chi parla di ?misterioso manifesto? e poi, con gran disinvoltura (compiacimento!), usa degli ?appare chiaro?, ?è evidente?.
La propensione per l’intrico, l’artefatto, non fa cogliere l’evidenza, ha bisogno di reperire il codice adatto, perché ogni cosa, prima involuta e misteriosa, possa andare al suo posto, docile e chiara; nelle azioni e nelle idee altrui si cerca conferma delle proprie.
I perspicaci analisti sono allora soddisfatti, anche se ad Altavilla ?ormai ci tornano solo di notte?, ?rientrano giusto per venirci a dormire?, ?ci vengono una volta al mese?, etc., hanno dato un formidabile contributo all’informazione.
Alla faccia dell’effetto boomerang!

Enzo Giardullo

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08 Mag 2010

Roccadaspide, ospedale “salvo”. Lo dice il piano Zuccatelli

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ORESTE MOTTOLA

ROCCADASPIDE. “Per noi parlavano i numeri”. Auricchio, sindaco di Roccadaspide, sventola i successi del presidio ospedaliero che sorge nel comune capofila della Valle del Calore e non solo: “97% di tasso di occupazione dei posti letto. Bilanci in attivo. Noi non contribuiamo all’immenso deficit sanitario regionale”. Di fronte all’ultima versione conosciuta del piano Zuccatelli a Roccadaspide da queste parti tirano un grande respiro di sollievo. Da un’originaria proposta di chiusura dell’ospedale si è passati a un irrobustimento strutturale dell’ospedale zonale, il passo è ora da marcia trionfale.  In dettaglio: verrà potenziata la lungodegenza, passerà da nove a trenta posti letto, mentre la geriatria è di nuova istituzione e avrà dieci nuovi posti. In totale si passa da  66 a 100 posti letto. Il risultato più utile, nell’immediato, è quello di sfuggire alla mannaia del “piano tagli”. E’ l’ultima ipotesi di lavoro, appena consegnata dal sub commissario Giuseppe Zuccatelli al neopresidente-commissario Stefano Caldoro.  Verrà inviata al governo per ottenere lo sblocco di una parte dei fondi Fas. In sé si tratta di una notizia assai rassicurante per tutto il comprensorio Alburni – Valle del Calore.  L’ospedale è di fatto riconvertito su misura di una realtà territoriale dove l’età media è molto alta. C’è un riallineamento tra l’Utic, quattro posti letto, che sarà soppresso a favore della cardiologia che cresce a fino a 12. “Si tratta ancora di una notizia ufficiosa – commenta Girolamo Auricchio, sindaco di Roccadaspide – , tuttavia mi sembra che è nella realtà delle cose. Non si poteva privare una zona dall’orografia così complessa e da distanze significative di un diritto primario qual è quello della salute.  Nel nostro ospedale si lavora molto e bene, i posti letto sono sempre occupati, spesso anche oltre il massimo consentito. Il mio grazie va a Zuccatelli, ma anche ad Antonio Valiante che ci continua premurosamente ad accompagnare”. Il primo cittadino del comune più importante della zona che fa da cuscinetto tra la Piana del Sele, il Cilento e il Vallo di Diano, è apparso sempre ottimista e più che altro ha utilizzato le sue energie per cercare di rintuzzare le voci che, a suo avviso, hanno prodotto “danni d’immagine e di prestigio”. Il sindaco si spinge fino ad arrivare a chiedere che all’interno delle bacheche dell’ospedale non ci sia traccia di certe prese di posizione.  “I pazienti devono stare tranquilli. E’ solo per questo che ho chiesto la rimozione immediata degli articoli e manifesti affissi all’interno della struttura sanitaria, che disorientano fortemente i pazienti che vi transitano e creano condizioni di allarmismo ingiustificato e dannoso in questo particolare e delicato momento di riorganizzazione della rete ospedaliera”. Sull’argomento ha anche presentato un esposto presso la Procura della Repubblica con particolare riferimento a quello che fanno alcuni dipendenti dell’ospedale.  Nel mirino di Auricchio anche il dirigente sanitario e quello amministrativo. Adriano De Vita è il presidente della comunità montana del Gelbison,  mentre Flavio Meola, è l’attuale assessore provinciale al personale.  “Se i loro impegni politici in altri enti  li distraggono eccessivamente è il caso che scelgano dove stare. Noi abbiamo bisogno di gente che lavora a tempo pieno”.

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