Martedì 15 maggio alle ore 21.00 presso la ” Casa della Cultura” di Milano in via Borgogna, 3 si terrà la presentazione della raccolta “Il capo sulla neve – Liriche della Resistenza” di Alfonso Gatto, con la prefazione di Andrea Camilleri.
Il capo sulla neve – Liriche della Resistenza è una delle opere più importanti di Alfonso Gatto. Un’ antologia che raccoglie, tra gli altri, due risultati di irripetibile levatura quali “A mio padre” e “Per i martiri di piazzale Loreto”, forse le poesie più note dell’autore salernitano. Il quaderno primigenio costava duecento lire ed era il numero due di “Milano sera”, un importante quotidiano diretto da Corrado de Vita, all’interno recava una prefazione di Massimo Bontempelli ed una premessa di Gatto stesso. La riedizione 2012, allega una straordinaria prefazione di Andrea Camilleri ed una lettera di Italo Calvino ad Alfonso Gatto in quarta. A impreziosire la raccolta una copertina di Tanino LIberatore, visionario disegnatore, tra gli inventori delle nuove immagini e delle nuove narrazioni a cavallo degli anni ’70 e ’80.
Parteciperanno Maurizio Cucchi, tra i più importanti ed autorevoli critici letterari italiani; Gianni Mura, giornalista e scrittore, già prefatore della raccolta “La palla al balzo” di Alfonso Gatto nel 2006, ora anche direttore della rivista “E”, mensile di Emergency. L’attore Bebo Storti, infine, leggerà alcune liriche dedicate alla città di Milano e alla Resistenza milanese. Interverranno inoltre Giorgio Ubaldi, nipote di Eugenio Curiel, medaglia d’oro della Resistenza e compagno di Gatto, e Filippo Trotta, responsabile della Fondazione Alfonso Gatto organizzatore, con Casa della Cultura, della serata oltre che curatore dell’opera.

Parlami d’amore ragù, il viaggio storico – gastronomico di Rocco Moliterni tra memoria e identità raccontanto in un libro edito da Mondadori.

Può mai parlare d’amore il ragù? E perché mai i calamari hanno ormai le tasche piene? Come in un’inchiesta a ritroso le ipotesi e gli indizi sul tavolo sono molti. La cucina italiana, si sa, è ricca di inganni o meglio di sorprese. Lo sa bene Rocco Moliterni – giornalista e responsabile della rubrica Il Bello & il Buono della Stampa– autore di questo libro dal sapore spiccatamente risorgimentale e che dal Risorgimento parte per ricordarci, sul filo dell’ironia e dei ricordi, che l’Unità d’Italia è stata in realtà una bella frittata e che – dopo un secolo e mezzo dall’epopea risorgimentale – una cucina italiana non esiste ancora e, forse, non è mai esistita.

Esiste piuttosto una cucina degli italiani, così diversi nel loro modo di percepire la propria identità e i colori della vita di ogni giorno. Stando ai sondaggi per il 150° anniversario dell’Unità nazionale, due italiani su tre sono orgogliosi di essere tali, quando si tratta di spiegare perché, tutto si fa più complicato. Non abbiamo però per fortuna alcun dubbio, dal nord al sud che il rosso nel tricolore della nostra bandiera sia quello del pomodoro.

Forse questo libro che parla di ricette di una volta, di odori e di sapori che non ricordiamo più, può aiutare a chiarirci le idee. In un mondo che va sempre di fretta e dove la cucina è molto di moda, c’è finalmente una voce che va fuori dal coro e che riesce a parlare di cibo senza prendersi troppo sul serio con leggerezza e semplicità, soprattutto, attraverso uno sguardo autentico e originale.

Parlami d’amore ragù è un viaggio tra la storia patria, i ricordi e le memorie care dell’infanzia. Così se non conosciamo quali piatti hanno fatto l’Italia negli ultimi 150 anni, potrebbe interessarci sapere che l’allegra finanziera (piatto povero della cucina contadina piemontese) piaceva molto a Cavour, il più gourmet dei personaggi storici ritratti da Moliterni o che la celebre tarantella ‘O Guarracino potrebbe diventare un manifesto di Slow Fish. E cosa dire poi di Mazzini? A un certo punto della sua vita si è trovato a fare import-export di prodotti italiani a Londra, mettendo davvero in pratica quella che da sempre è la nostra arte di arrangiarsi.

E allora cos’altro è il ragù, verrebbe da chiedersi, oltre ad essere il titolo di questo libro? Un rito prima di tutto che bisogna provare a fare almeno una volta nella vita. Un rito che parla di noi, di sentimenti e di affetti familiari. Un rito che ha trovato posto anche nel teatro di Eduardo De Filippo, che questo ragù amatissimo lo ha letteralmente messo in scena nella bella commedia Sabato, domenica e lunedì, cucinandolo però con un piccolo accorgimento: per fare arrivare l’odore fino all’ultimo spettatore aveva fatto mettere dietro le pentole dei ventilatori che soffiavano verso la platea.

Allora non rimane altro che leggere senza più chiederci perché – come ha scritto Leonardo Sciascia – gli italiani così ossessivamente si interrogano, si ritraggono, si autoritraggono nella consapevolezza che non è colpa dello specchio se i loro nasi sono storti. Rispondere a questa domanda è, infatti, praticamente impossibile.

Ne riparliamo tra altri 150 anni con l’augurio di non trovarci ancora divisi tra chi inneggia senza un perché alla buona cucina e ai musei a cielo aperto e chi invece, come Rocco Moliterni, si impegna con intelligenza ed equilibrio a demolire gli stereotipi di una Italia troppo spesso giudicata ingiustamente immatura e provinciale.

Prezzo del libro: 16 euro

Rosa Russo

l luogo

Solitario e imponente:
da Goethe a Gropius l’attrazione fatale
per il tempio di Segesta

 

Per quanto incredibile possa sembrare, le vestigia della Magna Grecia, con i suoi templi che nemmeno nella Grecia stessa sono così ben conservati, hanno cominciato ad essere esplorate soltanto verso la fine del Settecento. Erano sotto gli occhi di tutti, ma nessuno le vedeva. La loro «scoperta» si deve alla moda del Grand Tour, le cui mete principali erano Roma e Napoli. Difficilmente i viaggiatori si spingevano nelle regioni più a sud – Calabria, Puglia e Sicilia – faticose da raggiungere attraverso strade disagevoli e territori abitati da popolazioni sospettose. Solo in pochi, e fra questi Goethe, arrivavano fino alla Sicilia, ma finalmente i templi dorici di Paestum, Siracusa, Agrigento e Segesta cominciarono ad essere studiati.

Tuttavia, soltanto Paestum divenne a un certo punto meta quasi obbligatoria e dei suoi templi circolavano le incisioni di Piranesi, le tele dello Joli, gli acquerelli di Giovanni Battista Lusieri. Per le rovine più a Sud le testimonianze visive continuavano ad essere rare. Certo nell’Ottocento le visite degli artisti si moltiplicarono, come dimostrano per esempio i lavori di Thomas Cole, ma fino a tutto il XVIII secolo esistevano poco più dei disegni seicenteschi di Schellinks sulla Calabria, le illustrazioni per il Voyage pittoresque dell’Abbé de Saint-Non oppure le vedute pugliesi, molisane e abruzzesi di Ducros. L’unico «reportage» sistematico, grazie alla committenza reale, era la serie dei Porti del Regno e dei Siti Reali dipinti di Jakob Philipp Hackert. Costui, fra i più eccelsi vedutisti, nel 1777 accompagnò l’antiquario, connoisseur e collezionista Richard Payne Knight, assieme a Charles Gore, in un viaggio attraverso la Sicilia imbarcandosi a Napoli e facendo tappa a Paestum, a Palinuro e alle Eolie per sbarcare infine a Milazzo.

 

Nella veduta ottocentesca di Segesta di Thomas Cole il fascino dei luoghi per gli artisti del tempo (nel dipinto il pittore al lavoro)

Trentanove disegni di Gore e Hackert sono oggi conservati al British Museume fra essi c’è un acquerello di Gore, ricco mercante dello Yorkshire, disegnatore dilettante e collezionista, che riproduce il tempio della Concordia di Agrigento prima del restauro del 1788.

Anche di Hackert abbiamo un acquerello che mostra il tempio di Segesta poco prima dei restauri eseguiti fra il 1779 e il 1781 sotto Ferdinando I di Borbone. Fino ad allora era rimasto quasi sconosciuto anche se la sua localizzazione era avvenuta nel XVI secolo ad opera del domenicano Tommaso Fazello che, girando a dorso del suo mulo guidato dai testi di Tucidide, Polibio, Strabone e degli altri classici che potevano metterlo sulle tracce, identificò, pare, l’80 per cento delle antiche città siciliane.

 

Un gruppo di visitatori di oggi e «l’abbraccio» di un turista a una colonna del tempio dorico innalzato tra il 430 e il 420 a.C. in stile dorico

Poco prima di Goethe, aveva visitato Segesta anche il più noto viaggiatore francese in Sicilia nel Settecento, Jean-Pierre Houël, il quale, in un passaggio dei suoi quattro volumi di viaggio, scriveva: «Via via che mi avvicinavo, cresceva il fascino che aveva su di me l’aspetto imponente dell’edificio. Isolato sulla collina, circondato da una campagna deserta, la nobile semplicità dell’architettura viene maggiormente valorizzata».

Chi è stato a Segesta sa quanto quelle emozioni siano ancora oggi le stesse. E la conferma che non siano solo «romanticherie», arriva da Walter Gropius, l’architetto tedesco protagonista del Movimento Moderno e fondatore del Bauhaus, che nel 1967 visitò Segesta lasciando scritto: «I Greci avevano veramente capito le leggi dell’armonia. Questo tempo felice dell’architettura greca, da Paestum fino alla Sicilia, è uno dei più alti, forse il più alto tempo dell’architettura; e posso ben dirlo io, dall’alto dei miei 84 anni di età».

Francesca Bonazzoli

Agropoli, regalo speciale per il sindaco Franco Alfieri

Agropoli, regalo speciale per il sindaco Franco Alfieri

ore 13:14 -

Una sciarpa e una grande bandiera tricolore realizzate a maglia. E’ il dono che Nunzia De Gennaro, quasi centenaria, ha destinato a Franco Alfieri, da pochi giorni rieletto sindaco della città di Agropoli. I regali sono stati consegnati al primo cittadino agropolese personalmente dalla signora che ha così voluto omaggiare, in modo tutto personale, il successo di Alfieri alle ultime elezioni amministrative. Lo ha fatto alla presenza dei suoi parenti presso l’abitazione di Viale Lazio.

«E’ il regalo più bello che potevo ricevere – il commento del sindaco Franco Alfieri – Mi ha emozionato tantissimo. E’ la testimonianza di affetto più bella, perchè va al di là degli aspetti amministrativi o politici. Dopo il grande successo elettorale, questo è uno di quei momenti che riempiono di orgoglio, soprattutto chi ha responsabilità quotidiane sul benessere della comunità. Ringrazio la signora Nunzia, che ha personalmente realizzato la sciarpa e la bandiera che custodirò con gelosia. Alle tante persone come la signora Nunzia della nostra città è rivolto il mio pensiero e quello dell’intera amministrazione. E’ a loro che continueremo a dedicare molta parte della nostra azione amministrativa».

di LUCIANO PIGNATARO.
Il Pian di Stio 2011 è fatto da un allevatore e imbottigliato in curiosi recipienti da mezzo litro. Ma non è per questo che si fa preferire. Luciano se lo beve sulla pasta con i piselli e lo aggrega alla nostra cambusa…

Uva: fiano.
Fascia di prezzo: da 5 a 10 euro la bottiglia da mezzo litro.
Fermentazione e maturazione: acciaio.
Vista: 5/5. Naso 22/30. Palato: 24/30. Non omologazione 30/35
Il Fiano più a Sud della Campania: nasce in un paese che si chiama Stio a 450 metri di altezza, nel cuore del Parco Nazionale del Cilento da agricoltura biologica.
E’ da questa proprietà, nella quale oltre alla vigna ci sono il bosco, la coltura delle patate e dei fagioli, l’ortofrutta e gli olivi, che è partita l’avventura di Peppino Pagano, imprenditore di successo del settore alberghiero che ha avuto la fortuna di un figlio capace di prendere il suo posto che gli consente di dedicarsi alle cose che gli piacciono: l’agricoltura ecocompatibile e l’allevamento delle bufale.
Così la cantina è vicina al vigneto terrazzato da cui si vede anche Capri: allevamento e produzione di concime. Una filosofia di vita da cui ripartire.
E’ un Sud poco conosciuto, meraviglioso all’ombra dei templi. Sono di parte, lo confesso, perché di origine cilentana, quando il vino è sospensione del tempo.
Questo bianco è verticale, fresco, sapido, essenziale ed austero, non è gonfio di frutta come spesso accade ai Fiano prodotti fuori dall’Irpinia. L’ennesima dimostrazione delle potenzialità di uno dei vitigni bianchi più importanti d’italia.
Lo beviamo sulla pasta con i piselli, piatto di stagione, in questa curiosa mezza bottiglia da mezzo litro, e ce lo godiamo inserendolo d’autorità nella cambusa di Garantito Igp.
Sede a Giungano (Sa). Sede legale a Stio Cilento, Contrada Zerrilli.
Tel. 0828.1990900. www.sansalvatore1988.it.
Enologo: Riccardo Cotarella
Ettari: 16,50 vitati.
Bottiglie prodotte: 70.000. Vitigni: fiano, falanghina, aglianico.

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- di Fernando Bello -

Presso la spiaggia del golfo di Salerno, 18 miglia a scirocco di questa città, seggono le mura ed i templi di Pesto, già Posidonia o città di Nettuno, città antichissima, celebre un tempo per le sue rose che due volte all’anno fiorivano, pel riso del suo cielo e pel tepore de’suoi verni che vi traeva a villeggiarvi i doviziosi a’tempi di Roma imperiale. Chi innalzò quelle poderose colonne e que’ superbi architravi su cui tanti secoli sono trapassati e tanti possono trapassare ancora se la mano dell’uomo non li rovescia?”

Così scriveva il Mazzocchi in una raccolta enciclopedica e scenografica nel 1836.
In quasi 180 anni, molte cose sono cambiate, ma l’emozione di tornare in “Paestum” resta la stessa.
Tempio di Nettuno (o Heraion II), Paestum
Anche se “la mano dell’uomo” tante cose buone ha fatto, altrettanto cose cattive si vedono effettuate.
Come si può, tanto per fare un esempio, tagliare a metà un bellissimo Anfiteatro Greco, per costruirvi sopra una strada? Solo la scellerata ignoranza di alcuni può tanto scempio nei confronti dell’arte e della cultura. Oppure la continua profanazione delle tombe, con vendite private per trenta denari, e tanti “Tesori” di cui Paestum (forse) non potrà mai fare sfoggio. Tantissimi sono i reperti clandestini in giro per il mondo, non apprezzati per la loro straordinaria storia. Un conoscente mi raccontava di aver visto reperti pestani negli Stati Uniti, in un normalissimo negozio, e non erano certo souvenirs del posto.
Questa mia irritazione è dovuta anche al fatto che io amo questa città, e non vederla nel suo splendore mi amareggia.

Molti hanno scritto di Paestum, e molti ne scriveranno ancora, quindi non posso né paragonarmi a storici, né sostituirmi a loro, ma a differenza di molti, scrivo con partecipato impulso sentimentale, perché figlio di questa terra.
Paestum è senza dubbio un misto tra mito e storia. Il geografo Strabone ci narra che Giasone, guidando gli Argonauti che percorrevano i mari in cerca di avventure, sostò alle foci del fiume Sele e qui fondò il santuario in onore di Hera Tessala, che già Omero ricordava come loro protettrice.
Ma al di là della leggenda c’è la storia, e spesso il mito è la versione ed interpretazione poeticadi antichi fatti sfocati per la lontananza, ma pur sempre con un fondo di verità.
Ma la storia ci racconta ben altro, ma soprattutto va ben oltre.
La leggenda delle origini e della fondazione della città è piuttosto complessa e dà luogo tuttora a discusse interpretazioni basate sulle poche notizie in nostro possesso.
Coignet, Veduta del Tempio di Nettuno al tramonto
Già in Età Paleolitica, al di là del fiume, nella parte sinistra della Piana del Sele (oggi Piana di Paestum), erano affiorati reperti di nuclei preistorici, e quindi Paestum era centro abitato già in Età Eneolitica fino all’Età del Ferro e del Bronzo. In seguito la fertilità, la grandezza, la foce del fiume ricco di acque e il facile e sicuro approdo delle navi fecero della piana una delle principali tappe del Mediterraneo già nel II millennio a.C., un tramite tra l’Oriente e l’Occidente, favorendone la fioritura.
Verso la metà del VII secolo a.C. la città di Sibari, che nella Magna Grecia aveva una posizione di predominio economico e commerciale sul Mar Tirreno, creò alcune stazioni commerciali, la più settentrionale delle quali alla foce del fiume Sele e fondarono un santuario in onore di Hera. Lo sviluppo economico dovuto alla presenza sibaritica e i transiti commerciali con popolazioni anche interne fecero sì che Paestum divenisse un polo di attrazione, con conseguente fenomeno di urbanizzazione.

In breve si formò una vera e propria città che i greci chiamarono Poseidonia. Il periodo di maggior splendore Paestum l’ebbe tra il 560 e il 440 a.C. e fu proprio in quel tempo che la città si arricchì di monumenti come la Basilica (550 a.C.), il Tempio di Cerere (500 a.C.), ed il Tempio di Nettuno (450 a.C.), il più bello, il meglio conservato, l’esempio più alto di architettura greca in Occidente.
Nella sua inarrestabile espansione, Roma non poteva non volgere lo sguardo alla Magna Grecia, e fu così che la sottrasse alla confederazione lucana fondandovi una colonia di diritto latino che chiamò Paestum, nome con il quale ancora oggi conosciamo questo luogo.
I rapporti tra le due città furono sempre molto stretti. Roma si limitò a chiedere alla sua colonia navi e marinai in caso di bisogno. E da parte sua, Paestum non venne mai meno ai legami che la stringevano all’Urbe: gli aiuti che mise a disposizione ebbero un ruolo fondamentale durante la Prima e la Seconda Guerra Punica. Fornì navi cariche di grano ai romani assediati da Annibale entro le mura di Taranto.
Paestum fu una delle poche città ad avere il consenso romano di coniare una moneta propria, di bronzo, con la leggenda P.S.S.C. (Paesti Signatum Senatus Consulto).
La Piana di Paestum con vista su Capo di Fiume
Ma come il tutto non dura, anche Paestum si avviò inevitabilmente al declino. Nello scorcio del I secolo a.C. e nella prima metà del I secolo d.C., quando ancora imperversava il benessere, si cominciò ad accusare un inconveniente che avrebbe provocato una grave crisi di decadenza ed il conseguente abbandono della città. E’ ancora Strabone che ci dice che un fiume che scorreva vicino alla città (oggi Salso) rese il territorio poco salutare, sino a formare una palude. Questo e altri fiumi della pianura dovettero risentire in modo molto grave della graduale distruzione degli alberi dei monti interni, disboscamento che cominciò in età romana quando la necessità di allestire una flotta militare e poi commerciale spinse Roma a tagliare i pini lucani, utilizzati per la costruzione delle navi.

Sia o no stata questa la causa del ristagno delle acque nella pianura, è certo che il Salso cominciò ad invadere le campagne ed anche la città. I pestani cercarono di innalzare le quote delle strade, le soglie di accesso alle case, intrapresero opere di canalizzazione; tuttavia il fenomeno fu inarrestabile, aggravato dal fatto che queste acque, essendo molto ricche di sostanze calcaree, via via che allagavano depositavano sedimenti tali per cui si creava una incrostazione dello spessore anche di mezzo metro. L’allagamento si estese sempre di più, restringendo l’area abitabile. Le sorti di Paestum erano ormai segnate, anche perché la città fu tagliata fuori dalle grandi rotte commerciali. Ben presto gli abitanti, costretti dalle acque stagnanti, abbandonarono la città per insediarsi sui pendii dei monti, fondando l’attuale Capaccio (Caput Aquae).
Per secoli si perse il ricordo di questa città, si ignorarono i Templi.
Solo nel Seicento, negli studi storici napoletani, cominciò ad apparire di nuovo il nome di Paestum. Diffondendosi la conoscenza di questa antica città, Carlo III, sovrano napoletano, fece costruire una nuova strada che attraversava tutta la pianura. Verso la metà del Settecento esplose l’interesse per questo luogo suscitando la curiosità e per certi versi la scoperta dell’architettura dorica.
Tomba del Tuffatore,  lastra di copertura
Questa città ormai richiamava l’attenzione di studiosi e artisti, primo fra tutti Goethe, che nel silenzio dei luoghi e lo squallore della piana, ebbe forse il più impressionante incontro con l’antico. Con Goethe nacque l’ideale  romantico di Paestum. Molti viaggiatori fecero dei Templi una meta sognata, i colori cangianti delle Colonne del Tempio di Nettuno, alla luce del sole al tramonto, costituivano un ricordo indelebile del loro viaggio. Si rinnovò il mito delle rose di Paestum, quelle rose ricordate da Virgilio, da Ovidio e Propezio. E come non citare Marziale, che le associava alle labbra purpuree delle fanciulle, e infine il Tasso, memore del “suol che abbonda di vermiglie rose”.
Ma non solo poeti. Nella seconda metà del Settecento Paestum ha ispirato disegnatori e incisori, basta ricordare il Piranesi con la sua splendida serie di incisioni.
Giovanni Battista Piranesi, Veduta dell'interno del pronao del Tempio di Nettuno di Paestum

Poi di corsa arriviamo ai giorni nostri. Oggi Paestum è sicuramente mèta di molti visitatori, di ogni ceto sociale, per ogni tipo di interesse. C’è una spiaggia bellissima, c’è il “giglio di Paestum” che ha pensato bene di nascere solo in questa località, un’agricoltura fiorente, allevamenti di bufale che sembrano nate per gli amanti della mozzarella e dei formaggi, hotel da due a cinque stelle, per tutte le tasche, con una ospitalità quasi perfetta.

Nelle notti di maggio non si riesce a distinguere dove finisce il cielo e dove inizia la terra, talmente numerose sono le “matacatasce” (lucciole) che illuminano questo posto. Ricordo che la stagione balneare iniziava a maggio e finiva ad ottobre, ma oggi sembra che il ”clima“ stia cambiando. L’uomo non ha la possibilità di vincere la natura, può solo salvaguardare i resti che essa gli concede. Paestum, la Piana degli Dei, è la testimonianza tangibile di un passato che ha contribuito a decretare il nostro presente, la nostra cultura, sarebbe uno scellerato errore dimenticarci di questo. A volte corriamo il rischio che correre troppo in fretta dietro al “progresso” ci faccia mettere da parte l’importanza della tutela dei nostri beni artistici; questa città è patrimonio dell’umanità intera, ci è stata affidata dai nostri avi, noi siamo solo i custodi e sacerdoti dei nostri Templi. Conservando il nostro passato conserveremo le basi per costruire il nostro futuro e il futuro delle generazioni che verranno.
D’altronde non è un caso che un tempo Paestum fosse la residenza degli Dei.

E’ come se un dio, qui, avesse costruito con enormi blocchi di pietra la sua casa
(Friedrich Nietsche)

Il 10 febbraio del 1941 era nel commando inglese che a Calitri fece saltare un importante dell’acquedotto del Sele.  Prima di ogni azione, Picchi si preoccupa di far allontanare dalle zone pericolose i contadini che vi abitano. “Di morire non mi importa gran cosa” s’intitolerà la sua biografia. E’ la sintesi felice della vita Fortunato Picchi che di mestiere era vice responsabile dei banchetti al Savoy. Quello di Londra, ovviamente, durante gli anni Trenta. Partecipo’, con i parà inglesi, al sabotaggio della condotta del fiume Sele, altezza Fortunato Picchi nato nel 1896 in una frazione di Carmignano (allora in provincia di Firenze, ora di Prato). Ebbe un ruolo di primo piano nell’operazione “Colossus”. Il Colosso sarebbe il canale principale dell’Acquedotto Pugliese, che rifornisce d’acqua la Puglia, con i porti e le installazioni militari di Bari, Brindisi e Taranto, quest’ultima base principale della Marina italiana.  L’obiettivo è di interrompere le forniture idriche ad alcuni milioni di abitanti, in una vasta zona d’Italia che, in quel momento, è base di imbarco e rifornimento per le truppe destinate al fronte greco-albanese. In tal modo gli inglesi vogliono dimostrare di poter colpire nel modo più inatteso, a migliaia di miglia dai loro confini, demoralizzando e allarmando la popolazione e i militari italiani. Si trattò della prima incursione di truppe speciali per eseguire sabotaggi e fiaccare il morale del nemico: l’obiettivo era l’acquedotto pugliese, opera d’ingegneria piuttosto celebrata all’epoca, ultimata nel 1929, che portava a 260 Comuni le acque del fiume. Gli inglesi decisero di far saltare un ponte-canale sul torrente Tragino, nel comune di Calitri, in Irpinia, provincia di Avellino. Abbatterlo voleva dire lasciare mezza Puglia senz’acqua per un mese. Il 10 febbraio 1941 aerei decollati da Malta paracadutarono 35 uomini divisi in tre gruppi, ciascuno dotato di un interprete. Oltre a Picchi c’erano un ufficiale britannico che conosceva la nostra lingua e un soldato di origine italiana, Nicol Nastri, ma cittadino inglese, il cui cognome venne per prudenza anagrammato in Tristan. Il ponte fu danneggiato, ma non abbastanza: i pilastri erano di calcestruzzo e non di mattoni come credevano gli incursori, molto esplosivo andò perduto, i danni furono limitati. Poi i tre gruppi in cui si erano divisi i militari per cercare di arrivare alla foce del Sele vennero catturati, sostanzialmente dalle popolazioni locali. In un solo caso ci fu un conflitto a fuoco, con due italiani morti e gli inglesi sottratti al linciaggio grazie all’arrivo precipitoso dei carabinieri. Picchi, secondo l’inchiesta del tribunale speciale, si prodigò per evitare vittime, ma questo non gli salvò la vita. Il suo inglese non era perfetto, la fittizia identità francese che gli era stata data non resse all’interrogatorio, lui preferì ammettere tutto e affrontare la sorte. Il 5 aprile fu condannato come cittadino italiano che aveva «prestato servizio… nelle forze armate dello Stato inglese in guerra con lo Stato italiano», all’alba del 6 venne fucilato a Forte Bravetta. La sua vita è narrata nel libro: “Di morire non m’importa gran cosa. Fortunato Picchi e l’operazione Colossus”, edizioni “Pentalinea”:  Era proprio il libro che avrebbe voluto scrivere Franco Lucentini (malato di cancro, morì suicida a Torino nel 2002), che ne aveva parlato più volte con Carlo Fruttero e col fratello Mauro. Non solo: in polemica con Galli Della Loggia, il famoso romanziere (che studente universitario era finito in carcere per antifascismo), aveva scritto, come ricorda Carlo Onofrio Gori: “…chiudo con un pensiero alla memoria di … Picchi… I giornali italiani ne dettero l’annuncio in quattro righe e nessuno di poi ne parlò più. Il suo nome non compare in nessuna delle storie della Resistenza (c’è nell’Enciclopedia delle edizioni “La Pietra”, n.d.r). Sarebbe forse ora di ricordarsene e di portare qualche fiore sulla sua tomba…”. Nel novembre 1915, Fortunato era partito per combattere, nella Prima guerra mondiale, sul fronte macedone “con fedeltà ed onore”. Nel 1921, nuova partenza dal Pratese, questa volta per l’Inghilterra, dove il giovane trova lavoro come cameriere al “Savoy” e dove diventa, in breve, vice direttore di sala del lussuoso albergo londinese. Nel 1940 Picchi aderisce al “Free Italy Movement”, un’associazione di antifascisti italiani; ciò non gli eviterà (quando l’Italia entra nel secondo conflitto mondiale), l’internamento sull’isola di Man. Quando, di lì a poco, potrebbe tornare liberamente al suo ben remunerato lavoro, chiede di potersi battere contro il fascismo. Gli inglesi lo arruolano nei pionieri del Genio, ma Picchi, nonostante non sia più giovanissimo, chiede e ottiene di entrare nei paracadutisti. Sottoposto a un durissimo addestramento, entra nei reparti speciali dell’Esercito britannico e il 10 febbraio 1941 è paracadutato, con un gruppo di sabotatori inglesi, nell’Italia meridionale.

Oreste Mottola


Scritto da EDI CEMBALO   
di EDI CEMBALO — Operai forestali: Storia infinita. (Lupi e Agnelli sono la stessa cosa, come Dottor Jekyll e Mister Hyde). La questione degli operai forestali in Campania è davvero una storia triste e senza fine. Nemmeno il clima di passione e resurrezione della Settimana Santa è riuscito a sciogliere il nodo stretto che stringe alla gola i 4390 operai delle Comunità Montane della Campania. L’ennesima farsa si è conclusa a Napoli il 05 aprile 2012, l’ennesimo schiaffo in faccia ai tanti lavoratori forestali che vivono, momenti di grave difficoltà economica perché da 9-10 mesi senza stipendio e un’angosciante situazione psico-fisica perché le forze intellettive stanno venendo meno. Non è il solito piangersi addosso ma pura costatazione dei fatti. Ancora una volta si è andati a Napoli a compiere il consueto rito di mangiare la celebre sfogliatella napoletana, questa volta, visto il periodo pasquale, accompagnata dalla tradizionale pastiera napoletana. Che bontà nelle intenzioni che amarezza nella sostanza. E’ proprio il caso di dire che i Lupi e le Pecore sono la stessa entità. La triplice sindacale (flaiCGIL – faiCISL –uilaUIL) e l’UNCEM con tutte le Comunità Montane soffrono della sindrome di doppia personalità come il Dottor Jekyll e Mister Hyde. Si perché fanno la voce grossa da Lupi con i miseri e poveri operai e poi diventano mansueti Agnelli con gli assessori e dirigenti regionali. Questo mi viene da pensare osservando quello che sta avvenendo intorno alla forestazione in Campania. La triplice diventa lupo quando avverte che nascono nuove realtà spontanee, dissenzienti da questo modo di fare e di affrontare la questione, sono nati dei comitati spontanei che hanno intrapreso la protesta dei tetti e loro per salvare la faccia prima si sono accodati e poi hanno fatto morire l’iniziativa. C’è stato l’intervento dei Sindaci e anche questa per loro non andava bene perchè li facevano fessi, sono sorti i Comitati di Base e il Sindacato Autonomo anche per questi no, si è preteso di escluderli dai tavoli delle trattative sia locali che regionali, perché avrebbero potuto acquistare forza sottraendo iscritti e tessere e poi sicuramente avrebbero rotto le uova nel paniere, alla faccia della bandiera dell’unità sindacale che tante volte viene sventolata. L’UNCEM e le CC.MM. troppo attaccati alla propria poltrona per affrontare con forza e serenità l’intera vicenda umana degli operai. Lo dimostra il fatto che hanno pensato bene di trattare anticipatamente, separatamente e silenziosamente la parte che riguarda gli Enti stessi rilegando in secondo piano gli idraulici forestali. Paradossalmente per le spese correnti e la parte impiegati che ha sempre preso lo stipendio, gli incentivi, i premi di produzione e valutazione (tranne qualche caso sporadico), ha risolto in quattro e quattrotto il problema con un’ ulteriore aumento di finanziamento perché si è passati da 10 mil e 800 mila euro del 2011 ai 17 mil e 400 mila euro del 2012. Forse è un ulteriore premio alla loro produttività. Mentre noi miseri operai che non percepiamo lo stipendio da 9-10 mesi dobbiamo attendere e stare buoni chissà per quanto ancora. Giudicate voi. Tutti insieme poi Triplice, Uncem e presidenti delle CC.MM. rifanno i Lupi con chi in questo momento di forte sofferenza economica per salvaguardare e tutelare un suo diritto si rivolge all’avvocato per fare gli atti ingiuntivi. In coro ad unica voce minacciano sospensioni e licenziamenti per scoraggiare e umiliare ulteriormente gli operai, togliendogli di dosso anche la dignità di far rivalere in sede giudiziaria il sacrosanto diritto ad essere pagati. Tutti coloro che hanno fatto gli atti ingiuntivi, hanno atteso tanto tempo e meditato a lungo prima di farli, chissà quanti altri li avrebbero fatti se non fossero stati condizionati e spaventati. Per la cronaca i Giudici del Tribunale di Salerno hanno accolto tutti gli atti ingiuntivi già presentati avviando la successiva e scontata fase di messa in liquidazione degli stessi, ribadendo (a chi non lo sapesse) che lo stipendio è un diritto irrinunciabile per il lavoratore. Vi siete mai chiesti perché si sono fatte solo iniziative sporadiche a macchia di leopardo, frammentando il territorio e le iniziative, pur sapendo che il problema è unico e solo? Troppe discordanze e incongruenze nei comportamenti sindacali e dell’Uncem, pochi volenterosi con buone intenzioni. Solo le buone intenzioni non bastano se non sono accompagnate da iniziative adeguate al risultato che si deve ottenere. In ogni occasione si è invocata l’unità per evitare le fughe in avanti. Tutti sono stati e sono d’accordo con l’unità delle iniziative e dei comportamenti ma in sostanza poi ogni uno ha pensato a se stesso. Sappiamo tutti che l’unica grande responsabile di questa crisi è la Regione Campania ma nessuno ha il coraggio di inchiodarla alle sue responsabilità attuando iniziative unitarie con proteste adeguate ai suoi comportamenti irresponsabili. Da ex democristiano e senza preconcetti mi piace citare Ernesto Che Guevara che diceva “Chi lotta può perdere chi non lotta ha già perso”. Questo doveva e deve essere lo spirito animatore della rivendicazione, ma così non è stato per il passato e speriamo che avvenga per il futuro. Forse nulla è ancora perso. Purtroppo, il Che Guevara di turno, l’elemento catalizzatore capace di proporre iniziative valide e condurre le trattative in modo decoroso non c’è stato prima e cosa più triste non c’è adesso. Anche alcuni politici regionali, provinciali e i sindaci sono disarmati, eccezion fatta per qualche episodio sporadico e isolato, che ha fatto solo notizia ma che in sostanza ha prodotto ben poco perché mancante di forza, incisività e continuità. Il balletto di cifre per chiudere il finanziamento del 2011 a cui stiamo assistendo in questo ultimo periodo è vergognoso. Le CC. MM. dicono una cosa, la Regione ne dice un’altra. Mi hanno insegnato che la matematica non è un’opinione e quanto tale è una scienza perfetta. Chi sta dando veramente i numeri? Chi sta facendo il furbo cercando di approfittare della situazione caotica in atto? Perché non si vuole fare chiarezza? Perché le CC. MM. non hanno intrapreso azioni legali contro la Regione? Se le CC. MM. ritengono di essere nel giusto perché non hanno rimesso la delega alla Regione? Se la Regione Campania sostiene cose diverse da quelle dichiarate dalle CC. MM. perché non invia un ispettore in ogni Comunità Montana per verificare quanto dichiarato dalle stesse? Perché la triplice sindacale non ha ipotizzato forme di protesta consistenti e demanda sempre ad incontri e attivi sindacali futuri? Conoscendo la reticenza della Regione, perché alla riunione del 5 aprile non si è andati già con un piano di lotta preciso? A cosa sono servite tutte le riunioni preparatorie alla riunione del 5 aprile? Perché dell’incontro del 5 aprile non c’è un comunicato ufficiale ma solo singole dichiarazioni? Tante altre domande si potrebbero formulare, per il momento fermiamoci qui. Concentriamoci sul da farsi. La forza di sopportazione degli operai è finita mentre quella economica da tempo non c’è più. Conosciamo tutti le problematiche da sostenere e gli obiettivi da raggiungere per cui bisogna attuare azioni di protesta incisive per richiamare la Regione Campania alle sue responsabilità senza se e senza ma, coralmente e con vigore, il resto non serve a niente perché non aiuta a risolvere la questione. Senza aspettare ulteriormente che la disperazioni partorisca “il morto di turno”. Forse bisogna adeguarsi ai tempi dove tutto è spettacolarizzazione e quindi spettacolarizzare anche la protesta individuando posti e circostanze che diano la giusta visibilità al problema. Bisogna svergognare Caldoro a casa sua a Napoli e stanarlo in ogni modo e con ogni mezzo, “ il fine giustifica i mezzi “ importante è ottenere il risultato sperato. A che servono i presidi provinciali come si pensa di fare? Si contribuirebbe solo a frammentare il movimento. Sicuramente ci vorrà un tempo tecnico per organizzare questa tanto attesa lotta unitaria, nel mentre si potrebbero riprendere le proteste dei tetti in tutte le Comunità Montane e in contemporanea occupare tutte le sedi comunitarie, solo così si attirerebbe l’attenzione dei Prefetti che sicuramente farebbero sentire la loro autorevole voce. Bisogna alzare il tiro, l’esperienza dei colleghi calabresi ci dovrebbe insegnare qualcosa, diversamente vuol dire che siamo senza attributi e l’unica cosa da fare è tacere, tacere, tacere e subire, subire, subire.

 

  Devotamente Edi Cembalo operaio idraulico forestale C. M. Calore Salernitano.

Grande trattorista contoterzista o rivenditore di pneumatici? Aratore o trebbiatore? Antonio Di Verniere, recentemente scomparso a quasi novant’anni ci teneva a ricordare altri suoi record: sessanta uova fresche bevute per scommessa in poco più o meno di un’ora; l’essere riuscito a entrare in Svizzera legalmente ma senza documenti e la partecipazione alla seconda guerra mondiale senza sparare un colpo. E i primi mestieri svolti da bambino, a Persano: dallo “sciolaciaule” all’acquaiuolo. A seguire i suoi meriti nel campo della meccanica agricola, dove fu un innovatore, e la capacità di tenere buoni rapporti con tutti, dispensando parole dolci, e poi i cinque figli tutti colti, con laurea, ma rigorosamente alla mano. Non aveva le ipocrisie del commerciante nato, zi’ ‘Ntonio Piccirillo nato nel 1922, nell’anno della marcia su Roma. Nell’Altavilla del secondo dopoguerra era uno che, semplicemente era ben disposto verso tutti, e dalla sua libretta piena di carte, sciorinava tessere del Pci e della Dc, dell’Azione Cattolica e della Cgil. Poiché a nessuno voleva dispiacere. Primo passo indietro: perché l’abbiamo sempre chiamato Piccirillo, tanto che molti hanno sempre ignorato che avesse un cognome diverso da Piccirillo? Tutto comincia da Persano, l’attuale zona militare, dove il nostro trascorre la sua infanzia, libero e felice. Ci arriva per i meriti di guerra e politici del padre. Le elementari le ha frequentate su al paese in collina e sulle sue pagelle, lo ricorda spesso ai nipoti, c’era sempre scritto un giudizio assai lusinghiero: “lodevole”. A zi’ ‘Ntonio sarebbe piaciuto continuare gli studi, ma nell’Altavilla degli anni Trenta questa possibilità era appannaggio solo di poche famiglie. Approda così a Persano, dove il padre ha un impiego. E comincia la sua carriera. A 10 anni il piccolo Antonio è “sciolaciaule”, vale a dire addetto a spaventare quegli uccelli, le ghiandaie, della famiglia dei corvidi, che depredavano le grandi coltivazioni di frumento e foraggi che alimentavano le scelte mandrie dei cavalli. Solo l’anno dopo è già promosso “acquaiuolo”, ovvero trasportatore d’acqua per le centinaia di braccianti e mandriani dell’allora tenuta reale. C’è un gruppo nutrito di giovani donne al lavoro, sono le “jevulese”, le ebolitane, che si distinguono per l’orgoglio nel loro lavoro e anche per modi comportamentali chele nostre compaesane non si permettevano. Per loro è subito “chillu bellu picciririllo”, sia per l’età che per l’altezza. Da qui “Piccirillo”. A 17 anni, zi’ ‘Ntonio è a Roma, studente al Centro per la meccanica agraria delle Capannelle, dove la parte pratica è preponderante. Poteva restare alle dipendenze statali a Persano, ma scelse la libertà di non stare sotto un padrone, seppure statale. In mezzo c’è la guerra, anche Antonio deve partire, ma riesce – non si sa come – a esercitare il suo pacifismo, quello che rimarrà sempre il tratto fondamentale del suo stile di vita. L’armistizio dell’8 settembre del 1943 lo coglie nei dintorni di San Marino e dalla repubblica del Titano comincerà la lunga marcia a piedi. Da sbandato, così come venivano chiamati i nostri soldati che semplicemente scelsero individualmente di mettere fine alla loro partecipazione a una guerra che non avevano mai sentito come propria. I tedeschi e i fascisti lo arrestarono e stavano per fucilarlo dopo avergli anche fatto scavare la fossa. Ma accadde qualcosa, forse un agguato dei partigiani, e lui riuscì a scappare. Tornato al paese cominciò la vita che aveva sempre sognato: padrone dei suoi mezzi di lavoro, un dipendente Alfredo “il salariato”, terre da arare e grano da trebbiare. Per oltre 40 anni ha trebbiato il frumento di Polla, ospite dell’aia della famiglia Sasso, e sempre dimenticandosi di avvertire che a Caggiano non avrebbe più fatto in tempo a passare. Il figlio Germano, il geologo, ci riassume la sua filosofia di vita: ”Quando era periodo di lavoro intenso (aratura o trebbiatura) la sera a casa era assediato da tantissime persone ognuna con le sue esigenze e che pretendeva le prestazioni di mio padre per il giorno dopo; lui era quasi costretto a promettere a tutti di andare per l’indomani e quando restava finalmente solo, si affacciava sulla porta, guardava il cielo e diceva “ah! si chiuvesse nu poco”; in questo modo la pioggia avrebbe messo tutti d’accordo. Allo stesso modo quando era assillato da tanti impegni dopo una giornata di duro lavoro senza respiro, era convinto che bisognasse staccare la spina e riposare, sentenziando “dimane juorno luce”; vale a dire dormiamoci sopra, domani al far del giorno di vedrà come affrontare nuovamente i problemi”. Va ricordato il suo talento nella meccanica che si esprimeva nei miglioramenti alle funzionalità che apportava e che – senza nulla pretendere – faceva presente alle varie case costruttrici. Infatti, da Landini, a Reggio Emilia, o alla Laverda, nel bergamasco, era di casa e vi trascorreva lunghi periodi. “Partiva, in treno, e non avvertiva sul ritorno, anche perché mica li programmava quei viaggi”, ricorda Germano. Un genio, per tanti aspetti diversi, che non ha mai messo l’aspetto commerciale in testa alla sua azione. Ritirato dall’attività professionale non tanto a causa dell’età che si faceva più avanzata ma perché il mondo agricolo nel quale era cresciuto, dove la parola data contava più di una firma, stava radicalmente cambiando. Zì ‘ntonio mai aveva rinunciato alla sua bonomia e simpatia e durante le gite dei soci della Bcc Altavilla lui era l’animatore quasi ufficiale. Al suo funerale questi racconti passavano di bocca in bocca e lui sembrava comparire ora di qua e ora di là, come lo è già nella letteratura altavillese, dove è nelle pagine di padre Candido Gallo, Franco Di Venuta e Rosario Messone.

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