Archive for Settembre 2009

21 Set 2009

Paestum, Poseidonia ancora ricoperta dai campi di mais

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Un giovedì mattina a Paestum, quando l’estate non è ancora finita – così com’è il refrain dell’insonne conduttore irpino di Rai Uno – e l’autunno non è ancora incominciato. Claudio il parcheggiatore è lì a chiedere l’obolo. "Nun c’è cchiù nisciuno", commenta infastidito. Interno dell’area archeologica, nella parte terminale di viale Magna Grecia. Le lingue che si sentono sono di inglesi, olandesi e tedeschi. Gigi Di Fiore, giornalista/inchiestista di vaglia e scrittore affermato, in forza alla redazione centrale de "Il Mattino" è qui per un reportage. "Voglio comportarmi come un normale turista", chiede. Niente appuntamenti prefissati, si naviga a vista.

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21 Set 2009

Capaccio Paestum e la settimana politica

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Le spine dei debiti della società di servizi ed il Puc

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08 Set 2009

Il mio ricordo di Salvatore Paolino. Guidò le lotte contadine nella Capaccio del dopoguerraCondividi

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Il mio ricordo di Salvatore Paolino. Guidò le lotte contadine nella Capaccio del dopoguerraCondividi

ORESTE MOTTOLA orestemottola@gmail.com"Antonio Rubini lo battevo sempre nelle urne nonostante fosse appoggiato dai preti e dagli agrari". Ricordava sempre i primi anni della sua vita politica, Salvatore Paolino, spentosi ieri a 94 anni. Il suo rimpianto è rimasto quello di non essere riuscito a pubblicare "Terra non guerra", la sua autobiografia. Nel 20 novembre del 1949 organizzò l’invasione da parte dei braccianti senza terra di quell’immenso feudo che allora erano le campagne intorno a Paestum come se fosse stata una campagna militare. Tutti erano organizzati in nuclei con coordinatori e responsabili di assoluta. Alla testa c’era lui Salvatore Paolino, già sindaco dal gennaio del 1947. Era tornato dai lunghi anni che aveva trascorso nell’Armir, l’esercito italiano che aveva invaso l’Unione Sovietica, portandosi indietro diversi inizi di congelamento. "Studiai per oltre due anni cosa fare, poi diedi l’avvio alla lotta", raccontava. Due, forse anche tremila, furono coloro che lo seguirono e non indietreggiarono davanti allo schieramento dei reparti della Celere. A Salerno lo fecero arrivare con l’inganno, il Prefetto disse che voleva parlare con lui e gli altri capi della lotta che nel frattempo aveva coinvolto l’intera Piana del Sele. Invece scattò l’arresto e Paolino venne portato nel carcere di S. Antonio. Ci restò due giorni e poi la pressione di Giorgio Amendola e Pietro Ingrao ebbe la meglio e fu liberato. Al rientro a Capaccio tutto il paese lo festeggiò in piazza Tempone. Fu poi la Democrazia Cristiana a gestire le fasi successive della Riforma Fondiaria e Capaccio ne fu fortemente investita con la costruzione di nuovi borghi come Gromola, Spinazzo, Cafasso e Scigliati. Nel 1950 Paolino lascia il Partito Comunista e con alcuni giovani intellettuali (Liuccio e Maffettone) aderisce al movimento di Cucchi e Magnani che osano contestare Palmiro Togliatti. "La rivoluzione passa per Capaccio" è il titolo dell’inchiesta di Giovanni Ansaldo, pubblicata allora da "Il Mattino" a quattro colonne che dà conto di questa dissidenza che increspa il Pci campano e che s’incentra tutta sulla figura di dirigente politico di Salvatore Paolino. "Gridavamo né America né Russia, avanti Italia", evoca Giuseppe Liuccio. Lo ricorda così Pasquale Marino, l’attuale sindaco: "Da agitatore politico a uomo delle istituzioni, ha avuto sempre un percorso coerente e forte, con l’obiettivo dell’avanzamento civile, sociale e culturale delle nostre popolazioni. Le lotte politiche del Dopoguerra sono state il sale della nostra crescita e del nostro progresso, in tutti i campi della vita". L’invasione d’Ungheria del 1956 lo convince a tornare nell’alveo socialista. E’ il periodo che Paolino dirige a livello provinciale la Lega delle Cooperative e poi l’Alleanza dei Contadini. Dal 1956 al 1960 è di nuovo sindaco a Capaccio quando riesce a rimettere d’accordo i comunisti e le due diverse anime socialiste. Si trasferisce a Salerno con tutta la famiglia e va a misurarsi nel più ampio scenario politico provinciale. Qui è i fondatori e gli animatori del circolo culturale "L’incontro" e poi del "Circolo Democratico", insieme a Feliciano Granati, Tullio Lenza, Abdon Alinovi, Pino Lanocita, Roberto Visconti ed Ennio D’Aniello. E’ amico del poeta Alfonso Gatto e di Mario Carotenuto, che volle regalargli un suo ritratto. C’è un periodo dove si misura anche con la gestione di una libreria e di una galleria d’arte. Fonda e dirige giornali come "La sinistra", "Il Sele" e "Tribuna Meridionale". Insomma, non è un "totus politicus", così come Benedetto Croce disse di Togliatti. Da assessore provinciale ai lavori pubblici s’impegna allo spasimo per la costruzione del ponte sul fiume Sele e per quello sul fiume Sammaro, ancora oggi considerato uno dei più ardimentosi dell’ingegneria italiana, che ha collegato gli Alburni con la Valle del Calore, Roscigno con Sacco. Spesso lo si incontrava a passeggio per il corso, con eleganti completi e camicie inamidate con cravatta. Un gentiluomo elegante d’altri tempi, riservato ma sempre disponibile al dialogo. Nella sua casa di Salerno amava ricevere i vecchi amici di Capaccio, e rievocare i suoi i manifesti politici di propaganda elettorale stampati sulla grande carta azzurra di maccheroni di Torre Annunziata che oggi una rarità per i collezionisti. E per pagarsi quei manifesti, ricordano oggi i figli Paolo, presidente del consiglio comunale di Capaccio; Gaetano, avvocato civilista; e Nicola, leader del Sessantotto salernitano; Salvatore Paolino da galantuomo qual era sempre stato, aveva venduto le sue proprietà terriere. I funerali si terranno oggi, a partire dalle 16, presso la chiesa adiacente al Parco Pinocchio. 
Pubblicato da "Il Mattino" nell’edizione di Salerno di oggi 8 settembre 2009Riproduzione vietata    

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02 Set 2009

“Ecco perchè non offrirò mai il caffè agli amministratori del mio paesino di origine”

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"Non offrirò mai il caffè agli amministratori del mio paesino di origine"

Lo confesso, certe volte – se penso a quello che accade nel mio paese d’origine – mi sento come il generale Aureliano Buendìa che partecipò a diciassette guerre perdendole tutte. E lui, quand’era ancora colonnello, ci aggiungeva anche trentadue sollevazioni civili, tutte fallite, inutile dirlo. Il professore Fernando Iuliano potrà spiegarlo a chi di dovere che è l’eroe di "Cent’anni di solitudine", di Gabriel Garcia Marquez. Poi ci sono delle giornate caratterizzate da improvvisi scatti, slalom entusiasmanti e m’illudo di nuovo di rimettermi in pari. Il 9 agosto sarò ad Agropoli, al Castello Medioevale, per parlare della mia produzione culturale, e non ho invitato il mio sindaco a parteciparvi. Di seguito capirete il perchè. Ed ancora: il giorno di Ferragosto il gruppo Rizzoli – Corriere della Sera venderà oltre un milione di copie di una storia ambientata in Africa ma che ha come protagonista un altavillese, Carmine Iorio. La penna brillante di Gian Antonio Stella, giornalista e scrittore di fama, gli ridarà quella rivincita che la fucilazione dell’oasi di Gialo, avvenuta nel 1928, gli negò. Quell’italiano che si trasformò in beduino arabo per agguantare un’identità diversa da quella di "carne da macello" alla quale il colonialismo italiano italiano l’aveva destinato. Un personaggio da film, il nostro Carmine Iorio. Ne ho scritto anch’io, nonostante mio nonno Amerigo intimasse il silenzio al solo sentirne parlare: "Citto!, che è vergogna", diceva. Con altri "maledetti", penso a Francesca Cerniello, l’amante di Gaetano Tranchella, come ai discendenti diretti dell’artista Solimena, hanno contribuito a creare quell’aureola romantica ed avventurosa che permea il nostro paese e che affascina chi ne viene a contatto. E’ soprattutto questo, non l’acqua della Fontana dei "Franci", o i meloni scuri di una volta, che faceva restare sulla nostra collina, per tutta la vita, il forestiero di passaggio. Una politica intelligente di promozione turistica e dei nostri prodotti tipici doveva cominciare da qui. Personalità come padre Candido Gallo, Tesauro Olivieri, Rosario Messone e Francesco Di Venuta dovevano essere coccolate ed agevolate. Gli altavillesi che assicurano professionalità riconosciuta nel mondo dei mass media -, a prescindere da chi scrive queste noterelle, sono in diversi. Tra i quali alcuni giovani molto brillanti e assai promettenti. No, non ci sarà mai un’Oscar per loro, e meno male vista la grancassa un po’ eccessiva, giusta per gli sportivi ma disdicevole per gli uomini di penna, ma vivaddio, un po’ di considerazione in più non guasterebbe. 
La lunga premessa mi serve per arrivare all’ultimo bando pubblico bandito dal nostro comune. Ohibò, nientemeno una selezione pubblica, per selezionare un addetto stampa al quale affidare anche la gestione di alcuni eventi culturali. Logica avrebbe voluto che fra i locali, o almeno con chi potesse sfoggiare genitori indigeni o una moglie del posto, fosse stato scelto il meglio su piazza. Invece no. Eliminato (incredibile!, dicendolo esplicitamente nel bando) con ogni valore al currulum, ai titoli professionali o alle esperienze (pur richieste) si è preferito una nomina "fiduciaria" per un non altavillese. E non si tratta di Vittorio Sgarbi o di Gian Antonio Stella. E’ evidente che al duo Giancarlo Peduto (responsabile affari generali) – Antonio Di Feo (sindaco) è, come si dice in questi casi, sfuggita insieme la frizione e l’acceleratore. In un campo delicato qual è la comunicazione e la cultura si è messo nero su bianco che si preferiva fare una nomina più che clientelare, dalla natura francamente del tutto oscura. Anch’io ho presentato domanda, curriculum e titoli e sic stantibus rebus preferisco continuare a fare ciò che faccio che mettermi a capire cosa passa per la testa a Peduto – Di Feo, ahimè oggi ancora le due figure apicali del mio paese. E poi mi piace essere un po’ vanitoso, immaginarmi come il Buendìa di Marquez. 
I due nostri eroi sappiano che sono forti perchè garanticono un gruppo di potere, una vera e propria poliarchia, che da troppi anni ingessa tutti e tutto. C’è decisamente bisogno di alternanza, di aria nuova, perché la democrazia quando ne è priva così a lungo non funziona, e la deriva che ne segue è spesso costellata non dalla corruzione monetaria (che è sempre comprensibile e finanche socialmente accettabile) ma da quella peggiore, dell’etica individuale e collettiva, che va ad inficiare i modelli e gli esempi ai quali sono molto sensibili le generazioni più giovani. L’immobilismo imposto, la logica del cane che non mangia cane o del scagli la prima pietra solo chi è senza peccato, non sono dimostrazioni di saggezza: ammazzano la capacità di intraprendere ed il valore del merito. Deprimono un’intera comunità. Io mi tiro fuori, esco dal gregge, perché  amo il poeta greco Kavafis, soprattutto quando dice: "E’ bello difendere Termopili/ anche se lo sappiamo che alla fine i barbari passeranno". E noi, i barbari ce li abbiamo in casa. Gli offriamo il caffè al bar, la domenica mattina. Io, se mai l’ho fatto, mi chiamo fuori, giuro che non lo farò più.      

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