Archive for Aprile 2010

28 Apr 2010

Quel Caravaggio fu mio per un giorno

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Il racconto del professor Biagio De Giovanni che aveva acquistato il “Martirio di Sant’Orsola” del Caravaggio

«Sono stato il proprietario per un giorno». «Ma per me sarebbe stato complicato custodire un Caravaggio…». Ormai ci scherza su Biagio De Giovanni, politologo e docente di storia dell’integrazione europea all’Orientale di Napoli, che per un giorno fu il proprietario del “Martirio di Sant’Orsola”, quando ancora non si sapeva che era del pittore lombardo. E’ una storia che ha reso noto Biagio Coscia, su “Il Corriere della Sera” del 10 giugno 2007. Era l’opera più misteriosa di Caravaggio, l’ultima della sua vita. Realizzata un mese prima di morire. Ma anche quella della storia più sofferta e controversa. Ora è il dipinto che più di ogni altro ha un percorso tracciato da documenti e testimonianze. « Sono passati 40 anni, andai a Eboli a vedere il dipinto custodito dalla baronessa Romano Avezzano. Era tra altre opere appartenute alla famiglia Doria». Il professore ne intuì il valore e accettò di acquistare subito il dipinto con un contratto verbale. «Costava quasi tre milioni, nel 1966 erano una cifra. Non avevo quei soldi e oltre a vendere un mio quadro, spinsi mia madre a cedere dei titoli. “Chi lo comprerà avrà una sorpresa” diceva la baronessa Felicita Romano Avezzano. Poi fui mal consigliato proprio da chi mi aveva introdotto al collezionismo. Mi dissero infatti che non si trattava nemmeno di un Mattia Preti, uno dei più noti seguaci del Caravaggio. Così ci ripensai e scrissi una lettera alla baronessa dicendo che il quadro era troppo ingombrante per la mia casa. Undici anni dopo, mi chiamò un amico annunciandomi la brutta notizia: “Nella cartella dei Doria custodita al Banco di Napoli hanno trovato tutto il carteggio tra Caravaggio e il committente del tuo quadro”». Il quadro fu realizzato per il principe genovese Marcantonio Doria che, come molti collezionisti, era un po’ irrequieto e scriveva spesso a Caravaggio per accelerare i tempi della consegna al punto che il dipinto fu messo ad asciugare al sole di napoli. Nel ’72 la Banca Commerciale comprò il capolavoro della baronessa di Eboli, cliente dell’istituto di credito.  (Oreste Mottola – Settimanale UNICO)

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27 Apr 2010

“NON TIRIAMO HEMINGWAY PER LA GIACCA”. Lettera dell’ultimo biografo dello scrittore americano

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“NON TIRIAMO HEMINGWAY PER LA GIACCA”

LETTERA A ORESTE MOTTOLA

Caro Oreste, penso che esiste un solo modo, quello epistolare, per rispondere alle ormai note querelles che accompagnano il caso Hemingway e, tra queste, il breve soggiorno che vide approdare lo scrittore in quel di Acciaroli.

Quanto alla sua permanenza, certa ma del tutto casuale, ne abbiamo già parlato insieme e raccontato più volte, io nel mio libro (“Hemingway for Cuba”) e tu nel tuo articolo/intervista sul tuo giornale “Unico”, poi su “Il Mattino” ed in numerose altre occasioni. (Vedi l’articolo di Maria Maffongelli).

Abbiamo ricordato la vecchia diatriba della Pivano che aveva dissacrato il rapporto Hemingway con Acciaroli. Bobo Ivancich, nipote di Adriana Ivancich, (il grande amore dell’Autore de “Il vecchio e il mare”) aveva perfettamente disquisito sulle ragioni che avevano spinto l’americanista, ormai scomparsa, a negare questo evento. Fin qui ci siamo intesi e non mi sembra il caso di continuare a parlarne, anche se ora si tirano fuori domande inopportune come ad esempio quelle sulle “prove certe” (fotografie o lettere) atte a testimoniare senza alcun dubbio la presenza di Hemingway in Acciaroli. Chi pone queste domande non conosce la storia di Hemingway e quindi non sa che la quarta moglie dello scrittore, dopo la morte del marito si recò a Cuba per recuperare con l’aiuto di Fidel Castro tutto il materiale privato (documenti, lettere, quadri, etc.) che Mary Welsh solo in parte ritirò e, guarda caso, di questa parte molta andò bruciata. Perché?, qualcuno si potrebbe chiedere. Qualunque donna lo avrebbe fatto per cancellare i vizi del proprio marito, soprattutto quelli concernenti i rapporti con altre donne e/o i segreti politici, diplomatici e d’alcova. Quanto ad Ernest Hemingway ce n’erano in abbondanza. Altri documenti sono rimasti di proprietà del governo cubano ed oggi resi noti dal Museo Hemingway che ha sede alla Finca Vigia di San Francisco de Paula. Io, grazie ad Ada Rosa Alfonso Rosales, direttrice del Museo, ho visitato tutte le carte e non ho trovato nulla su Acciaroli. Solo qualche lettera privata di Adriana Ivancich che testimonia del grande rapporto d’amore fra la giovane nobildonna veneziana e lo scrittore allora cinquantenne.

Ma il mito Hemingway è ricco di tante altre leggende. Quale mito non lo sarebbe? “Il mito” è una storia sacra che si racconta e spesso viene arricchita dal popolo con un contorno di favole. E tu caro Oreste, tu che conosci bene le usanze della gente comune, saprai di questa loro abitudine a gonfiare e a sgonfiare ogni racconto, al limite dell’inverosimile. Nel caso Hemingway gli imbonitori di favole, fanno e disfano barba e capelli al loro mito. Prima gli dipingono la barba col bianco poi col biondo, passando alla storiella, forse anche credibile, di “u viecchio” (Antonio Masarone da Acciaroli) che è l’unico e insostituibile ispiratore del personaggio “Santiago” de Il vecchio e il mare.

Purtroppo per i contafavole è cosa nota che a Cuba molti pescatori, non uno solo, vengono chiamati con l’appellativo di vecchio. E molte leggende di mare parlano di vecchi pescatori.

Certo la storia dice che il vecchio Masarone ha veramente conosciuto Hemingway e che gli ha trasmesso da buon pescatore aneddoti e memorie riportate dallo scrittore sul suo famigerato “taccuino”, al dilà dai tocchi di folklore di chi, per farsi garante di certezza si mostra deluso, in quanto non vede rivelato da nessuna parte che “vi sia stata un’influenza del racconto del padre”. Tutto ciò non fa una piega e, paradossalmente, è proprio quella delusione per la mancata fedeltà ai fatti che avallerebbe l’esistenza di tale relazione.

Non vorrei aggiungere altro, ma solo ti prometto che nel caso in cui dovessi scoprire foto e documenti utili alle verità storiche di questa vicenda sarai il primo ad esserne informato.

Basta però allungare ancora la giacca di Hemingway….

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26 Apr 2010

Quando i migliori cow boy del mondo venivano da Persano

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Il 29 aprile, verrà presentato al pubblico il progetto: “Sfida equestre tra i comuni del salernitano. Balli & Cavalli – folclore e tradizione equestre”

ORESTE MOTTOLA

Narrano le cronache di quando gli uomini di Buffalo Bill, finite le battaglie con gli indiani, misero su una sorta di circo e vennero in Europa e affrontarono, perdendo, nei giochi equestri con i butteri della Maremma. E di come, questi ultimi, sfidassero più volte, senza successo, i loro omologhi, i meno rudi “giumentari” di Persano.  Tre secoli di allevamento del “cavallo Persano” avevano creato qui delle professionalità ragguardevoli.  Nel Novecento è questo il fulcro economico del territorio: vi convergono maestranze locali, giumentari, butteri, domatori, veterinari militari e sellai. La struttura militare si avvale soprattutto di manodopera civile. Nel villaggio, su circa 3500 ettari, vivono 200 famiglie. Una realtà agricola che ruota intorno al cavallo, ai cani da caccia, e che dà lavoro a centinaia di persone provenienti anche dai comuni vicini: Altavilla Silentina, Eboli, Serre. Si lavorava nel grande capannone dell’Umberto I, nel complesso degli Angelini, luogo di quarantena per i puledri, nella scuderia delle carrozze, nell’alloggiamento Mena Nova, nel maneggio Solferino, nell’area dello Scanno, dove nella stagione di monta erano condotti anche gli stalloni del deposito di Santa Maria Capua Vetere.  Antonino Gallotta, storico del “cavallo Persano” cita anche la famosa transumanza del giugno 1952, quando tutti i cavalli affrontarono 110 km per raggiungere, attraversando i monti Alburni, l’altopiano di Mandrano dopo una sosta nei pressi della Certosa di Padula. Il 30 settembre del 1972 un provvedimento ministeriale decise di troncare la Storia. I cancelli del Centro di Allevamento e Rifornimento Quadrupedi di Persano si aprirono per lasciar andare via per sempre 246 esemplari della «Real Razza»: l’imperioso cavallo dall’elegante profilo voluto nel XVIII secolo dal Re Carlo di Borbone. Lì collocato e lasciato in eredità ai ministri dell’Unità d’Italia. Lo sradicamento e il viaggio verso Grosseto è la fine della tradizione del cavallo di razza Persano.«Non si trascuri la nobile tradizione di allevare quei meravigliosi cavalli diPersano», si raccomandò Sandro Pertini, nel 1980, incontrando al Quirinale una delegazione di contadini che reclamavano la restituzione all’agricoltura dei terreni della base militare. Se ne torna a parlare  il prossimo 29 aprile, quando verrà presentato al pubblico il progetto: “Sfida equestre tra i comuni del salernitano. Balli & Cavalli – folclore e tradizione equestre” $definito in collaborazione tra i comuni della zona e la comunità montana degli Alburni.  Se i militari gettano la spugna, resistono i privati. Gli allevamenti di Morese, Alfani, Moscati e poi “Le Fiocche” di Renzo Braggio conferivano alla “scuola salernitana” prestigio e consistenza quantitativa. Da casa Morese escono Merano, maschio baio, che nel 1956 è campione del mondo ad Acquisgrana e medaglia d’argento alle Olimpiadi, e altri campioni come Posillipo  e Fiorello. A montarli è il cavaliere Raimondo D’Inzeo, l’unico italiano ad aver vinto un campionato del mondo.  Settanta esemplari di “Persano” sono allevati in Sicilia da un avventuroso principe, Alduino di Ventimiglia, amico del Re di Spagna,  Juan Carlos. Il suo intento è quello di riportarli nelle terre d’origine.

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24 Apr 2010

Antichi vasi romani provenienti da una galea naufragata duemila anni fa al largo di Capo Palinuro

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ORESTE MOTTOLA orestemottola@gmail.com

«Voi a queste battaglie preferite gli ameni ozi di Palinuro, ove gli dei tutto concedono alla bellezza e alla natura», disse un senatore romano ad un collega. Tra i piaceri c’erano i vini che arrivavano in grande quantità dall’isola di Rodi. Trasportate da navi che spesso, proprio da queste parti, andavano ad inabissarsi. L’ultima scoperta è di un team britannico di ricerca sottomarina ha scoperto per caso centinaia di antichi vasi romani provenienti da una galea naufragata duemila anni fa al largo di Capo Palinuro. Ne dà notizia il quotidiano inglese Daily Mail. “La vicenda è di qualche mese fa, chissà perché gli inglesi la ripropongono”, si chiede la Soprintendente Maria Luisa Nava. Capitolo minore della ricerca di eventuali “relitti dei veleni” svoltasi soprattutto a ridosso delle coste calabresi. Per gli addetti ai lavori nessuna sorpresa. Che i fondali cilentani siano popolati da diversi tesori non è certo una novità. Per i cultori di storia ancora meno. I frequenti naufragi dei navigli, erano ben conosciuti tra i più antichi navigatori del Mediterraneo, i Fenici e dei Greci, che chiamarono questo promontorio proprio “Palinouros” che in greco significa “punto di tempesta”, di mare estremamente pericoloso. L’ultimo ritrovamento ha avuto come protagonista l’équipe della Hallin Marine Subsea International, di Aberdeen. L’equipaggio inglese stava scandagliando i fondali, con l’ausilio dei veicoli subacquei Rov (remote operated vehicles), alla ricerca di rifiuti radioattivi “smaltiti” in navi fatte affondare dalla mafia. Il team lavorava per la ditta italiana Geolab, a bordo dell’imbarcazione Mare Oceano.  Con grande sorpresa, invece di relitti moderni, hanno trovato i resti di una galea romana. Nella sabbia, da 500 a 700 metri di profondità giacevano i vasi, che probabilmente trasportavano vino ed olio. Il team ne ha recuperati cinque. Ripuliti con getti d’acqua sono stati consegnati al museo archeologico di Paestum.  ”Siamo riusciti a recuperarne cinque, ma ce ne devono essere centinaia là sotto”, ha detto meravigliato il responsabile della squadra, Dougie Combe. “Certamente è la cosa più antica che abbiamo mai trovato sul fondo marino”, ha aggiunto. A Paestum però, come conferma Maria Luisa Nava, i vasi romani arrivati sono quattro. Non sono stati ancora esposti. E dalle prime risultanze sono di fattura non tale da giustificare l’ingente investimento necessario per un vero e proprio “scavo” sottomarino alla ricerca di comuni, per l’epoca, contenitori di olio e vino. “Dobbiamo pur lasciare qualcosa ai posteri – ironizza la Soprintendente – quando probabilmente avranno mezzi e soldi oggi neanche immaginabili si divertiranno ad utilizzarli lì a Palinuro. Abbiamo localizzato il punto dove i vasi sono sepolti e gli abbiamo descritto cosa c’è. Per il momento va bene così…”.  Palinuro fu per i romani luogo d’ozio e riposo, frequentato da illustri personaggi come l’imperatore Massimiano Aurelio detto Erculeo e suo figlio Massenzio, che lo scelsero proprio per la bellezza dei luoghi e la bontà dei vini.

LA SOPRINTENDENTE NAVA. “Quei reperti stanno ad oltre settento metri. La profondità alla quale stanno non è alla portata delle possibilità finanziarie della nostra Italia. Ci vorrebbe un batiscafo, dei palombari…Diversi milioni di euro. Per il momento accontentiamoci di sapere dove sono e cosa contenevano”. Maria Luisa Nava, milanese di nascita, è la Soprintendente per i Beni Archeologici di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta. “I vasi portati a portati a Paestum sono solo quattro, non cinque, come affermerebbe il Daily Mail. Sono di un tipo comune nell’area del mediterraneo, delle tipologie egee, ma anche magnogreche, databili nel IV sec. a.C. Ci fu un naufragio, uno dei tanti,  che coinvolse una nave che portava vino dall’isola di Rodi. Era un commercio che si spingeva fin verso Marsiglia”.

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21 Apr 2010

Omicidio Mottola, delitto senza colpevoli e moventi la Procura archivia la famiglia non si arrende

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RICORDATE LA “CAVALLINA STORNA”. (…) “Mia madre l’abbracciò su la criniera / “O cavallina, cavallina storna,/ portavi a casa sua chi non ritorna!/ A me, chi non ritornerà più mai!/ Tu fosti buona… Ma parlar non sai!/ Tu non sai, poverina; altri non osa./ Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!/ Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise: / esso t’è qui nelle pupille fise./ Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome. / E tu fa cenno. Dio t’insegni, come”./ Ora, i cavalli non frangean la biada:/ dormian sognando il bianco della strada./ La paglia non battean con l’unghie vuote:/ dormian sognando il rullo delle ruote./ Mia madre alzò nel gran silenzio un dito: / disse un nome… Sonò alto un nitrito”.

Poesia scritta da Giovanni Pascoli in seguito alla morte del padre, avvenuta in circostanze misteriose nell’agosto del 1867

Il delitto imperfetto, una scia di sospetti ma senza un movente e i colpevoli. E’ quello avvenuto intorno alle 22 del 20 dicembre del 2007, in località Castelluccio, nel comune di Altavilla Silentina. Un colpo di fucile da caccia uccide Antonio Mottola, autista della Sita sulla tratta Salerno – Campagna. Con tante assonanze con la poesia di Giovanni Pascoli che una volta a scuola si faceva imparare a memoria ai bambini e che impressionava tutti, e per sempre, perché parlava del dramma più grande che ti poteva accadere: perdere tuo padre in maniera violenta, immotivata e senza mai avere certezze sui nomi ed i moventi dei responsabili. E’ il dramma che vivono tre giovani di Altavilla Silentina. Che non vedono gli inquirenti venire a capo del bandolo della matassa sul destino del loro papà ed anzi devono assistere ad uno stillicidio continuo di chiacchiere ed illazioni. IL FATTO. L’uomo aveva appena parcheggiato il suo bus a Campagna e faceva ritorno nella sua abitazione di Olivella di Altavilla anche quella sera. Vicino al luogo dell’agguato c’è una frequentata scuola di ballo. L’azione è fulminea e non sarà impossibile trovare testimoni del fatto. Tre anni di indagini non portano a nulla. Pochi giorni fa il sostituto procuratore Ernesto Stassano, aderendo ad una richiesta del gip Gaetano Sgroia, ha archiviato le indagini. La motivazione: “Non è stato possibile acquisire elementi sufficienti per ricostruire le vicende ed individuare l’autore del delitto”. A tale provvedimento si sono opposti, senza successo, gli avvocati Ezio Catauro e Carmine Gallo, che rappresentano la moglie di Antonio Mottola, Paola Vuolo, ed il figlio maggiorenne, Emilio. Per entrambi la conduzione delle indagini, soprattutto nei primi due – tre giorni, quelli fondamentali nell’individuare i responsabili, è stata lacunosa.”Non è stato rilevato quale marcia ci fosse innestata nella Seat Cordoba di mio marito – rileva Paola Vuolo – così non sappiamo se egli sia stato fermato, magari poche centinaia di metri prima, o se sia stato vittima di un agguato mentre, come era solito fare in quel tratto, avesse innestato la quinta marcia”. “Mio padre verrà trovato quasi subito nell’auto che va a fermarsi da solo nel fossato di Castelluccio. Perchè i carabinieri – dice Emilio – non istituiscono immediatamente dei posti di blocco nella zona?”. C’è ancora un’altra stranezza – fatta sempre notare dal figlio – e che riguarda le almeno cinque telecamere che ci sono nel tratto da Campagna ad Altavilla. Quasi una settimana dopo la sera dell’omicidio tocca a lui, messo sull’avviso da un amico, andare a sollecitare i carabinieri trovare eventuali elementi utili nelle registrazioni delle telecamere fino a quel momento ignorate dagli inquirenti. La stessa vita privata di Antonio Mottola è stata passata ai raggi X, qui gli inquirenti hanno espresso la migliore professionalità, facendo emergere il tratto di un uomo normale, tranquillamente diviso tra lavoro, famiglia ed hobby della caccia. Nient’altro. “Così come non hanno trovato nessuna conferma le infamanti voci fatte circolare sul nostro congiunto spesso da ambienti riconducibili o avvicinabili agli inquirenti”. Fuori da ogni accusa sono i carabinieri della locale stazione di Altavilla Silentina che hanno fatto tutto il possibile. Ma è evidente, anche alla luce dei magri risultati conseguiti, che c’è stato un difetto di coordinamento ed anche di mancata fornitura dei necessari imput investigativi.

Nella memoria inviata ai giudici gli avvocati Catauro e Gallo mettono al centro della loro requisitoria il fucile a canna singola, calibro 12, del tipo di quello usato alla caccia, con appostamento, alla caccia al cinghiale, arma che si trova in possesso di diverse persone che in qualche maniera sono entrati nel raggio d’azione dell’inchiesta sull’omicidio Mottola. Quel fucile è quasi come la “cavallina pascoliana”, continuamente interrogato per arrivare alla verità. E che però non è capace nemmeno di dire sì o no a tutti i nomi dei sospetti proposti di volta in volta.

LO SCAMBIO DI PERSONA. Così come c’è l’inquietante ipotesi di Antonio Mottola vittima di uno scambio di persona, ovvero che l’assassino abbia ucciso la persona sbagliata nell’automobile giusta, per via della generosità di Antonio, uso a dare in affidamento la sua auto, nei turni di lavoro, ad amici rivelatisi poi infidi e con frequentazioni pericolose. Anche in questo caso l’inchiesta, nonostante la famiglia avesse fornito utili dettagli, si è inspiegabilmente fermata.

Non sufficientemente battuta è anche la pista, affacciata già nelle prime ore dal fatto, di un possibile incidente venatorio. “Nelle sere successive all’omicidio – fanno notare gli avvocati Catauro e Gallo – tale nutrito gruppo di cacciatori non è stato più visto nei soliti luoghi, nei bar e ristoranti soliti, ritornando a frequentarli nuovamente molto tempo dopo la sera del 20 dicembre 2007″. Perchè, come scrive nella sua relazione, il medico – legale Giuseppe Consalvo: “l’omicidio commesso con un colpo esploso da un fucile a carica singola di calibro 12, a distanza superiore a 100 metri, alle spalle della vittima con direzione antero posteriore, dal basso verso l’alto, appaiono verosimilmente NON incompatibili con il tipico appostamento utilizzato nella caccia al succitato animale selvatico”. IL PERSONAGGIO. Per i compaesani da sempre era Kociss, per via del suo del suo amore giovanile per gli indiani d’America. “Briciola” era per i passeggeri abituali dei suoi bus.  Incensurato, nessun problema sul posto di lavoro (dipendente della Sita, impegnato da anni sulla tratta Salerno-Campagna). Nessuna particolare difficoltà di natura economica: insomma, nulla che potesse spingere qualcuno a tendergli un agguato. La vita privata di Antonio Mottola degli ultimi vent’anni passata al setaccio dagli inquirenti. Nessuna particolare zona d’ombra. “Rimarrai sempre il miglior autista del mondo”. Lo sottoscrissero, su di un piccolo manifesto fotocopiato ed attaccato ai muri di Campagna, con i loro nomi e cognomi, decine di ragazze . Dopo centinaia di chilometri fatti assieme, le giovani che frequentano il magistrale “Teresa Confalonieri” l’avevano ribattezzato “Briciola”, forse per il suo fare simpatico e da amico. Un rapporto costruito giorno dopo giorno con centinaia di persone. Con tutti l’autista di Altavilla era cordiale e affabile.

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“CHI SA PARLI”. Alla fine della lettura vi sarete resi conto che queste note non sono state scritte per far riemergere una vicenda che si voleva, da più parti, seppellire nell’oblio, o peggio, rendere di nuovo sanguinanti ferite che, per chi ha conosciuto e voluto bene ad Antonio, sono sempre aperte nel nostro animo. No, il mio è un vero e proprio appello ad andare a rendere noti ai Carabinieri quei pezzi di verità che in tanti affermano di sapere.

L’articolo de “La Città”, scritto da Angela Sabetta

Altavilla,”Vogliamo
la verità sull’omicidio”

di Angela Sabetta

“Vogliamo la verità sulla morte di mio padre, gli inquirenti non hanno affrontato il caso con la necessaria oculatezza. Le indagini devono proseguire, il caso non può e non deve essere archiviato. Qualcuno sa e non vuole parlare”. E’ l’appello che Emilio Mottola lancia alla magistratura affinché, sia fatta luce sull’omicidio del padre Antonio 54 anni, autista della Sita di Altavilla Silentina, consumatosi la sera, intorno alle 22, del 20 dicembre del 2007 in località “Castelluccio”, mentre l’uomo tornava da lavoro. Antonio Mottola, padre di tre figli, è stato ucciso da un colpo di fucile da caccia, che lo ha raggiunto alle spalle, mentre si trovava nella sua autovettura, una Seat Cordoba.

Delitto passionale, incidente di caccia, scambio di persona, sono queste le piste più battute. Di fatto, per quell’omicidio non esistono indagati, e il caso è stato archiviato dal pm del tribunale di Salerno, Ernesto Sassano, perché “le indagini non hanno consentito di acquisire elementi sufficienti per ricostruire la vicenda ed individuare l’autore del delitto”. Nonostante la richiesta di opposizione presentata dai legali dei familiari di Mottola, gli avvocati Ezio Catauro e Carmine Gallo, lunedì il caso è stato definitivamente archiviato, a seguito della Camera di consiglio, presieduta dal giudice Gaetano Sgroia. “Sono troppi i lati oscuri – evidenzia la moglie della vittima, Paola Vuolo – che hanno caratterizzato l’inchiesta, ci sono state delle false testimonianze, delle quali la magistratura non può non tener conto, delle omissioni da parte delle persone chiamate a testimoniare, che si sono palesemente contraddette. Vogliamo che a mio marito sia restituita la sua dignità ed onorabilità, è stato detto di tutto”.

Dopo un mese dall’uccisione, durante la notte, sulla macchina della moglie qualcuno ha scritto “Ti ammazzo”. I familiari vivono anche con l’incubo che possa accadere loro qualcosa, non conoscendo chi di fatto ha sparato al proprio congiunto, e perché. Il figlio Emilio denuncia di “non essere stato mai interpellato dai magistrati” nel corso dell’inchiesta. “Gli inquirenti nell’immediatezza dei fatti – sottolinea Emilio Mottola – non hanno avuto la necessaria oculatezza, non hanno fatto un tempestivo sopralluogo, non hanno visionato le telecamere in tempi utili, né attivato posti di blocco. In generale non hanno approfondito le indagini, lanciavano delle piste ma senza raccogliere tutti gli elementi utili. Chiediamo che il caso venga riaperto e sia fatta chiarezza”. Chiave di volta dell’inchiesta, come risulta dalle istanze istruttorie, per la soluzione del caso, secondo i familiari, sarebbe un amico di Mottola, più volte caduto in contraddizione, che potrebbe essere il custode di quel segreto costato la vita all’autista. Innumerevoli sarebbero le volte in cui durante gli interrogatori, l’uomo è caduto in contraddizione o è stato smentito dalle affermazioni di altre persone informate sui fatti.

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15 Apr 2010

Facebook, si scatena la discussione sul manifesto di Giardullo

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Ecco il manifesto di Enzo Giardullo

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Dal tuo album:
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Aggiunto ieri · ·

Enzo Giardullo

Enzo Giardullo

starei attento nella lettura e non ad improvvisazioni senza senso.
Ieri alle 10.48 ·
Oreste Mottola

Oreste Mottola

Ho provato a chiamarti per avere una tua “interpretazione autentica”… non mi hai risposto. da uomo di comunicazione ti avverto che su queste cose non si sta attento c’è l’effetto BOOMERANG. Ci anticipi il secondo manifesto già previsto?
Ieri alle 11.08 ·
Davide Pacifico

Davide Pacifico

Io gli farei fare la prova del palloncino…
Ieri alle 11.17 ·
Oreste Mottola

Oreste Mottola

Davide io sono astemio. Penso che tu riferisco al nostro “numero due”. A peroposito girano già voci di “revoca” da parte del “number one”…
Ieri alle 11.29 ·
Davide Pacifico

Davide Pacifico

cmq, a parte la simpatia umana che provo per Enzo, vorrei veramente capire il senso di una lettera “aperta” che sembra quasi un “pizzino”…e qui mi fermo.
Ieri alle 11.32 ·
Antonio Andanet D'Andrea

Antonio Andanet D’Andrea

Resta il fatto che, per chi come me viene ad Altavilla una volta al mese, non vedo nessuna iniziativa volta a migliorare il territorio. sarà ma questo immobilismo non aiuta nessuno. Sono io che non vedo nulla (e che potrebbe essere…)?
Ieri alle 12.10 ·
Oreste Mottola

Oreste Mottola

Quindi ti chiederai dove sono tutti questi “milioni di euro” per Altavilla, logicamente. Enzo ha detto che lo spiegherà anche a me che ci torno solo di notte e non vivo più la vita del paese…
Ieri alle 12.13 ·
Antonio Andanet D'Andrea

Antonio Andanet D’Andrea

Ah ok…allora posso dire che siamo allineati??? :P
Ieri alle 13.19 ·
Biagio Morra

Biagio Morra

ragazzi pensiamo sul serio a quello che ce bisogno di fare realmente per altavilla….spero che enzo e gli altri si diano da fare seriamente per cambiare qualcosa…me lo auguro.e quei soldi investirli per quello di cui noi abbiamo realmente bisogno…
Ieri alle 13.40 ·
Roberto Vito Gerardo

Roberto Vito Gerardo

Oreste…..tu che interpreti il politichese Altavillese……Che cosa ha scritto?….e cosa voleva dire?…..Gli egiziani erano più chiari!…..
Ieri alle 15.07 ·
Carmine Brenga

Carmine Brenga

si prepara alla successione
Ieri alle 15.14 ·
Giovanni Mottola

Giovanni Mottola

se questo e + gli altri sono i personaggi che devono rappresentare e difendere altavilla be possiamo dire povera altavilla e poveri noi
Ieri alle 15.14 ·
Carmine Brenga

Carmine Brenga

Speriamo che questi soldi vengano gestiti bene
Ieri alle 15.15 ·
Domenico Saccente

Domenico Saccente

Oreste, sinceramente questo manifesto non lo capisco. Mi sembra un messaggio cifrato
Ieri alle 16.19 ·
Oreste Mottola

Oreste Mottola

Ho parlato con Enzo. Solo lui sa cosa vuole dire!. Rifiuta ogni interpretazione “logica” (avvertimento a Di Feo per scelta Baione). Forse perchè Di Feo ha fatto sapere di non aver gradito? Dice Davide Pacifico che è un “pizzino”… probabilmente è così. Che pena di dibattito politico.
Ieri alle 16.31 ·
Diomira Cennamo

Diomira Cennamo

I manifesti sono fatti apposta per non essere capiti!
Ieri alle 17.06 ·
Tiziana Rubano

Tiziana Rubano

Lascia il tempo che trova, quando si attacca bisogna fare i nomi, altrimenti meglio tacere…sul fatto che l’attaccamento ad un territorio non si misuri con il contachilometri, invece, non posso che trovarmi d’accordo!
Ieri alle 17.33 ·
Diomira Cennamo

Diomira Cennamo

Partecipo anch’io all’indovinello: non è che siamo sempre alla solita contrapposizione capoluogo/Cerrelli? Ma si sono accorti che c’è stato un cambio di millennio?
Comunque, convisione piena sul contachilometri: io scrivo da Milano ma penso ogni giorno alla mia Altavilla.
Inoltre, attenzione perché c’è una premonizione…Cosa mai accadrà nei prossimi giorni? Arriveranno milioni di euro ad Altavilla? Saranno investiti per i giovani? Torno a casa, allora!
Ieri alle 17.43 ·
Ernesto Franco

Ernesto Franco

Forse il manifesto è la spiegazione di una elezione basata sulla politica e non sul programma. Perso l’entusiasmo iniziale si comincia una nuova campagna elettorale basata sul consenzopopolare sulle colpe altrui….. e passano gli anni e i giovani sono costretti a trovare fortuna nell’inospitale NORD
Ieri alle 19.11 ·
Angelo Di Venuta

Angelo Di Venuta

non so SE il manifesto è criptato, a questo punto Enzo perchè non dimette?
Ieri alle 20.13 ·
Oreste Mottola

Oreste Mottola

Se la politica è ancora una cosa seria: o si dimette o lo devono dimettere i suoi amici così duramente, genericamente ed immotivatamente (nel manifesto) attaccati…
Ieri alle 20.16 ·
Angelo Di Venuta

Angelo Di Venuta

Da una mano prende lo stipendio da assessore, dall’altra lancia le pietre. Bella mossa.
Ieri alle 20.26 ·
Vincenzo Mordente

Vincenzo Mordente

L’errore che noi tutti commettiamo e’ quello di prendere ancora in considerazione i consiglieri comunali, pardon i nostri dipendenti visto lo stipendio che mensilmente prendono, considerando l’operato di quest’ultimo anno ” stipendio rubato”.
Chiedo a Voi tutti di INVITARLI a dimettersi, per manifesta incapacita’ di gestire la cosa pubblica.
Ieri alle 21.32 ·
Davide Pacifico

Davide Pacifico

Ho provato a fare un’interpretazione grammaticale del testo e mi sono sorte alcune domande…vediamo quali:

1) LETTERA !!!! APERTA : ma i punti esclamativi non andavano messi dopo “aperta”? un errore della tipografia o una mancata conoscenza delle regole della punteggiatura?

2)GLI AVVENIMENTI CHE ACCADRANNO: Il significato di accadere preso dal dizionario é il seguente: avvenire per caso o per fatalità….se l’uso del termine è corretto allora è una minaccia…Mostra tutto

3) Manca il soggetto a diverse affermazioni, per il qual motivo non si riesce a capire…allora ricostruiamo il periodo aggiungendo il pronome relativo “chi”

- CHI fa cattiva informazione, disinformazione o accuse gratuite?

- CHI distorce scelte umane e familiari?

- CHI in malafede afferma ( visti i due punti) Io vivo per Altavilla e lavoro per Altavilla?

- CHI misura i legami affettivi, la dedizione e l’attaccamento al territorio col contachilometri?

- CHI é concentrato egoisticamente sui propri interessi e sul proprio utile?

Penso che a queste domande sia doverosa una risposta, anche in considerazione che, forse, dati i punti esclamativi centrali, il manifesto è una lettera aperta,quindi pubblica.

Io come cittadino mi preoccupo seriamente, se Enzo Giardullo ha tutte queste preoccupazioni, come e in che modo farà arrivare milioni di euro ad Altavilla e soprattutto chi gestirà questi soldi?

Se il Vicesindaco ha queste preoccupazioni cosi’ forti tanto da pubblicare, a titolo personale, un manifesto che è quasi una denuncia pubblica.penso che della questione si debbano interessare anche le forze di pubblica sicurezza, accertando da dove arrivano questi soldi e come saranno gestiti.

Ieri alle 21.37 ·
Oreste Mottola

Oreste Mottola

Grande Davide…
Ieri alle 21.40 ·
Oreste Mottola

Oreste Mottola

Sottoscrivo anche Vincenzo… prepariamo una petizione?
Ieri alle 21.41 ·
Anna  Mordente

Anna Mordente

Lettera!!!Aperta: dal punto di vista grammaticale non è proprio un errore, è una questione di enfasi data alla frase.Sono d’accordo con il tono di “accadranno”, il tono è un pò intimidatorio! Ma credo che ci sarà un chiarimento più avanti.Quello che è certo è che l’autore del messaggio è profondamente amareggiato, anzi no, incazzato nero!!!
Ieri alle 21.49 ·
Davide Pacifico

Davide Pacifico

Non per fare una discussione accademica, ma se aperta è usata come attributo di lettera allora l’errore esiste.
Ieri alle 21.56 ·
Anna  Mordente

Anna Mordente

Non è un attributo in questo caso…sono 2 frasi distinte e separate credo…vabbè adesso non diamogli troppo peso davide.
Ieri alle 22.06 ·
Davide Pacifico

Davide Pacifico

mah…non diamogli troppo!!!peso.
Ieri alle 22.08 ·
Anna  Mordente

Anna Mordente

Cmq analizzando bene…doveva scriversi come dici tu per essere compresa da tutti allo stesso modo! Sembra una traduzione dalla lingua orale….
Ieri alle 22.09 ·
Angelo Di Venuta

Angelo Di Venuta

Sono d’accordo con l’intervento di Vincenzo Mordente, visto la Stato in cui versa il paese leggi la lettera dei beni artisitici di Salerno, la gente vota ancora a chi gli fa la siringa o la ricetta medica o gli mette il lampione davanti casa. Si deve far capire che facendo così non si và da nessuna parte.
Ieri alle 22.12 ·
Davide Pacifico

Davide Pacifico

In ogni caso non era mia intenzione fare una disquisizione accademica sull’uso della grammatica in un testo. Ho solo preso a pretesto la lettura grammaticale dello stesso per provocare la discussione….
Ieri alle 22.14 ·
Anna  Mordente

Anna Mordente

Discussione lecita caro davide, cmq siamo messi male…ci vorrebbe un colpo di stato al palazzo del comune!!!!Ah!!!ah!!!
2 ore fa ·

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13 Apr 2010

Altavilla. Enzo Giardullo esce con un manifesto misterioso assai…

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Misterioso manifesto del vicesindaco Enzo Giardullo apparso sui muri di Altavilla. Appare chiaro che ce l’ha con colleghi “a Km.0″… evidente il riferimento ad Enzo Baione, il presidente del consiglio comunale, prescelto dal sindaco in carica per succedergli. E Giardullo, delfino preannunciato da 4 anni, si è sentito tradito, anzi KO. Mandatemi la vostra interpretazione dei fatti a :
orestemottola@gmail.com.
Domani MERCOLEDI’ ci voglio scrivere dei pezzi per UNICO ed IL MATTINO

1 commento

04 Apr 2010

HEMINGWAY AD ACCIAROLI. L’articolo che riaprì la questione

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“Si era piantato qui come una di quelle torri guardiane, innalzate da don Pedro di Toledo per stroncare i raid dei corsari saraceni, quasi sentendosi per generosità il guardiano di Pioppi. Alto, segaligno, bruno come un’aringa del Baltico, pescatore e oracolo, le sue parole erano saggezza e memoria. Prendeva un pugno di sabbia, lo stringeva alla maniera di una clessidra, poi ne lasciava lentamente cadere i granelli, sciogliendo il responso sulla meteorologia del golfo. Mai presa una cantonata: il suo segreto satellite conosceva ’u niro, il nido dei venti, il corso delle onde, gli umori del cielo”. Il racconto bello, davvero hemingwayano, è di Aldo De Francesco, stampato su “Il Mattino” del 17 agosto 2004. Poi se il vecchio marinaio che per più di ottanta giorni insegue il pesce che gli squali gli mangeranno è Antonio Masarone, come dicono a Pioppi o Gregorio Fuentes, pescatore cubano, come si è sempre creduto diventa questione secondaria. Cominciamo dalle certezze: quand’era in Italia beveva vini veneti Hemingway. Amarone e poi Valpolicella. In una notte, durante la quale si dedicava furiosamente anche alla scrittura, ne faceva fuori sei bottiglie. E se nei suoi libri poi troviamo i risultati… «È un vino rosso cordiale come un fratello con cui si va d’accordo » , così il colonnello Cantwell, personaggio protagonista del romanzo “Di là dal fiume e tra gli alberi” fa il sommelier. Quei vini non si trovavano nell’Acciaroli degli anni Cinquanta e lo scrittore americano, se tanto da tanto, per questo se ne andò. Nel frattempo accumulò materiali per quel romanzo che stava meditando nella testa e non sappiamo se quella frase struggente: “L’uomo non è fatto per la sconfitta”, dice Santiago mentre si prepara a combattere contro gli squali, ” si può uccidere un uomo ma non sconfiggerlo” l’abbia pensata durante il soggiorno cilentano oppure altrove. In queste parole c’è l’essenza della cilentanità. Il mare, a Pollica, dà ancora da vivere? In estate i 2700 abitanti i diventano trentamila e i venti quintali di rifiuti giornalieri, duecento, e un poco le sta cambiando i connotati. Nel porticciolo i pescherecci sono sempre di meno, messi in un angolo dai diportisti. Ernest vi ritrovò davvero certe atmosfere e certi tipi umani? “Era un vecchio, che pescava da solo in una piccola barca nella corrente del golfo… Il vecchio era magro e secco, con profonde rughe sul collo… Tutto in lui era vecchio tranne gli occhi, e loro avevano lo stesso colore del mare ed erano vispi ed imbattuti.” Nelle prime pagine del suo bestseller “Il vecchio e il mare“, questo è il pescatore Santiago, un vecchio cubano. Ma i cilentani sono sicuri che possa essere stato uno di loro. Masarone, per esempio.

”Il prossimo anno organizzeremo un dibattito pubblico su Hemingway. È giunto il momento di fare chiarezza” Le parole di Angelo Vassallo, sindaco di Acciaroli, si mischiano al suono cupo dei tuoni che rimbombano in mezzo al mare. Tempesta al largo. ”Non ci prende” , scommette il sindaco pescatore. E difatti, la nuvolaglia nera fila dritto verso sud, a debita distanza dalla terra delle “Cinque Vele”. Al contrario del fantasma di Ernest Hemingway, che si materializza all’improvviso, e torna a salire e a scendere gli scalini dell’albergo ”La scogliera”. Quell’albergo è ancora lì, a pochi metri dal mare. Ha cambiato gestione, ma tutto il resto è rimasto tale e quale a cinquant’anni fa. Tre piani, l’insegna giusto sopra l’ingresso, i grossi finestroni centrali dai quali si scorge un’ampia scala che si arrampica su per i pianerottoli. Papa, come affettuosamente si faceva chiamare Hemingway, avrebbe alloggiato al secondo piano, insieme alla quarta moglie, Mary, per una ventina di giorni. ”Vede l’ultima finestra a sinistra?”, dice il sindaco, allungando il braccio in direzione dell’albergo ”Quella è la stanza di Hemingway”. Peccato non poterla visitare. È occupata. Ma tutti dicono che anch’essa, a parte il letto e l’armadio, non è cambiata per niente. Papa il macho, il toreador, il soldato, l’inviato di guerra, Papa il beone è stato qui. La gente del posto ne parla senza che li sfiori l’ombra del dubbio. Eppure, parlano tutti per sentito dire, ormai. Chi lo ha, meglio ancora chi lo avrebbe conosciuto, è morto da anni. Tutti tranne uno. Gira in Vespa alla veneranda età di 85 anni ed è stufo di rispondere alle domande dei giornalisti. La prima intervista l’ha rilasciata ai giapponesi, verso la fine degli anni ’50 e, da allora, ripete ostinatamente la sua versione dei fatti, senza cambiarla di una virgola. ”Se ne stava tutto il giorno sulla darsena, in attesa dell’ arrivo di noi pescatori. – ribadisce per l’ennesima volta Zì Achille Di Matteo, occhi vispi e baffoni brizzolati e puntuti, il viso spaccato dagli schiaffi della salsedine – Quando ormeggiavamo, gettava via i sandali e s’infilava in acqua per vedere il pescato e sentire le nostre storie di mare. Poi tirava fuori un taccuino e si metteva a scrivere. Se ne stava tutto il giorno sulla darsena o davanti al bar del porticciolo con un bicchiere di qualcosa in mano. Non faceva che prendere appunti e bere e girare su e giù per la darsena.” Racconto convincente, in sintonia perfetta con l’immagine che di sé ci hanno lasciato Hemingway e quelli che l’hanno conosciuto, se non fosse che a conferma del passaggio dello scrittore ad Acciaroli non c’è uno straccio di prova. Né uno scritto, né una foto, né un accenno di Hemingway con chicchessia, negli anni successivi. Eppure, tra il novero di chi crede alla storia di Hemingway da queste parti si conta un nome al di sopra di ogni sospetto: Sean Hemingway, nipote dello scrittore, che nel luglio di tre anni fa, ripercorrendo le tappe italiane del nonno, puntò dritto sul Cilento, per visitare di persona il comune di Pollica-Acciaroli e, stavolta sì , lasciando un segno del suo passaggio: un libro di memorie di guerra del nonno con tanto di dedica a Zì Achille e firma in calce.”Acciaroli non ha bisogno di alcuna pubblicità”’, rispondeva due anni fa il sindaco Vassallo a Fernanda Pivano, icona italiana della Beat Generation nonché traduttrice di Hemingway in Italia, che dalle colonne di un quotidiano aveva decisamente negato la possibilità di un viaggio dello scrittore dell’ Illinois così in fondo allo stivale. Erano i giorni immediatamente successivi all’ultima iniziativa dell’amministrazione del centro cilentano in onore del suo ospite più illustre: un cartello all’ ingresso del paese sul quale spiccavano il volto barbuto dello scrittore e la scritta a caratteri cubitali ”Acciaroli, il paese di Hemimgway”. ”Fu la volta che la Pivano andò in bestia – ricorda a distanza di tre anni Domenico Palladino, consigliere comunale con delega al Porto – Eppure, io continuo a credere ai miei concittadini e alle parole di Zì Achille. Perché dovrei dar retta alle dichiarazioni della Pivano? Ben venga un dibattito pubblico per chiarire una volta per tutte questa storià”. ”E se non sarà fatta chiarezza – aggiunge il sindaco – avremo almeno contribuito ad onorare la memoria di uno dei più grandi scrittori del XX secolo.” E dunque, Vassallo è già al lavoro ”Contiamo nella partecipazione dei massimi esperti italiani e stranieri sulla vita e l’opera di Hemingway. Crediamo di poter realizzare un vero e proprio evento culturale, di questo potete essere certi”. Intanto, l’orizzonte marino è di nuovo sereno. Un rosso tramonto attende Acciaroli, mentre un vecchio si piega a raccogliere le reti, e subito viene in mente quella storiella che, da queste parti, si tramandano di padre in figlio. La storia di un pescatore di Acciaroli di nome Masarone, detto il vecchio, che avrebbe ispirato il romanzo ”Il vecchio e il mare”. Peccato che il libro sia stato pubblicato nel 1952 e che proprio in quell’anno Hemingway abbia messo piede ad Acciaroli. ”Beh, non siamo proprio sicuri che fosse il ’52 – ribatte prontamente un giovane pescatore del posto – Forse Hemingway venne qui nel 51, o nel 50, o giù di lì ” Giusto, non fa poi una grande differenza.
Insomma, aggrapparsi al territorio, a tutte le sue offerte per farle fruttare. E’ questo il senso di quest’ultima baruffa cilentana. «E intanto continuare a fare la guardia al paese, a costo di risultare impopolare», spiega Vassallo. «Il traffico rischia di strozzare Acciarioli? Si chiude il centro storico, anche se ai commercianti non va bene. L’albergo di tradizione non è a posto e qualche turista si lamenta? Gli mando i controlli dell’Asl. Quando, ancora anni fa, sul lungomare circolava brutta gente, chiesi alle Poste di sapere quante lettere partivano da Pollica per le carceri italiane, perché c’era il rischio reale che certi parentati volessero piazzarsi qui. Beh, hanno sloggiato. Adesso, la sera, non gira più strana gente». Al massimo, qualche cinghiale sulla battigia. Racconta ancora Aldo De Francesco: “Fiocinatore senza rivali, stanava polpi a profondità impossibili; nel lancio «du jaccio», rete da pieno di cefali, era più esperto di un buttero. Durante l’inverno, in vasci e purtuni, nei «cunti» della gente, intenta a riempire vasetti di acciughe, si contendeva i primati marinari con i mitici pescatori cilentani: Ciccio Prota, Tanino ’u Ndilliano di Scario, ’u cullega Peppe Vassallo di San Marco, Miniello di Agropoli. Volti solcati da marosi, spugne di vento, gente che Hemingway interrogava ad Acciaroli, dicono, fortemente incuriosito dalla “morca”, otre di olio attaccato alla barca, da cui scorre una lenta scia per scrutare meglio i fondali”. Ecco, la questione Hemingway è chiusa.

IL FATTO
Ernest Hemingway ha soggiornato nell’unica locanda di un minuscolo borgo marinaro del Cilento e, affascinato dalla vita di un anonimo pescatore del luogo, detto ” ‘U viecchiu “, ne ha seguito le abitudini quotidiane accompagnandolo, di giorno, a pescare con il suo piccolo gozzo, e fermandosi la sera a dialogare con lui davanti al porticciolo del paesino. Con sé aveva una cassa di Amarone, il suo vino preferito. Poi il vino finì. Da questa breve ma intensa esperienza nacque “Il vecchio e il mare”, il capolavoro grazie al quale lo scrittore americano ottenne il Premio Nobel per la letteratura nel 1954. Se Hemingway non avesse terminato le casse di amarone, molto probabilmente non avrebbe lasciato il porto di Acciaroli e lì avrebbe terminato la stesura de: ”Il vecchio e il mare”. Pare sia stata proprio la ridente località cilentana, con il suo accogliente porto, ad ispirare lo scrittore americano.
Al centro del libro c’è la circostanza che vede da 82 giorni Santiago che non riesce a prendere un pesce e per questo viene abbandonato anche da Manolo, il ragazzo a cui ha insegnato a pescare e a cui è legato da profondo affetto. Così, l’83° giorno, Santiago prende il mare da solo. All’improvviso un enorme pesce abbocca all’amo e trascina la barca a largo. Dopo una terribile lotta durata tre giorni e tre notti, il vecchio ha finalmente la meglio sul pesce, lo uccide e lo affranca alla fiancata della barca. Nel viaggio di ritorno però è assediato dagli squali che, un pezzo alla volta, gli strappano il bottino, lasciandogli tra le mani un simbolico scheletro. Quando Santiago, sfinito, rientra in porto, del pesce non resta che la testa e la lisca.
Oreste Mottola

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04 Apr 2010

Hemingway nel Cilento. 8 maggio 2009. Il mio articolo su “Il Mattino”

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1951. I dieci giorni di Hemingway ad Acciaroli

ORESTE MOTTOLA

Dieci giorni a cavallo nell’estate del 1951. Sono questi i giorni che Ernest Hemingway ha passato ad Acciaroli. La conferma arriva da Bobo Ivancich, il nipote di Adriana, la ragazza italiana che a quel tempo con lo scrittore americano ha una storia d’amore. A Venezia, lo scrittore di “Fiesta” va per incontrarla ed ha in testa una lunga fuga per l’Italia. L’automobile, con l’autista, sono pronti. La moglie, Mary Welsh, subodora qualcosa e non lo molla. Il piano va così a monte. Hemingway mantiene il progettodi un lungo tour attraverso l’Italia. Vuole raggiungere Napoli, dove ha degli amici, i Kechler. Che non si trovano in città. Decidere di vedere Pompei, poi ci rinuncia, ed è così che si spinge a sud, fino ad Acciaroli, dove si ferma. E’ uno dei capitoli del libro di Giuseppe Recchia, “Hemigway for Cuba”, edito da Shakespeare and company, e che il 28 maggio sarà presentato a Napoli, presso la libreria Guida. Bobo Ivancich ha ancora nella mente il racconto del soggiorno cilentano. “La moglie lo abbandona subito, perché s’indispettisce del fatto che lo scrittore s’invaghissca subito di una ragazza del posto. Hemingway resta da solo e comincia ad accompagnarsi con i pescatori. E come faceva sempre, riempie quaderni di appunti”. E’ anche chiaro perché non racconterà volentieri questa storia perché troppo legata alle sue controverse vicissitudini sentimentali. E non ci teneva certo a tramandarla la Welsh e nemmeno la sua traduttrice italiana, Fernanda Pivano, che ha basato le sue ricostruzioni di quei vagabondaggi hemingwayani proprio sui ricordi della consorte. Alcune cose lo colpirono di Acciaroli – racconta Bobo Ivancich: “Le ragazze, il mare azzurro spumeggiante, alcuni bravissimi pescatori ed un buon vino locale che non ubriacava facilmente”. A raccontare ad Adriana Ivancich quello che è accaduto in quello sperduto paesino di pescatori è anche l’autista dello scrittore. “Sono storie che noi conosciamo già. Le raccontavano i nostri anziani. Come zì Achille Masarone”, aggiunge Angelo Vassallo, sindaco – pescatore di Pollica, della quale Acciaroli è una frazione. Il passaggio cilentano dello scrittore non autorizza però ad immaginare che “Il vecchio ed il mare”, che lo avvicinerà al Nobel, possa essere ambientato nel Cilento. “Santiago – dice Giuseppe Recchia – è anche un po’ Masarone, ma anche certi pescatori cubani”.

riproduzione riservata

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04 Apr 2010

Hemingway nel Cilento. MASARONE. RICORDO HEMINGWAY VENIRE DALLA SCOGLIERA VERSO LA CHIESA DI ACCIAROLI…”

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“RICORDO HEMINGWAY VENIRE DALLA SCOGLIERA VERSO LA CHIESA DI ACCIAROLI…”, QUESTA LA TESTIMONIANZA DI GIUSEPPE MASARONE DEL PASSAGGIO DEL NOBEL AMERICANO NEL CILENTO.

È una calda giornata estiva alla fine di luglio ed Unico ascolta la voce di Giuseppe Masarone, figlio di Antonio Masarone detto “u viecchio”. Dal terrazzo di casa ad Acciaroli di fronte ad un panorama  mozzafiato dominato da un mare blu e d’argento in moto perpetuo, Masarone figlio parla del suo incontro con il Nobel per la letteratura Ernest Hemingway. “Avevo nove anni e ricordo quest’uomo con la barba bionda,… però non bianca come in questa foto (che gli mostro)…arrivava tutti i giorni dalla Scogliera con un giornale sotto il braccio…proprio così” ed imita orgoglioso questo ricordo vivido come altri che ripeterà più volte durante l’intervista il figlio di Antonio Masarone, colui che fu il vero interlocutore diretto di Hemingway.“Veniva a sedersi accanto a mio padre che aggiustava le reti per la pesca, tirava fuori dalla tasca un taccuino e cominciava a parlare con lui. Non era chiaro perché parlava straniero, ma loro si capivano anche con i gesti”.Masarone racconta i particolari di questi incontri, durati per una decina di giorni, che non potevano passare inosservati ad un bambino di un piccolo borgo di pescatori. Enumera le poche famiglie che erano solite recarsi nel borgo in estate allo stesso modo con cui ricorda quello straniero che soggiornava nell’unico hotel esistente, proprietà dei Petillo, “all’epoca gestito da un tale Lombardi, un siciliano pignolo e preciso con la clientela”, puntualizza. Cosa incuriosiva Hemingway? “Ricordo che con gesti, più che con le parole, mio padre gli raccontò della cattura di un pescespada enorme, 1 quintale e 15,…lo portammo a terra, non c’era ghiaccio e così quando il giorno dopo lo trasportammo al mercato a Salerno, purtroppo, era già andato a male e lo dovettero bruciare”. Masarone è più che convinto che lo scrittore americano deve a suo padre l’ispirazione del famoso racconto “The Old Man and the sea” che gli assicurò il Premio Pulitzer nel 1954 spianandogli la strada per il Nobel per la letteratura arrivato solo un anno dopo. “Non è un caso che il personaggio principale (si riferisce a Santiago) si chiamasse “il vecchio” e spiega che  da quando era bambino la gente del posto avevano attribuito al padre il nomignolo di “u viecchio” riferendosi alla sua abitudine di travestirsi da vecchio durante la mascherata, il Carnevale locale, tanto che un giorno suo padre ebbe a dire “non mi sono accorto di essere diventato vecchio perché mi hanno sempre chiamato u viecchio da quando ero bambino”. Tocchi di folklore, ricordi affidati alla memoria, biografia ufficiale e non si intrecciano e lasciano spazio a delle coincidenze che non sembrano affatto infondate e Masarone figlio aggiunge un altro prezioso tassello ad un puzzle che diventa sempre più avvincente. “Dopo due giorni la cattura del grosso pescespada ci capitò un’altra avventura che papà riferì allo straniero”,ovviamente ignaro di quanto potesse essere fondante per la sua produzione letteraria.“Uscimmo con la barca a vela, il motore non funzionava neanche bene, io portavo il timone e girandomi mi sembrò di veder una bandiera. Dietro alla barca in genere c’era una bandiera nera, serviva per segnalare la posizione…Feci notare  a mio padre che quel giorno non l’avevamo esposta e lo informai che comunque vedevo qualcosa muoversi. Lui elaborò e capì che non si trattava della bandiera ma della pinna dorsale di un grosso pescecane, la cui altezza superava la murata della barca e la sua lunghezza di ben sei metri”. Deciso e maestoso il pesce affiancò l’imbarcazione, passò sotto di essa e continuò a corteggiarla per più di mezz’ora…”si allontanava  per circa 200 metri e poi veniva veloce verso la barca. Io mi misi a piangere…papà aveva una pietra in barca e gliela buttò, ma scomparve…forse la ingoiò!” Quel misto di adrenalina e stupore che ancora lampeggia negli occhi di chi racconta deve aver colpito anche Hemingway magari avvinto dalla mimica e dalla gestualità del pescatore!Masarone riferisce, con visibile orgoglio per l’esperienza vissuta  ma anche con un pizzico di delusione, di aver letto  Il vecchio e il mare durante una degenza in ospedale, aggiungendo, “non mi è piaciuto per niente, non è proprio così che mio padre gli ha raccontato di quel pesce”.Invero la sua certezza che vi sia stata un’influenza del racconto del padre non fa una piega e, paradossalmente, è proprio quella  delusione per la mancata fedeltà ai fatti che avallerebbe l’esistenza di tale relazione. Si sa, la creatività di uno scrittore può scavalcare ogni apparenza ed ogni immagine fedele del reale per poter imprimere su carta emozioni ben più profonde rendendole eterne. Trattasi di parole che testimoniano il soggiorno di Ernest Hemingway ad Acciaroli nel 1951, quelle di Giuseppe Masarone,  come significativa è la sua testimonianza della visita della nipote di Hemingway a suo padre negli anni ‘80, senza contare le volte che lo ha  telefonato. E ancora la visita di due giornalisti che “dopo aver intervistato mio padre gli regalarono cinquamilalire e un accendino d’oro che purtroppo non ho mai più ritrovato dopo la sua scomparsa” e ancora la trasmissione di “Sereno Variabile” trasmessa in Germania. Sembrerebbe quasi che la permanenza del Premio Nobel ad Acciaroli si debba per forza affidare ai soli ricordi e al racconto orale mentre, in realtà, le prove del suo passaggio sono anche custodite in scritti dell’autore stesso e dal nipote di Adriana Ivancich. C’è chi ancora oggi nega testimonianze e certezze con argomenti pretestuosi del soggiorno acciarolese di Hemingway, fa capire Masarone, ribadendo un secco…“Hemingway è veramente stato ad Acciaroli…e per due volte!”. La questione è ancora aperta su questo punto, uno o due volte? Certe, invece, le testimonianze esistenti del suo tentativo di trascorrere nella non lontana  Capri una vacanza romantica con la stessa Ivancich, tentativo andato in fumo per via della presenza della moglie Mary che, invece, lo accompagnò da Napoli nel Cilento toccando Pompei, Salerno, Battipaglia e giù fino ad Acciaroli, villaggio che lo incantò al punto tale da scrivere ad un suo amico e alla stessa Ivancich di volerci ritornare. Masarone dice di non saper nulla di tutto questo, ma aggiunge…“ricordo bene quando sedeva accanto a mio padre laggiù dietro la chiesa in riva al mare sorseggiando di tanto in tanto qualcosa da una fiaschetta metallica che portava in tasca”…e nel frattempo con la moglie mostrano le foto di altrettante pesche miracolose che gli sono capitate nel corso di una vita spesa in mare, interrotta solo dal brusco affondamento del suo peschereccio speronato qualche anno fa. Le smentite di chi allora era proprietario dell’unico hotel esistente ad Acciaroli, invece non sono fondate per Masarone. Egli riferisce il fatto che costui non di certo poteva essere informato di tutti gli ospiti che arrivavano da chi realmente gestiva la struttura. Eppure la descrizione meticolosa di Santiago tanto ricorda del volto di Antonio u vecchio!Ad Acciaroli c’è finanche chi “giura di aver visto nei documentari trasmessi dai media la foto di “Antonio u viecchio” di Acciaroli accanto a quella di Hemingway stesso tra i cimeli di caccia e di pesca che il romanziere americano conservava nella propria abitazione. Tra i dubbi di chi da sempre ha affermato il contrario e le certezze di chi ha recentemente  scandagliato  la biografia di Hemingway, non è poi così assurdo accettare l’idea che un grande viaggiatore inebriato di vita come  Hemingway abbia  soggiornato se pur per pochi giorni ad Acciaroli cercando ispirazioni per il suo lavoro? Dopotutto ad Acciaroli, oggi come nel 1951, proprio non mancano quel tocco di magia e quelle suggestioni tipiche di altre mete incantevoli che il nobel americano pur ha lambito nell’arco di una vita a dir poco turbolenta.

Maria Maffongelli

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