Archive for Agosto 2009

31 Ago 2009

Dalla cronaca a “Il paese delle ombre”:il Cilento di Oreste Mottola

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Dalla cronaca a "Il paese delle ombre":il Cilento di Oreste Mottola

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25 Ago 2009

Quella ragazza salernitana che raccolse l’ultima confidenza di Ettore Majorana in fuga

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Quella ragazza salernitana che raccolse l’ultima confidenza di Ettore Majorana in fugadi ORESTE MOTTOLA orestemottola@gmail.com
Una ragazza salernitana di venticinque anni, al tempo studentessa universitaria di fisica, fu l’ultima persona a vedere vivo Ettore Majorana. 1938, lo scienziato scomparve da Napoli e lasciò tracce nel Cilento. Gilda Senatore oggi ha quasi 96 anni ed è stata anche lei, a sua volta, docente universitaria. Il suo racconta non lascia dubbi. "Io ne sono sicura, non si è suicidato. Quella mattina mi disse proprio così: ci rivedremo. Ne riparleremo". 25 marzo 1938: interno dell’Istituto di Fisica dell’Università di Napoli. "Signorina Senatore…", la chiamò semplicemente così per averne l’attenzione e chiedergli di venire in disparte. Lui è il professore Ettore Majorana, uno dei più giovani docenti, lei è Gilda Senatore, la più bella e vivace delle sue studentesse. Majorana senza entrare nell’aula dov’era la giovane, la invitò a raggiungerlo nel corridoio. Lei pensa ad altro, si alza e va. Si è da tempo accorta della simpatia che nutre per lei il 32enne scienziato. "Tenga queste carte, questi appunti – le disse – poi ne parleremo". Majorana si allontana subito, nonostante il "Ma professore…" della Senatore e continua a ripetere "Ne parleremo, quando ci vedremo. ". "La Senatore si trova in mano una carpetta di manoscritti. "Come e perché sia scomparsoì, non lo so. A chi mi che se si è suicidato o ha preferito appartarsi, io di una cosa sono sicura, non si è mai ucciso. Si è voluto sottrarre, per suo desiderio, alla vita civile. Lui non voleva ricevere, era solo interessato a dare. Da uomo di straordinaria intelligenza ha disseminato la sua storia di così tanti indizi, diversi e contrari, da riuscire a non far sapere più a nessuno cosa avesse effettivamente fatto. Vi ripeto: a me disse ci rivedremo. Rispetto alle strade che poteva allora intraprendere io al suicidio non cio credo". In quelle carte c’erano anche le successive due lezioni che il professore doveva tenere. Faceva sempre così, voleva che i suoi studenti fossero messi nelle condizioni di poterlo seguire", racconta Salvatore Esposito, al quale dobbiamo la ricostruzione della vicenda. Per Erasmo Recami, il principale biografo di Majorana, in quelle carte c’è di più, è l’addio frettoloso. "Li lasciò non a chi rappresentava l’Accademia, ma nelle mani di chi per lui probabilmente rappresentava la vita, la sua attiva e affascinante studentessa". Gilda Senatore, nata e cresciuta nel salernitano, oggi ha oltre novant’anni, continua a vivere fra Napoli e Capri, e per una vita ha rimproverato al marito, Francesco Cennamo, già allora giovane assistente a Fisica, di aver consegnato quelle carte a Carrelli, il direttore dell’Istituto che le fece involontariamente sparire o non gli attribuì l’importanza che oggi noi gli diamo. Cosa c’è nelle carte di Majorana? C’è l’esposizione, chiara e sintetica, della teoria della relatività speciale, materia che allora non rientrava nei programmi d’insegnamento. Forse anche quella delle particelle elementari. Lo sappiamo perché uno studente, Moreno, conserverà dei dettagliati appunti che poi passa al figlio che li renderà pubblici. Majorana, oltre alla cottarella per la Senatore, vuole bene ai suoi studenti e lo scrive all’amico Giovannino Gentile, il figlio del ministro, al quale dichiarerà d’essere "contento degli studenti, alcuni dei quali sembrano risoluti a prendere la fisica sul serio". Da quel giorno le tracce di Ettore Majorana si fanno confuse e poi si sfumano in un mistero che è arrivato fino ai giorni nostri. La prima lezione napoletana di Majorana è data 13 gennaio. Per sua espressa richiesta non dovrà avere nessun carattere d’ufficialità, Il Mattino non ne fa parola, contrariamente per quanto avveniva per altri neodocenti, non ci sono ancora gli studenti, ma è una tradizione fredericiana dell’ateneo napoletano, con il nuovo professore che parla ai suoi colleghi ai quali deve dimostrare d’essere meritevole del posto che va ad occupare, c’è anche tutta la sua famiglia nonostante, lui avesse chiesto il contrario. Due giorni dopo Majorana, in Via Tari, ha di fronte gli studenti: quattro ragazze ed un ragazzo, un’eccezione per quei tempi e per di più in un corso di studi scientifici. Sono Nella Altieri, Laura Mercogliano, Nadia Minghetti, Gilda Senatore e Sebastiano Sciuti. Le ragazze, soprannominate "le tre schiave bianche", avevano soprattutto l’obiettivo di "prendersi l’esame" perché erano quasi tutte "fuori corso". C’erano anche degli uditori: don Savino Coronato, Cesare Moreno e Mario Cutolo. "Cutolo veniva perché era invaghito di Nadia Minghetti", racconta la Senatore. Don Coronato poi diventerà il fedele assistente di Renato Caccioppoli. Alla lezione inaugurale il "matematico napoletano" del film di Martone c’era. Majorana è descritto come "vestito di blu", "dall’aspetto triste e perplesso", per strada "salutava e rispondeva gentilmente al saluto e, magari timidamente, sorrideva". Soprattutto Carrelli, si mostrava dispiaciuto dell’esiguo numero di studenti che gli era toccato. Questi, inoltre, non potevano avere l’ausilio di adeguati libri di testo. Majorana si dimostra molto comprensivo. Quando si accorgeva che gli studenti stentavano a seguirlo si fermava e rispiegava lo stesso argomento. Quando prendeva il gesso in mano la sua timidezza scompariva e si trasfigurava, mentre dalla sua mano uscivano con facilità intere, eleganti lavagne di simboli fisici e matematici. Si arriva così velocemente al 25 marzo. Majorana ha già tenuto 21 lezioni. Quel giorno non era prevista nessuna lezione di Fisica teorica. Racconta la Senatore: "Majorana, contrariamente a quanto di solito faceva, venne in Istituto e si trattenne soltanto pochi minuti". Semplicemente per consegnargli quelle carte. E dopo poche ore va a prendere il piroscafo per Palermo. Dopo quel giorno, e per altri 15, Gilda Senatore si ammala e resta in provincia di Salerno dove risiedeva. Non sono i tempi attuali, e la studentessa non saprà subito della misteriosa scomparsa del giovane professore. Al ritorno non fa parola con nessuno della circostanza di quelle carte avute in consegna. Solo alla fine del 1938, quando la Senatore entrò in stretti rapporti con Francesco Cennamo, assistente di Carrelli, la Senatore gliele fa vedere. Cennamo, all’insaputa della Senatore, li mostra proprio a Carrelli. Quest’ultimo, essendo il consegnatario ufficiale di tutti gli effetti di Majorana non li riconsegnerà più a Cennamo. Si perderanno definitivamente. Torniamo allo svolgimento del corso di Fisica teorica. Le lezioni di Majorana si interrompono giovedì 17 febbraio per poi riprendere martedì 8 marzo con l’introduzione al formalismo della Meccanica Quantistica. Alla base dell’interruzione c’è la festività per il Carnevale (presumibilmente dal 24 febbraio al 2 marzo) e gli avvenimenti che Napoli vive in quel periodo: c’è lo sbarco a Napoli di Bruno Mussolini e dei suoi "sorci verdi", l’adunanza dei Fasci Universitari e poi, il 2 marzo, la morte di Gabriele D’Annunzio. Poi l’annunciata visita di Hitler. I primi mesi d’insegnamento universitario di Majorana sembrano scorrere tranquilli, senza apparenti impennate. In particolare, non si trovano conferme alla teoria che lo vuole in fuga perché si è scoperto "inadatto" all’insegnamento ed alla struttura universitaria. Lo scossone arriva il 25 marzo sotto forma di una lettera ad Antonio Carrelli: "…Caro Carrelli ho preso una decisione che era ormai inevitabile. Non vi è in essa un solo granello di egoismo, ma mi rendo conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare a te e agli studenti dei quali tutti conserverò un caro ricordo". Sul tavolo del suo alloggio, presso l’albergo Bologna di via Depretis, da cui esce verso le 17, lascia una busta con l’intestazione "Alla mia famiglia". Nei giorni precedenti ha ritirato lo stipendio dei suoi primi mesi docenza universitaria e si è procurato il passaporto. C’è un buco di oltre cinque ore, perché il traghetto della Tirrenia salpa alle 22.30. A Palermo prende alloggio in Corso Vittorio Emanuele, al Grand Hotel Sole. Qui scrive un’altra lettera a Carrelli, dove revoca i propositi apparentemente suicidi ed annuncia che l’indomani sarà di nuovo a Napoli. Perchè il giovane professore invece di far ritorno a Roma, dai suoi familiari come faceva di solito, ha voluto recarsi in Sicilia, sua terra d’origine? Ma non nella sua Catania, è restato a Palermo. Con chi ha parlato? Ha visto qualcuno? Doveva regolare dei conti? E’ rimasto sconvolto da qualche avvenimento particolare? Non ci sono risposte ad una delle più emozionanti ed oscure storie del ‘900. In un giorno di marzo Ettore Majorana fece perdere, per sempre, ogni traccia di sé.     

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25 Ago 2009

Il Cilento: un male incurabile?, una lettera di Luciano Provenza

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Il Cilento: un male incurabile?

tratto da "DentroSalerno" - 24 Agosto 2009 

 Avv.Luciano Provenza

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24 Ago 2009

Arruolati in una “Gladio” per controllare gli ambientalisti degli Alburni

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Arruolati in una "Gladio" per controllare gli ambientalisti degli Alburni

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24 Ago 2009

Hemingway si prese una sbandata per una bella di Acciaroli e Mary s?ingelosì

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Hemingway si prese una sbandata per una bella di Acciaroli e Mary s’ingelosìIn un libro presentate nuove testimonianze sul soggiorno cilentano dello scrittore americano 

di ORESTE MOTTOLA

Dieci giorni o più, nell’estate del 1951. Hemingway ha davvero conosciuto il Cilento. Nonostante le smentite di Fernanda Pivano. Lo raccontò più o meno così: "Raramente sono stato nel vostro sud. Solo una volta e per puro caso. Dovevamo visitare Napoli ed incontrare un gruppo di amici che non abbiamo visto e così ci siamo messi in viaggio verso Pompei e invece ci siamo ritrovati io e Mary ad Acciaroli, un paesino di pescatori, con facce abbronzate da un sole a scorza di limone. Ricordo di Acciaroli una bella chiesetta secolare, i tetti rossi delle case, il mare azzurro spumeggiante e un buon vino che non ubriaca. E poi… beh spero di rivederla presto". Ernest Hemingway racconta all’architetto materano venuto a trovarlo a Cuba i suoi incontri nel sud dell’Italia. L’architetto vuole portarlo a Matera, per fargli visitare i Sassi, ed immagina un suo racconto o articolo che faccia conoscere al mondo quell’incredibile scenario. Il ricordo di quest’aneddoto è stato tramandato da Bobo Ivancich, nipote di quell’Adriana che fu uno degli amori italiani del grande scrittore. Di lei lo scrittore s’ innamorò pazzamente e con cui visse una tumultuosa (ma per alcuni solo platonica) storia d’ amore che segnò la Ivancich per sempre, fino a condurla a un tragico destino. Giuseppe Recchia è l’autore del libro "Hemingway for Cuba", edito da Shakespeare & Company, dove la rivelazione centrale è che nel ’59 gli americani obbligarono lo scrittore, con le "buone maniere", ad abbandonare Cuba. L’ambasciatore statunitense Phillip Wilson Bonsal esercitò un forte pressione sullo scrittore affinché si dichiarasse contrario alla Rivoluzione Cubana e a Fidel, fino a trasmettergli la minaccia di convertirlo in traditore se non abbandonava l’isola. Ma quello che a noi interessa è portare nuovi tasselli all’ipotesi di una permanenza nel Cilento, precisamente ad Acciaroli, dove trova le atmosfere per scrivere "Il Vecchio ed il mare", che è l’opera che maggiormente lo avvicinerà al Nobel per la letteratura. Giuseppe Recchia è uno che ha frequentato il meglio del mondo e miti letterari come Anais Nin e Italo Calvino, Leonardo Sciascia e Jerome Rothenberg, Claude Levi-Strauss e Larry Durrell. "Hemingway for Cuba" sarà presentato a Napoli, il 28 maggio, alle 18, presso il Salone Rosso della libreria Guida. 

Recchia, allora Hemingway scoprirà Acciaroli per puro caso. Per via di un incontro con la bella Ivancich che saltò… 

"Incontro? No, era qualcosa di più… Hemingway aveva programmato una fuga con Adriana andata a monte perché ci fu un malinteso fra i due a causa della presenza inaspettata di Mary Welsh, la moglie, che non volle restare a Venezia. Il periodo doveva essere fra il mese di agosto e settembre del ’51. Fu così che si mise in macchina con l’autista degli Ivancich per una visita a Napoli perché invitati da nobili napoletani (non vi è riferimento a quali nobili, forse amici del conte Carlo Kechler). Ernest e Mary, arrivati a Napoli, hanno un secondo contrattempo. Non riescono a prendere contatto con i nobili napoletani. Ernest s’infuria e si rimette in viaggio a caso verso Salerno. Vanno a far visita a Pompei e poi scendono per stradine varie a Salerno fino a Battipaglia. Qui si perdono ed arrivano per strade impervie fino ad Acciaroli. Sarà Ernest e lo stesso autista che racconteranno l’odissea a Adriana Ivancich. Ernest, a sua volta, ne accennerà qualcosa durante la visita di Adriana e di Dora Ivancich a Cuba nel ’53". 

E quel poco viene riportato fedelmente nel suo volume "Hemingway for Cuba". Perché non se ne parlò mai più di tanto? E la Pivano s’inalbera pubblicamente? 

"Non poteva certo Hemingway dire in giro a chiunque di quello che era accaduto con Adriana e del pacco che gli fu tirato dai nobili napoletani. Io immagino ben poco per quanto riguarda il viaggio di Ernest Hemingway ad Acciaroli. Nel mio"Hemingway for Cuba", ho dovuto ricostruire alcune scene della vita sulla base di molte testimonianze e fatti che mi sono stati raccontati. Ho dovuto agire a volte come un restauratore di opere d’arte e a volte come un bravo enigmista con l’intuizione per quelle piccole parti mancanti. Certamente Hemingway è stato ad Acciaroli e, conoscendolo, se è rimasto una decina di giorni, vuol solo significare che si è trovato bene, fu accolto bene e questo è certamente un merito della gente di Acciaroli che non lo ha lasciato andar via dopo poche ore, così come lui era solito fare quando non si sentiva a suo agio. Certo posso immaginare anche altre cose. Ma quel che più conta ora è che è reale e non una chimera la sua permanenza nel Cilento".

Chi è quest’architetto lucano…

"I fatti mi sono stati raccontati da più persone fra Cuba e Venezia, compreso Bobo Ivancich, nipote di Adriana . L’architetto è realmente esistito ma è morto. Era di Matera, è scomparso in circostanze abbastanza misteriose". 

Torniamo alle certezze di questa storia così affascinante ed intrigante… 

"L’unica cosa che si sa, perché è documentata, è che Ernest e Mary rientrarono a Venezia dopo una ventina di giorni, dopo viaggi e soggiorni. Si suppone quindi che furono più o meno una decina di giorni quelli passati ad Acciaroli". 

Il soggiorno durò poco perché lì successe qualcosa…

"Sì, Hemingway mise gli occhi su una bella cilentana e la cosa fece arrabbiare Mary che abbandonò Acciaroli e se ne tornò a Napoli. Hemingway fu costretto a raggiungerla lì". 

Lei però non crede all’ambientazione cilentana de "Il vecchio ed il mare". 

"E certamente qualche influenza sul romanzo "Il vecchio e il mare" ci potrà essere stata, Hemingway era uno che si annotava ogni cosa utile al suo lavoro letterario. Io non credo che fu "solo" un pescatore di Acciaroli a fare da "modello" per il personaggio di Santiago nel romanzo che fu alla base del successo del Premio Nobel".

C’è però la decisa presa di posizione di Fernanda Pivano, che più volte ha decisamente negato questo soggiorno cilentano di Ernest Hemingway…

"Fernanda Pivano è un mito intoccabile. E come tale va rispettato. In breve. Avrei dovuto lavorare con lei per la sceneggiatura di un film sulla vita di Hemingway legata al periodo cubano (di cui Nanda Pivano sapeva ben poco se non le poche informazioni datele da Mary Welsh per telefono) ma ho dovuto rinunciare proprio perché le cose fondamentali di E. H. (ivi compresi alcuni segreti) a lei sfuggivano. Ernest non le raccontava tutto ed è facile per molti addetti ai lavori intuirne le ragioni. Molti dei fatti che riguardavano le sue relazioni extraconiugali facevano parte della cassaforte mentale dello scrittore. Se poi Fernanda Pivano avesse ammesso il viaggio al Sud del suo "amato" scrittore, avrebbe dovuto ammettere tante altre cose che Lei, Fernanda Pivano, si negava non solo per mancanza di conoscenza (il che può accadere a qualunque biografo) quanto per un autocensura per quel che riguardava in particolare Adriana. E questo accade soprattutto oggi, contraddicendo persino molte cose che ha scritto a proposito appunto della stessa Adriana". 

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24 Ago 2009

ALBURNI. “I lupi fanno strage dei vitelli delle vacche podoliche

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ALBURNI. "I lupi fanno strage dei vitelli delle vacche podolicheDal Parco del Cilento indennizzi e modalità che fanno infuriare gli
allevatori. "Pronti a fare battute da soli".

di ORESTE MOTTOLA
I lupi degli Alburni vanno all’attacco dei vitellini della mucca
podolica. Il Parco del Cilento paga, e poco come vedremo
successivamente, solo se l’allevatore riesce a ritrovare il 75% della
carcassa del povero vitellino sbranato dai lupi e se la fa
verbalizzare dagli agenti della forestale. Solo che sul pasto dopo il
lupo ci arriva il cinghiale, qualche cane selvatico, ed alla fine è
difficile che avanzi qualche osso. "Allora organizziamo una bella mena
e così abbiamo risolto il problema". Cos’è la mena? "Una battuta di
caccia al lupo. Si facevano una volta. Di prima mattina, centinaia di
persone battevano i boschi dove c’erano le loro tracce facendo rumore
e spingevano il branco in dei passaggi obbligati dove esperti tiratori
facevano fuoco con i fucili. Potremmo rifarle, come disobbedienza
civile e per far rivivere una tradizione". In bocca al lupo, allora.
Sorriso amaro, ironia rispedita al mittente. Non è il caso di metterla
sullo scherzo. Giovanni, chiamiamolo così, bovaro sui monti Alburni,
non si fa fotografare e non vuole comparire in alcun modo. Alle
lettere agli enti, così come alle denunce sui giornali, non crede. I
suoi colleghi, tutti allevatori di vacche podoliche degli Alburni,
sono arrabbiati, ma pensano a vie d’uscita. "Ai lupi vogliamo far pure
mangiare qualche nostro vitello. Dal Parco del Cilento vogliamo degli
indennizzi equi, che facciano star tranquilli i nostri portafogli
delle nostre aziende". Perché, da qualche mese fra Castelcivita, S.
Angelo a Fasanella, Ottati e Corleto Monforte, i lupi sono tornati e
fanno stragi di vitelli. L’anno scorso l’allarme aveva riguardato
Piaggine, la zona del Cervati. C’è un branco nuovo, oppure quell’unica
famiglia di lupi che è segnalata in questa zona si è accresciuta. Va
all’attacco dei vitellini podolici che sono allevati, allo stato
brado, sull’intero massiccio degli Alburni. Rappresentano ancora una
robusta fetta dell’economia, con la produzione caciocavalli e burrini.
E carne buona come non se ne trova più. A finire l’opera, ci pensano i
cinghiali, che qui crescono numerosi. "In pochi mesi ci abbiamo
rimesso oltre centocinquanta vitelli", racconta Daniele Monaco, un
giovane allevatore di mucche podoliche sugli Alburni. Professione e
specie allevata sono a rischio d’estinzione, tanto che la comunità
montana, già da qualche anno, ha lanciato un programma d’adozione. C’è
chi paga duecentocinquanta euro l’anno ed in cambio ha un paniere con
caciocavallo, burrini ed altri prodotti della montagna. Il più
illustre dei sottoscrittori è l’eurodeputato Alfonso Andria. "E’
polvere negli occhi, assistenza, pubblicità per i politici. Pensassero
allo stato delle strade montane. E’ disastroso. Io, come gli altri che
fanno questa mia attività, una volta potevano dire di avere un
capitale per le mani". Ed oggi? "Devo stare accanto ai miei animali
notte e giorno. Sono un giovane, non so fino a quando potrò fare
questa vita". Anche i primi cittadini dei paesi che più vivono di
zootecnia allo stato brado si sentono impotenti.
"Si diffondono perfino voci di ripopolamenti di lupi fatte dal Parco
del Cilento sul nostro territorio. Al comune non risulta niente. Lo
vorrei sapere anch’io. Sono sindaco da non più di tre mesi", racconta
Pasquale Marino, il commercialista che guida Ottati.
"Facciamo causa al Parco", propone Giuseppe Doddato, profondo
conoscitore delle risorse forestali degli Alburni e del Cilento. "E’
giusto tutelare la fauna selvatica. Ma chi deve rinunciare ad una
parte del suo reddito, venga pagato per quel che perde". Ed invece?
"Un nostro allevatore in anticipo paga per il pascolo comunale e gli
affitti dei terreni privati. Così come ci ha messo anni per far
crescere la vacca che darà alla luce il vitellino. Si tratta poi
d’esemplari che hanno normali valori commerciali. Un piccolo di
podolica chi te lo vende? Poi c’è di più, la vacca che perde il
piccolo, proprio perché è allo stato brado, non può essere munta né
con le mani e nemmeno con la mungitrice. Quando cresce il piccolo è in
piena lattazione, è destinata così ad ammalarsi di mastite, e non
potrà più produrre". Doppio danno, allora.
Giuseppe D’Urso allevatore di S.Angelo a Fasanella, arriva con le
carte alla mano. Dal Parco ha avuto una volta 155 ed un’altra 355 euro
di rimborso. A fronte di un mancato guadagno di almeno 2400 euro. "E
meno male che i lupi mi avevano lasciato qualcosa…", sospira. "Ci
dovevo mettere solo un po’ di lavoro di sorveglianza, noi a questi
animali mica gli diamo il mangime o i foraggi", racconta ancora. Per
questo si è fatta scrivere una diffida e l’ha spedita al presidente del Parco: "…gli episodi descritti costituiscono grave nocumento e pregiudizio all’economia familiare dei piccoli
allevatori. E l’indennizzo che ci date non è equo".
"I cinghiali distruggono la cotica erbosa, il prato verde che vedono tutti, sapete
ci metterà almeno 60 anni per riformarsi. Lo dico a chi si ritiene più
ambientalista degli altri", dice Giuseppe Doddato.

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24 Ago 2009

Dalla cronaca a ?Il paese delle ombre?:il Cilento di Oreste Mottola

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Dalla cronaca a "Il paese delle ombre":il Cilento di Oreste Mottola

di Mariantonietta Sorrentino

pubblicato sul settimanale "AGIRE"

"Sono un cronista, semplicemente un cronista, corrispondente, per la Valle del Calore e gli Alburni, del quotidiano "Il Mattino" e condirettore di "Unico", la più significativa delle esperienze culturali ed editoriali localizzata a sud di Salerno. Ho esperienze pregresse in altri quotidiani, come ad "Agire", tali da dire che da vent’anni cerco di dare voce a queste realtà "a Sud"."
Così Oreste Mottola si presenta in una intervista che vede protagonista "Il paese delle ombre", suo libro edito due anni fa, ma ancora attuale. Il giornalista, che ha lavorato con Don Angelo Visconti alla fine degli anni ‘80, si occupava con passione ed attenzione della pagina di Eboli per questo settimanale.
Un apprendistato? Certo, e un apprendistato che ha saputo dare i suoi frutti, a ben guardare gli esiti. 
Due storie "noir" danno corpo al volume di Oreste Mottola. Sono accadimenti che hanno visto il salernitano come scenario ed il cronista in veste di scrupoloso indagatore.
I fatti. Ultimi mesi del 1938. Prima di scomparire nel nulla lo scienziato Ettore Majorana lascia un segno che sembra concludersi nel 1953 con un rapimento. Stranezza nella stranezza: del rapito ( o sequestrato) non si troverà traccia.
Cinquanta pagine dopo, il giornalista di Altavilla Silentina sposta il lettore nel Cilento, in dettaglio ad Acciaroli. Il movente è "doc": indagare sull’effettivo passaggio su quella costa dello scrittore americano E. Hemingway che si sarebbe ispirato ai pescatori cilentani per il suo "Il vecchio ed il mare". 
Due storie che si prestano con l’abilità del cronista a narrare i "viaggi" dell’autore per i piccoli e medi paesi del Cilento e dell’Alto Sele dei quali racconta l’umanità oggi al lavoro per evitare che lo spopolamento demografico in atto ne uccida le storie millenarie. Un posto di rilievo nella narrazione, manco a dirlo, lo riveste la natìa Altavilla Silentina.
Dell’ Hemingway in versione cilentana si sta tornando a parlare in questa estate 2009.
Per questo, una intervista ad Oreste Mottola diventa quasi un "must".
Oreste, il tuo "Il paese delle ombre" presenta un nome che suona paradigmatico: perchè lo hai scelto?
Oreste Mottola: " Perché vivo in realtà dove è molto presente un piano doppio. C’è un piano visibile, virtuoso, che fa sforzi faticosi per mettersi in evidenza, e poi c’è una realtà oscura dove c’è di tutto. Dal sabotaggio contro coloro che anelano alla modernità, attuato dai "luigini" di leviana memoria, alla vera e propria delinquenza più o meno organizzata. Dove nessuno parla, per fare un esempio, dello scardinamento delle modalità di vita prodotto dal diffondersi, anche qui, della tossicodipendenza e delle "nuove donne" che vengono dall’est e che rivoluzionano la quotidianità di molte famiglie". 
Quando è nata l’idea per questo libro "noir" ?
Oreste Mottola:" Il volume un po’ raccoglie la mia ultima produzione giornalistica meno usurata dall’attualità. A questo ho aggiunto le mie ricostruzioni legate alla scomparsa, avvenuta nel 1938, dello scienziato Ettore Majorana, e ,nel 1953, dell’allora sindaco Lorenzo Rago, avvenuta nella sua città, ossia Battipaglia. 
Quanto c’è di vero e quanto di leggendario nel libro che racconta due storie al limite della leggenda?
O.M.: " Io sono un cronista e cerco sempre di attenermi ai dati di fatto ai quali ho avuto accesso. Sul caso più controverso, ovvero il passaggio di Ettore Majorana nel Cilento, ho intervistato alcuni testimoni, riportati con nomi e cognomi. Su E. Hemingway ad Acciaroli, circostanza decisamente negata da Fernanda Pivano, ultimamente nella nuova biografia, "Hemingway for Cuba", scritta da Beppe Recchia, i nipoti dello scrittore e di Adriana Ivancich, la sua musa italiana, ricordano il suo racconto dell’avventuroso vaggio che compì verso Napoli e poi il Cilento". 
Cosa, delle due vite di Hemingway e Majorana, ti ha maggiormente incuriosito come giornalista?
O.M. : "Il tema della solitudine esistenziale. Majorana, che pure nel 1938 a Napoli prova a fare il docente universitario ed ha poco più di trent’anni, non riesce a reggere il tran tran della quotidianità. La stessa "simpatia" che sviluppa per l’allora 25enne studentessa salernitana Gilda Senatore non è sufficiente dal trattenerlo per andare incontro alle ombre di un destino che, ad oggi, è ancora ignoto. Non basterà sedere su di una cattedra a Majorana, mentre ad Hemingway non è sufficiente il premio Nobel, il successo economico e mondano. L’uomo ha bisogno di più. Di dare un senso vero alla sua esistenza". 
Altavilla Silentina mi sembra avere un ruolo di spicco nel libro. Cosa , a tuo avviso, il paese ha bisogno di acquisire per crescere più armonico?
O.M. :" Domanda delle cento pistole. Altavilla è un luogo esemplare di questo nostro Cilento. E’ un paese medio, con 7 mila abitanti. Qui la qualità della vita è decisamente buona. Le città, con i loro servizi, sono ad un tiro di schioppo. Ha alcune attività economiche di rilievo.[..] Eppure non riesce ad offrire spazi adeguati ai giovani e, nel 2009, ancora li costringe ad emigrare. Nello stesso tempo i suoi allevamenti di bufale, tra i più importanti d’Italia, sono mandati avanti da un esercito di indiani, tutti originari del Punjab, e i muratori sono romeni. Nelle case le badanti sono ucraine. Nella società qualcosa si è rotto, c’è stato recentemente un caso di omicidio, diversi giovani – ed anche signori attempati – sono stati presi nel gorgo del consumo e dello spaccio di droghe. Ricchezza e povertà coesistono parallele… Poi c’è il drammatico abbandono del nostro patrimonio culturale ed ambientale. Per due secoli da noi sono stati di casa i pittori Solimena. Ecco io vedo una società drammaticamente ripiegata sul presente che ripudia il passato ed anche il futuro… " 
Senza affrancarsi dalla necessaria passione civile, ma con la giusta punta di distacco, a questo punto della intervista ad Oreste Mottola non resta altro che commentare con la saggezza di cui erano capaci gli antichi: "Ducunt volentem fata, nolentem trahunt". 

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24 Ago 2009

AMERICA 1892 – Serre: Angelo Cornetta condannato a morte.

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di Oreste Mottola

"Ti giuro che sono innocente: io non aggio acciso nisciuno". 1892, New York, a sei giorni dall’esecuzione di una condanna a morte, un gruppo di giornalisti va ad intervistare colui che da lì a poco sarebbe stato strozzato con l’impiccagione. Fra di loro c’è un reporter italiano."Angelo Cornetta era un povero e ignorante suonatore d’organetto, nativo di Serre di Persano, in provincia di Salerno, il quale in età di ventiquattro o venticinque anni era emigrato in America, come fanno tanti. Sei o sette anni dopo egli conviveva a New York con una irlandese che un giorno si ammalò e che prima di morire all’ospedale lo accusò di averla orribilmente maltrattata". Comincia così la storia. A raccontarla è Adolfo Rossi, giornalista veneto, in uno dei capitoli di "Nel paese dei dollari, pubblicato una sola volta in Italia, dai fratelli Treves a Milano.
L’obiettivo dell’autore è di spiegare agli italiani "la vita giornalistica americana". Per farlo l’autore , l’autore, usa la
disgraziata avventura americana di un emigrato italiano che viene messo a morte, e la sua condanna eseguita, senza che il malcapitatoarrivi a rendersene conto.
Ad Angelo Cornetta il sogno americano va di traverso. Il primo processo non riuscì a chiarire se la sua convivente fosse morta naturalmente, magari per abuso di alcool, o per le sue bastonate. Viene così a due anni e mezzo di carcere.
Rossi lo va a trovare in galera. E lo intervista. "Io stavo per strada tutto il giorno a suonare e lei si beveva tutti i nostri soldi. Furono le bevande che la uccisero".
A due mesi dalla fine della pena, succede l’imprevisto. Cornetta viene mandato a sbucciare patate nelle cucine del carcere. Un diverbio con un altro detenuto, un irlandese che ce l’ha con gli italiani, che lo insulta. . "L’irlandese mi si gettò addosso e con il coltello, mi menò un colpo che parai, riportando una leggera ferita alla mano destra.
Guardate, (e mostrò la mano che conservava la cicatrice). Appena vidi il sangue, brandii io pure il coltello e glielo ficcai nel cuore". Ed arrivò, inesorabile, la condanna a morte.
"A morte, io? – diceva sbarrando gli occhi- . Ma giammai? Non sapete che ho tirato a colui per difendermi? Non capite che stavo per uscire di prigione quando avvenne la lite? Dovevo farmi ammazzare come una pecora? Potevo subire in pace tutti gli insulti di cui quell’uomo mi colmava?".
Alla pronuncia della sentenza andò su tutte le furie: tentò di suicidarsi tagliandosi la gola con un ferro acuminato che aveva strappato alla porta della cella. I secondini se ne accorsero subito e gliela strapparono di mano, la ferita di cornetta fu leggera. Poi rifiutò il cibo. Ed impazzì di dolore ben prima dell’esecuzione.
Qualcuno tentò di salvarlo come un unico gruppo di cittadini che era a conoscenza della situazione della sua situazione psichica. Non ci fu niente da fare. "La giustizia americana era soddisfatta: aveva strozzato un pazzo furioso", così scriverà nel 1892 Adolfo Rossi.

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24 Ago 2009

Altavilla. Storie d’amore con trasporto escluso – by Giulia

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Il comune di Altavillatraz non ha bisogno di corpi speciali per effettuare leronde: si serve della popolazione stessa, costretta per cause di forza maggiore alpiantone del territorio. Se si è senza ruote, lasciare il paese è ogni volta un’impresa. I trasporti pubblici altavillatrazzesi lasciano molto a desiderare… anzi, a piedi… Infatti perso un pullman non ce n’è un altro e la sera l’ultimo bus parte come i cartoni alle h16.30. Che bisogna munirsi del titolo di viaggio a terra è legge uguale per tutti i trasporti pubblici, ma "a terra" ad Altavillatraz non è facile trovare tali titoli: di bigliettaio autorizzato ce n’è uno solo e spesso mal fornito. Le fanciulle alle prime armi si improvvisano autiste in cerca della loro indipendenza. Ma spesso a subire gravi contusioni è la fauna selvaggia poco attenta alle norme del codice della strada… come nel caso del bernoccolo provocato all’ignaro Gufo dall’Amika al volante. In caso di storia d’amore con uno straniero di Altavillatraz, le ragazze del villaggio devono lavorare di più di battiti di ciglia, ai fini di conquistarsi un posto in… macchina. Se un ragazzo viene a prendere una donzella altavillese, viene automaticamente insignito dellamedaglia d’oro al merito civile, come preannuncia il cartellone bianco all’ingresso del centro abitato… Se in Francia danno raccapriccianti feste in onore del re Silvio, e a Trentinara organizzano la festa del pane, ad Altavillatraz tutto tace… E se a Sant’Antonio, l’unica grande festa altavillese, si raggiunge il culmine di cattolici praticanti e di confessioni, intervistando per TeleSalernoUno il sindaco di Trentinara, gli propongo di indire una giornata di confessioni per diventare buoni come il pane… A questo punto mi chiedo: ma le confessioni le faranno anche allaescort nazionale D’Addario e alle altreintelligentissime donne di destra che sculetteranno alla festa "I love Silvio"?Ah giusto! Quelle si chiamanointercettazioni! Quest’estate comecompagne di avventure non ho più solo una, bensì 3 Marie. Il Gossip nazionale ci trascura, perché è impegnato con il nuovo status single diSilvietto e la sua Escort, ma ad Altavillatraz in prima pagina figura la targa bergamasca di una Ford (nonEscort!) con cui 4 misteriose ragazze organizzano le fughe serali! Raccapriccianti, almeno quanto il suddetto, le occhiate insistenti di rattusi piazzaioli professionisti, nonché l’involucro di fette biscottate col classico "Sei BeLiSima!", rinvenuto sul parabrezza… Non mancano poi le tecniche diosservazione degli Spioni-impiccioni: quelli che… "a chi si’ figlia?". Che ci chiamino Spice Girlsle Charlie’s Angels o il gruppo elettrogeno, ci accomuna il solito I like pariare! E vige sempre la legge del "Pariamm & Sciampagnamm" coi succhi di frutta però! ♫ ♬ ♩ ♭La la la la lalaaaaa… Just do it do it do it! ♫ ♬ ♩ 

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24 Ago 2009

Arte & Dintorni: Altavilla Silentina, il borgo medioevale ?dimenticato?

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venerdì 21 agosto 2009

altavilla silentina borgo medioevale dimenticato.jpgdi MARCELLO MOTTOLA

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