Archive for Febbraio 2010

22 Feb 2010

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Dalla cronaca a “Il paese delle ombre”:il Cilento di Oreste Mottola

Mariantonietta Sorrentino

“Sono un cronista, semplicemente un cronista, corrispondente, per la Valle del Calore e gli Alburni, del quotidiano “Il Mattino” e condirettore di “Unico”, la più significativa delle esperienze culturali ed editoriali localizzata a sud di Salerno. Ho esperienze pregresse in altri quotidiani, come ad “Agire”, tali da dire che da vent’anni cerco di dare voce a queste realtà “a Sud”.”
Così Oreste Mottola si presenta in una intervista che vede protagonista “Il paese delle ombre”, suo libro edito due anni fa, ma ancora attuale. Il giornalista, che ha lavorato con Don Angelo Visconti alla fine degli anni ‘80, si occupava con passione ed attenzione della pagina di Eboli per questo settimanale.
Un apprendistato? Certo, e un apprendistato che ha saputo dare i suoi frutti, a ben guardare gli esiti.
Due storie “noir” danno corpo al volume di Oreste Mottola. Sono accadimenti che hanno visto il salernitano come scenario ed il cronista in veste di scrupoloso indagatore.
I fatti. Ultimi mesi del 1938. Prima di scomparire nel nulla lo scienziato Ettore Majorana lascia un segno che sembra concludersi nel 1953 con un rapimento. Stranezza nella stranezza: del rapito ( o sequestrato) non si troverà traccia.
Cinquanta pagine dopo, il giornalista di Altavilla Silentina sposta il lettore nel Cilento, in dettaglio ad Acciaroli. Il movente è “doc”: indagare sull’effettivo passaggio su quella costa dello scrittore americano E. Hemingway che si sarebbe ispirato ai pescatori cilentani per il suo “Il vecchio ed il mare”.
Due storie che si prestano con l’abilità del cronista a narrare i “viaggi” dell’autore per i piccoli e medi paesi del Cilento e dell’Alto Sele dei quali racconta l’umanità oggi al lavoro per evitare che lo spopolamento demografico in atto ne uccida le storie millenarie. Un posto di rilievo nella narrazione, manco a dirlo, lo riveste la natìa Altavilla Silentina.
Dell’ Hemingway in versione cilentana si sta tornando a parlare in questa estate 2009.
Per questo, una intervista ad Oreste Mottola diventa quasi un “must”.
Oreste, il tuo “Il paese delle ombre” presenta un nome che suona paradigmatico: perchè lo hai scelto?
Oreste Mottola: “ Perché vivo in realtà dove è molto presente un piano doppio. C’è un piano visibile, virtuoso, che fa sforzi faticosi per mettersi in evidenza, e poi c’è una realtà oscura dove c’è di tutto. Dal sabotaggio contro coloro che anelano alla modernità, attuato dai “luigini” di leviana memoria, alla vera e propria delinquenza più o meno organizzata. Dove nessuno parla, per fare un esempio, dello scardinamento delle modalità di vita prodotto dal diffondersi, anche qui, della tossicodipendenza e delle “nuove donne” che vengono dall’est e che rivoluzionano la quotidianità di molte famiglie”.
Quando è nata l’idea per questo libro “noir” ?
Oreste Mottola:” Il volume un po’ raccoglie la mia ultima produzione giornalistica meno usurata dall’attualità. A questo ho aggiunto le mie ricostruzioni legate alla scomparsa, avvenuta nel 1938, dello scienziato Ettore Majorana, e ,nel 1953, dell’allora sindaco Lorenzo Rago, avvenuta nella sua città, ossia Battipaglia.
Quanto c’è di vero e quanto di leggendario nel libro che racconta due storie al limite della leggenda?
O.M.: “ Io sono un cronista e cerco sempre di attenermi ai dati di fatto ai quali ho avuto accesso. Sul caso più controverso, ovvero il passaggio di Ettore Majorana nel Cilento, ho intervistato alcuni testimoni, riportati con nomi e cognomi. Su E. Hemingway ad Acciaroli, circostanza decisamente negata da Fernanda Pivano, ultimamente nella nuova biografia, “Hemingway for Cuba”, scritta da Beppe Recchia, i nipoti dello scrittore e di Adriana Ivancich, la sua musa italiana, ricordano il suo racconto dell’avventuroso vaggio che compì verso Napoli e poi il Cilento”.
Cosa, delle due vite di Hemingway e Majorana, ti ha maggiormente incuriosito come giornalista?
O.M. : “Il tema della solitudine esistenziale. Majorana, che pure nel 1938 a Napoli prova a fare il docente universitario ed ha poco più di trent’anni, non riesce a reggere il tran tran della quotidianità. La stessa “simpatia” che sviluppa per l’allora 25enne studentessa salernitana Gilda Senatore non è sufficiente dal trattenerlo per andare incontro alle ombre di un destino che, ad oggi, è ancora ignoto. Non basterà sedere su di una cattedra a Majorana, mentre ad Hemingway non è sufficiente il premio Nobel, il successo economico e mondano. L’uomo ha bisogno di più. Di dare un senso vero alla sua esistenza”.
Altavilla Silentina mi sembra avere un ruolo di spicco nel libro. Cosa , a tuo avviso, il paese ha bisogno di acquisire per crescere più armonico?
O.M. :” Domanda delle cento pistole. Altavilla è un luogo esemplare di questo nostro Cilento. E’ un paese medio, con 7 mila abitanti. Qui la qualità della vita è decisamente buona. Le città, con i loro servizi, sono ad un tiro di schioppo. Ha alcune attività economiche di rilievo.[..] Eppure non riesce ad offrire spazi adeguati ai giovani e, nel 2009, ancora li costringe ad emigrare. Nello stesso tempo i suoi allevamenti di bufale, tra i più importanti d’Italia, sono mandati avanti da un esercito di indiani, tutti originari del Punjab, e i muratori sono romeni. Nelle case le badanti sono ucraine. Nella società qualcosa si è rotto, c’è stato recentemente un caso di omicidio, diversi giovani – ed anche signori attempati – sono stati presi nel gorgo del consumo e dello spaccio di droghe. Ricchezza e povertà coesistono parallele… Poi c’è il drammatico abbandono del nostro patrimonio culturale ed ambientale. Per due secoli da noi sono stati di casa i pittori Solimena. Ecco io vedo una società drammaticamente ripiegata sul presente che ripudia il passato ed anche il futuro… “
Senza affrancarsi dalla necessaria passione civile, ma con la giusta punta di distacco, a questo punto della intervista ad Oreste Mottola non resta altro che commentare con la saggezza di cui erano capaci gli antichi: “Ducunt volentem fata, nolentem trahunt”.

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01 Feb 2010

Alberghiero di Albanella, studenti di Battipaglia aggrediscono ragazzo moldavo

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Alberghiero di Albanella, studenti di Battipaglia aggrediscono ragazzo moldavo

ALBANELLA. "Uno mi teneva e l’altro mi tirava pugni. Tanti. Mi hanno stordito, penso di essere stato lì lì per svenire". O.C., 17 anni, moldavo, è nello studio del suo avvocato per raccontare la brutta avventura della quale è stato involontario protagonista, presso l’istituto alberghiero di Albanella,  succursale del professionale per i servizi "Moro" di Eboli. "Contusione multipla al volto, alla fronte ed al naso, contusione multiple al corpo", c’è scritto nel referto del pronto soccorso di Roccadaspide dove è stato medicato. Guarirà in dieci giorni, hanno valutato i sanitari. "Ad aggredirmi sono stati due ragazzi di Battipaglia, uno dei quali è mio compagno di classe". Il motivo? "Lunedì 25, dopo l’assemblea d’istituto, mentre rientravo in classe, riportando indietro la mia sedia, hanno cominciato a spintonarmi per farmi finire addosso ad un ragazzo disabile. Il fatto mi è sembrato assai odioso e gli ho chiesto più volte, quasi per favore, di smetterla. Sembrava finita lì, invece appena mi hanno visto mettere piede fuori dal portone dall’aula uno di loro mi ha tirato il giubbotto e trascinato al centro del corridoio. Pochi metri ed in due si sono messi contro di me. Il più grande mi colpiva a pugni ed il più piccolo mi manteneva".  O.C. cade a terra, nel frattempo c’è la reazione degli altri studenti, e dei pochi docenti e personale tecnico presente. "Devo ringraziare lo studente della quinta che è il nostro rappresentante d’istituto – racconta – lui si è buttato contro i miei aggressori e mi ha letteralmente tolto dalle loro mani". Il volto di O. è una maschera, appare tumefatto in più parti, e dei primi soccorsi si occupa un docente, Gaetano Zunno, che lo medica e gli disinfetta le tumefazioni. E’ Zunno, con altri studenti, ad insistere per accompagnare con le loro auto il ragazzo presso il vicino ospedale di Roccadaspide. O a voler chiamare un’autoambulanza. O. rifiuta, dice che vuole andare a casa. "Avevo lì il mio scooter parcheggiato nei pressi e non volevo lasciarlo in balia di quelli che mi avevano aggredito", racconta. Però promette che ci andrà subito dopo. Lo studente abita nel paese, ad Albanella, il padre fa il muratore, la mamma è badante a Salerno, la sorella più grande lavora a Napoli. Lui si sente italiano a tutti gli effetti, qui sono le sue amicizie e gli interessi. "Bravissime persone. Lavorano tantissimo", è il commento dei vicini. Al Pronto Soccorso, a Roccadaspide,  ci va subito. Infermieri e medici prendono a cuore il caso e lo sottopongono, oltre a tutte le cure del caso, anche a diversi esami. Ed è il padre, appena rientrato dal lavoro, a decidere che questa storia va chiarita dagli inquirenti. C’è il rischio che tutto possa passare per una rissa tra studenti,  perché magari non si sono trovati d’accordo sull’organizzazione della gita scolastica. "O. è un bravo ragazzo e studente perfettamente integrato nonostante sia in Italia da non più di sette anni. Sappiamo anche la sera spesso fa il cameriere dove lo chiamano per aiutare in famiglia", dice Antonella D’Angelo, l’insegnante che funge da coordinatrice della scuola. Nella scuola, che è frequentato da diversi studenti non italiani, si tende ad escludere motivazioni legate all’intolleranza razziale ed a ricondurre il tutto ad episodi di puro bullismo."Non conosco l’episodio", dice il sindaco Giuseppe Capezzuto, "m’informerò e farò in modo di essere vicino a questo nostro giovane concittadino".   

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