- di Fernando Bello -
“Presso la spiaggia del golfo di Salerno, 18 miglia a scirocco di questa città, seggono le mura ed i templi di Pesto, già Posidonia o città di Nettuno, città antichissima, celebre un tempo per le sue rose che due volte all’anno fiorivano, pel riso del suo cielo e pel tepore de’suoi verni che vi traeva a villeggiarvi i doviziosi a’tempi di Roma imperiale. Chi innalzò quelle poderose colonne e que’ superbi architravi su cui tanti secoli sono trapassati e tanti possono trapassare ancora se la mano dell’uomo non li rovescia?”
Così scriveva il Mazzocchi in una raccolta enciclopedica e scenografica nel 1836.
In quasi 180 anni, molte cose sono cambiate, ma l’emozione di tornare in “Paestum” resta la stessa.

Anche se “la mano dell’uomo” tante cose buone ha fatto, altrettanto cose cattive si vedono effettuate.
Come si può, tanto per fare un esempio, tagliare a metà un bellissimo Anfiteatro Greco, per costruirvi sopra una strada? Solo la scellerata ignoranza di alcuni può tanto scempio nei confronti dell’arte e della cultura. Oppure la continua profanazione delle tombe, con vendite private per trenta denari, e tanti “Tesori” di cui Paestum (forse) non potrà mai fare sfoggio. Tantissimi sono i reperti clandestini in giro per il mondo, non apprezzati per la loro straordinaria storia. Un conoscente mi raccontava di aver visto reperti pestani negli Stati Uniti, in un normalissimo negozio, e non erano certo souvenirs del posto.
Questa mia irritazione è dovuta anche al fatto che io amo questa città, e non vederla nel suo splendore mi amareggia.
Molti hanno scritto di Paestum, e molti ne scriveranno ancora, quindi non posso né paragonarmi a storici, né sostituirmi a loro, ma a differenza di molti, scrivo con partecipato impulso sentimentale, perché figlio di questa terra.
Paestum è senza dubbio un misto tra mito e storia. Il geografo Strabone ci narra che Giasone, guidando gli Argonauti che percorrevano i mari in cerca di avventure, sostò alle foci del fiume Sele e qui fondò il santuario in onore di Hera Tessala, che già Omero ricordava come loro protettrice.
Ma al di là della leggenda c’è la storia, e spesso il mito è la versione ed interpretazione poeticadi antichi fatti sfocati per la lontananza, ma pur sempre con un fondo di verità.
Ma la storia ci racconta ben altro, ma soprattutto va ben oltre.
La leggenda delle origini e della fondazione della città è piuttosto complessa e dà luogo tuttora a discusse interpretazioni basate sulle poche notizie in nostro possesso.

Già in Età Paleolitica, al di là del fiume, nella parte sinistra della Piana del Sele (oggi Piana di Paestum), erano affiorati reperti di nuclei preistorici, e quindi Paestum era centro abitato già in Età Eneolitica fino all’Età del Ferro e del Bronzo. In seguito la fertilità, la grandezza, la foce del fiume ricco di acque e il facile e sicuro approdo delle navi fecero della piana una delle principali tappe del Mediterraneo già nel II millennio a.C., un tramite tra l’Oriente e l’Occidente, favorendone la fioritura.
Verso la metà del VII secolo a.C. la città di Sibari, che nella Magna Grecia aveva una posizione di predominio economico e commerciale sul Mar Tirreno, creò alcune stazioni commerciali, la più settentrionale delle quali alla foce del fiume Sele e fondarono un santuario in onore di Hera. Lo sviluppo economico dovuto alla presenza sibaritica e i transiti commerciali con popolazioni anche interne fecero sì che Paestum divenisse un polo di attrazione, con conseguente fenomeno di urbanizzazione.
In breve si formò una vera e propria città che i greci chiamarono Poseidonia. Il periodo di maggior splendore Paestum l’ebbe tra il 560 e il 440 a.C. e fu proprio in quel tempo che la città si arricchì di monumenti come la Basilica (550 a.C.), il Tempio di Cerere (500 a.C.), ed il Tempio di Nettuno (450 a.C.), il più bello, il meglio conservato, l’esempio più alto di architettura greca in Occidente.
Nella sua inarrestabile espansione, Roma non poteva non volgere lo sguardo alla Magna Grecia, e fu così che la sottrasse alla confederazione lucana fondandovi una colonia di diritto latino che chiamò Paestum, nome con il quale ancora oggi conosciamo questo luogo.
I rapporti tra le due città furono sempre molto stretti. Roma si limitò a chiedere alla sua colonia navi e marinai in caso di bisogno. E da parte sua, Paestum non venne mai meno ai legami che la stringevano all’Urbe: gli aiuti che mise a disposizione ebbero un ruolo fondamentale durante la Prima e la Seconda Guerra Punica. Fornì navi cariche di grano ai romani assediati da Annibale entro le mura di Taranto.
Paestum fu una delle poche città ad avere il consenso romano di coniare una moneta propria, di bronzo, con la leggenda P.S.S.C. (Paesti Signatum Senatus Consulto).

Ma come il tutto non dura, anche Paestum si avviò inevitabilmente al declino. Nello scorcio del I secolo a.C. e nella prima metà del I secolo d.C., quando ancora imperversava il benessere, si cominciò ad accusare un inconveniente che avrebbe provocato una grave crisi di decadenza ed il conseguente abbandono della città. E’ ancora Strabone che ci dice che un fiume che scorreva vicino alla città (oggi Salso) rese il territorio poco salutare, sino a formare una palude. Questo e altri fiumi della pianura dovettero risentire in modo molto grave della graduale distruzione degli alberi dei monti interni, disboscamento che cominciò in età romana quando la necessità di allestire una flotta militare e poi commerciale spinse Roma a tagliare i pini lucani, utilizzati per la costruzione delle navi.
Sia o no stata questa la causa del ristagno delle acque nella pianura, è certo che il Salso cominciò ad invadere le campagne ed anche la città. I pestani cercarono di innalzare le quote delle strade, le soglie di accesso alle case, intrapresero opere di canalizzazione; tuttavia il fenomeno fu inarrestabile, aggravato dal fatto che queste acque, essendo molto ricche di sostanze calcaree, via via che allagavano depositavano sedimenti tali per cui si creava una incrostazione dello spessore anche di mezzo metro. L’allagamento si estese sempre di più, restringendo l’area abitabile. Le sorti di Paestum erano ormai segnate, anche perché la città fu tagliata fuori dalle grandi rotte commerciali. Ben presto gli abitanti, costretti dalle acque stagnanti, abbandonarono la città per insediarsi sui pendii dei monti, fondando l’attuale Capaccio (Caput Aquae).
Per secoli si perse il ricordo di questa città, si ignorarono i Templi.
Solo nel Seicento, negli studi storici napoletani, cominciò ad apparire di nuovo il nome di Paestum. Diffondendosi la conoscenza di questa antica città, Carlo III, sovrano napoletano, fece costruire una nuova strada che attraversava tutta la pianura. Verso la metà del Settecento esplose l’interesse per questo luogo suscitando la curiosità e per certi versi la scoperta dell’architettura dorica.

Questa città ormai richiamava l’attenzione di studiosi e artisti, primo fra tutti Goethe, che nel silenzio dei luoghi e lo squallore della piana, ebbe forse il più impressionante incontro con l’antico. Con Goethe nacque l’ideale romantico di Paestum. Molti viaggiatori fecero dei Templi una meta sognata, i colori cangianti delle Colonne del Tempio di Nettuno, alla luce del sole al tramonto, costituivano un ricordo indelebile del loro viaggio. Si rinnovò il mito delle rose di Paestum, quelle rose ricordate da Virgilio, da Ovidio e Propezio. E come non citare Marziale, che le associava alle labbra purpuree delle fanciulle, e infine il Tasso, memore del “suol che abbonda di vermiglie rose”.
Ma non solo poeti. Nella seconda metà del Settecento Paestum ha ispirato disegnatori e incisori, basta ricordare il Piranesi con la sua splendida serie di incisioni.

Poi di corsa arriviamo ai giorni nostri. Oggi Paestum è sicuramente mèta di molti visitatori, di ogni ceto sociale, per ogni tipo di interesse. C’è una spiaggia bellissima, c’è il “giglio di Paestum” che ha pensato bene di nascere solo in questa località, un’agricoltura fiorente, allevamenti di bufale che sembrano nate per gli amanti della mozzarella e dei formaggi, hotel da due a cinque stelle, per tutte le tasche, con una ospitalità quasi perfetta.
Nelle notti di maggio non si riesce a distinguere dove finisce il cielo e dove inizia la terra, talmente numerose sono le “matacatasce” (lucciole) che illuminano questo posto. Ricordo che la stagione balneare iniziava a maggio e finiva ad ottobre, ma oggi sembra che il ”clima“ stia cambiando. L’uomo non ha la possibilità di vincere la natura, può solo salvaguardare i resti che essa gli concede. Paestum, la Piana degli Dei, è la testimonianza tangibile di un passato che ha contribuito a decretare il nostro presente, la nostra cultura, sarebbe uno scellerato errore dimenticarci di questo. A volte corriamo il rischio che correre troppo in fretta dietro al “progresso” ci faccia mettere da parte l’importanza della tutela dei nostri beni artistici; questa città è patrimonio dell’umanità intera, ci è stata affidata dai nostri avi, noi siamo solo i custodi e sacerdoti dei nostri Templi. Conservando il nostro passato conserveremo le basi per costruire il nostro futuro e il futuro delle generazioni che verranno.
D’altronde non è un caso che un tempo Paestum fosse la residenza degli Dei.
“E’ come se un dio, qui, avesse costruito con enormi blocchi di pietra la sua casa”
(Friedrich Nietsche)